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 La 2a epistola di Paolo a Timoteo 2

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La 2a epistola di Paolo a Timoteo cap 2
Henri Rossier
2. Capitolo 2
2.1 Esortazioni e risorse per la vita personale

Vers. 1-2. — «Tu dunque, figlio mio, fortìficati nella grazia che è in Cristo Gesù, e le cose che hai udite da me in presenza di molti testimoni, affidale a uomini fedeli, che siano capaci di insegnarle anche ad altri».

Man mano che andiamo avanti in questo studio constatiamo sempre più che, nello stato di crisi della Chiesa responsabile, la testimonianza è soprattutto individuale. Da ciò deriva l'esortazione spesso ripetuta di fortificarsi c di farsi animo. L'attività nel servizio non poteva esercitarsi efficacemente a meno che Timoteo «si fortificasse nella grazia», vale a dire crescesse nella grazia attingendovi le forze necessarie. Poiché questa grazia «è in Cristo Gesù», egli non poteva crescere in essa se non conoscendo sempre meglio la sua persona adorabile. Ora, questa conoscenza della Sua persona era essa stessa alla base dell'attività di Timoteo per formare dei servitori utili nell'opera. Il suo dovere non era la sorveglianza dell'ordine nella casa di Dio, come nella prima epistola. La storia della Chiesa ci insegna che, essendo la rovina sempre aumentata, dopo la scomparsa dell'ultimo apostolo si ritenne di rimediare alla rilassatezza generale con delle proibizioni legali; ma qui nulla di simile: bisognava fortificarsi nella grazia. È il mezzo più sicuro per resistere all'invasione del male, poiché per conoscerla bisogna conoscere Cristo che ne è la sorgente e l'espressione più perfetta. «La grazia e la verità», è scritto in Giovanni 1, «sono venute per mezzo di Gesù Cristo». Vedremo nel corso di questi capitoli, che, in un tempo di declino, mantenere la verità, è tanto importante quanto appoggiarsi sulla grazia (vedere capitolo 2:15,18,25) poiché l'Avversario attaccherà sempre la «verità» (cap. 3:7,8; 4:4).

Una risorsa fondamentale è così indicata al servitore di Cristo per il tempo della fine. Non sono più i carichi nella Chiesa, che solo gli apostoli e i loro delegati aveva il diritto di stabilire per mantenere l'ordine, ma la parola di Dio è pienamente sufficiente per raggiungere questo scopo. Le cose che Timoteo aveva udite dall'apostolo, doveva affidarle ad uomini fedeli; e questi, bene ammaestrati nella Parola, sarebbero stati capaci di istruire anche gli altri. Timoteo stesso, come intermediario, non essendo ispirato per comunicarle, aveva bisogno di controllo nel suo insegnamento; per questo è scritto: «Le cose che hai udito da me in presenza di molti testimoni». Era una garanzia che egli non avrebbe alterato le parole dell'apostolo. Queste cose le abbiamo ora nella Parola scritta che, come abbiamo visto prima, non era allora ancora completata e aveva bisogno di una trasmissione orale per essere comunicata. Anche oggi il servitore di Dio, deve trasmettere ad altri l'insegnamento divino benché le condizioni siano differenti: ma tutto ciò non ha a che vedere con un clero ufficiale o con scuole di teologia.

***

Vers. 3-6. — «Sopporta anche tu le sofferenze, come un buon soldato di Cristo Gesù. Uno che va alla guerra non s'immischia in faccende della vita civile, se vuol piacere a colui che lo ha arruolato. Allo stesso modo quando uno lotta come atleta non riceve la corona, se non ha lottato secondo le regole. Il lavoratore che fatica dev'essere il primo ad avere la sua parte dei frutti».

Il lavoro che il fedele Timoteo doveva svolgere non era esente da sofferenze. Ecco il perché di questa nuova esortazione. Timoteo doveva prendere la sua parte di sofferenze. Doveva considerarle non solo come una necessità, ma come un privilegio. Già menzionate due volte nel capitolo precedente, le sofferenze lo sono ancora tre volte nel nostro capitolo. Se Timoteo voleva essere «un buon soldato di Gesù Cristo», aveva un motivo per parteciparvi volontariamente. Un soldato che entra al servizio del capo dell'esercito ed è stato arruolato da lui, non si impaccerà mai delle faccende della vita. Non si porterà dietro un bagaglio inutile e non si lascerà arrestare dagli ostacoli; egli appartiene al suo capo ed ha un solo pensiero: «piacere a colui che lo ha arruolato». Tale, difatti, dev'essere il nostro primo scopo: piacere a Lui che s'è acquistato ogni diritto su noi prendendoci al suo servizio; il quale poi non è l'adempimento di un dovere legale, ma un servizio di dipendenza e d'amore. Il buon soldato è qui rappresentato come colui che si prefigge unicamente di essere approvato dal suo capo, di soddisfarlo in ogni senso, riconoscendo che ha ogni diritto. Non è ancora il combattimento, perché spetta al capitano di stabilirne il momento, ma sono le relazioni di dipendenza e d'amore tra il soldato e il suo capo senza le quali non c'è possibilità di vittoria, e che devono prendere il posto di ogni altra affezione. Ecco cosa vuol dire, secondo la Parola, essere un buon soldato.

L'apostolo dà a Timoteo un altro esempio di quel che deve essere l'impegno nel servizio. È il combattimento nello stadio, di cui è parlato in 1 Timoteo 6:12. Che si tratti della corsa o della lotta, bisogna che i pensieri siano occupati solo dello scopo da raggiungere e del premio da riportare. L'oggetto dello sforzo non è la ricompensa propriamente detta, ma la vittoria. Questo scopo da raggiungere è un Cristo celeste (Filippesi 3:12-14). C'è da essere coronato. Ma questo non può aver luogo se non è esclusa ogni volontà personale. Ci sono delle leggi e dei regolamenti da osservare; non sta a noi stabilire la forma e la modalità della nostra lotta. Il disattendere anche in parte a queste leggi ci squalifica per ottenere il premio; perderemmo così la proclamazione pubblica d'aver raggiunto lo scopo.

L'apostolo ci dà poi come terzo esempio quello dell'agricoltore. Per lui la cosa fondamentale è il lavoro; non risparmia sforzi né fatiche. Quelli che si son lasciati prendere dalla pigrizia spirituale non avranno mai il godimento dei frutti. Cristo stesso, il nostro modello, sarà saziato «del frutto del travaglio dell'anima sua».

Abbiamo così tre potenti motivi per sopportare le sofferenze come servitori di Cristo:

il desiderio di essergli graditi, che deriva da una vera e profonda affezione per lui;
lo scopo da raggiungere,
e il godimento eterno dei frutti del nostro lavoro.

Che possiamo dar prova fino alla fine di un cuore libero da ogni impedimento in un servizio gioioso, nell'obbedienza alle regole che il Signore ci ha prescritte, nella pazienza per ottenere infine il frutto del nostro lavoro!

***

Vers. 7. — «Considera quel che dico, perché il Signore ti darà intelligenza in ogni cosa».

Timoteo doveva applicare tutte queste cose a se stesso dopo averle insegnate ad altri, e Paolo esprime la sua fiducia nel Signore che gli darà intelligenza in ogni cosa. Quest'intelligenza è data, come vedremo in seguito, a colui che ha il Signore come centro della sua vita. Benché abbia fiducia nel suo discepolo, Paolo non conta sulla sua intelligenza ma sul Signore che gliela darà. Egli dice: «In ogni cosa» perché il cammino e la testimonianza cristiana sono strettamente collegati tra loro. Ci vuole l'intelligenza della Parola per onorare il Signore nella vita pratica; ma ci vuole anche la realizzazione della vita pratica per comprendere gli insegnamenti della Parola.

***

Vers. 8-10. — «Ricòrdati di Gesù Cristo, risorto dai morti, della stirpe di Davide, secondo il mio vangelo, per il quale io soffro fino ad essere incatenato come un malfattore; ma la parola di Dio non è incatenata. Ecco perché sopporto ogni cosa per amor degli eletti, affinché anch'essi conseguano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna».

L'apostolo dice ora ciò che è alla base di ogni vera intelligenza: «Ricordarsi di Gesù Cristo». In Lui si concentrano tutti i pensieri, tutta la sapienza di Dio. I due caratteri di Cristo, menzionati qui, e di cui Timoteo deve ricordarsi, sono un Cristo risorto dai morti e un Cristo della stirpe di Davide. Questi due caratteri erano il soggetto dell'Evangelo predicato da Paolo e compendiavano la Bibbia intera.

Come Figlio di Davide, il Signore adempie le promesse di Dio, prima verso il suo popolo, poi verso le nazioni e verso la Chiesa, in ciò che concerne la parte che essa avrà nel regno di Cristo sulla terra, poiché alla Chiesa dice: «Io sono la radice e la discendenza di Davide» (Apocalisse 22:16). È nel vero Isacco, la «radice» di Davide, che le nazioni saranno benedette, ed è nel vero Salomone, la «discendenza» di Davide, che sarà stabilito il regno in sapienza, giustizia e pace, il regno milleniale di Cristo. La radice di Davide, risalendo ad Abramo, ci parla della grazia. Davide stesso, uscito da questa radice, è il re di grazia. La progenie di Davide, rappresentata da Salomone, ci parla di giustizia, di pace, di potenza e di gloria, in rapporto con il regno di Cristo sulla terra insieme alla sua Sposa, la nuova Gerusalemme. Così l'Evangelo dell'apostolo non era estraneo a tutte le promesse di Dio concernenti l'istituzione futura nel regno di Cristo quaggiù.

Ma vi è un carattere di Cristo ancora più importante di cui Timoteo doveva ricordarsi prima di tutto: l'Evangelo di Paolo era basato su un Cristo risuscitato dai morti. La risurrezione, verità capitale del cristianesimo, era il punto di partenza di tutto il ministero dell'apostolo. Come la discendenza di Davide apriva una prospettiva su tutte le benedizioni terrestri, così la risurrezione l'apriva al cielo, sulle relazioni celesti col Padre e col Figlio, sul godimento eterno della gloria. Ma l'apostolo aggiunge: «Risorto dai morti». La risurrezione non poteva aver luogo senza la morte che ha messo fine a tutto l'antico stato di cose introdotto dal peccato. Senza la morte, non è possibile né salvezza, né liberazione; ma d'altra parte, senza la risurrezione, Cristo sarebbe morto invano. La risurrezione ha introdotto il nuovo stato di cose glorioso. È per mezzo della risurrezione, come abbiamo visto al capitolo 1:10, che Cristo ha distrutto la morte e ha messo in luce la vita e l'incorruttibilità mediante il vangelo. La risurrezione è la grande, incommensurabile verità dell'Evangelo; tanto grande, che Paolo era pronto a sopportare qualsiasi cosa per annunziare quest'Evangelo al mondo intero, pronto ad essere considerato e trattato come un malfattore pur di esserne il messaggero.

Satana aveva spiegato tutta la sua astuzia e tutta la sua potenza per ostacolare questa buona novella e renderla inefficace. Il mezzo migliore era quello di rendere impotente il portatore. Era così riuscito ad incatenarlo, ma la Parola, uscendo dalla sua prigione, non poteva essere incatenata come lui. Anzi, la catena dell'apostolo era il mezzo meraviglioso nelle mani di Dio per spandere la sua Parola nel mondo intero.

L'apostolo sopportava ogni cosa pur di far conoscere questo Evangelo. Non reputava nessuna sofferenza troppo grande affinché gli eletti fossero partecipi della salvezza che è in Cristo Gesù, vale a dire della liberazione dal giogo di Satana, della giustificazione per fede, della introduzione nel favore di Dio come figli diletti, e infine della gloria che l'apostolo chiama la gloria eterna. Non vi è nulla di passeggero in queste benedizioni che la grazia ci ha acquistate. Esse durano per l'eternità!

***

Vers. 11-13. — «Certa è quest'affermazione: se siamo morti con lui, con lui anche vivremo; se abbiamo costanza, con lui anche regneremo; se lo rinnegheremo anch'egli ci rinnegherà; se siamo infedeli, egli rimane fedele, perché non può rinnegare sé stesso».

«Certa è quest'affermazione». Quante volte troviamo quest'espressione nella prima epistola a Timoteo ed in quella di Tito! Nel versetto di 1 Timoteo 1:15, l'espressione «Certa è quest'affermazione e degna di essere pienamente accettata» afferma le verità evangeliche. Qui si tratta della verità cristiana. È l'affermazione di un avvenire glorioso perfettamente garantito per il cristiano, che deriva dalla sua associazione con Cristo nella sua morte e nella sua partecipazione alle sue sofferenze quaggiù. Le cose annunziate nell'Evangelo ci sono assicurate come lo sono a Cristo stesso. Egli è morto e risuscitato (vers. Cool; se siamo morti con Lui, avendo accettato per fede che il giudizio è stato eseguito su Cristo ma doveva cadere su noi, condivideremo anche la sua vita, poiché Cristo è risuscitato. Questo fa dire all'apostolo: «Sono stato crocifisso con Cristo, e non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me» (Galati 2:20). Ma il passo che stiamo considerando va più lontano ancora; considera la nostra vita con Lui, la nostra gloria con Lui, il nostro regno con Lui, come una cosa futura, ma tanto certa, tanto immutabile per noi quanto lo è per lui.

«Se soffriamo» (e al versetto 10 si vede per chi l'apostolo soffriva: per Cristo, per l'Evangelo, per gli eletti) vi sarà una risposta, come per tutti quelli che seguiranno lo stesso sentiero di devozione: regneremo con Lui.

Al versetto 13 l'apostolo presenta il lato opposto di questa gloriosa prospettiva: «Se lo rinnegheremo anch'egli ci rinnegherà». Se non facesse così, rinnegherebbe il suo carattere di giustizia e l'immutabilità della sua propria natura. È di grande importanza mantenere rigorosamente questo principio. Esso è enunciato in questa epistola dove, come vedremo, la casa di Dio ha preso l'aspetto di una gran casa composta di elementi viventi e di elementi che hanno solo l'apparenza di vivere. Questi elementi formano un tutto unico esteriormente riconosciuto da Dio, e questo obbliga l'apostolo a dire: «Se lo rinnegheremo, anch'egli ci rinnegherà». Rinnegarlo, vuol dire dichiarare espressamente di non conoscerlo, ed è appunto ciò verso cui tende rapidamente la cristianità attuale. Sono costoro che il Signore rinnegherà. «In verità», dirà Egli, «non vi conosco» (Matteo 25:12). Così li rinnegherà; la loro sorte sarà fissata per sempre; secondo l'immutabilità della sua natura.

E non dimentichiamo che questo principio non dovrebbe risparmiare nemmeno un figlio di Dio, come l'apostolo Pietro. Il Signore aveva detto: «Chi mi rinnegherà davanti agli uomini, sarà rinnegato davanti agli angeli di Dio» (Luca 12:9). Pietro lo rinnegò tre volte; anche se era stato avvertito; non c'è più rimedio per lui? Sì, ne resta ancora uno: la grazia sovrana che aveva scelto questo povero discepolo e che si eleva al di sopra del giudizio. I pianti amari del pentimento di Pietro hanno fatto agire questa grazia quando già l'intercessione dell'Avvocato l'aveva preceduta. Da quel momento era possibile la riabilitazione, e sappiamo come ebbe luogo. Come tali fatti debbono renderci seri e farci camminare nel timore continuo di dispiacergli!

Ma c'è ancora un'altra affermazione. «Se siamo infedeli, egli rimane fedele, perché non può rinnegare sé stesso». L'immutabile fedeltà di Cristo va di pari passo con la sua immutabile giustizia. Se incontra l'infedeltà, la mancanza di fede, in quelli che fanno professione di appartenergli, rinnegherà forse il suo proprio carattere rigettandoli? No; Egli rimane fedele e non può venir meno alla sua promessa basata sulla grazia. Certamente, Egli non tratta con leggerezza le nostre infedeltà. Commettendole, ci siamo contaminati e dobbiamo essere purificati confessandole a Dio. Allora troviamo il Dio delle promesse che non può venir meno alla sua fedeltà verso di noi, poiché è a Cristo che Egli ha fatto queste promesse per noi. Ma c'è di più: se fosse giusto verso di noi, ci condannerebbe; ma Egli è giusto verso Cristo, e per questo la sua fedeltà e la sua giustizia s'accordano nel perdonarci i nostri peccati e purificarci da ogni iniquità, affinché la nostra comunione con Lui sia ristabilita (1 Giovanni 1:9). Però, la nostra infedeltà deve essere seguita dalla confessione; e chi dice confessione dice «umiliazione» per ritrovare la preziosa comunione perduta. Così, Cristo è coerente con se stesso rinnegando chi lo rinnega, e rimanendo fedele al suo carattere.
2.2 Come condursi con chi si allontana dalla fede e dalla purità cristiana

Vers. 14-18. — «Ricorda loro queste cose, scongiurandoli davanti a Dio che non facciano dispute di parole; esse non servono a niente e conducono alla rovina chi le ascolta. Sfòrzati di presentare te stesso davanti a Dio come un uomo approvato, un operaio che non abbia di che vergognarsi, che dispensi rettamente la parola della verità. Ma evita le chiacchiere profane, perché quelli che le fanno avanzano sempre più nell'empietà e la loro parola andrà rodendo come fa la cancrena; tra questi sono Imeneo e Fileto, uomini che hanno deviato dalla verità, dicendo che la risurrezione è già avvenuta, e sovvertono la fede di alcuni».

«Ricorda loro queste cose». Questa è la seconda raccomandazione dell'apostolo a Timoteo riguardo alla sua missione. Troviamo la prima all'inizio di questo capitolo. Occorreva innanzi tutto che Timoteo si impegnasse a far sì che la Parola potesse essere comunicata ad altri, e ogni servitore di Dio, chiamato ad insegnare, deve avere a cuore anche questo. In seguito egli doveva «ricordare» ad altri ciò di cui egli stesso doveva ricordarsi (versetto Cool, cioè tutto l'Evangelo, impostato sulla morte e sulla risurrezione di Cristo, e l'adempimento delle promesse di Dio in Lui. Se era esortato ad investigare per sé tutte queste cose, e a sopportare le sofferenze dell'Evangelo che predicava, come faceva Paolo, bisognava pure che egli ricordasse queste cose a coloro che le avevano un tempo ricevute, ma correvano il rischio di perderle in dispute sterili. Timoteo doveva insorgere contro questi mali in un periodo di decadenza in cui le verità relative alla salvezza erano abbandonate per delle dispute di parole, come è poi ancora avvenuto nel mondo cristiano dopo la morte degli apostoli. Ahimè! oggi il male è grandemente peggiorato e tutto ci fa presagire che la venuta dell'uomo del peccato e l'apostasia finale non tarderanno a realizzarsi. Tuttavia, ancora oggi, le dispute di parole sono frequenti fra i cristiani, specialmente fra quelli che si sono lasciati vincere dalla mondanità; e siccome mancano della pietà e delle basi morali necessarie per tener testa e reagire contro questa forma di male, non solo esercitano un ministero senza alcun profitto per le anime, ma vanno ancora più lontano e sconvolgono la mente di quelli che li ascoltano.

L'opera di Timoteo doveva essere in netto contrasto con quella di quei cosiddetti dottori, e abbiamo qui un bel quadro del ministero cristiano in un periodo di decadenza. Grazie a Dio, anche se è raro incontrarlo, un tale ministero esiste. Il carattere fondamentale che lo fa riconoscere è la ricerca dell'approvazione di Dio, non avendo nessun valore, per un vero servitore, l'approvazione degli uomini. Cosciente dell'approvazione del suo Maestro, un tale servitore cammina indipendente degli uomini, non pensando a se stesso; sapendo che il suo Dio è con lui, l'unica arma nelle sue mani è la parola di verità. Però questa parola deve essere «tagliata rettamente». Spesso le peggiori eresie derivano da qualche dottrina scritturale fatta uscire dal suo contesto o da qualche verità che non è presentata nel suo equilibrio con altre; si può dire che tutte le sette della cristianità hanno per origine questo falso principio.

I versetti 16 a 18 insistono sul fatto che Timoteo doveva evitare i discorsi vani e profani. Anche se non correva il rischio di condividerli, non doveva avere niente a che fare con essi e doveva ammonire quelli che vi si abbandonavano, i quali invece di lasciarsi correggere dalla loro cattiva via, sarebbero progredite nell'empietà e sarebbero stati come una cancrena rodente, causa di morte per l'anima di quelli che li ascoltavano. Imeneo e Fileto (spesso i falsi dottori vanno a due a due: 1 Timoteo 1:20; 2 Timoteo 3:8, sostenendosi l'un l'altro nell'empietà e rendendosi così ancor più pericolosi) erano in questa condizione. Prendendo spunto dalla verità che siamo risuscitati con Cristo, insegnavano che la risurrezione era già avvenuta; di conseguenza il cristiano non doveva aspettare una risurrezione del corpo che lo introducesse nel cielo. Era chiamato a trovare il suo Paradiso quaggiù e, a motivo di questa sua risurrezione, era introdotto in uno stato di perfezione sulla terra. Molte false dottrine erano comprese in quella, e le vediamo pullulare ai giorni nostri. La fede di alcuni era sovvertita e la cancrena minacciava di estendersi in modo generale. Per mezzo di queste false dottrine Satana cerca di rapire ai figli di Dio il loro carattere celeste. È così che in 1 Corinzi 15:12 la dottrina che non c'è risurrezione dei morti ci tiene sulla terra ed ha per conseguenza che neppure Cristo è risuscitato. La verità fondamentale del cristianesimo era così attaccata e annientata; e Satana, che non era riuscito a incatenare la Parola, cercava di distruggerla per mezzo di quei falsi dottori. Ai nostri giorni questo male mortale si estende sempre più, aggiungendo alle sette nuove sette e corrompendo sempre più ciò che è già così fortemente inquinato. Beati quelli che in mezzo a un tale disordine evitano di ascoltare discorsi vani e restano nella semplicità della fede e di una sana dottrina insegnata dallo Spirito di Dio!

***

Vers. 19. — «Tuttavia il solido fondamento di Dio rimane fermo, portando questo sigillo: "Il Signore conosce quelli che sono suoi", e "Si ritragga dall'iniquità chiunque pronunzia il nome del Signore"».

Queste dottrine che sovvertono la fede sono portate avanti, in questa epistola, da pochi. Ma è venuto il tempo in cui, come è predetto al capitolo 3, l'intera cristianità professante è trascinata da questa corrente e pare che stiamo avvicinandoci a questo periodo che durerà un tempo stabilito non appena il Signore avrà rapito la sua Chiesa. Nel frattempo, il credente ha delle risorse perfettamente sufficienti man mano che il male aumenta e si estende, ed ha inoltre il mezzo di sfuggire alla sua influenza pur mantenendo intatta la testimonianza del Signore.

«Tuttavia il solido fondamento di Dio rimane fermo». Sì, rimane fermo di fronte alla potenza del male scatenato da Satana per sovvertire la fede. Nulla può abbattere e neppure scuotere questo fondamento. È munito di un sigillo che, come una medaglia, ha un diritto e un rovescio. Sul diritto è riprodotto il pensiero di Dio; sul rovescio, la responsabilità dell'uomo cui incombe di attenersi a questo pensiero.

«Il solido fondamento» è in contrasto con l'edificio affidato alla responsabilità dell'uomo e di cui l'apostolo Paolo con tanta sapienza aveva posto il fondamento. Mentre egli viveva ancora, già questo edificio si screpolava e minacciava di cadere in rovina. Era quello che già Davide proclamava riguardo all'avvenire della casa di Israele: «Quando le fondamenta sono rovinate, che cosa può fare il giusto?». La risposta è la stessa che in 2 Timoteo: «L'Eterno è nel suo tempio santo; l'Eterno ha il suo trono nei cieli; i suoi occhi vedono, le sue pupille scrutano i figli degli uomini. L'Eterno scruta il giusto e l'empio» (Salmo 11:3-6). Dio fa distinzione fra i giusti e gli empi; il suo occhio riposa sui primi. «Il Signore conosce quelli che sono suoi». Non uno sarà perduto; i suoi consigli sono garantiti sicuramente; nulla potrà cambiarli o alterarli. Ciò che offusca la nostra vista è la professione esteriore cristiana, che dà l'illusione della vita, ma non può offuscare la vista di colui che scruta i cuori e le reni. Noi possiamo lasciarci ingannare, ma Dio no: Egli sa scoprire l'oro fra le scorie e farlo brillare in tutto il suo splendore mettendolo nel crogiolo. Ciò che Dio ha fondato non potrà mai essere demolito. Sicurezza beata per le nostre anime! Di fronte al crollo graduale dell'edificio anche un Timoteo avrebbe potuto perdersi d'animo e chiedersi: Che rimarrà, alla fine, della casa di Dio? Ciò che rimarrà sarà tutto quel che Dio stesso ha fondato! Egli non cambia; il luogo della sua abitazione non può essere distrutto. Questo fondamento rimane, perché essendo divino è immutabile. Dio ha sigillato questo fondamento, nessuno potrà mai scuoterlo.

Quindi su questo sigillo vediamo da un lato ciò che Dio è per i suoi; Egli li conosce perché sono edificati da lui. Tutto quel che gli uomini hanno edificato può essere demolito o bruciato, ma ciò che Dio ha edificato rimane. Qui ci troviamo dunque davanti alla Chiesa come Dio l'edifica, e davanti alla Chiesa responsabile e suscettibile di essere abbattuta per la parte che è affidata alla responsabilità e all'opera dell'uomo. Quanto è importante di fronte alla confusione che gli uomini hanno fatto fra queste due cose, comprenderne la differenza e attaccarsi a quanto Dio ha stabilito, a quanto riconosce, a quanto nessuna forza umana o satanica può riuscire a distruggere!

Ma questo non annulla affatto la responsabilità dell'uomo, né di quelli che sono stati edificati sul fondamento divino. Ecco ciò che si trova sul rovescio del sigillo: «Si ritragga dall'iniquità chiunque pronunzia il nome del Signore». Vi sono due sorta di professanti; possono appartenere al corteo delle vergini savie o a quello delle vergini stolte. Essere professanti con la vita e professanti senza vita. Per appartenere al Signore, la professione è indispensabile quanto lo è la fede: «Se con la bocca avrai confessato Gesù come Signore e avrai creduto con il cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvato» (Romani 10:9). Per essere edificati sul solido fondamento, questa professione deve avere un carattere che la professione senza vita non ha mai: ritrarsi dall'iniquità, vale a dire dal male, quando si nomina il nome del Signore e si dichiara di appartenergli, di conoscerlo e di portare il suo nome in questo mondo. Vi è una separazione fra la professione con la vita e quella esteriore e vana. Bisogna ritrarsi dal male. Non si tratta di dover scusare il male né tantomeno di correggerlo. Questo espediente è adottato da cristiani che restano legati alle dottrine corrotte della cristianità sapendo benissimo che è un terreno contaminato, e che vorrebbero (almeno i più coscienziosi fra loro) conservare, come Lot, un po' di polvere di quella terra riprovata. Ma «ritrarsi dall'iniquità» vuol dire non portar nulla con sé. Il caso di Abramo ha dimostrato che anche i legami più legittimi sono un ostacolo, quando Dio ha detto: «Esci».

Il credente ha un dovere individuale; la responsabilità della separazione dall'iniquità non è collettiva; prima bisogna che ogni singolo sia sensibile a questo problema ed è allora che una testimonianza collettiva può formarsi. Ma, direte voi, che cos'è dunque l'iniquità da cui bisogna ritrarsi? È tutto ciò che si allontana dalla verità (versetto 18) ed è in contraddizione col carattere del nostro Dio. La santità e la giustizia pratiche consistono nel non avere alcuna comunione con queste cose. Dobbiamo ritrarci da ogni male e particolarmente, come in questo passo, dalle false dottrine che specialmente oggi caratterizzano la casa di Dio, divenuta una grande casa.

In mezzo alla confusione esistente, il credente è felice di lasciare tutto nelle mani del Signore. Non deve angosciarsi, né volere modificare lo stato di cose che esiste nella cristianità, poiché la rovina è irrimediabile, ma ognuno deve individualmente ritrarsi dall'iniquità. Solo che si può ritrarsi di due modi: sia dall'iniquità, sia dal terreno di Dio. La mondanità conduce alla seconda possibilità e questa separazione non può essere che la non-separazione dall'iniquità, poiché a questi, Dio dichiara: «se si tira indietro, l'anima mia non lo gradisce» Ebrei 10:38.

***

Vers. 20-21. — «In una grande casa non ci sono soltanto vasi d'oro e d'argento, ma anche vasi di legno e di terra; e gli uni sono destinati a un uso nobile e gli altri a un uso ignobile. Se dunque uno si conserva puro da quelle cose, sarà un vaso nobile, santificato, utile al servizio del padrone, preparato per ogni opera buona».

L'apostolo non si limita soltanto ad esortare quelli che uniscono la professione alla fede a camminare individualmente in un sentiero di separazione dal male; li esorta anche a purificarsi dai vasi a disonore che si trovano purtroppo nella casa stessa ove Dio abita per mezzo del suo Spirito. Questa casa di Dio, primitivamente edificata come Chiesa del Dio vivente, colonna e sostegno della verità, era divenuta fin da quel tempo una grande casa. Prima di piccole dimensioni, essa non conteneva che vasi preziosi; ma, man mano che si ingrandì, si trovò a contenere, oltre ai vasi d'oro e d'argento, anche dei vasi di legno e di terra. Tale è attualmente la condizione della casa di Dio: accanto ai vasi ad onore, ne contiene altri a disonore. Questo triste stato è dovuto soprattutto al fatto che essa si è messa in opposizione col carattere che Dio voleva che mantenesse; perciò in questi capitoli si insiste tanto sull'abbandono della verità. Infatti, nei versetti precedenti abbiamo visto che quei vasi a disonore sono anzitutto dei falsi dottori. Ognuno deve purificarsi da costoro, poiché si tratta, come anche al capitolo 3:6, dell'impegno individuale a purificarsi.

Notate che l'apostolo non dice di ritrarsi dalla casa, ma dall'iniquità; e poi non dice di purificarsi dalla casa uscendone, ma di purificarsi dai vasi a disonore non avendo alcuna comunione con loro. Separandoci da coloro che contaminano la casa con un insegnamento antiscritturale, saremo approvati da Dio e capaci di servirlo. Così Paolo agì ad Efeso separando i discepoli (Atti 19:9). Quest'atto di purificarsi dai vasi a disonore rende quelli che lo compiono capaci d'essere dei vasi ad onore, poiché il valore del vaso agli occhi di Dio consiste in queste due cose: «ritrarsi» e «purificarsi» per Lui. Agendo in questo modo si è un vaso ad onore, santificato, messo a parte per Dio, utile al Maestro, adatto al suo servizio poiché la carriera di un servitore utile deve incominciare dalla purificazione, preparato per ogni buona opera. Infatti, il terreno dove le buone opere possono fiorire per Dio è un terreno di separazione. Questo è di somma importanza: non vi è potenza nel servizio, non vi sono opere gradite da Dio, se non ci si è purificati, rifiutando ogni comunione con i vasi a disonore che contaminano la casa di Dio.

Tutto questo è la conseguenza della raccomandazione rivolta a Timoteo al versetto 15. Egli doveva studiarsi di presentarsi nella sua opera approvato da Dio e difensore della verità. Ciò che Dio aveva fondato rimaneva stabile in eterno, ma anche la responsabilità del servitore rimaneva immutata; egli doveva purificarsi dai cattivi operai.

***

Vers. 22. — «Fuggi le passioni giovanili e ricerca la giustizia, la fede, l'amore, la pace con quelli che invocano il Signore con un cuore puro».

Le cose fin qui enumerate non bastavano. Timoteo doveva esercitare una rigorosa sorveglianza su tutte le tendenze del suo proprio cuore; doveva fuggirle. Il cuore dei giovani è incline agli appetiti carnali; e qui l'apostolo parla di quella parte della famiglia di Dio a cui apparteneva Timoteo, e che non sono né i padri, né i figlioletti, ma i giovani chiamati ad entrare, con la potenza della Parola di Dio, nella lotta contro Satana (1 Giovanni 2:14-17).

Ora, questa lotta e questa vittoria possono essere compromesse e anche distrutte dalle concupiscenze, chiamate qui «passioni giovanili», che ci riportano nel mondo. Essi sono «la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita». Il cristiano deve fuggire il male per essere in grado di procacciare il bene. Che bel quadro è questo di un credente che sta per raggiungere la statura di uomo fatto! Avendo fuggito il male che lo adesca, può occuparsi interamente delle cose migliori: la giustizia pratica, che rinnega il peccato; la fede, che si affeziona alla persona di Cristo; l'amore, che abbraccia tutti quelli che sono nati da Dio; la pace, quella di un cuore che si è appropriato dell'opera di Cristo in modo da non avere più alcuna questione fra sé e Dio, e che è in grado di portare la pace e spanderla attorno a sé.

In questo sentiero il credente non si troverà mai solo; in questa «grande casa» da cui non è chiamato ad uscire, circondato da vasi a disonore da cui deve purificarsi (poiché il cristiano non può contemporaneamente onorare il Signore e camminare con coloro che lo disonorano) egli incontrerà delle anime che procacciano le stesse virtù e con le quali potrà radunarsi per invocare insieme, di cuor puro, il Signore. Nel Salmo 51 versetti 7 e 10 troviamo che cos'è un cuor puro; nel Salmo 32 versetti 2 e 5 troviamo che cos'è una coscienza pura e come la si ottiene. Ora, con coloro che non invocano il nome del Signore con labbra di vana professione, ma che per fede sono in rapporto con le realtà eterne, con coloro che hanno per scopo e per movente il Signore solo e la Sua gloria, il credente troverà delle benedizioni che compenseranno tutte le sofferenze che la rovina di cui è testimone gli cagionano. Le sue risorse saranno preziose, come se la rovina non esistesse; la sua testimonianza gradita a Dio, come nei tempi più benedetti della Chiesa. Perciò la Parola di Dio ha cura di mostrarci da quali segni un credente fedele può essere riconosciuto in un tempo come quello che attraversiamo e che questa epistola ci descrive: dove dominano l'incredulità e la corruzione, egli si separa. In rapporto con gli individui, si purifica; con le concupiscenze, le fugge; con il bene, lo procaccia; i credenti veri e sinceri egli li ricerca, si unisce a loro, e rende culto a Dio, con loro. Al principio non era necessario raccomandare queste cose; tutti i credenti invocavano insieme il Signore. Ma al tempo in cui Paolo scrive questa lettera, tutto era già cambiato; per offrire un culto gradito a Dio il credente era tenuto a purificarsi dai vasi a disonore e a ritirarsi dall'iniquità.

***

Vers. 23-26. — «Evita inoltre le dispute stolte e insensate, sapendo che generano contese. Il servo del Signore non deve litigare, ma deve essere mite con tutti, capace di insegnare, paziente. Deve istruire con mansuetudine gli oppositori nella speranza che Dio conceda loro di ravvedersi per riconoscere la verità, in modo che, rientrati in sé stessi, escano dal laccio del diavolo, che li aveva presi prigionieri, perché facessero la sua volontà (cioè la volontà di Dio)».

Al versetto 16, Timoteo doveva evitare nel suo ministero i discorsi vani e profani che caratterizzano i tempi di decadenza nella casa di Dio, poiché per mezzo d'essi Satana riesce a sovvertire la fede. Troviamo qui un secondo pericolo per mezzo del quale il Nemico riesce ad introdurre il disordine nella casa di Dio. Non è che Timoteo corresse il rischio di lasciarsi trascinare, ma doveva evitare di trovarsi sul loro sentiero ed avere contatto con quelli che sollevavano delle questioni stolte e scempie di gente che difendeva le proprie opinioni, la loro propria volontà, invece d'essere sottomessi a quella di Dio. Tali discorsi non soltanto sono sterili, ma generano contese nelle quali il carattere del servitore di Dio è compromesso; ed è a ciò che tende lo sforzo del nemico per screditare la verità. Il servitore del Signore deve guardarsi da questo laccio seguendo giornalmente il modello di un vero servitore di cui ha dato l'esempio il divino Maestro.

Il servizio è qui soprattutto l'insegnamento, carattere speciale del dono di Timoteo. Senza quelle qualità morali, l'insegnamento non avrà alcun effetto: esse sono, prima di tutto, la dolcezza verso tutti, anche verso gli oppositori, di fronte ai quali Timoteo avrebbe potuto essere tentato di adoperare la sua autorità. Ma bisognava nello stesso tempo che la sua capacità d'insegnare si imponesse con l'insegnamento stesso, poiché il Nemico trionferebbe se riuscisse a chiudergli la bocca. Doveva avere pazienza. Anche un dottore secondo Dio potrebbe uscire dai limiti se si trovasse davanti ad un'opposizione che sa essere ingiustificata e contraria alla volontà di Dio. E poi doveva approfittare dell'opposizione stessa per raddrizzare con dolcezza le vedute erronee degli oppositori. Che bel quadro! E quanto è difficile realizzarlo quando si è chiamati dal Signore all'insegnamento della Parola! Ma seguendo questo cammino ogni contesa potrà essere evitata.

«Nella speranza che Dio conceda loro di ravvedersi». Noi guastiamo sovente l'opera nostra presso le anime perché, sapendo di presentare la verità, vorremmo obbligare a riceverla; non è altro che un atto della nostra propria volontà. Queste funzioni esigono molta pazienza e dipendenza. Bisogna lasciare agire Dio. Noi non sappiamo né se, né quando Egli agirà nel cuore degli avversari per produrvi il pentimento. Con il pentimento ci si risveglia, si aprono gli occhi per vedere il laccio del diavolo nel quale si era presi, e si rientra nel sentiero di Dio e nell'obbedienza alla sua volontà. In 1 Timoteo 3:7 il cristiano stesso, se è da poco convertito, è in pericolo di cadere in questo laccio; qui vi è caduto e vi si è addormentato a tal punto da opporsi alla verità e alla volontà di Dio presentata da uno dei suoi servitori.
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La 2a epistola di Paolo a Timoteo 2

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