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 Giudici cap.3/12 2a Parte

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Giudici cap.3/12 2a Parte
Henri Rossier
e) Difficoltà ed insidie nel servizio (leggere cap. 8:1-23)

Se camminiamo con Dio e portiamo la sua testimonianza, troveremo ogni sorta di difficoltà sul nostro cammino. Al capitolo precedente, vediamo che Gedeone ed i suoi trecento compagni ne hanno incontrate alcune. Il loro combattimento non era esente da sofferenze. Essi dovevano rinunciare alle gioie, alle comodità, e ristorarsi solo nella misura minima necessaria per raggiungere lo scopo. Il capitolo 8 ci presenta altri aspetti delle loro sofferenze.

Gli uomini d’Efraim contestano Gedeone. Al tempo di Debora quelli di Efraim erano stati al posto d’onore (5:14), ma da allora erano andati in decadenza. Gedeone, guidato da Dio, non li aveva chiamati; erano passati in secondo piano. Ora sono gelosi di ciò che l’Eterno aveva affidato ai loro compagni, gelosi dell’energia della fede e dei suoi risultati negli altri. «Che azione è questa ci hai fatto?» (v. 1). Gli Efraimiti, preoccupati della loro importanza, pensano a se stessi invece di pensare a Dio. Questa è la sorgente di molte contestazioni tra fratelli, mille volte più penose e delicate dei molti combattimenti col mondo.

È prezioso vedere l’uomo di Dio attraversare questa difficoltà nella potenza dello Spirito. Il libro dei Giudici ci offre tre esempi di simili contestazioni: questo di Gedeone, quello di Jefte e quello delle undici tribù contro Beniamino. Qui il male è scongiurato e la rottura evitata. Ma non fu così più tardi. Quando delle dispute sorgono fra cristiani, quale è la risorsa? L’umiltà. Gedeone l’aveva imparato alla scuola di Dio, ed ora non gli è difficile realizzarlo. Dio gli aveva fatto capire che il suo coraggio e la sua forza non erano sue prerogative personali, e che «la spada di Gedeone» non aveva in se stessa più valore di un semplicissimo pane d’orzo. Perciò, in presenza di Efraim, il servitore del Signore, adoperato da Lui per questa grande liberazione, non parla di se stesso, ma di ciò che Dio ha fatto per mano sua e dei suoi fratelli. «Che ho fatto io al paragone di voi? La racimolatura di Efraim non vale meglio della vendemmia d’Abiezer?»

Gedeone attribuisce a sé l’ultimo posto e riconosce che avevano avuto l’onore di compiere, malgrado tutto, il mandato di Dio. Un grande difficoltà è in tal modo superata grazie alla sua umiltà. Ci sia accordato di agire sempre così! Quando parliamo dei nostri fratelli, non enumeriamo i loro difetti, bensì le cose che Dio ha prodotto in loro. Non posso forse ammirare Cristo nel mio fratello se vedo Dio alle prese con lui per «spezzarlo» e fare emergere in lui, ad ogni costo, il carattere del Signore? Nulla calma meglio le contese come il vedere Cristo negli altri.

Poi Gedeone ed i suoi compagni si imbattono in un secondo ostacolo ancora più grave delle contestazioni di prima. Pur essendo stanchi, essi continuavano a inseguire i Madianiti (v. 5), provando nei loro corpi quel «disfacimento» giornaliero che provano tutti i credenti che proseguono con perseveranza nella loro testimonianza pur di raggiungere lo scopo (2 Corinzi 4:16; Filippesi 3:12). Essi giungono davanti a Succoth, città di Israele che apparteneva alla tribù di Gad. Ma Succoth li respinge, rifiutando persino di dar loro del pane. Vi era dunque, in mezzo al popolo di Dio, una città intera che, pur portando il nome d’Israele, aveva rotto ogni solidarietà coi testimoni dell’Eterno, «Tieni tu forse già nelle mani i polsi di Zebah e di Tsalmunna (i due re di Madian, v. 2) — rispondono essi — che noi abbiamo da dar del pane alla tua gente stanca». Quelli di Succoth, evidentemente, avevano fiducia nel nemico e non volevano compromettersi parteggiando per Israele. Oggi è grande il numero di coloro che portano il nome di Cristo pur ricercando l’alleanza e l’amicizia del mondo. Essi, per timore di compromettersi, fanno causa comune coi nostri nemici, e metterebbero facilmente degli ostacoli sul sentiero dei credenti per impedire loro di vincere. Non meravigliamocene. Una giusta indignazione non ci fermi sul nostro cammino per castigare questo spirito. Occorre che i nostri cuori, come quello di Gedeone, siano interamente dediti al combattimento per il Signore.

L’uomo di Dio continua la sua marcia; neppure un analogo comportamento degli abitanti di Penuel lo ferma. Satana cerca di creare degli ostacoli, ma Zeba e Salmunna non debbono sfuggire a Gedeone; il giudizio delle città ribelli sarà esercitato più tardi. E, al suo ritorno, l’uomo di Dio esercita la disciplina e «toglie il malvagio» (1 Corinzi 5) poiché sarebbe disonorevole per Dio tollerare il male.

Vediamo, in tutta questa storia, come si abbinavano in Gedeone l’umiltà e l’energia della fede: l’energia, per radunare e purificare il popolo, per combattere ed inseguire il nemico; l’umiltà che toglie ogni fiducia in se stessi e fa cercare la forza nel Signore. Tuttavia, è proprio dal lato in cui sembrava ch’egli avesse meno bisogno di vigilanza, che il nemico gli tenderà un laccio e produrrà alla fine uno stato di rovina morale proprio in lui che conduceva Israele!

I re vinti non risparmiano a Gedeone le parole di lode (v. 18-21), molto pericolose perché nascondono dei motivi interessati. Egli chiede loro: «Come erano gli uomini che avete uccisi al Tabor?». Ed essi risposero: «Erano come te; ognun d’essi aveva l’aspetto d’un figlio di re».

Diffidiamo delle adulazioni del mondo. Il semplice senso cristiano dovrebbe dirci che il mondo ci lusinga per indebolirci e toglierci le armi con le quali lo combattiamo. Ma le loro parole non distolgono Gedeone dalla via di Dio, anche se pare ch’egli perda la nozione reale della potenza dell’avversario, e la sottovaluti invece di temerla. Non fu così di Giosuè quando fece prigionieri i cinque re (Giosuè 10:22-27). Lungi dallo sminuire la forza del nemico agli occhi degli uomini d’Israele, egli disse loro: «Accostatevi, mettete i piedi sul collo di questi re... Non temete e non vi sgomentate, siate forti e fatevi animo», cosciente da un lato della potenza del mondo e dall’altro della forza dell’Eterno. Due cose ci abbisognano quando siamo alle prese col nemico: il timore ed il tremore in quanto a noi stessi; e una perfetta sicurezza in quanto a Dio, poiché sappiamo che Satana ed il mondo sono nemici vinti.

Gedeone realizza imperfettamente queste cose. Affida a suo figlio Iether l’incarico di uccidere quei due re. «Ma il fanciullo non trasse fuori la spada, perché aveva paura». Al cap. 7 l’Eterno aveva eliminato quelli che avevano paura e li aveva ritirati dal combattimento; qui Gedeone, affidando a un fanciullo l’uccisione d’un nemico ch’egli disprezza, non è in comunione con le vie divine. Dio non chiama dei fanciulli nella fede a compiere pubblicamente degli atti rilevanti; un fanciullo va a scuola e non alla guerra.

Allora quei re gli dicono: «Levati tu stesso, e dacci il colpo mortale poiché quale è l’uomo, tale è la sua forza». Ecco una nuova lusinga, contro cui Gedeone avrebbe dovuto protestare, poiché aveva imparato una lezione ben diversa alla scuola di Dio. Infatti, la sua forza era proprio l’opposto di ciò che l’uomo era. Non l’aveva imparato quando l’angelo del Signore gli aveva detto «Va’ con cotesta tua forza» anche se lui era il più piccolo della casa di suo padre? Ed egli non se n’era forse reso conto nella notte solenne in cui Dio gli aveva rivelato che un pane d’orzo avrebbe rovesciato tutte le tende di Madian? In giorni migliori, Gedeone non avrebbe accettato queste adulazioni, né avrebbe lasciato che l’avversario piantasse nel suo cuore un pericoloso germe di fiducia in se stesso.

Ma eccolo alle prese con una nuova insidia (v. 22-23). Non è la lusinga del mondo, ma l’adulazione del popolo di Dio. «Gli uomini d’Israele dissero a Gedeone: Regna su noi tu e il tuo figliuolo, e il figliuolo del tuo figliuolo; poiché tu ci hai salvati dalla mano di Madian». In tal modo essi mettono il loro conduttore al posto dell’Eterno e gli offrono lo scettro: «Regna tu su noi». La cristianità professante è sempre pronta a stabilire un clero; e questa è purtroppo una tendenza innata anche nel cuore naturale dei veri credenti. Il buon risultato d’un ministerio ci induce a fare del «servitore» un «ministro» nel senso umano, perdendo di vista Dio. Qui, per la Sua grazia, la fede di Gedeone sfugge a un tale pericolo, e risponde risolutamente: «Io non regnerò su voi, né il mio figliuolo regnerà su voi; l’Eterno è quegli che regnerà su voi». Lo scopo del suo ministerio è che Dio abbia la preminenza e non perda nulla della sua autorità sul suo popolo.
f) L’efod di Gedeone (leggere cap. 8:24-35)

Fin qui, Gedeone è stato meravigliosamente guardato in mezzo a pericoli e a insidie. Il suo cuore è ancora pieno di buone intenzioni. Ma un veleno sottile ha già prodotto dei danni segreti, ed ora assistiamo alla rovina della sua carriera di giudice, come prima avevamo assistito alla rovina del popolo di Dio.

«Poi Gedeone disse loro: Una cosa voglio chiedervi: che ciascuno di voi mi dia gli anelli del suo bottino», e il popolo accetta volentieri. Gedeone non concupisce queste cose come fece Acan (Giosuè 7:20-21) attirando il giudizio sopra Israele. Il suo cuore è nobile e disinteressato. Egli desidera fare buon uso di quest’oro. Aaronne, tanto tempo prima, aveva chiesto gli anelli d’oro per fare il vitello, ma Gedeone, Jerubbaal, aveva rovesciato gli idoli, ed ora non cerca minimamente di ristabilirli. Però, preso dal sentimento della sua importanza, desidera erigere ad Ofra, sua città natale, un memoriale della sua vittoria. Questo memoriale sarà un «efod», un oggetto che faceva parte dei vestiti indossati dal sacerdote quando rappresentava il popolo davanti a Dio; oggetto magnifico, è vero, ma che non aveva alcun valore agli occhi dell’Eterno se non era portato dal sommo sacerdote. Purtroppo tutto Israele considera l’efod come un mezzo per avvicinarsi a Dio, e si prostra dinanzi ad esso. Gedeone stesso e la sua casa cadono nel laccio.

La cristianità non è estranea a questi «efod». Sono numerose le cose ordinate da Dio che essa separa da Cristo, e tramite le quali pensa d’avvicinarsi a Dio. La Chiesa, il ministerio, il battesimo, la cena e persino la preghiera, separati dalla loro sorgente, diventano degli efod davanti a cui il popolo si prostra. La «forma» prende il posto di Dio e le anime ricadono nell’idolatria. E non si è fatto un idolo persino di Cristo morto in croce? Anche il serpente di rame (Numeri 21:8-9) era stato conservato e il popolo ne aveva fatto un falso dio. Come il fedele Ezechia, così il vero testimone di oggi non può sopportare simili cose; Ezechia ruppe quell’idolo e lo chiamò Nehushtan, cioè pezzo di rame (2 Re 18:4).

Che fatto umiliante! Dei conduttori che diventano gli strumenti per riportare il popolo all’idolatria! Sovente, dopo un felice inizio, il cuore si lascia guadagnare dalle insidie del mondo, e prova il desiderio di occupare un posto importante. Si fa di Ofra il centro del popolo, e dell’efod il centro d’Ofra; e si rimuove il santuario divino di Silo, il vero centro di radunamento d’Israele!

Non possiamo dire che Gedeone fosse un uomo orgoglioso; ma il suo cuore non era più retto davanti a Dio. Egli abita nella sua casa (v. 29) e si riposa delle sue gloriose opere, circondato da una numerosa famiglia. Ma si alleva un serpente in seno (v. 31) che compirà la rovina finale della sua discendenza. Appena chiude gli occhi, Israele ritorna alla vera idolatria e stabilisce Baal-Berith come dio (v. 33), facendo del diavolo stesso il capo e il «signore del patto».

Ma c’è qualcosa che consola in mezzo alla rovina, e ce lo proverà il capitolo 9: Dio non rimane mai senza testimonianza quaggiù. Siamo dunque suoi testimoni, ripetendo le parole di Gedeone al popolo: «L’Eterno regnerà su voi».
2.7 Abimelec, ovvero l’usurpazione dell’autorità (leggere cap. 9)

Questo capitolo ci introduce in una fase tanto grave della decadenza che, a prima vista, non sembra esservi alcun posto per la fede. Al cap. 8 abbiamo visto che l’assemblea d’Israele desiderava conferire l’autorità al suo conduttore; qui, un «lupo» usurpa il posto del «pastore» e s’impadronisce del gregge per divorarlo. È l’autorità arbitraria del servo malvagio della parabola (Matteo 24:48-49) che, durante l’assenza del padrone, si mette a battere i suoi conservi e a mangiare e a bere con gli ubriaconi. Ciò ricorda l’instaurarsi del clero nella Chiesa e le sue funeste conseguenze. Il miserabile Abimelec non è un giudice, ma cerca una posizione ancora più elevata: si fa proclamare re (v. 6) prendendo, in mezzo al popolo dell’Eterno il titolo dei capi delle nazioni. E, in questa veste di dominatore (v. 2), egli agisce all’opposto d’un giudice suscitato da Dio (confr. 8:23).

Per usurpare una tale posizione, Abimelec usa dei mezzi puramente umani. Tramite i fratelli di sua madre, concubina di Gedeone, seduce gli uomini di Sichem in nome del fatto che sono fratelli. Costoro gli danno fiducia poiché il loro stato morale è tanto basso da far loro dimenticare persino il legame che li unisce a tutto Israele. Essi dicono di Abimelec: «Egli è nostro fratello». I legami di fratellanza vera hanno perduto per loro il loro vero significato, e sono diventati una semplice forma destinata a caratterizzare un partito. L’usurpatore riceve dei sicli d’argento dal popolo e non si vergogna della loro origine impura (v. 4). Questo denaro, tratto dalla casa dei falsi dei, serve a compiere l’opera del diavolo. Il tesoro di Baal ha sostituito la forza del Signore e dà all’usurpatore i mezzi per perseguitare e sopprimere la discendenza della fede, la famiglia di Dio (v. 5). Uno solo, Jothan, il più giovane di tutti i figli di Gedeone, sfugge al massacro e riesce a nascondersi.

Abimelec riesce nel suo intento; lo spirito malvagio trionfa, ma non sarà mai uno spirito di pace fra gli uomini. Lotte intestine, perfidie, vendette sono la conseguenza. Vediamo l’ambizione di Gaal, i consigli di Ebed, l’astuzia di Zebul, la violenza d’Abimelec: ecco ciò che avviene nel campo d’Israele quando ha abbandonato la testimonianza di Dio. È una scena di lutto, di carneficina, di odio. Ma l’Eterno, nella sua grazia, proietta un raggio di luce in mezzo a quelle tenebre. Egli non rimane senza una testimonianza; possiamo ripeterlo con fiducia attraversando dei tempi difficili. E se anche non restasse altro, come qui, che un solo testimone di Dio in questo mondo, ci dia il Signore di essere questo unico testimone, come quel Jotham disprezzato, l’ultimo di tutti, ma che si tiene fermamente dalla parte di Dio.

Jotham, preservato dalla bontà provvidenziale dell’Eterno, va a «porsi sulla sommità del monte Garizim» (v. 7). Mosè aveva un tempo ordinato che sei tribù stessero sul monte Ebal per maledire, e sei sul monte Garizim per benedire. Quando il popolo fu entrato in Canaan, Giosuè si ricordò di quest’ordinamento; ma da allora Israele infedele scelse, per così dire, il monte Ebal attirando su di sé la maledizione di Dio. Jotham sceglie, invece, il luogo della benedizione, e rimane solo.

Testimone di Dio in faccia a tutto un popolo, eleva la voce, pronuncia la sua lunga apologia e proclama la benedizione della fede e le conseguenze dell’infedeltà del popolo. Jotham è il rappresentante delle benedizioni del vero Israele di Dio; egli è debole e perseguitato, ma può godere del favore di Dio e rendergli testimonianza, portando del frutto alla sua gloria.

Nella sua apologia, tre alberi rifiutano di andare ad agitarsi per gli altri: l’ulivo, il fico e la vite. Essi rappresentano, secondo la Parola, i diversi caratteri d’Israele sotto la benedizione del Signore. L’ulivo disse: «Rinunzierei io al mio olio che Dio e gli uomini onorano in me per andare ad agitarmi al di sopra degli alberi?» (v. 9). L’olio corrisponde all’unzione e alla potenza dello Spirito Santo per cui Dio e gli uomini sono onorati. L’Israele di Dio non poteva realizzare questa potenza spirituale, se non separandosi interamente dalle nazioni e dai loro princìpi. Le nazioni stabilivano dei re (1 Samuele 8:5), mentre l’Eterno era il solo che doveva regnare sul popolo fedele.

Il fico disse: «Rinunzierei io alla mia dolcezza e al frutto squisito, per andare ad agitarmi al di sopra degli alberi?» (v. 11). Israele non poteva portare frutto se non separato dalle nazioni.

La vite disse: «Rinunzierei io al mio vino che rallegra Dio e gli uomini, per andare ad agitarmi al di sopra degli alberi?» (v. 13). Il vino rappresenta la gioia che si trova nella comunione degli uomini con Dio. Questo godimento, il più elevato che si possa desiderare, era perduto per Israele, poiché si era adeguato allo spirito e ai costumi delle nazioni.

Che lezione per noi cristiani! Il mondo, per la Chiesa, corrisponde ai pagani di un tempo. Se ascoltiamo i suoi appelli, abbandoniamo il nostro olio, il frutto del nostro fico, il nostro vino, vale a dire la nostra potenza spirituale, le opere che Dio ci ha preparate e la gioia della comunione. Oh! rispondiamo anche noi come gli alberi della parabola a tutti gli inviti del mondo!

Rinunzierei io a ciò che costituisce la mia felicità e la mia forza, per delle agitazioni sterili, o per soddisfare le concupiscenze e le ambizioni del cuore degli uomini? Jotham apprezza, come suo padre Gedeone (8:23), quei tesori dell’Israele di Dio, e si mette da parte sul monte Garizim. Egli mantiene la sua posizione benedetta. In presenza di tutto quel popolo apostata, è il vero, e ultimo rampollo della fede, il solo testimone di Dio. Che onore per quel giovane e debole figlio di Jerubbaal! La sua sorte, benché lui sia respinto da tutti, è l’unica degna d’invidia, poiché lui solo glorifica Dio in questo mondo ribelle. Come lui, anche noi dobbiamo separarci dal male. Gusteremo, in tale posizione, tutti i prodotti degli alberi di Dio. Chi ha goduto di queste cose esclama: Rinunzierei io a queste cose?

Viene il momento in cui Jotham dopo aver mostrato al popolo la sua follia e predetto il suo castigo, fugge via (v. 21). Lascia l’assemblea d’Israele e l’abbandona al castigo che già sta alla porta. «Jotham andò a Beer e quivi abitò». Questo è il pozzo del quale l’Eterno disse a Mosè: «Raduna il popolo ed io gli darò dell’acqua», pozzo che il cantico d’Israele celebrò (Numeri 21:16-18).

Così in mezzo alla cristianità già matura per il giudizio, i testimoni fedeli si ritirano a Beer, luogo del vero radunamento e delle sorgenti d’acqua viva, luogo dei cantici e delle lodi.
2.8 Thola e Jair (leggere cap. 10:1-5)

L’inizio di questo capitolo ci presenta brevemente la storia di due giudici d’Israele, Thola e Jair. Erano entrambi uomini eminenti. Il primo a causa della sua stirpe, poiché la Genesi fa menzione dei suoi antenati fra i figli d’Israele che discesero in Egitto, e nomina Thola e Puah fra i figli d’Issacar (Genesi 46:13 e 1 Cronache 7:1). Il secondo per le sue ricchezze, il numero dei suoi figli, la sua prosperità (5:10), le sue città. Ma, cosa notevole, non è aggiunto altro. Il loro regno ha una durata poco comune; Dio si serve di loro, qualificando persino Thola per liberare Israele, ma non si glorifica per mezzo loro in modo speciale.

Ci ricorda un passo in 1 Corinzi 1:26-29: «Non molti potenti, non molti nobili... Ma Dio ha scelto le cose pazze del mondo per svergognare i savi; e Dio ha scelto le cose deboli del mondo per svergognare le forti; e Dio ha scelto le cose ignobili del mondo, e le cose sprezzate, anzi le cose che non sono, per ridurre al niente quelle che sono, affinché nessuna carne si glori nel cospetto di Dio». Dio adopera di preferenza dei «vasi deboli»; per questo tanti giudici sono contraddistinti, in un modo o in un altro, da un segno di debolezza. D’altronde, tutto il valore degli strumenti di Dio consiste nel presentare il carattere di Cristo. Un uomo potente, nobile o ricco, riproduce difficilmente i tratti di Colui che fu quaggiù debole, umiliato e povero, per portarci la grazia di Dio. I primi giudici non furono né dei Thola né degli Jair, ma furono esempi d’umiltà, uomini che stimarono gli altri più di se stessi, che diedero prova d’un’energia spirituale che nulla riuscì a fermare; e proprio la loro debolezza riportò la vittoria.
2.9 Nuovo risveglio d’Israele (leggere cap. 10:6-18)

Nonostante i tempi tranquilli di Thola e Jair, il popolo cade sempre più in basso. La decadenza continua, il male si accentua. «E i figliuoli di Israele continuarono a fare ciò che è male agli occhi dell’Eterno e servirono agli idoli di Baal e di Astarte, agli dèi della Siria, agli dèi di Sidon, agli dèi di Moab, agli dèi dei figliuoli di Ammon, agli dèi dei Filistei; abbandonarono l’Eterno, e non gli servirono più» (v. 6). Mai si erano visti riuniti in Israele tanti falsi dei. L’idolatria più completa caratterizza il popolo.

Ammon agisce come verga dell’Eterno e opprime Galaad per diciott’anni. Il nemico passa il Giordano per fare altrettanto a Giuda e a Beniamino. Allora, sotto la pressione delle circostanze, la grazia produce un’opera nella coscienza del popolo. Man mano che l’apostasia progredisce, i risvegli si approfondiscono nelle coscienze. Non dico «si estendono». Ricordiamoci, per esempio, il cantico di Debora, che rimette in piena luce tutti i privilegi del popolo di Dio. Ma a quel tempo Israele sentiva poco la sua responsabilità, la coscienza del popolo era meno colpita, il giudizio di sé meno marcato.

Troviamo qui, per la prima volta, la luce divina che penetra nella coscienza del popolo per condurlo a giudicarsi profondamente (6:7-10). «Abbiamo peccato contro di te», dicono «perché abbiamo abbandonato il nostro Dio, e abbiamo servito agli idoli Baal» (v. 10). Allora Dio ricorda loro le sue grazie e le sue liberazioni di un tempo, e come li aveva salvati dalla mano di molte nazioni; poi aggiunge: «Eppure, m’avete abbandonato e avete servito agli altri dèi». Lanciando una freccia nella loro coscienza, termina con queste parole: «Perciò io non vi libererò più» (v. 13). Israele come popolo non può essere ristorato. E così è anche per la Chiesa.

A quelle parole, i figliuoli d’Israele fanno un nuovo passo nella via salutare in cui lo Spirito di Dio li conduce. «Abbiamo peccato; facci tutto quello che a te piace». Confessano il loro peccato, si condannano, riconoscono la giustizia del giudizio di Dio, e aggiungono: «Soltanto, te ne preghiamo, liberaci oggi» (v. 16). Essi fanno appello alla grazia. Resterà Dio sordo al loro grido? Impossibile! Il pentimento li porta a conoscere il Signore meglio di quanto l’avessero conosciuto prima.

Questo risveglio non sarebbe reale se non portasse dei frutti. «Allora tolsero di mezzo a loro gli dèi stranieri e servirono all’Eterno» (v. 16); convertendosi dagli idoli a Dio, ora servono il Dio vivente e vero. Allora l’Eterno apre loro i tesori di pietà del suo cuore.

Dio voglia che, nei nostri tristi giorni, sia questo il carattere del risveglio. È bene che le anime conoscano i loro privilegi e la loro posizione celeste, ma è anche necessario che un lavoro profondo di coscienza accompagni il risveglio, affinché i cristiani portino dei frutti di reale santità, di umile devozione, di consacrazione completa e silenziosa; che non ci si metta avanti per parlare di sé, ma si abbandonino i propri idoli per servire l’Eterno.

Per quanto benedetto sia questo giorno di risveglio, una cosa manca: la conoscenza delle verità fondamentali che Dio aveva affidato al suo popolo. «Il popolo, i principi di Galaad, si dissero l’un l’altro: Chi sarà l’uomo che comincerà l’attacco contro i figliuoli di Ammon? Quegli sarà il capo di tutti gli abitanti di Galaad» (v. 18). Manca qui la coscienza dell’unità del popolo; Galaad è considerato come a sé stante. L’autorità e la direzione dello Spirito di Dio sono poco conosciute, poiché dicono: «Chi sarà l’uomo che...?». Sono a un passo dal sceglierselo loro, e questo passo lo faranno, come vedremo nei v. 4-11 del capitolo seguente. Non che Jefte non sia stato suscitato da Dio, ma Galaad ha una parte in questa scelta. Questa intromissione dell’uomo nei piani di Dio è la triste caratteristica degli ultimi tempi della decadenza.
2.10 Jefte e sua figlia (leggere cap. 11)

I versetti 1-11 ci presentano il liberatore. Egli porta il segno di quell’infermità contestata così sovente nel corso di questo libro. Jefte, il Galaadita, pur essendo «un uomo forte e valoroso», era d’origine impura, figlio di una meretrice. Tuttavia, Dio si serve di lui; anzi, ci presenta in lui alcuni dei caratteri di Cristo. Ricordiamoci che la vita dei credenti non ha valore se non riproduce qualcosa dei caratteri del Salvatore. La storia di Jefte nel suo insieme ci offre poca edificazione se non vi cerchiamo ciò che manifesta il carattere di Dio. Dio ci descrive, nella sua Parola, tutte le debolezze e le infermità di uomini come Jefte; ma nella loro storia ci dà molto più di questo: ci presenta Cristo. Ecco ciò che li rende tanto interessanti per noi. Noi scopriamo facilmente i difetti dei nostri fratelli; ma dovremmo interessarci di più al modo in cui Dio li foggia, per fare di loro, malgrado tutto, dei testimoni del suo Figlio.

Jefte, la cui origine ha qualche analogia con quella d’Abimelec, è in contrasto assoluto con quell’uomo empio. Abimelec tenta fin dal principio d’innalzarsi, e usurpa il posto della famiglia legittima di Gedeone. Jefte, anche se è il primogenito della famiglia, è respinto dai suoi fratelli: «Tu non avrai eredità in casa di nostro padre, poiché sei figliuolo d’un’altra donna» (v. 2). Non ci ricorda forse le parole dei malvagi servi della parabola: «Non vogliamo che costui regni sopra di noi»? (Luca 19:14).

«E Jefte se ne fuggì lungi dai suoi fratelli e si stabilì nel paese di Tob» (v. 3). Jefte si lascia spogliare, si abbassa, invece di tener testa ai malvagi; abbandona i suoi diritti e se ne va in un paese straniero. Ma Dio sa ritrovarlo e ricondurlo sulla scena. Giunge il momento in cui coloro che avevano cacciato colui che deve essere liberatore sono obbligati a gettarsi supplichevoli ai suoi piedi. Jefte dice agli anziani di Galaad: «Non m’avete voi odiato e cacciato dalla casa di mio padre?» (v. 7). Essi sono obbligati, come un tempo i fratelli di Giuseppe, a riconoscere in un paese lontano quel salvatore che prima avevano schernito e a fare appello a lui nella loro distretta chiedendogli di diventare il loro capo. Jefte non vuole prendere quel titolo prima della vittoria (v. 9). Così sarà di Cristo, riconosciuto pubblicamente capo d’Israele per il suo trionfo sui loro nemici. È bello vedere in questo uomo disprezzato dal mondo, ma che sopporta il suo disprezzo, un debole ritratto del Messia; si può dire ch’egli fu stimato degno di condurre il popolo di Dio perché presentava qualche carattere di Cristo.

I figli di Ammon erano, in quel tempo, nemici accaniti d’Israele. I peggiori avversari del popolo di Dio sono sovente parenti, secondo la carne, di qualche credente. Madian, che combatte Gedeone, proviene da Ismaele, progenie d’Abramo secondo la carne; Moab e i figli d’Ammon sono usciti da Lot; Edom è il figlio carnale di Isacco. I nostri nemici più accaniti sono sovente i frutti dei nostri errori. Ciò che si oppone di più alla testimonianza e alla vita spirituale della Chiesa è l’amaro prodotto della sua infedeltà, che porta il nome di Cristo, ma la cui vita idolatra, la cui inimicizia e le cui astuzie saranno, sino alla fine, l’umiliazione, il castigo e un laccio per il popolo di Dio.

I figli d’Ammon approfittano dello stato di umiliazione d’Israele per attaccarlo, e cercano di spogliarlo del territorio che gli appartiene e di appropriarsene. Che profitto aveva tratto il popolo dall’inginocchiarsi davanti agli idoli di Ammon? Era caduto sotto il giudizio di Dio e fra le mani dei nemici del Signore. Se prendiamo posto nel mondo, esso ci spoglia, ci fa perdere la realtà dei nostri privilegi e se ne impadronisce. Ne risulta una terribile confusione. Il mondo ci dice allora: Ho gli stessi vostri diritti, sono anch’io buon cristiano come voi, poiché anche voi mostrate per le cose di questa terra gli stessi miei interessi. «Israele s’impadronì del mio paese... rendimelo all’amichevole» (v. 13). Tale è la conseguenza della nostra infedeltà.

In queste circostanze un risveglio produce degli effetti sorprendenti. Jefte non nega lo stato di abbassamento di Israele, ma parlando ai figli di Ammon risale all’origine delle sue benedizioni (v. 15-27). Lungi dall’adattarsi a questo stato di cose, accettando il giogo d’Ammon che aveva pesato su di loro per diciott’anni, egli si fonda sulle benedizioni antiche d’Israele, nel giorno in cui uscì dall’Egitto per entrare in Canaan. Cammineremo — dice egli — secondo i principi che Dio ci ha dati e che restano nostri per sempre. Jefte vede il popolo, la famiglia di Dio, tale come Dio l’ha visto al principio, e dice che il loro combattimento non è stato contro i figli di Ammon, ma contro gli Amorrei. Lo stesso è per la Chiesa. La sua lotta è contro le potenze spirituali nei luoghi celesti (Efesini 6), come quella d’Israele con i Cananei. Non siamo alle prese con le mescolanze religiose sorte dall’opera della carne; non le riconosciamo né come amiche né come nemiche, e le combattiamo solo quando ne siamo costretti. La nostra parola dev’essere quella di Jefte: Noi conserveremo il paese che l’Eterno ci ha dato (v. 24).

Per queste parole, a Jefte viene accordata una nuova benedizione: «Lo Spirito dell’Eterno venne su Jefte» (v. 29). La potenza di Dio stava nella via ch’egli seguiva. Non conformarsi alla rovina, perché Dio non la può accettare, e agire sui princìpi che Dio ci ha affidati all’inizio: questa è la via della potenza, anche se siamo solamente due o tre radunati al suo nome.

«Lo Spirito dell’Eterno venne su Jefte». Ahimè! Come accade sovente, la carne si palesa anche in lui. Egli non si accontenta della grazia e della potenza divine. Ignorando il vero carattere di Dio, «fa un voto all’Eterno» (v. 30), fa un accomodamento con Dio, sul terreno d’una transizione reciproca e, vincolandosi su un principio di legge, ricade nell’errore commesso da Israele nel deserto di Sinai: «Se tu mi dai nelle mani i figliuoli di Ammon quando tornerò vittorioso dai figliuoli di Ammon, la persona che uscirà dalle porte di casa mia per venirmi incontro sarà dell’Eterno, e io l’offrirò in olocausto».

Dio, lasciando Jefte alla responsabilità e alle conseguenze del suo voto, non protesta, né entra in quest’accordo. Il cielo sembra essere chiuso alla voce del conduttore di Israele. Tuttavia, lo Spirito dell’Eterno gli fa riportare la vittoria.

Jefte ritorna a Mispa, a casa sua, ed ecco che sua figlia gli esce incontro con tamburi e con flauti. «Era l’unica sua figlia» (v. 34). Queste parole ci ricordano più d’un passo della Scrittura. Dio dice ad Abramo: «Prendi il tuo figliuolo, il tuo unico, colui che ami, Isacco» (Genesi 22:2), e Abramo lo sacrifica, ma «per fede», per ordine di Dio; Jefte, invece, offre sua figlia con un atto volontario che dimostra una mancanza di fede. Questa parola «unico», ci ricorda anche qualcuno più grande d’Isacco. Come Jefte al principio della sua carriera, la sua figlia riproduce qui in modo commovente qualche particolarità del carattere di Cristo. Tanto la fede manca nel padre quanto invece brilla nella sua povera figlia.

Questa ragazza, figlia unica, votata in anticipo al sacrificio per un voto temerario (Cristo lo fu, al contrario, per il consiglio definito e la preconoscenza di Dio) la vediamo sottomettersi, invece che ribellarsi e biasimare suo padre. «Padre mio — ella dice — se hai dato parola all’Eterno, fa’ di me secondo quel che hai proferito; giacché l’Eterno t’ha dato di far vendetta dei figliuoli di Ammon, tuoi nemici» (v. 36). Ella si sottomette a causa dell’Eterno, pallido riflesso di Colui che disse: «Io vengo, o Dio, per fare la tua volontà». La sua vita non conta più nulla di fronte alla vittoria: «Giacché l’Eterno t’ha dato di far vendetta dei tuoi nemici». Così accetta di essere sacrificata per questa vittoria. Nessun pensiero riguardante se stessa la ferma. Bella abnegazione della fede che riguarda solo a Dio!

D’una cosa soffre, dolore crudele per tutte le donne di fede in Israele; del fatto di non poter essere madre, di non poter avere una progenie che le permettesse di entrare nella discendenza del Messia. «Che io vada e scenda per i monti a piangere la mia verginità con le mie compagne» (v. 37). Però, per quanto bella sia quest’abnegazione, quanto è superiore quella del Signore Gesù! Egli, a cui tutto apparteneva, accettò di essere ucciso per la nostra salvezza. Abbandonando tutte le sue prerogative di Messia, tutti i suoi diritti di Figlio di Dio e Figlio dell’uomo, per ottenere una migliore vittoria ha lasciato la sua vita. Ma Egli «vedrà una progenie» e Dio «renderà la sua progenie eterna» (Salmo 89:29).

Veramente, questa ragazza d’Israele riproduce, senza dubbio ben debolmente, qualche perfezione della persona di Cristo. La sua fede semplice risplende nella totale sottomissione alla volontà di Dio. Ella accetta di essere offerta in sacrificio, come Colui che fu sacrificato più tardi non, come lei, per confermare la vittoria, ma per ottenerne una più grande, eterna. Seguiamo il suo esempio. Impariamo a non pensare a noi stessi, offrendoci a Colui che fu sacrificato per noi; a morire «in fede, senz’aver ricevuto le cose promesse» (Ebrei 11:13), senza ottenere un risultato apparente del nostro lavoro, ma soddisfatti d’essere stati testimoni e rappresentanti di Cristo in mezzo agli uomini, a onore di Dio!
2.11 Una lotta tra fratelli (leggere il cap. 12:1-6)

Il cap. 12 ci presenta il quadro di uno dei più gravi sintomi di declino: la guerra aperta tra fratelli. Un tempo, quando il popolo non aveva abbandonato il primo amore, oppure quando il suo conduttore mostrava più potenza spirituale, questa calamità era stata evitata. Il tentativo di Satana è sempre stato quello di disunire i figli di Dio. Egli sa che la nostra forza sta nell’essere raccolti tutti intorno a un centro comune, il Signore Gesù; e sa che l’unità di tutti i veri credenti è impossibile da distruggere perché è un’unità che Dio ha stabilito; allora, cerca di impedire la realizzazione di questa unità che è affidata alla nostra responsabilità. E sappiamo quanto sovente sia riuscito bene nel suo intento. «Il lupo rapisce e disperde le pecore» aveva detto il Signore.

Nell’epoca descritta dal libro di Giosuè, caratterizzata dalla potenza dello Spirito Santo, questo pericolo fu sventato all’occasione del conflitto creatosi per l’altare di Hed (cap. 22). Grazie all’energia delle tribù e allo zelo di Fineas, l’introduzione di princìpi settari fu evitata. Anche se rischiamo una guerra tra fratelli, noi dobbiamo stare sulla breccia, quando si tratta di princìpi divini. Il mantenimento dell’unità d’Israele, così come Dio l’aveva stabilita, aveva allora per i santi più importanza dei rapporti cortesi tra frattelli.

Più tardi, e lo vediamo in Giudici 8:1, quando Efraim si mise a combattere contro Gedeone, il conflitto fu sedato grazie all’umiltà di quest’ultimo che stimava «la racimolatura» di Efraim migliore della «vendemmia» di Abiezer. Ma sia nel capitolo 8, sia qui nel capitolo 12, non si tratta di princìpi da difendere. Il malcontento di Efraim deriva dall’orgoglio ferito. Calmati dall’umiltà di Gedeone, ma non colpiti né giudicati nella loro coscienza, gli Efraimiti rinnovano di fronte a Jefte le stesse accuse. Un male non giudicato della nostra carriera cristiana si ripresenterà presto o tardi se si ripetono le stesse circostanze. Qui, lo stato d’Efraim è ancora peggiore, poiché prima aveva almeno racimolato, ma ora non ha fatto nulla. Eppure è geloso dei risultati che l’energia della fede ha prodotto nei suoi fratelli.

È la stessa cosa al giorno d’oggi, e siamo tutti in pericolo di cadere in questo laccio, abbandonando la testimonianza di Cristo e tornando al mondo. Agli occhi di quelli di Efraim non v’è nulla di importante se non ciò che proviene da loro stessi; non sanno né umiliarsi, né rallegrarsi di ciò che Dio fa per mezzo d’altri; se l’opera prosegue, si mostrano gelosi; se si ingrandisce, diventano nemici e passano all’odio e alle minacce: «Noi bruceremo la tua casa e te con essa» (v. 1).

Al tempo di Debora, Efraim era il primo; sotto Jefte non tiene più conto né di Dio né delle sue benedizioni precedenti; non gli rimane che il ricordo della sua importanza e il bisogno di farla valere. D’altra parte, purtroppo, nemmeno troviamo in Jefte il disinteresse e l’umiltà di Gedeone. Egli risponde alla carne con la carne, all’«io» egoista di Efraim con il suo «io» ferito. «Io e il mio popolo abbiamo avuto grande contesa coi figliuoli di Ammon; e quando io vi ho chiamati in aiuto, voi non mi avete liberato dalle loro mani. E vedendo che voi non venivate in mio soccorso, ho posto a repentaglio la mia vita, ho marciato contro i figliuoli di Ammon e l’Eterno me li ha dati nelle mani. Perché dunque siete saliti oggi contro di me per muover guerra?» (v. 2-3). Jefte parla di sé, pensa al suo valore contestato, cade nel laccio che Satana gli tende; aveva proclamato poco prima l’unità del popolo in presenza dei figli di Ammon, e ora forma un partito (11:12,23,27). «Il mio popolo», dice, facendo allusione a Galaad in opposizione ad Efraim!

La contesa si alimenta con le parole. «Gli uomini di Galaad sconfissero gli Efraimiti perché questi dicevano: Voi, Galaaditi siete dei fuggiaschi d’Efraim, in mezzo ad Efraim e in mezzo a Manasse» (v. 4). In questa lotta non v’è in gioco un solo principio; non v’è che gelosia, importanza personale, parole roventi scambiate da cuori irritati, e la guerra fratricida scoppia in seno ad Israele. Ai passi del Giordano si sgozzano a vicenda. «E perirono in quel tempo quarantaduemila uomini di Efraim».

Stiamo in guardia contro tali lacci, poiché una cosa caratteristica di un tempo di rovina è appunto la guerra nella famiglia di Dio. Dobbiamo avere dei cuori larghi riguardo all’opera di Dio in questo mondo. Se è affidata anche ad altre mani, deve avere per noi la stessa importanza e lo stesso valore della nostra opera. Non diamo alla nostra opera una qualche importanza; facciamo come Gedeone, e non misuriamo la vendemmia d’Abiezer. Ai primi tempi della Chiesa (Atti 6:1-6), mormorii e gelosie sorsero fra gli Ellenisti e gli Ebrei; per calmarli, ci volle ben più dell’umiltà di Gedeone; fu necessaria la grande sapienza degli apostoli.
2.12 Ibtsan, Elon e Abdon (leggere cap. 12:7-15)

Dopo Jefte, sotto il regno di altri tre giudici, Israele gode un epoca di pace. Uno di questi giudici proviene dalla tribù di Giuda, l’altro da Zabulon, il terzo da Efraim. Non sono chiamati al combattimento, bensì a mantenere il popolo nello stato in cui la vittoria precedente l’ha posto. Forse non hanno la stessa energia di Jair (10:1-5), ma come lui, due di loro godevano d’un grande benessere. I tempi di prosperità materiale non sono sempre i più benedetti per il popolo di Dio dal punto di vista morale e spirituale. Qui è messa in evidenza l’importanza personale di questi giudici, ma non lo stato morale d’Israele. Siamo informati su quello che questi uomini fanno, ma non si sa ciò che accade nel cuore e nella coscienza del popolo. Così, appena l’ultimo di questi giudici muore, Israele ricade nello stato di prima (13:1).

In certi tempi si tratta di «sormontare»; in altri di «restare ritti in piedi» (Efesini 6:13). In che modo impieghiamo i giorni di pace che il Signore ci accorda? A fortificarci nella verità che Dio ci ha dato, o ad addormentarci nel benessere, per risvegliarci poi improvvisamente quando Satana torna alla carica e trovarci senza forza in presenza del nemico? Chi non è nutrito, non ha la forza di combattere. Approfittiamo di questi tempi prosperi per fare la conoscenza personale del Signore e vivere nella sua intimità; troveremo in tal modo la forza per resistere a nuovi attacchi, ed eviteremo di cadere sotto nuovi «gioghi», più pesanti della schiavitù di un tempo.
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Giudici cap.3/12 2a Parte

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