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 1a epistola Paolo a Timoteo cap 2

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1a epistola Paolo a Timoteo cap 2
Henri Rossier
Capitolo 2
2.1 La preghiera per tutti gli uomini

Vers. 1-7: — «Esorto dunque, prima di ogni altra cosa, che si facciano suppliche, preghiere, intercessioni, ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che sono costituiti in autorità, affinché possiamo condurre una vita tranquilla e quieta in tutta pietà e dignità. Questo è buono e gradito davanti a Dio, nostro Salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e vengano alla conoscenza della verità. Infatti c’è un solo Dio e anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo, che ha dato sé stesso come prezzo di riscatto per tutti; questa è la testimonianza resa a suo tempo, e della quale io fui costituito predicatore e apostolo (io dico il vero, non mento), per istruire gli stranieri nella fede e nella verità».

Entriamo qui nel nocciolo di questa epistola che è l’edificazione e l’ordine della casa di Dio basata sulla dottrina che è secondo pietà. Non è forse stupendo che la prima esortazione indirizzata agli appartenenti alla casa di Dio sia la preghiera? Infatti il suo ordine è anche legato ai rapporti abituali dei santi con Dio per mezzo di essa. La preghiera stessa ha diversi caratteri:

«Le supplicazioni». Sono le preghiere insistenti che salgono a Dio da cuori che sentono profondamente l’importanza vitale di ciò che chiedono.
«Le preghiere». Sono una forma più abituale e riflettono i desideri, i bisogni, le preoccupazioni giornaliere del cuore.
«Le intercessioni». Sono più intime. Esse provengono da una relazione personale di prossimità e di fiducia con Dio. Ritroviamo questo stesso termine al capitolo 4 vers. 5 tradotto con «preghiera».
L’ultima forma della preghiera consiste in «ringraziamenti», perché colui che si rivolge a Dio attraverso la fede sa di avere le cose che ha richiesto.

Queste richieste s’indirizzano a Dio per tutti gli uomini. Nessuno è escluso. Si vede qui quale ruolo deve occupare l’Evangelo nella casa di Dio. Non è forse, infatti, il primo carattere dell’Evangelo quello d’indirizzarsi a tutti, per mezzo della bocca di coloro che fanno parte di questa casa e che il Signore manda per questo scopo? Il Signore ha affidato l’evangelizzazione ai doni che Egli stesso ha suscitato, ma tutta la Chiesa partecipa, con le preghiere e in molti altri modi, a tutta l’opera preziosa che il Dio Salvatore compie nel mondo per mezzo dello Spirito Santo. Quale vasto campo di attività per le nostre anime!

Qui sono usate tutte le forme d’intercessione. Se vi sono molte altre buone opere, ogni preghiera indirizzata a Dio per la salvezza delle anime è una «buona opera». Quante volte preghiamo, durante la giornata, avendo questo scopo davanti a noi? In quale misura realizziamo questa parola: «non cessate mai di pregare», quando si tratta di «pregare per tutti gli uomini»?

«Per i re e per tutti quelli che sono costituiti in autorità», dice l’apostolo. Le autorità del mondo sono raramente oggetto di preghiera nelle assemblee, e tuttavia tali autorità sono poste qui in primo piano quando è fatta menzione di tutti gli uomini. Non è forse per loro mezzo che noi possiamo, per intervento divino in grazia, avere una vita tranquilla e quieta, nella quale possiamo far conoscere al mondo ciò che sono la «pietà» verso Dio e «la dignità» (o «l’onestà») verso gli uomini? Queste qualità potranno meglio svilupparsi in un’atmosfera tranquilla; in tempi di persecuzioni, questa testimonianza serena è intralciata o perduta. La fede e la fedeltà che possono andare fino alla morte, sono allora messe alla prova con le tribolazioni. Dio, che dirige lo spirito degli uomini come vuole (e di uomini che sono spesso simili a bestie feroci), può reprimere i loro istinti più crudeli per dare la pace al suo popolo e favorire il diffondersi normale dell’Evangelo in un’atmosfera di tranquillità.

È da notare che la raccomandazione di pregare per coloro che sono costituiti in autorità è fatta ai cristiani sotto l’imperatore Nerone, il più odioso e crudele nemico dei santi, colui sotto il quale tanti testimoni di Cristo, e lo stesso Paolo, hanno subito il martirio. Neppure una parola di rimprovero contro quest’uomo dalla bocca dell’apostolo, che non lo nomina nemmeno. Egli non protesta contro la sua violenza, di cui al momento opportuno Dio si è servito per riempire di certezza il cuore dei suoi diletti (Apocalisse 2:8-10) e dare loro un incoraggiamento con la ricompensa della corona della vita, preservandoli, almeno per quel tempo, dai pericoli del declino.

Ma non è soltanto in vista di godere della pace o di rendere testimonianza al mondo dell’ordine che regna nella casa di Dio che i cristiani sono esortati a pregare per tutti gli uomini. L’apostolo aggiunge: «Questo è buono e gradito davanti a Dio, nostro Salvatore». È anche in vista di ottenere la Sua approvazione che i santi fanno queste richieste. «Dio nostro Salvatore» vuole così. Egli è colui che ha cominciato a manifestarsi a noi come tale; noi apparteniamo a Lui; Egli è tutto per noi. Noi abbiamo dunque tutta la libertà di fare tali richieste. Quando chiediamo la salvezza del più terribile dei peccatori, sappiamo che richiediamo una cosa perfettamente gradita a Dio. Egli vuole che tutti gli uomini siano salvati. Non si tratta qui dei suoi piani e del suo fermo proposito, ma delle sue vie d’amore verso tutti gli uomini che odono l’Evangelo. Egli vuole. L’abbiamo già detto: il solo ostacolo alla salvezza di tutti gli uomini non è dalla parte di Dio ma proviene, nell’uomo, da una volontà che respinge risolutamente quella di Dio e vi si oppone (Luca 13:34; Giovanni 5:40). Dio vuole non soltanto che tutti siano salvati ma che arrivino alla conoscenza della verità. Conoscere la verità è conoscere Cristo, conoscere la Parola che lo rivela, conoscere ciò che Dio è, conoscere ciò che noi siamo. Questa conoscenza ci costringe a gettarci nelle sue braccia come dei poveri esseri perduti, e a trovare in Lui la nostra sola risorsa come Dio Salvatore.

Questa verità, infatti, era già conosciuta, in una certa misura, sotto la legge che proclama un solo Dio. È a questo Dio che il peccatore deve venire; ma in che modo venire a Lui? L’uomo peccatore è incapace d’avvicinarsi a Dio! Ma qui interviene la verità cristiana, che proclama che vi è «un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo». Egli è venuto quaggiù come uomo per rendere Dio accessibile a tutti. Giobbe diceva che questo arbitro non c’era: «Non c’è fra noi un arbitro (o mediatore), che posi la mano su tutti e due!» (Giobbe 9:33). Ma Giobbe deve imparare che questo arbitre esiste: «Ma se, presso di lui, c’è un angelo,» dice Eliu, «un interprete, uno solo tra i mille, che mostri all’uomo il suo dovere, Dio ha pietà di lui e dice: "Risparmialo, che non scenda nella fossa! Ho trovato il suo riscatto (o una propiziazione)" (Giobbe 33:23-24). Il mediatore è venuto nella persona di Cristo, Cristo Gesù uomo che ha preso in mano la causa dei peccatori ed ha trovato una propiziazione, essendosi «dato come prezzo di riscatto per tutti».

Era il solo che potesse far fronte alle condizioni richieste per riconciliarci con Dio, perché:

è diventato uomo per rendere il «solo Dio» accessibile a tutti;
è diventato uomo per darsi in riscatto per tutti: è la propiziazione;
ha dato la sua vita come prezzo di riscatto per molti (Matteo 20:28): è l’espiazione.

Quanto alla propiziazione, essa è fatta per tutti. Tutti possono avvicinarsi a Dio. Cristo ha pagato un riscatto, una somma intera, totale, uguale in numero e in valore al debito che si doveva pagare. Tutti possono venire e valersene. Dio ha accettato il riscatto, e al peccatore non rimane altro che venire e credere. Quanto all’espiazione, essa è la parte soltanto dei molti che hanno creduto. In questo caso, il riscatto è considerato come pagato per ogni credente individualmente, e questo lo assimila all’espiazione e alla sostituzione.

Questa verità (v. 4) Dio l’aveva confidata all’apostolo (v. 7), che Egli aveva stabilito per farla annunciare. Essa è in seguito appoggiata e sostenuta dalla condotta della Chiesa in questo mondo (3:15). Era arrivato il momento di rendere questa testimonianza in mezzo alle nazioni, e Paolo era stato stabilito come predicatore, apostolo e dottore per proclamare che queste cose potevano essere acquistate con la fede, e che la verità (tutti i pensieri di Dio) era adesso stata rivelata in Cristo.
2.2 La donna cristiana

Vers. 8-15: — «Io voglio dunque che gli uomini preghino in ogni luogo, alzando mani pure, senza ira e senza dispute. Allo stesso modo, le donne si vestano in modo decoroso, con pudore e modestia: non di trecce e d’oro o di perle o di vesti lussuose, ma di opere buone, come si addice a donne che fanno professione di pietà. La donna impari in silenzio con ogni sottomissione. Poiché non permetto alla donna d’insegnare, né di usare autorità sul marito, ma stia in silenzio. Infatti Adamo fu formato per primo, e poi Eva; e Adamo non fu sedotto; ma la donna, essendo stata sedotta, cadde in trasgressione; tuttavia sarà salvata partorendo [figli], se persevererà (o meglio: se perseverano) nella fede, nell’amore e nella santificazione con modestia».

Dicendo: «Io voglio dunque», l’apostolo riprende ciò che ha detto, in modo generale, al primo versetto. Non domanda più che si facciano supplicazioni ma specifica chi deve farle, cioè gli uomini, non le donne. Queste ultime non possono manifestarsi pubblicamente. La loro attitudine è tutt’altra. La preghiera non è l’esercizio di un dono ma un’attitudine; è l’espressione di uno stato d’animo di fronte a Dio, la quale può essere esercitata in presenza di tutti, ma soltanto dagli uomini. Queste parole «in ogni luogo» fanno pensare che qui si tratti di preghiera in pubblico, e (dato che il soggetto di questa epistola è l’ordine divino della casa di Dio quando era ancora, come ai tempi dell’apostolo, nella sua pienezza originale) che si tratti di preghiere in qualsiasi luogo in cui la «casa di Dio» si riunisce. È ovvio che qui non è parlato della casa, focolare e rifugio della famiglia, dove le preghiere tanto dell’uomo che della donna hanno piena libertà d’esercitarsi, pur mantenendo la donna, in questo come in ogni altra cosa, la posizione di sottomissione che Dio le ha assegnata nei riguardi di suo marito.

L’apostolo aggiunge: «Alzando mani pure, senza ira e senza dispute». Queste parole indicano che vi sono certi stati d’animo che sono incompatibili con la preghiera nella casa di Dio che è la Chiesa del Dio vivente. La santità di Dio non potrebbe ammettere tali preghiere, perché tutto ciò che è in contraddizione con la purezza, la pace e la fede nel cuore, rende inadatti alla preghiera, e non può trovare accesso davanti a Lui.

L’apostolo continua poi col ruolo delle donne nella casa di Dio. Il pudore e la modestia debbono essere mostrati anche con abiti decenti e non con ornamenti lussuosi ricercati dalle donne del mondo. La tenuta della donna cristiana la fa riconoscere subito, e questa testimonianza può essere più importante delle parole. A questa attitudine, per così dire passiva, si aggiunge la testimonianza attiva delle «buone opere». Esse possono essere fatte verso Cristo, verso i santi, o verso tutti gli uomini, e sono esclusivamente prodotte dall’«uomo nuovo», cioè dai membri della famiglia di Dio. Qualsiasi opera compiuta dall’uomo non convertito non può essere che una «cattiva opera» o, se è buona, un’«opera morta».

L’abbigliamento modesto e le buone opere si addicono dunque «a donne che fanno professione di pietà». È qui che si può afferrare uno dei lati del grande soggetto di quest’epistola: la professione cristiana, che non è affatto separata dalla realtà della vita divina nell’anima. La realtà di questa professione deve mostrarsi nella donna con il suo abbigliamento e con la sua attività. Troviamo in 1 Pietro 3:1-6 delle esortazioni simili.

Al versetto 11 abbiamo altre raccomandazioni indirizzate alla donna cristiana a cui è richiesto di fare dei progressi nella conoscenza della Parola: «La donna impari in silenzio con ogni sottomissione». Molte donne cristiane vengono meno a quest’ordine, anteponendo molta attività esteriore all’attitudine silenziosa di una Maria, seduta ai piedi di Gesù per ascoltarlo e imparare con ogni sottomissione. Ah! quanto poche sono le cose che realizziamo mentre il male, che terminerà con l’apostasia finale, guadagna terreno e si estende come una lebbra nella casa di Dio! Donne cristiane «parlano» ovunque, sono orgogliose d’insegnare, anziché esserne umiliate per la colpevole usurpazione e per la disobbedienza positiva al comandamento del Signore. Per la donna sottomessa alla Parola di Dio questa è una grave violazione all’ordine prescritto per la casa di Dio. Parliamo qui, evidentemente, della donna cristiana, o perlomeno della donna professante il cristianesimo e, di conseguenza, responsabile di sottomettersi alla Parola; la donna del mondo non si può pretendere che si attenga a una regola divina che essa ignora e non può seguire.

La donna «deve stare in silenzio»; è il suo dovere. L’apostolo ne dà due ragioni perentorie. La prima è la preminenza di Adamo su Eva: è stato «formato per primo». La donna è venuta in seguito, tratta da lui e formata come un aiuto convenevole perché, disse l’Eterno Dio, «non è bene che l’uomo sia solo». Così la donna è diventata ossa delle ossa e carne della carne d’Adamo. La seconda ragione è che non è stato Adamo ad essere ingannato, ma Eva, la quale è caduta in trasgressione. Anziché essere un aiuto per l’uomo, essa è stata lo strumento di Satana per sedurlo e condurlo alla disubbidienza.

«Tuttavia» — aggiunge l’apostolo — la donna (non le donne credenti) «sarà salvata partorendo». Vi è salvezza per lei, per quanto ella porti, nel travaglio e nei dolori del parto (*), una conseguenza perpetua del suo errore. Ma i dolori del parto non sono una sentenza pronunciata sulla vita della donna. Mettendo al mondo una creatura, questa vita, invece di essere condannata, è piuttosto preservata (**). Ma vi sono delle promesse per le donne cristiane (da ciò questa parola: «se perseverano» al plurale): una vita di perseveranza nella fede, che si avvale delle promesse di Dio; nell’amore, che è il carattere stesso di Dio, mostrato nella nostra vita pratica; nella santità che è la separazione per Dio da qualsiasi mescolanza col carattere del mondo; una vita che presenta i caratteri preziosi della modestia dipinta in questo passo; ecco una garanzia data da Dio stesso che la donna cristiana sarà preservata in mezzo ai pericoli del parto. Se le donne cristiane non perseverano in queste cose, può esservi contro di loro una disciplina che le priva dei vantaggi che Dio accorda loro in vista dei pericoli del parto.


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