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 1a epistola Paolo a Timoteo cap 4

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1a epistola Paolo a Timoteo cap 4
Henri Rossier
Capitolo 4
4.1 I falsi dottori e le apostasie a venire

Vers. 1-5: — «Ma lo Spirito dice esplicitamente che nei tempi futuri alcuni apostateranno dalla fede, dando retta a spiriti seduttori e a dottrine di demòni, sviati dall’ipocrisia di uomini bugiardi, segnati da un marchio nella propria coscienza (o meglio: cauterizzati, resi insensibili nella propria coscienza). Essi vieteranno il matrimonio e ordineranno di astenersi da cibi che Dio ha creati perché quelli che credono e hanno ben conosciuto la verità ne usino con rendimento di grazie. Infatti tutto quel che Dio ha creato è buono; e nulla è da respingere, se usato con rendimento di grazie; perché è santificato dalla parola di Dio e dalla preghiera».

Questi versetti sono la controparte dei versetti 15 e 16 del capitolo precedente. Ci fanno intravedere ciò che accadrà negli ultimi tempi in questa casa stabilita come colonna e sostegno della verità. Questo passo non descrive l’ultima fase dell’apostasia, che ci è rivelata nel mistero dell’iniquità di 2 Tessalonicesi 2:7-12; la rovina della Chiesa responsabile, già iniziata, come abbiamo visto, al tempo degli apostoli, andrà accentuandosi sempre più, e questo passo non ci dà l’ultimo periodo, ma ci descrive ciò che vediamo delinearsi sempre più chiaramente in mezzo alla cristianità professante.

È per questo che l’apostolo parla qui, in modo generale, degli «ultimi tempi» e di «alcuni» che «apostateranno dalla fede». Quest’abbandono completo delle verità non è dunque ancora diventato generale, ma era «esplicitamente» annunziato già al tempo degli apostoli. Non è necessario cercare questa profezia «dello Spirito» in un passo speciale della Parola; la troviamo qui espressa per bocca degli apostoli.

Benché si tratti solo di alcuni, la loro condizione è spaventosa. «Apostateranno dalla fede». Con questo termine la Parola descrive l’abbandono pubblico d’un insieme di dottrine affidate alla fede e ricevute da essa. Ciò implica, contrariamente a quanto altri hanno detto, qualcosa di molto più grave che la proibizione di sposarsi e la prescrizione di astenersi dal mangiare carne. È, in primo luogo, l’attaccamento a «spiriti seduttori» e a «dottrine di demoni». Gli spiriti dei demoni si sostituiscono allo Spirito di Dio, pur professando di dipenderne, e si impongono alle anime per far loro abbandonare Cristo. Coloro che insegnano a queste sventurate vittime proferiscono, con ipocrisia, delle menzogne. Hanno «un’apparenza» di pietà, per mantenere e assoggettare le anime a Satana. Su questa strada di menzogna la loro coscienza non li arresta né li intralcia, perché essa è «cauterizzata», priva di qualsiasi sentimento del bene e del male, di ciò che è giusto e di ciò che non lo è. Troviamo qui una progressione nel male. Al capitolo 1 v. 19, questi falsi dottori avevano semplicemente «rinunziato a una buona coscienza»; qui l’hanno distrutta e ridotta definitivamente al silenzio, il che li rende assolutamente insensibili a qualsiasi appello che questa coscienza avrebbe potuto indirizzare loro. Che cosa terribile! Quando la coscienza ha perduto ogni sensibilità ed è definitivamente indurita, non vi è più speranza, poiché lo Spirito non può più condurre un peccatore davanti a Dio.

Tutte le manifestazioni spiritistiche, presentate sotto una forma religiosa, non sono forse oggi il commento vivente di queste parole?

E aggiungete ancora certe prescrizioni ascetiche provenienti da errori gnostici, che non hanno tardato ad infiltrarsi, anche se in parte, nel cattolicesimo, e tuttora sussistono. Gli gnostici insegnavano che vi erano due principi divini, uno cattivo, residente nel corpo, e uno buono, nell’anima. Solo praticando l’ascetismo si poteva essere affrancati dal primo! Conosciamo l’abisso di corruzione che hanno provocato tali pratiche eretiche. Riprendendo il soggetto dell’astensione dal mangiare carne, l’apostolo fa notare che coloro «che hanno ben conosciuto la verità», della quale la Chiesa del Dio vivente è la base e la colonna, non possono lasciarsi ingannare da queste menzogne. Come potrebbe esserci peccato nel nutrirsi di creature di Dio, quando lo si fa con azioni di grazie? «Tutto quel che Dio ha creato è buono» (cfr. pure 1 Corinzi 10:25-26) perché diventa per il fedele, quando ne mangia, un’occasione d’esprimere a Dio la propria riconoscenza. Nessuna creatura è da rigettare, perché ce lo dice la Parola di Dio. Se la legge dichiarava certe creature pure ed altre impure, la Parola di Dio, sotto il regime della libertà della grazia, insegna a non considerare impuro ciò che Dio ha purificato; quindi possiamo mangiare di tutto, quadrupedi, rettili della terra e uccelli del cielo (Atti 10:12-15).

Tutte queste cose sono doni di Dio; noi rendiamo grazie, prendendoli, e così siamo messi in rapporto, per mezzo della preghiera, con Dio che ce li ha dati. Questa parola «preghiera», tradotta «intercessione» al capitolo 2 v. 1 si riferisce piuttosto ai rapporti personali d’intimità con Dio. La Parola ci dà questi alimenti, la preghiera li riceve come messi da parte per noi e noi ne rendiamo grazie. Vediamo in questi alimenti uno dei numerosissimi atti della bontà di Dio che ci consente di far uso di queste creature. È, del resto, ciò che Dio aveva detto a Noè dopo il diluvio (Genesi 9:3).
4.2 Come Timoteo debba esercitare il suo ministero con fedeltà e diligenza

Vers. 6-8: — «Esponendo queste cose ai fratelli, tu sarai un buon servitore di Cristo Gesù, nutrito con le parole della fede e della buona dottrina che hai imparata. Ma rifiuta le favole profane e da vecchie; esèrcitati invece alla pietà, perché l’esercizio fisico è utile a poca cosa, mentre la pietà è utile a ogni cosa, avendo la promessa della vita presente e di quella futura».

Timoteo doveva proporre queste cose ai fratelli. Vediamo qui le funzioni di servitore di Gesù Cristo che egli aveva: doveva mettere in guardia i fratelli contro gli insegnamenti satanici e quelle persone che volevano ricondurli alla legge, dicendo: «Non toccare, non assaggiare, non maneggiare» (Colossesi 2:21). Così facendo era un buon servitore (diakonos) nella Chiesa del Dio vivente; non però con un titolo ufficiale, come i diaconi e le diaconesse, ma con un servizio generale, grazie al dono che gli era stato conferito per profezia. «Nutrito con le parole della fede e della buona dottrina che hai imparata (o seguita da presso)»: era il suo nutrimento, e per questo era un buon servitore. La buona dottrina e la fede che la riceve non debbono mai essere separate, e si vede quale scopo vitale ha l’insegnamento della verità presentata in questa maniera. Ciò contraddice, nel modo più categorico, le tendenze attuali della cristianità professante che separa lo studio della Parola dalla fede, e che predica la pratica cristiana senza la dottrina sulla quale è basata e stabilita, e senza la conoscenza della persona di Cristo, solo segreto di questa pratica. Questa dottrina era stata affidata a Timoteo (*).

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(*) I seguenti sono tutti passi che nelle epistole pastorali si riferiscono alla dottrina e all’insegnamento: 1 Timoteo 1:10; 4:1,6,11,13,16; 5:7; 6:1,2,3; 2 Timoteo 2:2; 3:10,16; 4:3; Tito 1:9; 2:1,7,10.
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Insegnando la buona dottrina, Timoteo doveva rigettare «le favole profane e da vecchie», che non solo non dovevano essere considerate, ma che pure bisognava risolutamente rifiutare e respingere perché corrompevano la preziosa verità di Dio. Timoteo, nel suo insegnamento, doveva mostrare l’immenso ruolo della pietà pratica, dei rapporti di timore e di fiducia dell’anima con Dio, nella dottrina cristiana. Ma anche lui doveva esercitarsi a praticare abitualmente i rapporti di comunione della sua anima con Dio. La carne sollecita a coltivare dei rapporti col mondo e con le cose visibili e non favorisce le relazioni col Signore.

È la stessa cosa per «l’esercizio fisico». Non penso che si tratti qui di torture volontarie come qualcuno ha detto, ma di esercizi fisici utili non soltanto alla salute ma anche all’equilibrio dello spirito. Queste cose non sono dunque proibite al cristiano, ma la loro utilità è ristretta, contrariamente all’opinione che prevale oggi nel mondo. La pietà è invece utile ad ogni cosa. Essa ha una promessa: può condurci a tralasciare l’esercizio corporale affinché non perdiamo nulla della relazioni della nostra anima con Dio; ma soprattutto ci garantisce che Dio ha cura della vita presente dei credenti. È una promessa; non permetterà che la loro vita sia raccorciata per mancanza d’esercizio corporale. Paolo prigioniero è un esempio di questo principio. Ancora più di questo, la pietà, l’esercizio spirituale, ha anche la promessa di una vita che è al di là della vita presente e apre degli orizzonti mille volte più preziosi della vita passeggera di quaggiù. Come vedremo, Timoteo era chiamato ad afferrare questa vita (6:12).

***

Vers. 9-10: — «Certa è quest’affermazione e degna di essere pienamente accettata (infatti per questo fatichiamo e combattiamo): abbiamo riposto la nostra speranza nel Dio vivente, che è il Salvatore di tutti gli uomini, soprattutto dei credenti».

«Certa è quest’affermazione e degna di essere pienamente accettata». Abbiamo visto questa stessa espressione al capitolo 1:15 in rapporto all’opera di Cristo e alla salvezza che è la parte della fede. Una tale verità è di certezza assoluta e deve essere pienamente accettata. L’apostolo collega qui la stessa certezza alla pietà, che è utile a tutte le cose. La fede e la pietà hanno la stessa importanza riguardo alle loro conseguenze eterne: la prima, la salvezza per mezzo di Cristo, la seconda, la vita futura. Era perché la pietà fosse realizzata dai cristiani che Paolo lavorava e sopportava l’obbrobrio. Egli era (1:16) d’esempio a coloro che avrebbero creduto in Cristo per la vita eterna; qui, è d’esempio a coloro che hanno messo la loro speranza nel Dio vivente. Attraverso tutte le sue sofferenze egli pensava a mantenere i rapporti benedetti dell’anima con Dio, sia per sé, sia per i suoi fratelli, e sapeva che questo Dio, Salvatore di tutti gli uomini e specialmente dei credenti, non avrebbe mancato di conservare la sua vita attraverso tutti i pericoli che la minacciavano. Come è il Creatore, è anche il Salvatore di tutti gli uomini, senza distinzione del loro stato morale; ma, come l’apostolo dimostra, lo è particolarmente per i credenti, perché il mondo non ha né la promessa della vita presente né quella della vita futura.

Desidero aggiungere ancora qualche parola sul soggetto così importante della pietà. Abbiamo già detto: essa è il mantenimento abituale delle relazioni dell’anima con Dio. La pietà è menzionata e raccomandata soltanto nelle tre epistole pastorali e nella seconda epistola di Pietro. Questa parola si ritrova nove volte nella prima epistola a Timoteo, due volte nella seconda epistola a Timoteo, due volte in quella a Tito, quattro volte nella seconda epistola di Pietro. Dio insiste, per mezzo dello Spirito Santo, perché vuole occuparci del pericolo del declino della Chiesa, poi del suo avvenuto declino, infine della rovina che precede la sua apostasia finale. In tutti questi casi, la salvaguardia si trova nelle relazioni individuali dell’anima con Dio. Nella prima epistola a Timoteo, in cui la casa di Dio non è ancora in rovina, la pietà è menzionata come salvaguardia per il mantenimento di questa casa e degli individui che la compongono. In Tito 1:1 la conoscenza della verità deve produrre la pietà. In 2 Timoteo 3:5, quando la rovina è ormai completa, la pietà non è più che una formula senza potenza. Nella seconda epistola di Pietro, che presagisce i tempi della fine, essa è un dono di Dio che il fedele deve ritenere come cosa preziosa (*).

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(*) Questi i passi che si riferiscono alla pietà: 1 Timoteo 2:2; 3:16; 4:7,8; 6:3,5,6,11; 2 Timoteo 3:5,12; Tito 1:1; 2:12; 2 Pietro 1:3,6; 3:11.
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Vers. 11-16: — «Ordina queste cose e insegnale. Nessuno disprezzi la tua giovane età; ma sii di esempio ai credenti, nel parlare, nel comportamento, nell’amore, nella fede, nella purezza. Àpplicati, finché io venga, alla lettura, all’esortazione, all’insegnamento. Non trascurare il carisma che è in te e che ti fu dato mediante la parola profetica insieme all’imposizione delle mani dal collegio degli anziani. Òccupati di queste cose e dèdicati interamente ad esse perché il tuo progresso sia manifesto a tutti. Bada a te stesso e all’insegnamento; persevera in queste cose perché, facendo così, salverai te stesso e quelli che ti ascoltano».

«Ordina queste cose e insegnale». Ordinare era il vero compito affidato a Timoteo. Ed era per questo che l’apostolo lo aveva pregato di restare ad Efeso (1:3); ma gli era stato ricordato (1:5) che lo scopo dell’incarico era l’amore! Questo incarico gli era stato affidato per profezia (1:18). Ciò nonostante, la sua stessa missione era subordinata all’autorità dell’apostolo, del quale era delegato, e che gli dice, al capitolo 6:14: «Ti ordino di osservare questo comandamento».

Nei versetti che abbiamo letto troviamo, come abbiamo notato più sopra, le raccomandazioni personali dell’apostolo a Timoteo. Il punto principale di queste raccomandazioni è, in tutta questa epistola, la dottrina, o l’insegnamento. Quest’ultimo è menzionato tre volte nei versetti già citati. Timoteo doveva insegnare le cose che l’apostolo gli aveva affidate; doveva attendere all’insegnamento, quanto alla sua azione pubblica (v. 13), doveva impegnarvisi per se stesso (v. 16).

Ma questo passo implica molti altri punti, e le esortazioni che contiene sono molto preziose perché s’indirizzano a tutti quelli che sono impegnati nell’opera del Signore.

La giovane età di Timoteo, nell’adempimento di così gravi e importanti funzioni, soprattutto nell’insegnamento fra i santi, poteva esporlo al disprezzo dei malintenzionati. Il modo di ottenere il rispetto era d’essere un modello per tutti, d’essere alla testa dei fedeli come oggetto da imitarsi. Tale era lo stato dell’apostolo stesso quando diceva: «Siate miei imitatori, fratelli, e guardate quelli che camminano secondo l’esempio che avete in noi» (Filippesi 3:17). E qui: «Sii di esempio ai credenti, nel parlare, nel comportamento». Due cose troppo sovente dissociate nella vita del cristiano e che dovrebbero, invece, essere il riflesso l’una dell’altra! Riguardo allo stato interiore, esso doveva innanzitutto manifestarsi con «l’amore». È «lo scopo di questo incarico» (1:5), il grande scopo, il vero risultato della sua attività; ma l’amore è inseparabile dalla «fede», questa energia dell’anima che afferra le promesse di Dio. Infine Timoteo doveva distinguersi per la «purezza», nei pensieri, nelle parole e nella condotta.

Ma riprendiamo ancora una volta, su questo soggetto, il significato della parola fede in quest’epistola. Essa può essere, come abbiamo detto, e come lo è generalmente altrove, l’energia dell’anima, prodotta per grazia, che afferra Cristo come oggetto di salvezza (1:5,16; 3:9,13; 4:6). Questa fede è spesso abbinata all’amore (1:14; 2:15; 4:12; 6:11).

In altri passi, la fede è considerata come l’insieme della dottrina cristiana ricevuta per fede (1:4,18; 2:7).

Infine, in altri ancora, lo stato dell’anima e l’insieme della dottrina cristiana che non possono separarsi l’uno dall’altro (1:19; 5:12; 6:10,21).

Nell’assenza dell’apostolo, Timoteo doveva coltivare tutto ciò che poteva far progredire la vita spirituale dei santi e che aveva per scopo il progresso della casa di Dio: la lettura, l’esortazione, l’insegnamento. Con la lettura in pubblico bisognava, innanzi tutto, mettere le anime in rapporto diretto con la Parola, al di fuori di ogni altra azione. A quel tempo, un gran numero di fedeli non possedeva le Scritture e non sapeva leggere; «la lettura» era, dunque, e rimane ancora oggi molto importante perché non ammette alcuna possibilità di confusione, come potrebbero farlo un’esortazione e un insegnamento non corretti. Gli operai del Signore hanno abbastanza a cuore, nei nostri giorni, questa raccomandazione dell’apostolo? Notate che qui si tratta unicamente della lettura pubblica nell’assemblea. Siamo noi abbastanza convinti che la potenza della Parola, anche senza ingerenza di un dono particolare, può condurre da sola le anime in contatto diretto col Signore?

L’autore di queste righe, che aveva fatto un giorno, davanti all’assemblea, una lettura prolungata delle Scritture, senza farla seguire da alcuna parola, si sentì dire da un fratello: «Tu non ci hai mai dato un’esortazione così efficace!». Voglia Dio che prendiamo più spesso esempio dal Signore, nella scena di Luca 4:16-21, nella sinagoga di Nazareth! Certo, l’esortazione e l’insegnamento non dovevano mancare nel ministero di Timoteo ed era la ragione per cui egli aveva ricevuto un dono di grazia; egli non doveva «trascurarlo» (v. 14), e doveva più tardi «ravvivarlo», allorquando lo scoraggiamento stava impadronendosi di lui (2 Timoteo 1:6). Abbiamo visto che questo dono era stato annunciato per profezia, comunicato per imposizione delle mani dell’apostolo e accompagnato dall’imposizione delle mani del collegio degli anziani. Quest’ultimo atto non conferiva, ne comunicava qualcosa di nuovo a Timoteo; esso era, come sempre nella Scrittura, il segno dell’identificazione degli altri, l’espressione della benedizione implorata sulla sua missione. Il dono di grazia (o carisma), ed anche lo Spirito, erano comunicati solo eccezionalmente per mezzo dell’imposizione delle mani degli apostoli, ma soltanto da loro (Atti 8:17). Tutto ciò contraddice le interpretazioni ecclesiastiche sui doni, sugli incarichi, sull’ordinazione, sull’imposizione delle mani e su tante altre pratiche clericali di cui un po’ di ubbidienza alla Parola avrebbe presto fatto giustizia (*).

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(*) Ci sia permesso, per sostenere ciò che diciamo, di trascrivere il commento di un teologo pio e rispettabile su questo passo. Mai tante falsità sono state accumulate in più breve spazio: «Era Paolo stesso che aveva scelto Timoteo per suo compagno d’opera, che l’aveva introdotto nel suo incarico (Atti 16:1-3). Però, aveva voluto che questo incarico fosse confermato per mezzo dell’imposizione delle mani degli anziani, probabilmente a Listra stessa da dove partì il giovane discepolo. I rappresentanti della Chiesa, d’accordo con l’apostolo (2 Timoteo 1:6), riconoscendo in Timoteo il dono di grazia per il ministero, consacrarono questo dono interamente al servizio del Signore ed implorarono su di lui, per mezzo di questo atto, lo Spirito e la benedizione di Dio. Paolo stesso, chiamato direttamente dal Signore, ricevette ad Antiochia l’imposizione delle mani per la sua prima missione fra i pagani (Atti 13:3). Donde risulta chiaramente che se l’istituzione del ministero evangelico riposa sull’autorità di Gesù Cristo che l’ha stabilita (Efesini 4:11) e se i doni che ci rendono atti vengono da Dio solo, l’incarico è conferito dall’assemblea. In generale, tutto il Nuovo Testamento prova che ogni governo ed ogni autorità nella Chiesa riposano nelle mani dell’assemblea stessa!».
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Le raccomandazioni a Timoteo si fanno sempre più pressanti: «Ordina queste cose»; «insegnale»; «occupati» di esse; «dedicati interamente ad esse». Le due ultime dovevano avere come risultato che i progressi di Timoteo fossero evidenti a tutti. Infatti, non è possibile che gli operai del Signore facciano dei progressi notevoli nella conoscenza delle cose di Dio se non se ne occupano in modo preminente ed esclusivo. Bisogna che il dono sia curato con estrema diligenza, che il credente che lo possiede sia occupato d’una cosa sola, con il cuore non diviso fra il Signore e le cose del mondo. «Bada a te stesso e all’insegnamento». Non si potrebbe essere occupati dell’insegnamento per gli altri senza essere attenti per se stessi alle cose che si predicano e s’insegnano. Timoteo doveva vegliare su se stesso, affinché il suo stato morale corrispondesse al suo insegnamento. Così, la posizione privilegiata di Timoteo comportava un’immensa responsabilità. Ma avrebbe dovuto occuparsi di queste cose con uno zelo temporaneo? No! Doveva perseverare, ed è questo il punto più difficile nella realizzazione di ogni attività cristiana. Così facendo, Timoteo salvava se stesso, cioè raggiungeva l’entrata finale nella gloria, dopo aver mostrato il cammino a coloro ai quali era rivolto il suo ministero.

Questo capitolo è, dunque, pieno di esortazioni rivolte a Timoteo stesso affinché fosse fedele in ogni cosa, perché dalla sua fedeltà dipendevano le benedizioni future di coloro ai quali era mandato.
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