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 1a epistola Paolo a Timoteo cap 3

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1a epistola Paolo a Timoteo cap 3
Henri Rossier

Capitolo 3
3.1 I vescovi e i diaconi

Vers. 1-7: — «Certa è quest’affermazione: se uno aspira all’incarico di vescovo, desidera un’attività lodevole. Bisogna dunque che il vescovo sia irreprensibile, marito di una sola moglie, sobrio, prudente, dignitoso, ospitale, capace di insegnare, non dedito al vino né violento, ma sia mite, non litigioso, non attaccato al denaro, che governi bene la propria famiglia e tenga i figli sottomessi e pienamente rispettosi (perché se uno non sa governare la propria famiglia, come potrà aver cura della chiesa di Dio?), che non sia convertito di recente, affinché non diventi presuntuoso e cada nella condanna inflitta al diavolo. Bisogna inoltre che abbia una buona testimonianza da quelli di fuori, perché non cada in discredito e nel laccio del diavolo».

Mentre il capitolo 2 trattava in modo generale della condotta degli uomini e delle donne nella casa di Dio, il capitolo 3 entra nei particolari dell’organizzazione propriamente detta di questa casa. Non dobbiamo dimenticare che Timoteo non aveva, come Tito, la missione speciale di stabilire degli anziani, ma quella di vegliare sull’ordine e sulla dottrina che riguardava la condotta di coloro che componevano la casa. Innanzitutto, l’apostolo non insegna tanto, a Timoteo, come deve comportarsi lui, ma come bisogna (1 Timoteo 3:15) che si conducano i diversi elementi che costituiscono la casa; Timoteo stesso, facendone parte, aveva anche lui, come vedremo, dal momento che possedeva un dono, certi doveri e certe responsabilità in quella cerchia.

È incontestabile che colui che aspira alla sorveglianza della casa di Dio «desidera un’attività lodevole» (v. 1). Il sorvegliante o vescovo (episcopo) è esattamente la persona dell’anziano (presbitero). In Atti 20:28, nella stessa assemblea d’Efeso in cui l’apostolo, secondo la nostra epistola, lasciava Timoteo, convoca gli «anziani» e li chiama «vescovi». Qui, «colui che aspira all’incarico di vescovo (sorvegliante), desidera un’attività lodevole», un’opera che ha l’approvazione di Dio, un’opera fatta per Dio e per Cristo e compiuta nell’interesse dei santi (*). Però essa ha questo carattere soltanto quando risponde alle qualità descritte. Potremmo aspirare a tale posizione per ambizione o per orgoglio, come troviamo in questo passo; ma in tal caso, dato che una tale aspirazione ha per scopo la soddisfazione della carne, l’opera non è buona, ma cattiva.

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(*) Può essere utile notare che il greco ha due termini per designare le buone opere, mentre le nostre versioni ne hanno uno solo. Il primo, «ergon agathon», designa tutte le cose buone che dipendono dallo stato morale del cuore purificato dal Signore: amore per i fratelli, simpatia, tatto, ecc... Il secondo, «ergon kalon», è un atto degno di lode e visibile agli occhi degl’uomini: elemosine, visite, cure ai malati, ecc... Citiamo per i lettori ai quali il soggetto interessa tutti i passi dove si trovano questi due termini:

   «Ergon agathon»: Atti 9:36; 2 Corinzi 9:8; Efesini 2:10; Colossesi 1:10; 2 Tessalonicesi 2:17; 1 Timoteo 2:10 e 5:10; 2 Timoteo 2:21; 3:17; Tito 1:16 e 3:1; Ebrei 13:21; 1 Tessalonicesi 5:15.
   «Ergon kalon»: Matteo 5:16; 26:10; Marco 14:6; Giovanni 10:32; 1 Timoteo 3:1, 5:10 e 25; 6:18; Tito 2:7 e 14; 3:8; 3:14; Ebrei 10:24; 1 Pietro 2:12.


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L’epistola a Timoteo menziona quattordici requisiti dell’anziano. Questa cifra, cifra di doppia pienezza, sembra insistere sulle qualità morali richieste all’anziano quando la casa di Dio è in ordine. L’apostolo ritornerà più tardi (5:17) su altre qualità del sorvegliante, che sono pure menzionate in Tito 1:6-9.

La parola «irreprensibile» è, come in Tito, la prima della lista, perché riassume tutte le altre qualità. Troviamo poi «marito di una sola moglie», che Tito non menziona. Questa frase fa allusione a un’usanza, comune in mezzo ai pagani (tollerata dalla legge di Mosè, ma non sanzionata dalla volontà divina), che non impediva l’introduzione del nuovo convertito nell’assemblea cristiana, ma lo squalificava in modo assoluto dall’amministrazione della stessa. È riportato abbastanza spesso nelle Scritture lo scompiglio introdotto nella condotta della famiglia dalla presenza di due mogli, per capire il divieto dell’apostolo. L’epistola a Timoteo mette un accento particolare sul fatto che il sorvegliante deve «governare bene la propria famiglia», «tenere i figli sottomessi e pienamente rispettosi» e aggiunge: «se uno non sa governare la propria famiglia, come potrà aver cura della chiesa di Dio?». Se in questo ambito piccolo e ristretto non so mostrare le mie attitudini d’amministratore, come potrò mostrarle nell’assemblea? Questo passo manifesta pure l’immensa importanza che ha per Dio la sua casa quaggiù. Essa è la testimonianza di tutte le virtù cristiane dinanzi ad un mondo che le ignora. Ed è così che mette in luce l’ordine, la disciplina, la dipendenza, la sottomissione, l’ubbidienza, l’umiltà, ma soprattutto la verità divina.

Bisogna dunque che il sorvegliante, o anziano, tenga innanzi tutto la propria famiglia nella disciplina del Signore. Si trova spesso una negligenza di tali principi elementari della Parola laddove, contrariamente alla Parola, gli anziani sono stabiliti dalla congregazione. Capita, fra l’altro, che vengano scelti come anziani delle persone non sposate o senza figli le quali, di conseguenza, non hanno mai avuto l’occasione di dimostrare se erano accreditate o no da Dio per questa carica!

L’apostolo aggiunge due caratteri indispensabili al sorvegliante.

   Il sorvegliante non deve essere novizio (o convertito da poco tempo), perché non ha avuto sufficienti occasioni d’esercitare davanti a Dio il giudizio su se stesso e non ha abbastanza esperienza di quel che può fare la carne nel cristiano, per non inorgoglirsi dell’eminente posizione che occupa nella casa di Dio. Ora, l’orgoglio è il peccato del diavolo, che aspirò ad essere uguale a Dio e trascinò l’uomo nello stesso cammino.
   Il sorvegliante deve avere «una buona testimonianza da quelli di fuori». Non basta che sia circondato dalla stima e dall’affetto dei suoi fratelli. Bisogna che il mondo, abituato a sparlare dei cristiani come di gente che fa il male, sia confuso in presenza della loro buona coscienza e della loro buona condotta e si trovi costretto, malgrado il suo odio, a rendere loro buona testimonianza.

Oltre alle qualità enumerate in primo luogo, abbiamo dunque visto che l’anziano non può essere un nuovo convertito e deve avere una buona testimonianza da parte del mondo, altrimenti cadrebbe nel laccio del diavolo che cerca di gettare l’obbrobrio sul nome di Cristo, screditandolo a causa della condotta dei suoi (2 Timoteo 2:26) quando questa non è accompagnata da una buona coscienza.

***

Vers. 8-13: — «Allo stesso modo i diaconi devono essere dignitosi, non doppi nel parlare, non propensi a troppo vino, non avidi di illeciti guadagni; uomini che custodiscano il mistero della fede in una coscienza pura. Anche questi siano prima provati; poi svolgano il loro servizio se sono irreprensibili. Allo stesso modo siano le donne dignitose, non maldicenti, sobrie, fedeli in ogni cosa. I diaconi siano mariti di una sola moglie, e governino bene i loro figli e le loro famiglie. Perché quelli che hanno svolto bene il compito di diaconi, si acquistano un grado onorabile e una grande franchezza nella fede che è in Cristo Gesù».

È degno di nota il fatto che nell’epistola a Tito, delegato dall’apostolo a stabilire gli anziani, non è fatta alcuna menzione dei servitori dell’assemblea, o diaconi. La ragione di ciò è semplice. In Atti 6, vediamo i servitori scelti non da un delegato degli apostoli, ma dai fratelli, ed in seguito stabiliti dai dodici. Dunque, essi non rientravano nella missione affidata a Tito. Nella prima epistola a Timoteo si tratta non tanto dell’elezione degli anziani quanto dei requisiti di coloro che hanno incarichi nella casa di Dio, dove servitori uomini o donne (diaconesse) devono trovare largamente posto.

Queste qualità hanno rapporto soprattutto con la loro personalità morale. I servitori devono essere dignitosi. Il servitore deve essere conosciuto come rappresentante, nel suo servizio, della dignità del suo Capo, e compenetrato egli stesso della propria responsabilità a questo riguardo. Non deve essere doppio in parole, perché fa parte di un insieme destinato a testimoniare la verità e a sostenerla. Non deve essere dedito a troppo vino, che gli farebbe perdere l’attenzione continua che deve dedicare nel suo servizio. Non deve essere avido di illeciti guadagni, perché è illecito convertire il servizio del Signore in un mezzo di guadagno. Deve infine ritenere «il mistero della fede in una coscienza pura».

Un mistero è sempre una cosa prima nascosta, poi rivelata. Il mistero della fede è l’insieme delle verità che costituiscono il Cristianesimo, e che sono state pienamente messe in luce dalla morte e dalla risurrezione di Cristo. Tutte le verità relative alla posizione celeste del cristiano, rivelate per la prima volta a Maria di Magdala; tutte le verità dipendenti da un Cristo glorioso e seduto alla destra di Dio, quelle, cioè, affidate a Paolo concernenti la Chiesa, la sua unione in un solo corpo con Cristo, «capo» glorioso nel cielo, la sua dignità di Sposa di Cristo e la speranza della venuta del Signore; tutte queste, ed altre ancora, costituiscono il «mistero della fede».

Spesso i cristiani che occupano degli umili posti, diciamo, di servizio, nella casa di Dio, sono lontani da ciò che è richiesto qui dai servitori. Così non era di Stefano, né di Filippo, che erano fra i «sette» scelti per il servizio dei fratelli di Gerusalemme (Atti 6:3-6). Tutti e due avevano acquistato nel loro servizio «un grado onorabile e una grande franchezza nella fede che è in Cristo Gesù»; il primo, rendendo testimonianza di tutto l’insegnamento dato allo Spirito Santo inviato dal cielo, il secondo, annunziando con potenza nel mondo l’evangelo della salvezza. Così, la predicazione dell’insieme della rivelazione divina fu affidata a due servitori che avevano acquistato un buon grado nelle umili funzioni che erano state loro affidate.

Non è, in fondo, soltanto la conoscenza delle verità celesti e del mistero della Chiesa che è loro richiesta, ma il ritenerla «in pura coscienza». Bisogna che una vita irreprensibile davanti a Dio corrisponda a questa conoscenza, e che essa non sia una pura questione intellettuale. Ci vuole uno stato morale che raccomandi la verità che si presenta.

I servitori, come i sorveglianti, devono essere «prima provati». Non si tratta qui, penso, di un certo periodo d’iniziazione dopo il quale i diaconi o gli anziani potevano essere revocati, ma di una minuziosa e pratica inchiesta al momento in cui entravano nel loro servizio, affinché tutte le loro qualità corrispondessero al quadro che la Parola ci fa di chi ha degli incarichi nella casa di Dio. Dopo questa «inchiesta», i servitori potevano entrare nel loro servizio.

L’apostolo passa poi ai caratteri richiesti alle donne. Non dice le «loro mogli» (*), perché non tutte le mogli dei diaconi potevano essere delle «diaconesse», e forse include in questo termine anche le mogli degli anziani. In paragone all’uomo, a loro è domandato poco, e si tratta soprattutto di cose nelle quali una moglie è più che altri in pericolo di cadere. La loro «serietà» deve accordarsi con quella dei loro mariti. Quanto sovente il disaccordo fra marito e moglie, riguardo alla serietà da manifestare nella vita quotidiana, ha danneggiato la testimonianza che era stata loro richiesta!


La maldicenza è diventata nelle donne la conseguenza della loro tendenza a vane chiacchiere, ma può dipendere anche dal fatto che, essendo forse presenti alle confidenze che i loro mariti ricevono, esse non sanno imporsi la riservatezza necessaria nel servizio che condividono con i loro mariti. La sobrietà può anche riguardare alimenti verso i quali le donne potrebbero avere una certa golosità, ma soprattutto è il ritegno che impedisce loro di lasciarsi andare alle proprie suggestioni. Infine, esse devono essere «fedeli in ogni cosa»; debbono mostrare nel loro servizio una rigida fedeltà, non approfittando di nulla per se stesse e non favoreggiando l’uno a detrimento dell’altro.

Dopo aver parlato delle donne, l’apostolo ritorna ai servitori nei loro rapporti con la famiglia. Il loro dovere nell’interno della casa è lo stesso di quello degli anziani. Bisogna che l’ordine della casa di Dio sia rappresentato nel dominio ristretto delle dimore private. Per quanto secondario sia, in apparenza, l’ufficio del diacono, esso ha una grande importanza nella testimonianza. Vediamo in Atti 6 l’importanza che gli apostoli attribuivano a questo servizio. Bisogna che questi uomini abbiano «buona testimonianza» e che siano «pieni di Spirito Santo e di sapienza». Saranno così dei servitori come lo furono Stefano e Filippo. Se servono bene «si acquistano un grado onorabile (in altre parole, salgono di grado) e una grande franchezza nella fede che è in Cristo Gesù».
3.2 La chiesa del Dio vivente e il mistero della pietà

Vers. 14-16: — «Ti scrivo queste cose sperando di venir presto da te, affinché tu sappia, nel caso che dovessi tardare, come bisogna comportarsi nella casa di Dio, che è la chiesa del Dio vivente, colonna e sostegno della verità. Senza dubbio, grande è il mistero della pietà: Colui che è stato manifestato in carne (*), è stato giustificato nello Spirito, è apparso agli angeli, è stato predicato fra le nazioni, è stato creduto nel mondo, è stato elevato in gloria».

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(*) I migliori manoscritti dicono: Dio è stato manifestato in carne (vedere la traduzione Nuova Diodati).
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Dopo aver mostrato quali debbono essere i caratteri morali e la condotta dei sorveglianti, dei servitori e delle diaconesse nella casa di Dio, i cui principi sono diametralmente opposti a quelli del mondo, il pensiero dell’apostolo ritorna al suo caro figlio Timoteo. Sebbene Timoteo fosse chiamato a sorvegliare sull’ordine della casa di Dio, fino al ritorno dell’apostolo, in mezzo a coloro che sono chiamati ad osservare questo ordine, anche lui doveva sapere come condursi in questa casa. Il capitolo seguente ci presenterà particolarmente la condotta individuale di Timoteo.

Vi fu un momento, descritto nei primi capitoli degli Atti, in cui, in seguito all’effusione dello Spirito Santo alla Pentecoste, non vi era differenza fra «i materiali» con cui Dio edificava la sua casa e quelli coi quali l’uomo la costruiva, avendo Dio affidati questi materiali alla responsabilità dell’uomo. Questo momento durò poco. All’inizio, la fede vivente e la professione erano inseparabili. Tutti i membri della famiglia cristiana avevano parte al privilegio della casa di Dio nella Chiesa del Dio vivente. Ma non appena fu affidata alla responsabilità di coloro che ne facevano parte, un poco alla volta si manifestò il declino, ed essa cominciò a guastarsi in mille maniere. Gli esempi di Anania e Saffira, che mentirono allo Spirito Santo, e in seguito i mormorii, le divisioni, le sette, l’impurità, il legalismo, le cattive dottrine, furono gli elementi di questo declino. Più tardi vennero «i lupi rapaci», «le dottrine perverse» e gradualmente, già in embrione al tempo degli apostoli, lo stato citato nella seconda epistola a Timoteo, in quella di Giuda e nella seconda epistola di Pietro, stato che abbiamo oggi sotto gli occhi ancor più clamoroso, e che porterà all’apostasia finale, rappresentata dalla «grande prostituta» dell’Apocalisse.

Nella prima epistola a Timoteo e in quella a Tito, la forza per combattere il male, come pure la fedeltà cristiana, si trovano ancora nella maggior parte dei cristiani, e coloro che si oppongono alla sana dottrina nell’assemblea non sono che un esiguo numero (1 Timoteo 1:3; 4:1). L’apostolo può insegnare al suo fedele discepolo «come bisogna comportarsi nella casa di Dio», e questa espressione caratterizza tutto il contenuto della prima epistola a Timoteo.

Non bisogna pensare che, dal momento che il male ha invaso tutto e che la casa di Dio è diventata «una grande casa» (2 Timoteo 2:20), il cristiano non possa realizzare ciò che la casa di Dio, che è la Chiesa del Dio vivente, deve essere, malgrado l’abbandono generale della verità che la caratterizza oggi. Il consiglio di Dio è immutabile; ciò che ha decretato, lo stabilirà per sempre. Chi potrà distruggere l’unità della Chiesa, il corpo di Cristo? Chi potrà impedire alla Chiesa d’essere la Sposa di Cristo? Se l’unità della Chiesa non è visibile in questo mondo, essa può essere manifestata dai due o tre riuniti alla tavola del Signore. Se la Chiesa, che è la Sposa di Cristo, gli è diventata infedele, questi stessi due o tre possono realizzare per la fede questa parola: «Lo Spirito e la sposa dicono: Vieni». Se la Chiesa, abitazione di Dio per lo Spirito, è in rovina, alcuni possono realizzare il suo buon ordine, come Dio l’ha stabilito, e continuare a rendere testimonianza alla verità di cui essa è la colonna e la base.

In questa maniera, le esortazioni contenute qui sono realizzabili come nei più bei giorni della Chiesa. Applichiamole dunque a noi, seriamente. Rispondiamo al voto dell’apostolo che desidera che sappiamo come condurci in questa casa. Grazie a Dio, essa esiste, lo Spirito di Dio vi abita, la verità vi si trova, la Parola di Dio vi è predicata, e coloro che mantengono queste verità sono felici e provano cosa significa avere la potenza di Dio come soccorso alla loro estrema debolezza. Distogliamo i nostri sguardi da ciò che l’uomo ne ha fatto e contempliamola con gli occhi di Dio, vediamo come Egli la stabilirà quando tutti i suoi consigli riguardo ad essa saranno realizzati.

Impariamo per mezzo della Parola di Dio come dobbiamo comportarci in essa. Seguiamo scrupolosamente, coscienziosamente, ciascuna delle sue istruzioni; anche se fossimo due o tre per metterle in pratica, resteremo ancora, simili a Filadelfia (Apocalisse 3:10), la testimonianza dinanzi al mondo di ciò che è questa casa.

   Essa è la «casa di Dio». La casa di Dio rappresenta la Chiesa costruita e stabilita quaggiù; non si tratta qui, come abbiamo accennato all’inizio, del corpo di Cristo e della sua posizione celeste unita al suo Capo glorioso nel cielo. La casa di Dio è stabilita affinché il mondo che la circonda comprenda ciò che Dio è, vedendo che il suo funzionamento è secondo i pensieri di Dio.
   Essa è «la Chiesa del Dio vivente». È di questa Chiesa formata da pietre viventi che il Figlio di Dio è «la pietra angolare». È là che la potenza della vita divina agisce per mezzo dello Spirito Santo. È là che Egli abita. Cristo, che costruisce questa Chiesa, l’ha fatta in virtù della sua risurrezione dai morti, come Figlio del Dio vivente.
   Essa è la «colonna e sostegno della verità». Questa casa ha una testimonianza pubblica da rendere dinanzi al mondo. Questa testimonianza è la verità tutta intera. Queste due cose dunque, la presenza del Dio vivente, nella persona di Cristo, per mezzo dello Spirito Santo, e la verità, sono ciò che la caratterizzano. Notiamo ancora una volta che si tratta qui della Chiesa così come Dio l’ha stabilita quaggiù per rendere testimonianza di fronte al mondo e non della chiesa corrotta e travestita quale l’uomo l’ha fatta. Dio ha dato questa missione alla sua Chiesa, e questa missione sussiste. Egli vuole, per mezzo di essa, far conoscere i suoi pensieri nel mondo. Questa casa dunque, e nessun altro posto, è il luogo in cui la verità è proclamata e la sua «professione» mantenuta. Tutto ciò che il Nemico ha fatto per minare la verità non serve ad altro che a metterla in luce.

La verità è il pensiero di Dio su ogni cosa, su ciò che è Egli stesso, su ciò che è l’uomo, su ciò che sono il cielo, la terra, l’inferno, Satana e il mondo. Questa verità ci è pienamente rivelata nella persona di Cristo, per mezzo della sua Parola e del suo Spirito. Ed è per questo che Cristo, la Parola e lo Spirito sono chiamati «verità»; ma la verità si riassume in questa Persona, proclamata e rivelata (vedere Giovanni 14:6; 17:17; 1 Giovanni 5:7). Il mondo deve vedere nella Chiesa, e per mezzo della Chiesa, tutto ciò che essa conosce di Cristo, tutto ciò che fa di lei la sua testimone.

La Chiesa è la colonna sulla quale il nome di Cristo, la verità, è scritto, per farlo conoscere al mondo intero. Che vasta missione! In questo consiste la testimonianza della Chiesa. Anche nel caso in cui la Parola fosse interamente sconosciuta, la Chiesa dovrebbe, per mezzo di tutta la sua condotta, fare risplendere Cristo agli occhi di tutti. La Chiesa è il sostegno della verità, il piedistallo sul quale la verità è appoggiata, la base sulla quale Dio l’ha posta.

Come è per la Chiesa del Dio vivente, così è anche per l’individuo. Se Cristo abita per la fede nei nostri cuori, noi diventiamo individualmente i suoi testimoni nel mondo, una lettera di Cristo, conosciuta e letta da tutti gli uomini. Come diceva un fratello, colui che si avvicina a questa casa deve vedere Cristo alla finestra! L’apostolo, parlando di se stesso, dice: «Rendendo pubblica la verità, raccomandiamo noi stessi alla coscienza di ogni uomo davanti a Dio» (2 Corinzi 4:2).

Dopo aver parlato della verità, concentrata nella persona di Cristo, nella sua Parola e nel suo Spirito, proclamata dalla Chiesa, l’apostolo parla d’un soggetto che si lega intimamente al precedente, cioè quello della pietà, delle relazioni dell’anima con Dio, e mostra qui ciò che produce tali relazioni e le mantiene. Perché non è tutto appartenere a questa casa di Dio, colonna e sostegno della verità; bisogna anche che in coloro che compongono questa casa vi sia la pietà, cioè il rapporto personale della loro anima con Dio. Come questi rapporti possono prodursi e mantenersi? È qui il mistero (*) o il «segreto» della pietà. Notate che, nel Nuovo Testamento, un mistero non è mai una cosa nascosta, ma al contrario un segreto pienamente rivelato.

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(*) Coloro che desiderassero studiare questo soggetto «il mistero», ne troveranno tutti gli elementi nei passi seguenti Matteo 13:11; Romani 11:25; 16:25; 1 Corinzi 2:7; 4:1; 13:2; 15:51; Efesini 1:9; 3:3; 4:9; 5:32; 6:19; Colossesi 1:26-27; 2:2; 4:3; 2 Tessalonicesi 2:7; 1 Timoteo 3:9 e 16; Apocalisse 1:20; 10:7; 17:5 e 7.
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La pietà è un insieme di due sentimenti che crescono nell’anima, man mano che le sue relazioni con Dio diventano abituali e più intime (perciò il cristiano è tenuto ad «esercitarvisi» - vedere 4:7). Il primo di questi due sentimenti è il timore di Dio (*). L’anima, non appena è ammessa nella piena luce della Sua presenza, impara a odiare il male perché Dio lo odia e ad amare il bene perché Dio lo ama. Questo timore, lungi dal farci fuggire la presenza di Dio, ci avvicina a Lui e ci riempie di fiducia (il secondo sentimento), perché sappiamo che soltanto Lui è capace di condurci e mantenerci fino alla fine, lungo questa via. Tutte le benedizioni della nostra marcia cristiana dipendono dalla pietà; di qui l’importanza di conoscere il segreto e il modo col quale essa può essere prodotta e accresciuta nei suoi.

_____________________
(*) Notare in Ebrei 5:7 l’identificazione della pietà col timore di Dio (la parola greca usata in questo versetto ha il doppio significato di pietà e di timore: parag. le versioni Nuova Riveduta e Nuova Diodati).
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Questo segreto consiste nell’essere occupati di un solo oggetto, di Dio «venuto in carne», cioè Cristo uomo.

La dottrina che è secondo pietà (6:3) contiene molte cose e dobbiamo riprometterci di non trascurarne nessuna; ma la pietà stessa non ha che un oggetto: l’uomo Cristo Gesù, conosciuto personalmente; essa proviene da questa conoscenza.

Abbiamo già visto ciò che è «il mistero della fede» (3:9). Nonostante la sua immensa importanza e la sua ricchezza, quello non è chiamato grande, come il mistero della pietà. Il primo è composto di tutte le verità che sono la conseguenza della redenzione, ma il mistero della pietà non è un insieme di dottrine: è la rivelazione d’una Persona, la rivelazione di Dio, in altri tempi Dio invisibile, reso visibile nella persona di un uomo.

Questa parola «la pietà» si trova, in un modo quasi esclusivo, nella seconda epistola di Pietro e nelle epistole pastorali, ma, soprattutto, nell’epistola che stiamo studiando. La pietà non può formarsi che su quanto è stato rivelato della persona di Cristo.

Dio, luce e amore, è stato «manifestato in carne», cioè in un uomo.

Dio, manifestato in questo modo, è stato «giustificato nello Spirito». Innanzi tutto, l’assenza in Lui di ogni peccato è stata dimostrata durante la sua vita dalla potenza dello Spirito Santo; in seguito, Egli è stato giustificato, secondo questo stesso Spirito, nella risurrezione dai morti. Per conoscere Dio, imparare la sua giustizia, vederlo, sentirlo, credere in Lui, ho bisogno di Cristo uomo. È su quest’uomo che sono basate tutte le relazioni fra Dio e gli uomini.

«È apparso agli angeli». Dio è stato visto dagli angeli quando si è manifestato in carne. Dal momento che Egli è venuto quaggiù come piccolo fanciullo, nella mangiatoia, essi lo vedono. Steso nel sepolcro, gli angeli lo contemplano. Sono i primi alla sua nascita, i primi alla sua resurrezione.

«È stato predicato fra le nazioni». Dio venuto in carne è il soggetto della testimonianza dei credenti non solo fra i Giudei ma nel mondo intero.

Ed «è stato creduto nel mondo», è diventato un oggetto di fede, non più di vista, in questo mondo.

«È stato elevato in gloria». Venuto come uomo quaggiù, è salito come uomo nella gloria. Ed ora è là che la pietà lo vede, lo conosce, si intrattiene con Lui, cerca di essergli gradita, si rivolge a Lui. Tutti i sentimenti della pietà stanno attorno a Lui che è il centro.

Quindi il segreto della pietà e delle relazioni dell’anima con Dio, basate sul timore di Dio e sulla fiducia in Lui, le troviamo nella conoscenza della persona di Cristo. Nella seconda epistola ai Tessalonicesi 2:7, si trova, terribile contrasto, «il mistero dell’empietà» che è la negazione di Gesù Cristo venuto in carne, al quale Satana sostituirà l’Anticristo (1 Giovanni 4:12).

Nei tre primi capitoli della nostra epistola abbiamo trovato: nel capitolo 1 v. 15, l’opera di Cristo per i credenti; nel capitolo 2 v. 4, la sua opera per tutti gli uomini; nel capitolo 3 v. 15, la sua Persona come verità; nel capitolo 3 v. 16, la sua Persona come base unica di tutta la pietà.
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