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 Giosue' cap 1

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060914
MessaggioGiosue' cap 1

Libro di Giosuè Capitolo 1
Henri Rossier

Il libro di Giosuè ci presenta, in figura, il soggetto dell’epistola agli Efesini.

Era giunta al suo termine la traversata del deserto e bisognava che l’assemblea d’Israele passasse il Giordano sotto la direzione d’una nuova guida, e prendesse possesso del «paese della promessa» spodestando i nemici che l’abitavano.

È la stessa cosa di noi. I luoghi celesti sono la nostra Canaan; vi entriamo nella potenza dello Spirito di Dio che ci unisce ad un Cristo morto e risuscitato, e ci fa sedere in Lui nel cielo godendo in anticipo di quella gloria che Egli si è acquistata e nella quale vuole introdurci. Ma, al presente, dobbiamo impegnare il combattimento della fede contro gli spiriti maligni che sono nei luoghi celesti per appropriarci di ogni palmo di terreno che Dio ci ha dato in eredità.

La differenza fra la figura e la realtà sta in questo: Israele aveva terminato il cammino del deserto prima d’entrare in Canaan, mentre per noi il deserto e Canaan sussistono insieme; ma la benedizione è anche più estesa. Se il deserto ci insegna che abbiamo ancora bisogno d’essere «umiliati e provati per conoscere quel che vi è nei nostri cuori», in risposta alle nostre infermità facciamo la preziosa esperienza delle risorse divine in mezzo a questa terra arida e senz’acqua; Dio apre la mano per nutrirci di manna, dissetarci con l’acqua della roccia, e farci gustare le risorse inesauribili della sua grazia, poiché nulla manca al suo popolo: «Il tuo vestito non ti s’è logorato addosso, e il tuo piè non s’è gonfiato durante questi quarant’anni» (Deuteronomio 8:4). Ma noi ci troviamo, allo stesso tempo, nei pascoli erbosi e nelle acque chete d’una ricca contrada di cui gustiamo le primizie; possiamo in pace sederci alla tavola apparecchiata al di là del Giordano, e assaporare le vivande di questa tavola, godendo di un Cristo celeste, seduto nella gloria, alla destra di Dio.
1.1 Il condottiero

Al momento in cui comincia questa nuova tappa della storia d’Israele, Giosuè è chiamato a guidare il popolo. Quest’uomo notevole appare per la prima volta in Esodo 17, al tempo del combattimento contro Amalek, e questa apparizione ci dà la chiave del suo carattere tipico. Mentre Mosè, in questo luogo, figura dell’autorità divina intimamente associata al sacerdozio celeste e alla giustizia di Cristo, sta sul monte durante il combattimento, vi era in basso, nella pianura, un uomo «in cui è lo Spirito» (come dice l’Eterno a Mosè. Numeri 27:18) che dirige la battaglia dell’Eterno. Questo Giosuè è Cristo; ma Cristo in noi, o fra noi quaggiù, nella potenza dello Spirito Santo. Ormai, come Mosè condottiero era stato inseparabile da Israele nel deserto, sarà lo stesso per Giosuè condottiero del popolo in Canaan. È detto di quest’ultimo: un uomo «che esca davanti a loro ed entri davanti a loro, e li faccia uscire e li faccia entrare; affinché la raunanza dell’Eterno non sia come un gregge senza pastore..., poserai la tua mano su lui... affinché tutta la raunanza dei figli d’Israele gli obbedisca» (Numeri 27:17-20).
1.2 Il paese e i suoi confini

Al v. 2 è menzionato il fiume Giordano, barriera che separava il popolo dalla terra promessa. Per entrare in Canaan, bisognava attraversarlo sotto la guida di Giosuè. La loro eredità era un puro dono della grazia di Dio: «Il paese che io do ai figli d’Israele». Apparteneva loro da parte dell’Eterno, ma bisognava che il popolo ne prendesse possesso: «Ogni luogo che la pianta del vostro piede calcherà, io ve lo do» (v. 3).

Anche noi abbiamo spiritualmente tutte queste cose. La pura grazia di Dio ci ha dato il cielo, ma non vi possiamo entrare che passando attraverso la morte e la risurrezione con Cristo e per la potenza del suo Spirito. Infine, noi afferreremo ognuna delle nostre benedizioni, e ne proveremo la realtà celeste, occupandoci di queste cose ed entrandovi in modo diligente e personale. In altre parole, il cristiano per goderle deve appropriarsene per la fede, altrimenti è come un povero re malato, che vive all’estero e che non ha mai viaggiato nel suo regno.

Al v. 5 troviamo un altro punto importante che caratterizza il paese. C’è il nemico; vi sono degli ostacoli; ovunque poseremo il piede sorgerà un avversario. Vediamo qui chiaramente che Canaan non è il cielo come lo troveremo alla morte del corpo, ma il cielo nel quale si trova il nemico, il cielo scena del combattimento attuale del cristiano. Ma, preziosa promessa, «nessuno ti potrà stare a fronte» dice l’Eterno a Giosuè «tutti i giorni della tua vita», vale a dire finché io abbia stabilito il popolo in possesso definitivo del paese. E quale sicurezza per il popolo in questa promessa! Dio dice: Appena incontrerai il nemico sul tuo sentiero, esso sarà sbaragliato.

Vittoria! avrebbe potuto esclamare il popolo; Satana non potrà tener fronte a noi! Povero Israele, lo vedrai presto davanti alla città di Ai: tu non sei che un trastullo per la potenza di Satana, non hai forza per resistergli. Ma la tua potenza è in Cristo: «Nessuno ti potrà stare a fronte» dice l’Eterno a Giosuè, mentre al v. 3 la promessa era fatta al popolo: «Io ve lo do».

Notate un altro punto: al v. 4 Dio dà loro la descrizione esatta dei confini di Canaan. Il paese è molto esteso ma il popolo lo possedererà tutto solo nel millennio. È la stessa cosa per noi. I luoghi celesti sono la nostra conquista attuale, ovunque si posa il nostro piede; però, misureremo noi tutta l’estensione della nostra eredità? Ora «conosciamo in parte» ma il giorno viene in cui ciò che è in parte avrà fine e verrà la perfezione.

I confini del paese erano un grande deserto, un gran monte, un grande fiume, e un grande mare. Ecco quel che c’era oltre quel paese fertile, e là il popolo non poteva né doveva porre piede. È una figura del mondo con tutti i suoi caratteri morali, la sua aridità, la sua potenza, la sua prosperità, la sua agitazione. Quanto alla sua aridità, Israele l’aveva attraversata per sperimentare che non vi era là nessuna risorsa per lui, e che soltanto il pane del cielo poteva nutrirlo attraverso quelle solitudini. Tale è, fratelli, il carattere delle cose che non ci appartengono. Ma nostro è Canaan, il cielo: Canaan con i suoi combattimenti, senza dubbio, ma con le sue vittorie; Canaan con Giosuè, e con «l’Angelo dell’Eterno»; Canaan, con il calmo godimento dei possessi infiniti, che si riassumono e si concentrano attorno e nella persona d’un Cristo risuscitato, seduto nella gloria!
1.3 Qualità morali necessarie per entrare in Canaan

Al v. 6 troviamo l’energia spirituale, che l’apostolo Pietro chiama «la virtù». La fede li conduceva a posare ovunque la pianta del piede, la virtù doveva essere aggiunta alla fede. Ma notate che questa energia non si trova in noi; è in Giosuè per il popolo, è in Cristo per noi.

«Sii forte e fatti animo, perché tu metterai questo popolo in possesso del paese che giurai ai loro padri di dare ad essi». «Beato l’uomo la cui forza è in te...». Questo principio è di grande importanza. Quanti cristiani cercano di scoprire la forza in loro stessi e finiscono per essere o scoraggiati o soddisfatti di loro stessi, il che è anche peggio. La potenza è in Cristo, in Cristo per noi. E perché ci è data? Per ingigantirci ai nostri propri occhi e per gloriarci? Tutt’altro ma per introdurci nel sentiero dell’obbedienza (v. 7). Sono i piccoli fanciulli che imparano ad ubbidire; la nostra forza ci rende deboli, affinché la potenza di Cristo sia esaltata.

Troviamo un bell’esempio di questa verità al cap. 6 del libro dei Giudici. «L’angelo dell’Eterno apparve a Gedeone e gli disse: l’Eterno è teco, o uomo forte e valoroso!». Queste due cose si legano intimamente. «Va’ con cotesta tua forza», gli dice l’Eterno. Ed eccolo immediatamente colpito dal sentimento della sua nullità: il suo migliaio è il più povero di Manasse, ed egli è il più piccolo nella casa di suo padre. Ma l’Eterno gli dice: «Io sarò con te».

L’ubbidienza si regola sempre sulla parola di Dio. Dio dà la forza a Giosuè, perché abbia cura, Egli dice, di mettere in pratica tutta la legge di Mosè. Ma, assieme all’energia spirituale necessaria per ubbidire, occorre di più. Aggiunge al v. 8: «Questo libro della legge non si diparta mai dalla tua bocca, ma meditalo giorno e notte, avendo cura di mettere in pratica tutto ciò che v’è scritto». Occorre dunque, oltre all’energia divina, una cura diligente per appropriarsi dei pensieri di Dio. Egli dice: Meditalo, affinché tu gli obbedisca. È questo il nostro scopo quando studiamo la Parola di Dio? Sovente amiamo leggerla per istruirci, e l’istruzione è buona; altre volte per insegnare agli altri, cosa eccellente al suo posto; ma la leggiamo noi con lo scopo di ubbidirla diligentemente? Se fosse così, come cambierebbe la vita di molti cristiani!

Egli aggiunge: «Meditalo giorno e notte». Vi sono dei cristiani che leggono un capitolo (un versetto forse) ogni mattina, come una specie d’amuleto che deve preservarli durante la giornata; ma questo non è meditare la Parola giorno e notte. E le nostre occupazioni? direte voi. Ma non è attraverso le vostre occupazioni che la Parola vi nutre da parte di Dio, per il godimento dell’anima vostra, e per guidarvi nel sentiero di Cristo? Questo è il solo mezzo per riuscire in tutte le nostre vie e prosperare.

Al v. 9 troviamo un ultimo principio: «Non te l’ho io comandalo? Sii forte e fatti animo». Che potenza ci dà la certezza del pensiero di Dio! Ogni indecisione nel cammino, ogni spavento, ogni timore dinanzi al nemico, svaniscono. Satana non ha nessuna potenza contro di noi.

Questi sono dunque i principii che debbono governare il cuore per godere delle cose celesti e per combattere le battaglie dell’Eterno. È prezioso vederli stabiliti proprio all’inizio di questo libro, prima che Israele avesse fatto un solo passo, in modo da mettergli in mano le armi ben forbite con cui riporterà la vittoria.
1.4 Quelli che entrano in Canaan

Dopo averci presentato il condottiero, il paese e le qualità morali che occorrono per entrarvi, la Parola ci parla (v. 10-18) di coloro che sono chiamati a prenderne possesso. Sono il popolo, e anche i Rubeniti, i Gaditi e la mezza tribù di Manasse. Questi ultimi non rifiutano d’entrarvi, come un tempo la generazione precedente allorché le spie avevano fatto struggere i loro cuori. Essi s’associano ai loro fratelli e sono in prima fila per combattere, ma non per prendere possesso del paese!

Il loro territorio lo vogliono al di qua del Giordano. È una loro scelta: avevano molto bestiame e il paese era adatto per l’allevamento del bestiame (Numeri 32:1). Accade lo stesso d’un gran numero di cristiani, e si potrebbe dire che oggi sono piuttosto le nove tribù e mezzo che hanno eletto domicilio al di qua del Giordano! Ciò che da il carattere alla vita cristiana della maggior parte dei credenti sono le circostanze della vita, i bisogni d’ogni giorno, l’abbondanza o la penuria, i recinti per i loro greggi, o le città per le loro famiglie (Numeri 32:16). Questi credenti non mancano di fede: fanno anzi l’esperienza che il Signore può entrare in grazia in tutte le loro circostanze; e lo fa, Lui che è disceso per portare la benedizione divina sulla terra. Non hanno un cristianesimo mondano, ma terreno.

Israele era una figura del cristianesimo mondano quando rifiutava di salire alla «montagna degli Amorrei». «Non sarebb’egli meglio per noi di tornare in Egitto? E si dissero l’uno all’altro: Nominiamoci un capo, e torniamo in Egitto!» (Numeri 14:3-4); così i loro corpi caddero nel deserto. Le due tribù e mezzo sono la figura di coloro che abbassano il cristianesimo ad una vita di fede per le circostanze terrene che attraversano. «Essi avevano molto bestiame». Mosè, dapprima, ne è indignato, ma in seguito sopporta, vedendo che benché la loro fede fosse debole era nondimeno fede, e quei legami terreni non li separavano dai loro fratelli.

Questa tendenza ad abbassare il cristianesimo fa sfoggio di sé come dottrina, ai giorni nostri. Con molta pretesa di potenza si conosce poco al di là d’un Cristo nel quale ci si confida per la direzione dei particolari grandi o piccoli della vita giornaliera. Si conosce Cristo come Pastore; si può dire: «Il tuo bastone e la tua verga mi consolano»; ma, anche sotto questo carattere, quant’è poco apprezzata l’estensione delle sue risorse! Se Egli ci conduce attraverso questo mondo, non è tuttavia quaggiù che ci fa riposare. I «verdeggianti pascoli» e le «acque chete» non sono né l’erba, né i recinti, né le città del paese di Galaad, bensì i ricchi pascoli del paese della promessa!

È bene confidarsi in Lui per ogni cosa, e ci preservi Dio dal cercare di sminuire questa fiducia dei santi; ma assaporiamo quaggiù la felicità di entrare dove si trova un Cristo glorificato, d’essere attirati fuori del mondo, strappati da questa scena, per essere introdotti, morti e risuscitati con Lui, nella Canaan celeste.

Là non è più il molto bestiame motivo del cammino, non si tratta di assestare la propria vita più o meno fedelmente secondo quel che si possiede; piuttosto, avendo lasciato tutto dietro a sé — se stesso assieme agli affari della vita — in fondo al fiume della morte, si tratta di combattere per prendere possesso di tutti i nostri privilegi in Cristo, di realizzarli per la fede, e di goderne per mezzo della potenza dello Spirito. Notate bene che, volenti o nolenti, tutti debbono attraversare il Giordano perché anche questi nostri fratelli combattono con noi contro l’incredulità, contro la potenza di Satana che spiega la sua efficacia nel mondo; ma la morte e la risurrezione sono per loro un fatto (lo è per tutti), non una realizzazione. Occorre che l’anima la realizzi per prendere possesso del paese.
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