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 Giudici cap.3/12

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Giudici cap.3/12

Henri Rossier
Sansone e il Nazireato
3.1 Il Nazireato

Questi capitoli formano una nuova parte del libro dei Giudici. Abbiamo visto, dal cap. 3 al 12, una serie di liberazioni operate da strumenti suscitati da Dio. Era il periodo dei risvegli. La parte che studieremo ora ha un carattere speciale.

Israele cade di nuovo: «E i figliuoli d’Israele continuarono a fare quel che era male agli occhi dell’Eterno, e l’Eterno li diede nelle mani dei Filistei per quarant’anni» (13:1). Dio non ci dà alcun dettaglio su questa nuova decadenza, ma, dalla severità del castigo, possiamo farcene un’idea. Fin qui, quelli che avevano soggiogato Israele erano nemici di altri paesi, oppure gli antichi abitanti del paese (quelli con a capo Iabin), oppure nazioni discendenti da Abramo ma per altre ramificazioni. Qui c’è addirittura il nemico dentro i confini d’Israele. Il Filisteo domina sul popolo e lo opprime.

Moralmente, i nostri giorni non differiscono molto da quei tempi. L’infedeltà della Chiesa ha prodotto da molto tempo una manifestazione del male di questo genere. Ciò che un tempo era al di fuori della casa di Dio, ora domina dentro di essa; gli uomini descritti al cap. 1 dei Romani ne sono divenuti gli abitanti e imprimono il loro carattere al popolo di Dio (Romani 1; 2 Timoteo 3:1-5). Questa mescolanza è ciò che noi chiamiamo «cristianità».

Ora, in un tempo simile, qual è la risorsa del popolo dell’Eterno? Una parola risponde a questa domanda: il nazireato, che è una separazione completa dal male e una consacrazione reale per Dio.

Prima di incominciare l’esame della storia di Sansone, consideriamo questo punto importante: sotto la legge, siccome tutto era esteriormente in ordine, il nazireato era temporaneo (Numeri 6), ma in un tempo di rovina diventa continuo, come nell’esempio che abbiamo sott’occhio. Sansone è un nazireo fin dal seno di sua madre. Questo carattere di perpetuità del nazireato lo si trova anche in Samuele giudice e profeta (1 Samuele 1:11). Anche Giovanni Battista fu un nazireo permanente (Luca 1:15); al suo tempo la rovina di Israele era pienamente manifestata, e raggiungerà il colmo col rigettamento di Cristo.

Gesù fu il vero nazireo, senza però le caratteristiche e gli obblighi esteriori del nazireato terreno, perché Egli stesso era, nella sua essenza, la realtà di questo tipo. Al termine della sua carriera, il Signore è entrato nella fase celeste del suo nazireato: Egli «santifica se stesso» entrando nel cielo, per i suoi discepoli (Giovanni 17:19). E ora, «santo, innocente, immacolato, separato dai peccatori ed elevato al di sopra dei cieli» (Ebrei 7:26), lascia i suoi quaggiù a rappresentare il suo nazireato. I discepoli per primi e poi tutti i riscattati sono dei nazirei celesti in mezzo al mondo. Ripercorrendo la storia di Sansone, vedremo in che modo la Chiesa ha risposto a questa vocazione.

C’è un’altra osservazione da fare. Ciò che sotto la legge era riservato a una ristretta classe di persone, diventa sotto la grazia la parte di tutti. Il sacerdozio, appannaggio di una sola famiglia, diventa privilegio universale di tutti i figli di Dio (1 Pietro 2:5,9). Il nazireato, seguito da pochi uomini e donne (senza parlare dei Recabiti ai giorni dei profeti - Geremia 35) diventa il carattere permanente di tutti i fedeli. E il motivo, come abbiamo detto, è che la separazione per Dio deve essere il segno distintivo dei veri testimoni di fronte all’uomo rovinato e al mondo che è alla vigilia del giudizio. Questa verità del nazireato universale e permanente riempie il Nuovo Testamento e risplende in ogni pagina del santo Libro per chi ha degli occhi per vedere.

Sotto la legge, un nazireo, uomo o donna che fosse, si separava da alcune cose per un certo tempo per consacrarsi a Dio. Questa separazione riguardava gli aspetti per così dire più necessari e più importanti della vita umana (Numeri 6:1-9). Il nazireo doveva astenersi dal vino e da ogni bevanda alcolica. È detto del vino (Giudici 9:13) che «rallegra Dio e gli uomini». Gli uomini avrebbero potuto condividere questa gioia con Dio, ma in seguito al peccato Dio non poté più rallegrarsi con lui. Chi si consacrava al servizio di Dio non poteva più trovare la sua gioia fra i suoi simili, poiché Dio non ha nulla in comune con la gioia dei peccatori. Il servitore del Signore non può scegliere i suoi amici nel mondo, sedersi ai loro banchetti, condividere i loro piaceri, perché Dio non si trova là. Più la rovina si estende e più questo fatto s’accentua. Certi cristiani mancano molto in questo; hanno «amici mondani», frequentano la loro società, non per portare loro l’evangelo, ma per godere del piacere che questa società procura loro. Noi non assomigliamo molto a Paolo, quando diceva: «Noi non conosciamo più alcuno secondo la carne» (2 Corinzi 5:16).

Sotto questo aspetto, come sotto ogni altro, il Signore era un nazireo perfetto, estraneo a tutte le gioie dell’uomo. Egli disse ai suoi discepoli: «In verità io vi dico che non berrò più del frutto della vigna fino a quel giorno che lo berrò nuovo nel regno di Dio» (Marco 14:25); e lo disse in quell’incontro che aveva ardentemente desiderato, quando di fronte alla morte avrebbe potuto godere con loro qualche istante di gioia serena. Verrà il giorno in cui il vino «che rallegra Dio e gli uomini» (Giudici 9:13) sarà bevuto nuovo in una scena purificata dal peccato, alla quale il vero servitore potrà associarsi senza restrizioni. La Parola di Dio insiste sull’importanza di questa astensione: «Non berrà aceto fatto di vino, né aceto fatto di bevanda alcoolica; non berrà liquori tratti dall’uva, e non mangerà uva, né fresca, né secca... non mangerà alcun prodotto della vigna, dagli acini alla buccia» (Numeri 6:3-4).

Pratichiamo noi questo, fratelli miei? Siamo noi stranieri a tutto ciò che riguarda, da vicino o da lontano, la gioia del cuore dell’uomo naturale? In che modo realizziamo il nostro nazireato? Ma, direte, come realizzarlo in modo così assoluto? Ebbene, questa possibilità la troviamo nel nostro carattere celeste. Noi abbiamo un nazireato celeste.

La separazione dal male sotto il giudaesimo era in molte cose una separazione «materiale»; sotto il cristianesimo diventa spirituale e morale. Il Signore al quale apparteniamo è separato dai peccatori ed elevato più in alto dei cieli. Egli ha due mezzi per separarci con Lui e come Lui: il primo è la Parola di Dio, che ci mette in rapporto col Padre nel cielo, il secondo è la sua persona, un Cristo santificato per noi nel cielo, per stabilire che le nostre relazioni, i nostri legami, le nostre affezioni sono, d’ora innanzi, celesti, in mezzo ad un mondo giudicato che ha rigettato Cristo.

Una seconda cosa caratterizzava il nazireo: «Tutto il tempo del suo voto di nazireato il rasoio non passerà sul suo capo; fino a che siano compiuti i giorni per i quali egli s’è consacrato all’Eterno, sarà santo; si lascerà crescere liberamente i capelli sul capo» (Numeri 6:5). Vi è un secondo carattere essenziale dell’essere umano. Ogni uomo ha una volontà indipendente; nulla è di più importante della sua dignità e della sua personalità. Ora, i capelli lunghi rappresentavano la rinuncia del nazireo a tutto questo. I capelli sono il simbolo della dipendenza e del disonore (1 Corinzi 11); la lunga capigliatura del nazireo dimostrava pubblicamente che egli rinunciava alla sua dignità e ai suoi diritti personali come uomo per votarsi al servizio di Dio. Ciò che per la donna è una gloria, per lui uomo era un disonore. Sotto questo «velo» egli abdicava alla sua personalità. Egli, che era stabilito per dominare, si sottometteva all’Eterno, come la moglie al marito. All’infuori di questa dipendenza, non vi poteva essere né servizio per Dio, né potenza nel servizio. Ciò che per il nazireo era segno di debolezza, diventava la sorgente della sua forza.

Ma c’era un terzo obbligo: «Tutto il tempo ch’egli si è consacrato all’Eterno, non si accosterà a corpo morto; si trattasse anche di suo padre, di sua madre, del suo fratello e della sorella, non si contaminerà per loro alla loro morte; perché porta sul capo il segno della sua consacrazione a Dio» (Numeri 6:6-7). Un carattere legato all’uomo naturale, e inerente al suo essere, è il peccato, confermato dalla sua conseguenza, cioè la morte. È ciò che il nazireo doveva evitare ad ogni costo. Neanche i legami più stretti, come quelli della famiglia, dovevano interferire quando occorreva santificarsi per il servizio di Dio. Quanto poco comprendiamo questo! Sono numerosi i cristiani che dicono: «Permetti ch’io vada prima a seppellire mio padre». Altri dicono: «Non posso, i miei parenti me lo proibirebbero». Costoro non sono dei nazirei.

Ma non erano soltanto i legami della famiglia quelli di cui il nazireo non doveva tener conto quando si trattava del servizio e che, anzi, doveva ripudiare (pensiamo al Signore, nazireo perfetto, che diceva: «Che vi è fra me e te, o donna? La mia ora non è ancora venuta»; «Chi è mia madre, e chi sono i miei fratelli?» - Giovanni 2:4; Matteo 12:48). Il nazireo doveva anche astenersi da ogni contaminazione. Abbiamo notato altrove che la legge non offriva risorsa alcuna per chi commetteva un peccato volontario, mentre la grazia è intervenuta proprio per questo. C’è un solo peccato volontario che non può usufruire delle risorse della grazia di Dio, ed è il rifiuto di un Cristo prima conosciuto e apprezzato (Ebrei 10:26). Per i peccati involontari la legge offriva dei rimedi all’Israelita: sia per i peccati commessi per errore nella sua vita d’ogni giorno e per la frode (Levitico 6:5), sia per quelli commessi per mancanza di vigilanza o inavvertitamente nel suo cammino (Numeri 19), sia per quelli commessi nel suo servizio per negligenza o che sembrava impossibile evitare.

«E se uno gli muore accanto improvvisamente, il suo capo consacrato rimane così contaminato» (Numeri 6:9). Era un caso involontario e impossibile da prevedere, eppure era peccato. Questo fatto parla alle nostre coscienze. Il nostro nazireato implica la separazione più assoluta dalle impurità di questo mondo. In nessun luogo, in questo capitolo, Dio prevede che il nazireo possa volontariamente bere vino, radersi i capelli, o toccare un morto. Lo stesso è per noi. Dio non prevede che si debba peccare e agisce verso noi su questo principio.

Questi tre divieti ai quali il nazireo doveva attenersi non erano, malgrado la loro importanza, che gli aspetti esteriori della sua vocazione; erano la conseguenza d’un voto, d’una consacrazione al servizio del Signore, d’una separazione interiore dell’anima per Lui. «Quando un uomo o una donna avrà fatto voto speciale, il voto di nazireato, per consacrarsi all’Eterno...» (Numeri 6:2). Insisto su questo punto importante. Un voto era la decisione di servire Dio in un certo modo. Ci si consacrava così al servizio dell’Eterno. Questa stessa consacrazione a Dio e a Cristo è alla base del nazireato cristiano. Se non c’è, ci esponiamo a qualche grave caduta. Si può essere nazireo esteriormente, avere perfino, come Sansone, la grande potenza che accompagna il nazireato, ma non essere separati dal mondo nel proprio cuore. Si può essere, oggi, membri di un’associazione morale o filantropica senza essere per questo consacrati come lo era il «nazireo». A quegli impegni esteriori corrisponde, per il cristiano, una testimonianza resa davanti al mondo, nella rinuncia alle sue contaminazioni e alle sue gioie, e in un cammino di dipendenza che ha per regola la Parola di Dio. Così, noi potremmo professare queste cose, vivendo esteriormente come dei nazirei, e tuttavia avere dei cuori non puri e divisi fra Cristo e il mondo. La nostra vita potrebbe terminare con una sconfitta, come quella di Sansone, e se anche non finisse così, perderemmo certamente molte benedizioni che sono frutto solo di una vera consacrazione al servizio del Signore.

Al cap. 8 del Levitico, la festa del «sacrificio di azioni di grazie» durava due giorni per chi aveva fatto un voto, e un giorno solo quando si trattava di un ringraziamento per benedizioni ricevute. L’influenza della rinuncia a tutto ciò che il mondo poteva offrire la si vede anche nel culto d’Abramo, nei cap. 12 e 13 della Genesi. Abramo erige tre altari: quello di Sichem, l’altare dell’ubbidienza all’Eterno «che gli era apparso»; quello di Bethel, l’altare del viaggiatore «nel nome dell’Eterno»; l’altare della rinuncia, quello di Hebron, all’Eterno in persona, ed è qui che il patriarca realizza le benedizioni divine in tutta la loro estensione.

Ritorniamo al nazireo. È interessante vedere ciò che doveva fare quando il suo capo «consacrato» rimaneva «contaminato» (Numeri 6:9-11). Egli doveva radersi il capo. Era il riconoscimento pubblico del suo errore, ma anche la confessione che la potenza del suo nazireato l’aveva lasciato. Il Nazireo pentito non era come Sansone che «non sapeva che l’Eterno si era ritirato da lui» (Giudici 16:20). Egli lo riconosceva, proclamando, per così dire, che non era più qualificato per il servizio. Tutto questo riguardava la perdita del suo nazireato esteriore. Poi doveva offrire «due tortore o due piccioni», sacrificio di chi «non poteva sacrificare un agnello». Questo atto segnalava la perdita del suo «voto», della sua consacrazione interiore. Egli riconosceva la sua incapacità, la sua nullità come servitore, e nello stesso tempo il valore del sangue offerto per la sua purificazione.

Dobbiamo ricordarci di queste cose. Quando abbiamo interrotto la comunione col Signore, non prendiamo esteriormente un’atteggiamento di forza spirituale ma confessiamo con umiliazione davanti a Dio il nostro peccato. Serviamo il Signore con zelo, senza permettere che nulla venga ad interromperlo.

Giungeva il giorno in cui il voto di nazireato cessava. Allora il nazireo offriva tutti i sacrifici. Questo giorno sorgerà anche per noi, quando il Signore verrà, quando si concretizzeranno i risultati finali del suo sacrificio: il peccato abolito, la morte distrutta (1 Corinzi 15:26) e Satana «tritato» per sempre sotto i nostri piedi (Romani 16:20). Allora raderemo il capo del nostro nazireato (Numeri 6:18). Allora, lo Spirito Santo non avrà più il compito di comunicarci la forza per separarci dal male nel nostro servizio. Allora, resi perfettamente conformi ai pensieri e al cuore di Dio, metteremo «i capelli del nostro capo consacrato sul fuoco che sarà sotto il sacrificio di azioni di grazie» (Numeri 6:18), poiché tutta la nostra forza sarà adoperata per ringraziare il Signore con gioia, in una comunione perfetta.
3.2 Un residuo (leggere cap. 13)

Il popolo ricaduto nell’infedeltà è asservito al nemico interno, i Filistei, stabiliti sul territorio di Israele. È l’ultimo periodo della storia della decadenza. I figli d’Israele non gridano più all’Eterno; sopportano questa dominazione senza nemmeno desiderare di esserne liberati (15:11); anzi, per vivere tranquilli sotto questa schiavitù, cercano di disfarsi del loro liberatore. Siamo giunti al tempo della completa apostasia.

In mezzo a questo stato di cose ormai irrimediabile, Dio separa un residuo pio e gli rivolge le sue comunicazioni. Manoah e sua moglie temono l’Eterno, ascoltano la sua voce e si parlano l’uno all’altro (Malachia 3:16). Più tardi, un altro piccolo gruppo di fedeli sarà rappresentato da Maria, Elisabetta, Anna, Zaccaria e Simeone, che aspetteranno la nascita del vero Messia, il Salvatore d’Israele. In futuro, ci sarà ancora un altro «residuo» in Israele, quello che, attraversando la grande tribolazione, camminerà nei sentieri di giustizia, aspettando la venuta del suo Re.

Sansone, il liberatore d’Israele, non trova alla sua nascita un popolo che l’acclama, ma questa coppia pia che crede nella sua missione. Il Signore Gesù, rigettato dal popolo fin dal suo arrivo sulla scena di questo mondo, trova soltanto pochi fedeli con i quali può avere comunione; sono «la gente onorata», di cui parla il Salmo 16, nella quale l’Eterno trovava le sue delizie.

Il tempo della rovina irrimediabile è dunque il tempo dei «residui», vale a dire di piccoli gruppi di fedeli. È la stessa cosa per il periodo attuale della Chiesa, che vediamo simbolicamente descritto nelle ultime lettere di Apocalisse 2 e 3. Il Signore, il santo e il verace, in presenza dell’idolatria di Tiatiri, della «morte» di Sardi e della tiepidezza nauseante di Laodicea, pronuncia sul debole residuo di Filadelfia parole di approvazione.

Quello che caratterizza il residuo in tutti i tempi è la completa separazione dal male per essere fedeli servitori del Signore, cosa che nell’Antico Testamento era rappresentata dal nazireato. L’angelo del Signore che appare alla moglie di Manoah, le dice: «Ecco, tu sei sterile e non hai partorito figliuoli, ma concepirai e partorirai un figliuolo. Or dunque, guardati bene dal bere vino o bevanda alcoolica e dal mangiar alcun che d’impuro» (v. 3-4). Quella donna doveva accettare per se stessa il nazireato, perché era scelta da Dio per presentare al popolo il salvatore promesso. «Poiché, ecco, tu concepirai e partorirai un figliuolo, sulla testa del quale non passerà rasoio, giacché il fanciullo sarà un nazireo consacrato a Dio dal ventre della madre, e sarà lui che comincerà a liberare Israele dalle mani dei Filistei» (v. 5). Il nazireato di Sansone richiedeva quello di sua madre. Per fare onore al salvatore d’Israele, i suoi testimoni dovevano portare, in presenza di tutti, i segni del suo proprio carattere. Questa verità è valida in tutti i tempi. Se non portiamo quaggiù il carattere di Cristo, carattere di completa separazione per Dio, non siamo i testimoni del nostro Salvatore. Dall’apparizione di Cristo, il nazireato permanente deve caratterizzare i fedeli, come ha caratterizzato il Signore.

La 2a epistola a Timoteo, che ci presenta i tempi della fine, è ricca dei caratteri del nazireato. Al cap. 2:19, abbiamo il nazireo che si ritira da ogni contatto col peccato; al cap. 2:21 c’è la sua purificazione per Dio; al cap. 3:10-11, e 4:5-7, il servitore di Dio che vive senza tener conto di se stesso, nella dipendenza completa del Signore. E non è forse un nazireo quello che parla in 2 Corinzi 4:7-12? Nel cap. 6 di questa stessa epistola troviamo ancora il nazireato sotto i suoi caratteri principali; nei v. 4-10 l’obbrobrio e la rinuncia a se stessi; nei v. 14-15, il rifiuto di ogni associazione col mondo; nel cap. 7:1, lapurificazione da ogni contaminazione di carne e di spirito. Si potrebbero moltiplicare le citazioni. Ma ciò che importa sottolineare è che non c’è per noi né testimonianza, né servizio senza il «nazireato», cioè senza la consacrazione e la separazione per Dio.

Al v. 6, la moglie di Manoah racconta a suo marito la visita dell’angelo: «Un uomo di Dio è venuto da me; aveva il sembiante d’un angelo di Dio: un sembiante terribile fuori di modo. Io non gli ho domandato donde fosse, ed egli non mi ha detto il suo nome». Questa povera donna ha poca intelligenza. Ella non sa né da dove l’angelo venga, né chi sia, e non glielo domanda, a riprova della sua poca intimità con Dio.

Lungi dal rassicurarla, la presenza del Dio delle promesse la spaventa, poiché ella vede l’angelo solo sotto il suo aspetto «terribile». Manoah stesso, uomo sincero e pio, ha poca conoscenza, ma desidera aumentarla; vuole sapere ciò che devono «fare per il bambino che nascerà» (v. Cool, poi ciò il che «si dovrà fare per lui» (v. 12). Invece di rispondere alle sue domande, l’angelo dell’Eterno gli dice: «Si astenga la donna da tutto quello che le ho detto, non mangi di alcun prodotto dalla vigna né beva vino né bevanda alcoolica e non mangi alcun che d’impuro; osservi tutto quello che le ho comandato» (v. 13,14). Perché? Dio non chiede la conoscenza in primo luogo; e una vera pietà, da sola, come quella di Manoah e di sua moglie, non è sufficiente per preservarci in mezzo alla rovina. Ciò che occorreva loro prima della conoscenza era una vera separazione personale per Dio, separazione che aveva per modello e per misura il nazireato di colui che doveva apparire.

Ma ci sono rivelate altre verità riguardanti i testimoni di Cristo in un tempo di declino. «Manoah chiede all’angelo dell’Eterno: «Qual è il tuo nome?» E l’angelo dell’Eterno gli dice: «Perché mi chiedi il mio nome? Esso è meraviglioso». E Manoah prese il capretto e l’oblazione li offrì all’Eterno sul sasso. Allora avvenne una cosa prodigiosa (o meravigliosa), mentre Manoah e sua moglie stavano guardando» (v. 17-19).

Rivedendo la storia dei differenti periodi di questo libro, troviamo che ad ogni risveglio corrispondono certi principi che lo caratterizzano. I tempi di Otniel, di Ehud, di Barak, di Gedeone, di Jefte presentano qualche principio nuovo; ma Dio riserva per gli ultimi tempi della rovina, della verità particolarmente preziose, nascoste fino allora e meravigliose. Conoscendo le difficoltà dei suoi in mezzo all’infedeltà che va aumentando, e volendo strappare il loro cuore da quell’ambiente tenebroso, mette in luce e affida ai suoi testimoni delle verità più gloriose.

Queste verità hanno il sacrificio per punto di partenza. Manoah, più intelligente di Gedeone (vedere cap. 6:19), prende un capretto e dei pani azzimi e li offre all’Eterno sulla roccia. La croce di Cristo è il fondamento di tutta la nostra conoscenza. Manoah desiderava conoscere molte cose che l’Eterno non poteva rivelargli prima del sacrificio. Ma quando una volta posto questo fondamento, l’angelo fa una cosa meravigliosa, rivelata, senza dubbio, in un modo ancora oscuro e simbolico agli occhi di quel povero residuo che aspettava un Salvatore. «Come la fiamma saliva dall’altare al cielo, l’angelo dell’Eterno salì con la fiamma dell’altare. E Manoah e sua moglie, vedendo questo caddero con la faccia a terra» (v. 20). Essi trovano nel fuoco del sacrificio, una via nuova, sconosciuta prima di allora, la via percorsa dal rappresentante dell’Eterno per risalire a Lui. Guardando l’angelo essi vedono una persona gloriosa; ora che è sparito, sanno qual è la sua dimora. Allora, e soltanto allora, «Manoah riconobbe che quello era l’angelo dell’Eterno» (v. 21). Il cuore e gli interessi di quel povero residuo, sono in quel momento allontanati da questo mondo ed entrano nella via dell’angelo per salire con lui nei cieli. Essi, come tutti i semplici credenti, potranno ormai parlare d’una via che conduce al cielo, e d’una persona che vi si trova, che è divenuta il tesoro del loro cuore, mentre essi sono ancora quaggiù.

Di fronte a questa rivelazione, da loro appena intravista ma che a noi serve d’istruzione, Manoah e sua moglie «caddero con la faccia a terra» (v. 20). Quanto più noi dovremmo adorare, fra le tenebre crescenti, il Dio che ci ha rivelato, assieme ad un Cristo celeste e glorioso, il nostro posto in Lui. Egli ci ha dato Cristo come modello, affinché riproduciamo i suoi caratteri in questo mondo. Che i nostri cuori siano pieni di gioia e di riconoscenza! Quanti cristiani cercano il loro posto col mondo e poi, vedendo lo stato di cose che li circonda, camminano quaggiù col capo chino, affliggendo ogni giorno l’anima loro come un tempo faceva il giusto Lot che abitava a Sodoma (2 Pietro 2:7)! Non è questa la nostra parte; noi non siamo chiamati ad essere dei Lot quaggiù. La nostra parte è con Abrahamo, l’amico di Dio. La depravazione di Sodoma non abbatteva l’anima sua. Come nazireo, egli stava sull’alta montagna, con gli occhi fissi non sopra Sodoma, ma sulla città che ha i veri fondamenti (Ebrei 11:12). Il Signore ha detto parlando di lui: «Abramo ha giubilato nella speranza di vedere il mio giorno; e l’ha veduto e se n’è rallegrato» (Giovanni 8:56). Invece di scoraggiarsi, benediciamo Dio; rendiamogli grazie del tesoro celeste che ci ha dato in Cristo.

Come accade oggi a tanti, il cuore di Manoah è pieno di timori quando si trova davanti a Dio. «Manoah disse a sua moglie: Noi morremo sicuramente; perché abbiam veduto Dio» (v. 22). Ma la sua compagna gli è di aiuto. Vi è forse motivo di temere quando Dio ha accettato la loro offerta? L’amore di Dio, dimostrato per noi alla croce, è la nostra garanzia per tutto il resto. «Colui che non ha risparmiato il suo proprio Figliuolo, anzi l’ha dato per tutti noi, come non ci donerà Egli anche tutte le cose con Lui?» (Romani 8:32).
3.3 Il serpente e il leone. Il banchetto (leggere cap. 14)

Abbiamo visto che cosa sia il nazireato. La storia di Sansone ci mostra che in esso sta la nostra forza spirituale.

Cristo solo ha realizzato pienamente il suo nazireato, una separazione morale assoluta, durante tutta la sua vita quaggiù, e lo realizza ancora nel cielo dove Egli resta il vero nazireo «separato dai peccatori». Sansone, nazireo, è un tipo di Cristo ma solo sotto l’aspetto della sua missione (13:5); per il resto, egli è piuttosto il tipo della testimonianza che la Chiesa di Dio deve rendere nella separazione dal mondo, nella potenza dello Spirito e nella comunione col Signore. La storia di quest’uomo di Dio, benché piena d’atti di potenza, è tuttavia una delle più tristi che la Parola riporti. Sansone avrebbe dovuto essere un vero rappresentante di Dio. Ma non fu così.

Cristo, il vero nazireo, ha incontrato Satana sotto due forme: nel deserto, come serpente astuto e seduttore, e, alla fine della sua carriera, come leone ruggente che lacera e divora.

Nel deserto (Matteo 4), il Signore ha riportato la vittoria, usando contro le seduzioni del nemico le armi della Parola di Dio e della dipendenza completa dal Padre. Sansone incontra, al principio della sua carriera, il serpente che cerca di sedurlo nella persona d’una figlia dei Filistei. È detto due volte che ella «gli piacque» (v. 3 e 7). Da quel momento egli pensò di unirsi a quella donna anche se apparteneva al popolo oppressore d’Israele. È così che a volte agiscono i cristiani quando sono alle prese col seduttore. Satana, che non trovava in Cristo nessun appiglio, trova invece facilmente in noi dei cuori che gli rispondono. Per mezzo degli occhi, i nostri cuori sono attirati verso l’oggetto che Satana ci presenta, e desiderano possederlo. Ciò non significa che si debba necessariamente cadere. Se tali oggetti piacciono ai nostri occhi, la grazia e la Parola possono preservarci. Malgrado le tendenze del suo cuore, Sansone, protetto dalla grazia provvidenziale di Dio, non ha mai sposato quella figlia dei Filistei.

Il suo desiderio, comunque, dimostrava che la Parola di Dio non aveva il valore per lui. I suoi genitori, conoscendo meno bene di lui i consigli di Dio (v. 4), ma meglio di lui la Sua parola, gli dicono: «Non vi è egli dunque fra le figliuole dei tuoi fratelli e in tutto il nostro popolo una donna per te, che tu vada a prenderti una moglie tra i Filistei incirconcisi?» (v. 3). Infatti, la Parola di Dio era chiara a questo riguardo: «E non t’imparentai con loro, non darai le tue figliuole ai loro figliuoli e non prender le loro figliuole per i tuoi figliuoli; perché distoglierebbero i tuoi figliuoli dal seguire me per far servire a dèi stranieri» (Deuteronomio 7:3). Perché Sansone non teneva conto di queste cose? Cristo, il nazireo perfetto, riconosceva l’autorità assoluta delle Scritture e si nutriva di ogni parola uscita dalla bocca di Dio. Siccome la Parola non ha valore per lui, Sansone si mette su un pendio che può solo farlo cadere.

Nella vita di Sansone, tre donne segnano le tre tappe che lo conducono alla perdita del suo nazireato. La prima gli piacque; con la seconda concluse un legame momentaneo (16:1), la terza l’amò (16:4). Quando il suo cuore è legato, suona l’ultima ora del suo nazireato.

Tuttavia, Sansone era affezionato al Signore e al suo popolo. È scritto che «suo padre e sua madre non sapevano che questo veniva dall’Eterno poiché Sansone cercava che i Filistei gli fornissero un’occasione di contesa». La loro dominazione gli era odiosa. Egli cercava il momento favorevole per sferrare il colpo destinato a spezzare il giogo che pesava sui figliuoli d’Israele. Ma Sansone, in quest’opera, agiva con un cuore diviso; cercava di conciliare il piacere dei suoi occhi con l’odio contro il nemico del suo popolo; tendeva la mano sinistra al mondo volendo però combatterlo con la destra. Ma Dio tiene conto di ciò che vi è per Lui in quel cuore. «Questo veniva dall’Eterno». Egli poteva servirsi anche delle debolezze di Sansone per compiere i suoi disegni di grazia verso il suo popolo.

Questa tendenza di cercare nel mondo ciò che piace ai nostri occhi trascina in difficoltà senza fine, da cui solo la potenza di Dio può liberare. Si trovano nella Parola molti casi in cui un primo sguardo diretto verso il mondo spinge il credente ad un male irreparabile. Dobbiamo vegliare su questo con timore e tremore, poiché non possiamo prevedere quale abisso può aprirsi davanti a noi seguendo anche una sola concupiscenza. Abbiamo degli esempi di Abramo, di Noè, di Lot, di Davide. La grazia può guardarci, ma non giochiamo con essa, e non pensiamo che essa possa servirci per coprire o scusare i nostri peccati; appoggiamoci su di essa per essere sostenuti e guardati dalle cadute; e se siamo stati tanto stolti da abbandonare per un istante quell’appoggio, ritorniamo presto ad essa per ritrovare la comunione perduta.

Sansone è su un terreno sdrucciolevole. Egli desidera sposare questa figlia dei Filistei poiché alla concupiscenza degli occhi segue l’alleanza col mondo. Allora fa un banchetto (v. 10); si siede al convito, mantenendo senza dubbio esteriormente i segni del suo nazireato, perché non ci è riferito che bevesse del vino coi Filistei; ma quel pasto ha per lui delle tristi conseguenze.

Ma prima di proseguire, consideriamo ciò che è avvenuto prima di tale banchetto. Abbiamo detto che Satana non si presenta a noi soltanto come un serpente ma anche come un leone ruggente; sotto questo carattere il Signore Gesù l’ha incontrato al Getsemani e alla croce. Non v’è nulla di più spaventevole del ruggito del leone. Satana cercò di spaventare l’anima santa di Cristo per fargli abbandonare quel sentiero divino che lo conduceva al sacrificio. Nella potenza dello Spirito Santo e nella perfetta dipendenza dal Padre suo, il Signore gli resistette nell’orto degli ulivi. Alla croce, dove Satana aprì le sue fauci contro Cristo «come un leone rapace e ruggente» (Salmo 22:13), il Signore, pur nella sua apparente «debolezza» (2 Corinzi 13:4), vinse «l’uomo forte» e lo rese impotente. Satana si presenta sotto la stessa forma anche ai figli di Dio. «Il nostro avversario, il diavolo, va attorno in guisa di leone ruggente cercando chi possa divorare» (1 Pietro 5:Cool. Se non riesce a sedurci, cerca di spaventarci.

Sansone ha ora a che fare col leoncello che gli viene incontro dal paese dei Filistei. Qui, il nazireato di Sansone si rivela in tutta la sua potenza, che è quella dello Spirito di Dio. «Lo Spirito dell’Eterno investì Sansone, che senza avere niente in mano, squarciò il leone, come uno squarcerebbe un capretto» (v.6). Così dobbiamo agire di fronte a Satana. Non dobbiamo avere riguardi con lui, poiché se lo risparmiamo ritorna alla carica. Non può far nulla contro di noi se lo trattiamo senza timore; e questo perché Gesù, senza armi, l’ha già vinto per noi alla croce.

Più tardi, Sansone, scendendo per quella via, «uscì di strada per vedere il carcame del leone; ed ecco, nel corpo del leone c’era uno sciame d’api e del miele»; ne mangiò per strada e ne diede ai suoi genitori. Il frutto della vittoria di Cristo alla croce ha messo a nostra disposizione tutte le benedizioni celesti. Esse si trovano per noi nelle spoglie del nemico abbattuto.

E se noi, quando riportiamo su lui una vittoria, lo trattiamo da avversario vinto, la nostra anima sarà ripiena di forza e di dolcezza. Potremo anche comunicare questa forza e questa dolcezza ad altri, ma, come per Sansone, la nostra anima dovrà essere nutrita per prima. Non trattiamo mai Satana da amico; ne usciremmo vinti e indeboliti, pieni di amarezza e morenti di fame.

La vittoria di Sansone sul leone di Timnat non è soltanto una prova di forza; è un segreto fra lui e Dio. Quando i suoi occhi sono attirati verso la figlia dei Filistei, egli lo racconta ai suoi genitori; ma quando si tratta della sua vittoria, egli non lo dice a nessuno. La vita di Sansone è piena di segreti e di atti di potenza. Il suo nazireato stesso era un segreto, un legame, sconosciuto da tutti, fra l’anima sua e l’Eterno. Questo legame, per noi è la comunione con Dio. Troviamo quattro segreti in questo capitolo: Sansone non aveva rivelato ai suoi genitori né i suoi progetti, né la parte che l’Eterno aveva in queste cose (v.4); non aveva parlato loro della sua vittoria (v.6) né da dove aveva tratto il miele (v.9) e non aveva rivelato il suo enigma (v.16). Tutto ciò, mantenuto soltanto fra l’anima sua e Dio, era per lui il solo mezzo per seguire un cammino di benedizione in mezzo a questo mondo.

Ma ritorniamo al convito. Sansone espone il suo enigma ai Filistei, presupponendo, con ragione, che costoro non avrebbero compreso nulla. Ma il nemico riesce a rubargli ciò che nascondeva così bene. Il mondo agisce sempre con astuzia per privarci della nostra comunione con Dio. Se i nostri cuori, come quello di Sansone, si attaccano in qualche modo a ciò che il mondo può offrirci, non tardiamo a perdere la nostra comunione con Dio. La mancanza di comunione non implica ancora la mancanza di forza, ma è la via che porta alla debolezza; poiché, finché il nazireato esiste, sia pure esteriormente, la forza può anche non mancare. È ciò che Sansone dimostrò ai Filistei nell’affare delle trenta mute di vesti. Ma quest’uomo di Dio godette forse pace e gioia durante i giorni del banchetto? No, anzi le lacrime, le preoccupazioni e il tormento furono la sua parte (v. 17). Sansone fu tradito proprio dalla stessa che si era scelto! Chi si mescola col mondo difficilmente s’immagina che esso sia tanto malvagio quanto lo è in realtà. Sansone non avrebbe mai pensato che i suoi trenta compagni, aiutati dalla sua donna, gli avrebbero teso dei lacci per spogliarlo. Satana può separarci dalla comunione del Signore, renderci infelici; può anche impedirci d’essere dei testimoni quaggiù, ma, grazie a Dio, non può strappare dalle mani di Cristo coloro che gli appartengono.

La grazia di Dio preserva Sansone dalle ultime conseguenze del suo errore, e lo libera da un’alleanza che Dio non poteva approvare. Lo Spirito del Signore lo investe ed egli fa degli atti di prodezza. Egli «si accese d’ira» (v. 19). Sansone aveva un carattere molto particolare: si lasciava dirigere, nei suoi atti, dal risentimento per i torti che gli venivano fatti. Tuttavia riporta la vittoria sui nemici dell’Eterno e non trattiene per sé nulla come bottino. Le cose prese dal mondo ritornano al mondo. Sansone abbandona così la scena di tante miserie e risale «a casa di suo padre», ch’egli non avrebbe dovuto lasciare per stabilirsi fra i Filistei.

Agiamo anche noi come lui! Se, nei nostri rapporti col mondo, abbiamo fatto qualche penosa esperienza, affrettiamoci a ritornare alla casa del Padre, che non avremmo mai dovuto abbandonare, neppure col pensiero, e dove abita Colui che è la sorgente della nostra pace e della nostra felicità.
3.4 Le vittorie (leggere cap. 15)

Prima di proseguire vorrei ritornare sopra alcuni punti comuni ai capitoli 14 e 15 che formano una sola narrazione.

Anzitutto notiamo che Dio porta sempre a compimento i suoi disegni anche servendosi di circostanze che si direbbero ben lontane da quelle che sono le sue aspettative. Ciò spiega l’espressione: «Questo veniva dall’Eterno» (14:4). Dio non compie le sue vie soltanto per mezzo di cose ch’Egli approva. Egli può fare concorrere i nostri stessi errori o la sua disciplina o l’opposizione di Satana e del mondo, tutto, insomma, per ottenere il risultato finale che vuole raggiungere. Le nostre infedeltà non sconvolgono le vie di Dio. Lo si vede in modo particolare in tutta la vita di Sansone e lo si può anche constatare nella storia della Chiesa di Cristo. Le vie di Dio tendono tutte alla vittoria finale e alle benedizioni che ne sono la conseguenza. Quanto è consolante!

Sovente, a nostra vergogna, i nostri propri progetti non hanno riuscita, come è stato per Sansone che non sposò la figlia dei Filistei. Spesso accade che i figli di Dio, trovando la via sbarrata con il divieto divino di andare oltre, sono obbligati a tornare con umiliazione sui loro passi. Altre volte, il nostro servizio, che avrebbe dovuto proseguire con potenza, è bruscamente interrotto, senza possibilità di tornare al punto da cui aveva cominciato a deviare. Mai nulla di simile accade nelle vie di Dio; esse dominano tutte le nostre vie. Per mezzo della morte d’un Sansone cieco, l’Eterno riporta la sua più grande vittoria. Mosè, il cui cammino è interrotto prima di entrare nel paese della promessa, e presente sul monte santo nella gloria stessa di Cristo.

Il secondo punto è che Sansone, per quanto le sue motivazioni fossero di volta in volta diverse, «cercava che i Filistei gli fornissero un’occasione» (14:4). E perché? Per liberare Israele colpendo il nemico che l’aveva asservito. Era un nobile motivo; che sia pure il nostro! «Approfittando delle occasioni — dice Paolo — perché i giorni sono malvagi» (Efesini 5:16). Che noi pure, come nazirei, abbiamo il cuore pieno di tenera compassione per i nostri fratelli ritenuti sotto il giogo del mondo, e cerchiamo l’occasione per spiegare, con amore, l’energia dello Spirito per liberarli. Questi due capitoli illustrano, in modo stupefacente, il fatto che Sansone cercava continuamente un’occasione per colpire i Filistei e come l’intensità del suo desiderio gliela faccia trovare. I vili e gl’indifferenti, al suo posto, incontrando un ostacolo sul loro sentiero sarebbero tornati indietro.

Vi è un’espressione che è ripetuta sovente i questi capitoli: «E lo Spirito dell’Eterno investì Sansone» (14:6,9; 15:14). Quando leggiamo queste parole possiamo essere certi che il combattimento è secondo Dio e non mescolato ad altro. Noi pure possiamo riportare simili vittorie, perché siamo stati suggellati dallo Spirito Santo che è potenza, in virtù della redenzione. Tuttavia, è importante notare che non possiamo misurare il valore morale d’un uomo di Dio dalla grandezza del suo dono. Nella Scrittura non c’è uomo più forte di Sansone, e non c’è uomo moralmente più debole di lui.

Il Nuovo Testamento ci dà un esempio simile nell’assemblea di Corinto, alla quale non mancava alcun dono di potenza e che, tuttavia, sopportava nel suo seno ogni sorta di male morale. Sansone era un nazireo che lo Spirito di Dio afferrava sovente, ma anche un uomo che, non avendo mai giudicato il suo cuore, non si era messo in armonia col dono che esercitava. Dal principio alla fine della sua carriera, lo vediamo seguire le sue concupiscenze. Egli va, senza combattere, dove il cuore lo conduce. Malgrado la potenza dello Spirito, è un uomo carnale. La sua dolcezza è carnale, quando va a trovare sua moglie portandole in dono un capretto; la sua collera è carnale, quando il mondo gli propone in cambio della moglie che desidera, un’altra donna che per lui non ha valore. D’altronde, è sempre così che il mondo ci tratta, a nostro danno e a nostra vergogna, quando abbiamo desiderato qualcosa di suo. Ciò che il mondo dà al credente, dopo avergli fatto tante belle promesse, non ha valore e non può soddisfarlo.

Ho detto: la collera di Sansone è carnale. Lo Spirito dell’Eterno non s’impossessa di lui nell’impresa dei trecento sciacalli. Egli vuole «fare del male» ai Filistei (v. 3) distruggendo i loro raccolti, e si serve di astuzie che non sembrano essere il pensiero di Dio. I Filistei, irritati, bruciano vivi sua moglie e il padre di lei! Ma Sansone trova nella loro vendetta (v. 7) una nuova occasione per compiere l’opera di Dio. «Non avrò posa finché non mi sia vendicato di voi» (v. 7), ma non è aggiunto che lo Spirito di Dio lo afferrò. Qui Dio non si mostra apertamente, eppure è dietro la scena. L’atto di Sansone, nonostante tutto, è una liberazione per il popolo d’Israele.

«Poi discese, e si ritirò nella caverna della roccia di Etam» (v. Cool. Era inevitabile. Quando il credente si mette dalla parte di Dio contro il mondo, si trova isolato. Sansone lo capisce. Ahimè! i testimoni di Dio in un tempo di rovina sono messi da parte dallo stesso popolo di Dio! I tremila uomini di Giuda, che la testimonianza di Sansone turba nella tranquillità della loro oppressione, acconsentono ad aiutare il nemico per sbarazzarsi di lui. Essi preferiscono il giogo dei Filistei alle difficoltà di quella testimonianza e ai rischi che essa comporta. In tutto il libro dei Giudici non si trova un livello spirituale e morale più basso di questo. Israele non supplica nemmeno più l’Eterno, non vuole nemmeno più essere liberato. L’uomo di Dio lo imbarazza. I Filistei dicono: «Per fare a lui quello che ha fatto a noi». Gli uomini di Giuda dicono: «Che è dunque questo che ci hai fatto?», identificandosi così col nemico che lo soggioga. Giuda non è più Giuda, e scambia il suo nome con quello dei Filistei! La comunione fra di loro è completa; insieme formano il nemico della testimonianza; Giuda preferisce la schiavitù alla libera potenza dello Spirito Santo di cui Sansone in quel momento è lo strumento.

Sansone si lascia legare. Questa è pure la storia della cristianità. Il popolo di Dio ha fatto allo Spirito Santo ciò che Giuda fece a Sansone. La sua potenza lo disturba; non vuole saperne della libertà che lo Spirito porta, e ostacola la sua azione e lo lega con dei metodi sempre nuovi, come quelle «funi nuove» con cui Giuda ha legato il suo liberatore, pur dicendogli: «Certamente non ti metteremo a morte».

Sansone avrebbe potuto fare diversamente da ciò che fece; egli provò più tardi che quei miserabili legami non erano per lui che tele di ragno. L’uomo forte si beffava delle corde nuove, ma nondimeno acconsente a lasciare legare. Che responsabilità per quei tremila uomini di Giuda che apprezzavano così poco il dono che Dio aveva loro fatto! Che vergogna per loro! Certo la vergogna non è per Sansone. Se qualcosa getta un obbrobrio meritato sui cristiani legati al mondo, è appunto l’ostacolo frapposto alla libera azione dello Spirito Santo fra loro, perché li disturba ed essi non sanno che farsene. Ma al momento stabilito, la potenza dello Spirito rompe tutte le barriere. «Lo Spirito dell’Eterno lo investì e le funi che aveva alle braccia diventarono come fili di lino a cui si appicchi il fuoco; e i legami gli caddero dalle mani» (v. 14). Allora Dio si serve di un osso trovato nei campi, una mascella d’asino, per riportare una notevole vittoria, e quel luogo è chiamato Ramath-Lehi (Collina della mascella), dal nome dello strumento insignificante adoperato in quel combattimento. Noi siamo strumenti simili fra le mani dello Spirito Santo di Dio, ma il Signore si compiace d’associare i nostri nomi alla sua vittoria, come se fosse la mascella d’asino a fare «un mucchio, due mucchi...» (v. 16).

Dopo la vittoria, Sansone «ebbe gran sete» (v. Cool. L’attività del credente non è tutto; il combattimento non disseta. Occorreva a Sansone qualcosa che rispondesse ai suoi bisogni personali, altrimenti, egli dice, «dovrò morire di sete, e cadere nelle mani degl’incirconcisi». Se non vogliamo perdere il frutto della vittoria bisogna che ci serviamo della Parola di Dio per rinfrancarci. Sansone grida all’Eterno, che gli fa trovare una sorgente sgorgante da una roccia fessurata. La roccia, dovunque ne è parlato, rappresenta sempre Cristo. «Se alcuno ha sete, venga a me e beva», ha detto il Signore. Ritorniamo a Lui dopo il combattimento; la Sua Parola ci ristorerà.

Sansone è consapevole dei pericoli che seguono la vittoria. Il fatto che Dio abbia dato, come Sansone riconosce, una gran vittoria «per la mano del suo servitore» potrebbe diventare l’occasione per farci cadere personalmente «fra le mani degli incirconcisi», a meno che non cerchiamo immediatamente rifugio in Lui e la forza presso le acque della grazia, di cui Cristo è il dispensatore. In quel giorno benedetto, Sansone realizzò queste due cose: una grande attività nel combattimento per gli altri e riguardo a se stesso un’umile dipendenza da Dio per approfittare delle risorse che si trovano in Cristo.

La prima parte della storia di Sansone termina con le parole: «Sansone fu giudice d’Israele, al tempo dei Filistei, per vent’anni» (v.20). Malgrado tutte le mancanze segnalate, essa contiene l’approvazione di Dio sulla carriera pubblica del suo servitore. Ma il capitolo che segue ci fa vedere la perdita del suo nazireato.
3.5 La sconfitta e la restaurazione (leggere cap. 16)

Entriamo in un nuovo periodo della storia di Sansone, caratterizzata dalla perdita del suo nazireato e dalla sua finale riabilitazione. Il v. 31 del nostro capitolo, paragonato al v. 20 del cap. 15, segna chiaramente questa divisione. Al cap. 15, Dio aveva preservato il suo servitore, suo malgrado, dall’impegnarsi definitivamente con una donna che serviva gl’idoli. Ma ciò non è bastato per raddrizzare la tendenza naturale del suo cuore, e il v. 1 di questo capitolo ci mostra dove questa tendenza lo conduce. Egli aveva cercato il mondo «idolatra» e ora scende ancora più in basso: cerca il mondo «corrotto» e non teme di associarsi, sebbene momentaneamente, con lui. Una disposizione mondana non giudicata conduce necessariamente a delle cadute più gravi.

Così si unisce a quella donna. L’unione, per quanto corrotta, è passeggera, e Sansone non perde ancora la sua forza poiché il segreto di essa è ancora fra lui e Dio. Spiato tutta la notte, alla porta della città, dai suoi mortali nemici, si alza, afferra «i battenti della porta della città e i due stipiti» li scardina insieme con la barra, se li mette sulle spalle e li porta in cima al monte ch’è dirimpetto a Hebron (v.3). Anche qui, come alla vittoria sul leone di Thimna, la storia di Sansone ci ricorda quella di Cristo. Come Sansone, così il Signore, risvegliandosi dal sonno della morte, ha annientato i disegni del nemico, infrangendo le porte della sua terribile fortezza e facendo prigioniero colui che ci teneva schiavi; poi, essendo salito in cielo, ha innalzato i trofei della sua vittoria. La morte, la fortezza di Satana, non ha più porte per ritenerci, ed è divenuta per i credenti nient’altro che un passaggio. Nessun legame ha potuto imprigionare Cristo, e nessuna potenza può trattenere noi nella morte. «Il monte che è dirimpetto ad Hebron», il luogo dell’uomo risuscitato di fronte al luogo della morte (poiché Hebron, nella Scrittura, è il luogo della morte) costituisce per noi una sicura garanzia.

Abbiamo detto più volte che non c’è uomo di Dio che non debba riprodurre, e che non riproduca, alcuni caratteri della persona del Salvatore. Quanto sarebbe stato bello vedere in Sansone una degna immagine di Cristo nella sua vittoria sulla morte, come lo era stato nella sua vittoria sul leone! Da dove usciva quell’uomo forte colle porte di Gaza sulle spalle? Per chi combatteva? Chi l’aveva condotto fino a quel punto? In tutte queste cose, ahimè! la sua storia fa un contrasto assoluto con quella del nostro adorabile Salvatore.

Ma ecco un fatto ancora più umiliante (v. 4-21). Sansone, che fin qui aveva contratto col male soltanto un’unione passeggera, va più lontano. La figlia dei Filistei (cap. 14) era piaciuta ai suoi occhi, la donna di Gaza (cap. 16) l’aveva attirato per un istante nelle sue reti; ora Delila s’impadronisce delle sue affezioni. Di lei Sansone «si innamorò» (v. 4). Ecco dove termina la via di un credente che, invece di giudicare i primi impulsi del suo cuore naturale, li coltiva. Malgrado tutto, Sansone aveva conservato fin qui le sue relazioni intime e segrete con Dio. Egli possedeva una forza che il mondo non poteva comprendere e non sapeva risalire alla sua sorgente. La sua forza rimaneva un enigma per i suoi nemici; essi ne vedevano gli effetti, ma diretti contro a loro, e ciò li rendeva estremamente avidi di strappargli il segreto. Senza dubbio, la sua lunga capigliatura, che gli altri non avevano, era una pubblica professione di separazione per Dio. Ma non poteva venire in mente ai suoi nemici che questa figura di dipendenza e di rinuncia a se stesso fosse per quel nazireo una sorgente di forza.

Sansone amò Delila. Eccolo in comunione con questa donna, e Dio non lo può accettare. È impossibile che abbiamo affetti per il mondo e per Dio nello stesso tempo. «Nessun domestico può servire a due padroni; poiché o odierà l’uno e amerà l’altro, si atterrà all’uno e sprezzerà l’altro» (Luca 16:13). Amando Delila era come se mostrasse di non amare Dio, benché di fatto gli appartenesse; e un po’ alla volta questa donna riesce a conquistarlo e a dominarlo sempre più: «Come fai a dirmi: T’amo!, mentre il tuo cuore non è con me?» (v. 15). Da quel momento il suo cuore è preso, e non tarderà a rivelarle l’ultima parola del suo segreto.

Per tre volte, le sette corde d’arco fresche, le grosse funi nuove e il subbio da tessitore a cui erano state legate le sue trecce, non hanno potuto vincere la potenza dello Spirito. Dio sosteneva ancora il povero servitore infedele, ma appena il suo segreto sarà rivelato e i suoi capelli tagliati, il segno della dipendenza da Lui sarà abolito e così pure il legame di comunione che univa l’anima sua a Dio. Che gli rimane ora? La sua forza è svanita. Le passate esperienze delle liberazioni di Dio, malgrado le sue catene morali, non servono che ad ingannarlo e ad addormentarlo. Si era liberato per tre volte in momenti critici. Perché non dovrebbe liberarsi anche una quarta volta? Il cuore accecato dice a se stesso: «Io ne uscirò come le altre volte, e mi svincolerò». Ma, perdendo la comunione, anche l’intelligenza dei pensieri di Dio viene meno: «Ma non sapeva che l’Eterno s’era ritirato da lui» (v. 20).

Sansone non era a suo agio sotto il giogo di Delila. «Premendolo ella ogni giorno con le sue parole e tormentandolo egli se ne accorò mortalmente» (v. 16). Ecco ciò che Sansone aveva trovato nelle cose che l’attiravano di più. Avrebbe voluto rifiutare, ma non ne era più capace. Un uomo del mondo può trovare la sua gioia nel mondo, un credente mai. In fondo, il cuore di Sansone era con Dio e con l’Israele di Dio. Da questo derivava il suo combattimento, il suo accoramento, la sua miseria. La sua coscienza parla e non gli lascia riposo; la sua gioia è avvelenata. Egli fa finalmente l’ultimo passo, e le apre «tutto il cuor suo» (v.17).

Dopo ciò, ecco il sonno: «Ella lo addormentò sulle sue ginocchia» (v. 19). L’anima perde ogni sentimento delle sue relazioni con Dio, e cade in un profondo sonno nell’atmosfera pesante della corruzione. Allora, il nemico appostato, che sta spiando quel momento, avanza, incatena, acceca l’uomo potente e si serve di lui come dello schiavo più miserabile. Sansone non è che un povero schiavo cieco, zimbello dei nemici dell’Eterno. Non bisogna illudersi; il nemico si accanisce con Dio più che con Sansone, poiché il nazireo vinto diventa il testimone della presunta vittoria del falso dio Dagon sul vero Dio! La mancanza di realtà nella vita dei credenti è l’arma più potente del mondo contro la persona di Cristo. Disprezzando il credente infedele, il mondo trova il modo di sprezzare Cristo stesso e la sua opera.

Grazie a Dio, la storia dell’ultimo giudice di Israele non termina con questa sconfitta. Dio vuole sempre avere la vittoria finale, malgrado l’infedeltà dei suoi testimoni. Così, Sansone ritrova il suo nazireato in quella condizione di amara umiliazione. «Intanto la capigliatura che gli avevano tosata cominciava a ricrescergli» (v. 22). Sansone non era uomo di preghiera. In tutta la sua storia, solo due volte lo udiamo rivolgersi a Dio (15:18 e 16:28). Ed ora, mentre i suoi nemici festeggiano il loro trionfo, Sansone grida all’Eterno. È più apprezzabile, in un uomo di Dio, una vita che finisca meglio di quando sia iniziata, piuttosto che una che sia iniziata bene e finisca male. Non è però l’ideale. Il cammino di Cristo, l’uomo perfetto, era un sentiero di equilibrio e di continua e assoluta coerenza, nelle mille diverse circostanze per cui ebbe a trovarsi. Così lo vediamo nel Salmo 16 e negli Evangeli.

Eppure, per un credente, è ancora meglio finire la propria vita come Sansone o come Giacobbe, la cui carriera, fatta di imbrogli e di astuzie umane, termina colla visione gloriosa del futuro di Israele e con la visione, in Giuseppe, del Messia promesso; è ancora meglio, dico, finire così piuttosto che come Salomone, nell’idolatria, dopo un regno magnifico di sapienza e di potenza. Sì, la fine di Sansone fu una vittoria meravigliosa. «Più ne uccise egli morendo, di quanti ne aveva uccisi da vivo» (v. 30).

Che questa storia ci sia d’ammaestramento. Ci sia accordato di essere fra coloro che, nelle varie esperienze della loro vita, non abbiano né un brutto inizio né una brutta fine. Paolo, pur essendo un uomo soggetto alle stesse nostre infermità, evitò l’uno e l’altra, benché il suo cammino abbia rivelato qualche debolezza. Impariamo a regolare i nostri passi solo su quelli del nostro impeccabile Modello; Egli era la forza dell’apostolo Paolo e sarà pure la nostra. Allora Dio dirà di noi: «Essi vanno di forza in forza e compariscono alla fine davanti a Dio in Sion» (Salmo 84:7).
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