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 Giosue Capitolo 5

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Giosue Capitolo 5
Henri Rossier
5.1 La circoncisione

Abbiamo trovato al cap. 1 i principi morali richiesti per prendere possesso di Canaan; abbiamo visto al cap. 2 che, quando si tratta dei luoghi celesti, Dio esce dai confini di Israele e che vi si entra sul principio della fede. I cap. 3 e 4 ci hanno presentato il segreto per entrarvi.

Al cap. 5 impariamo un altro segreto, quello della vittoria; infatti, questo capitolo incomincia (v. 1) coi nemici. Tutti i re dei Cananei e degli Amorrei sfilano, per così dire, sotto i nostri occhi, ma la potenza che hanno ricevuto da Satana è già stata abbattuta al Giordano, alla morte, nella persona del loro principe. Malgrado ciò, sono troppo forti per il povero popolo d’Israele, ma Dio lo metterà in grado di riportare la vittoria sui nemici. In che modo? Egli spoglia il suo popolo di tutte le armi e di tutte le risorse che potrebbe trovare in se. La carne non può entrare nel combattimento, Dio la giudica, la mette da parte; ecco quel che significa la circoncisione. La circoncisione è «lo spogliamento del corpo della carne» in Cristo. È un fatto compiuto per ogni credente, come il Giordano è una cosa compiuta per ognuno di noi, che ne realizziamo o no la portata.

L’insegnamento di Colossesi 2:9-15 su questo punto è molto chiaro e di grande bellezza: «In Lui — dice l’apostolo — abita corporalmente tutta la pienezza della Deità». Tutto è in Cristo, nulla gli manca. Ma al v. 10 siamo noi che abbiamo tutto in Lui, e nulla ci manca; non si può dunque cercare qualcosa fuori di Lui per aggiungerla. «In Lui voi siete anche stati circoncisi d’una circoncisione non fatta da mano d’uomo, ma della circoncisione di Cristo, che consiste nello spogliamento del corpo della carne». Non soltanto, dice l’apostolo, non vi è nulla da aggiungere, ma anche non vi è nulla da togliere a quelli che sono in Lui. Il corpo della carne è giudicato e noi ne siamo spogliati; è un atto compiuto, è la circoncisione del Cristo. Al v. 12 troviamo che questa fine del vecchio uomo che ha luogo per noi nella morte di Cristo, diventa personale nel cristiano: «Essendo stati con Lui sepolti nel battesimo, nel quale siete anche stati risuscitati con Lui mediante la fede nella potenza di Dio che ha risuscitato Lui dai morti». Questo passo abbraccia la cosa nella sua estensione, e corrisponde alle due verità rappresentate dal Giordano. È la morte e la risurrezione con Cristo. Ecco dunque stabilite due grandi verità: noi siamo compiuti davanti a Dio in Cristo, e perfettamente liberati da tutto ciò che siamo in noi stessi.

L’epistola ai Filippesi (3:3) stabilisce il contrasto fra la circoncisione fatta con mano e la vera circoncisione, quella del Cristo. «I veri circoncisi siamo noi», dice l’apostolo, «che offriamo il nostro culto per mezzo dello Spirito di Dio». La circoncisione carnale sotto la legge non aveva mai fatto ciò. Bisognava non aver più nulla a che fare con la carne per rendere culto per lo Spirito. Poi aggiunge: «che ci gloriamo in Cristo Gesù». La carne, anche religiosa, non si gloria che in se stessa (*). Infine l’apostolo conclude dicendo: «e non ci confidiamo nella carne». Ecco qual’è la vera circoncisione. È mettere da parte per mezzo del giudizio, nella croce di Cristo, ciò che la Parola chiama «la carne», in modo che ormai non possiamo più avere alcuna fiducia in essa. Verità importante da conoscere! Quando si tratta del combattimento, come per il popolo d’Israele, bisogna che le stigmate della morte della carne siano su di noi. Notate, cari lettori, non si tratta qui di cercare di non aver più nulla a che fare con noi stessi, né di cercare di spogliarci; è uno spogliamento compiuto alla croce; «il peccato nella carne» è condannato e la fede afferra questo fatto che diventa una realtà pratica in quanto la coscienza prova e riceve questo giudizio. Occorreva che il carbone ardente toccasse le labbra d’Isaia; e benché il fuoco giudiziario dell’altare si fosse esaurito sulla vittima, benché non gli rimanesse che la potenza purificatrice, il profeta doveva essere messo in contatto col carbone ardente, simbolo dell’esperienza fatta dalla nostra coscienza del giudizio divino (Isaia 6:6-7).

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(*) Ne trovate la prova in Colossesi 2:21-23. Gli ordinamenti, i comandamenti e gli insegnamenti degli uomini, possono avere un’apparenza di saggezza per quel tanto che v’è in essi di «austerità nel trattare il corpo, ma... servono solo a soddisfare la carne».
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5.2 Ghilgal

«E l’Eterno disse a Giosuè: Oggi vi ho tolto di dosso il vituperio dell’Egitto». Al Mar Rosso erano stati liberati dalla schiavitù di Satana e del peccato; qui, per la prima volta, sono liberati, per mezzo del giudizio, dalla schiavitù della carne. Ma lo Spirito di Dio aggiunge: «E quel luogo fu chiamato Ghilgal, nome che dura fino al dì d’oggi». È qui che trova posto una seconda grande verità. Ho detto che la circoncisione, il giudizio, la messa da parte della carne, è un fatto compiuto in Cristo; ma si presenta inoltre sotto un aspetto essenzialmente pratico. Non può essere considerata puramente come dottrina. Il luogo della circoncisione era Ghilgal. Se questo luogo era il punto di partenza dell’esercito dell’Eterno, prima che avesse riportato vittorie, diventava il luogo del ritrovamento dopo la vittoria (10:15) e il punto di partenza per riportarne delle nuove. Il giudizio della carne rimaneva. Il popolo doveva applicarvisi incessantemente, altrimenti la carne si sarebbe adoperata per riafferrare ciò che aveva perduto, e la prima vittoria non sarebbe seguita da una seconda. Più volte ritroveremo Ghilgal nel corso di questo libro; ci basti per ora ritenere che se la circoncisione significa lo «spogliamento del corpo della carne», Ghilgal è la mortificazione delle «nostre membra che sono sulla terra». Colossesi 3:5-8 ci insegna appunto questo, in contrasto con il cap. 2:11.

Fratelli, ogni vittoria ci apre nuovi orizzonti sul paese della promessa. Senza lotta non c’è mezzo di impossessarsi di nessuna delle nostre benedizioni, ma senza Ghilgal non è possibile la vittoria. Che cosa ci è più prezioso? Canaan coi suoi combattimenti, oppure le nostre membra sulla terra? Preferiamo noi la soddisfazione passeggera delle concupiscenze della carne al penoso compito di ritornare a Ghilgal? In questo caso, l’umiliazione e il castigo verranno ad insegnarci a ritrovare quel sentiero, se non avremo perduto del tutto il segreto della forza nelle amarezze, nelle lacrime, e nella rovina irrimediabile della sconfitta.
5.3 Il nutrimento di Canaan

Le prime condizioni indispensabili per la battaglia sono lo spogliamento della carne per mezzo del giudizio operato alla croce, e la realizzazione di questo giudizio nella pratica. Né l’elmo di Saul, né la corazza, né la sua spada, potevano essere d’alcuna utilità a Davide per combattere contro il Filisteo; bisognava che se li togliesse di dosso (1 Samuele 17:39).

Ma vi è un’altra risorsa. Prima di alzarsi per combattere, Israele deve sedersi alla tavola di Dio. Bisogna essere nutriti per resistere alle fatiche della guerra; è questo il segreto della forza. Nutriti di che? Di Cristo. Egli è la sorgente della forza. Se il popolo manca di nutrimento non camminerà verso la vittoria. Che cosa benedetta entrare nel combattimento con dei cuori nutriti di Cristo! Se si avanza verso il nemico con un cuore vuoto di Lui, possiamo aspettarci d’essere vinti. Nel caso contrario, come vediamo al capitolo seguente, il combattimento non spaventa affatto. Accordi Dio ad ognuno di noi di fare questa esperienza. Non aspettiamo domani; potremmo essere chiamati a combattere questa sera stessa. Nutriamoci di Cristo oggi e domani e ad ogni istante, per essere pronti al primo segnale, ad alzarci per camminare verso la vittoria.

Diletti, il nostro nutrimento è una persona, è Cristo; non sono né delle verità né dei privilegi; è Lui stesso. Egli ci è presentato qui come il nostro alimento, sotto tre aspetti differenti: la Pasqua, la manna, il grano del paese.

Questa Pasqua di Canaan è la stessa festa che il popolo aveva celebrato in Egitto, e tuttavia quanto differiscono l’una dall’altra! Là, era un popolo avente coscienza della sua colpa, frettoloso di fuggire, protetto dal sangue dell’agnello in mezzo alle tenebre e al giudizio; qui è un popolo arrivato allo scopo, entrato in Canaan, liberato dalle ultime tracce dell’obbrobrio d’Egitto, un popolo risuscitato che ha attraversato la morte, ma che torna a sedersi in perfetta pace al punto di partenza, al fondamento stesso di tutte le sue benedizioni, attorno al memoriale d’un Cristo morto sulla croce per noi.

La Pasqua in Canaan corrisponde a ciò che la Cena rappresenta per i cristiani; e, notatelo, è un nutrimento permanente. La nostra Cena non cesserà nella gloria; soltanto, non sarà più il ricordo della morte del Signore celebrato durante la sua assenza; e non avremo neppure bisogno d’un’immagine materiale per rammentarlo; vedremo in mezzo al trono l’Agnello stesso come immolato. Lui, centro visibile della nuova creazione fondata sulla croce, punto d’appoggio e perno delle benedizioni eterne, oggetto che le miriadi di miriadi contemplano e adorano in un culto universale!

Ma vi è un altro cibo, per così dire, della cena celeste. «L’indomani della Pasqua in quel preciso giorno, mangiarono dei prodotti del paese: pani azzimi e grano arrostito» (*) (v. 11). Dio dava loro un cibo che non avevano conosciuto in Egitto: il grano del paese di Canaan, un Cristo celeste, glorioso, ma un Cristo uomo, che aveva attraversato questo mondo contaminato dal peccato in un’umanità senza macchia, come il pane era senza lievito; che in questa stessa umanità, aveva attraversato il fuoco del giudizio, come il grano arrostito; e che era entrato in risurrezione nella gloria, per sedersi come uomo alla destra di Dio.

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(*) La versione Riveduta dice: «mangiarono dei prodotti del paese: pani azzimi e grano arrostito». Il testo originale però è: «mangiarono del vecchio grano del paese, dei pani azzimi e del grano arrostito».
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Ora, quest’uomo è là per noi. Non solo è il nostro avvocato davanti al Padre ma nella sua persona ha introdotto l’uomo nella gloria. Il posto è preparato per l’uomo nel terzo cielo. L’uomo, in Cristo, entra nel completo godimento delle beatitudini celesti. Io considero quest’uomo e dico: Ecco il mio posto! Io sono in Lui, un uomo in Cristo, avente già la sua vita, la vita eterna, la vita dell’uomo risuscitato d’infra i morti; io sono unito a Lui, seduto in Lui nei luoghi celesti, e godo di questa infinita benedizione per mezzo dello Spirito Santo, la potenza stessa che mi ha qui introdotto.

Adorabile Salvatore! Per me tu sei disceso; tu sei stato per me sulla croce; tu sei entrato nella gloria e mi ci hai introdotto nella tua persona, prima di avermi là simile a te, per tutta per l’eternità! Contemplare un tale Cristo, che gioia gloriosa e che potenza! «Noi tutti, contemplando a viso scoperto, come in uno specchio, la gloria dei Signore, siamo trasformati nell’istessa immagine di lui, di gloria in gloria, secondo che opera il Signore, che è Spirito» (2 Corinzi 3:18). Si trova in questo versetto il risultato del fatto che ci si nutre del grano del paese.

L’anima modellata su di Lui, su un Cristo celeste, è capace di riprodurre i caratteri di quell’oggetto benedetto. Tale è la nostra parte; tale fu la parte di Stefano, il martire fedele. Vediamo in lui un uomo ripieno dello Spirito Santo come frutto dell’opera perfetta di Cristo, un credente nel suo carattere normale, in mezzo a circostanze tali da fargli perdere questo carattere, e che nondimeno risponde perfettamente allo scopo per cui Dio lo ha messo quaggiù. Lo Spirito, senza impedimento, lo attacca ad un oggetto nel cielo, non avendo il suo cuore alcun oggetto sulla terra e non essendo lo Spirito obbligato a combattere in lui per portarlo all’altezza d’un Cristo celeste. I caratteri dell’Uomo glorioso nel cielo diventano in lui quelli dell’Uomo perfetto sulla terra: «Signore Gesù, ricevi il mio spirito»; «Signore, non imputar loro questo peccato». Ecco un esempio che ci mostra che cos’è «essere trasformati alla stessa immagine di lui, di gloria in gloria». Non è una cosa mistica o un prodotto vago dell’immaginazione umana; è nella nostra vita giornaliera, nei nostri atti, nelle nostre parole, per mezzo dell’amore, dell’intercessione, della pazienza, della dipendenza, che noi riproduciamo in grazia i caratteri del Cristo glorioso che contempliamo. È così per noi, fratelli, in questi giorni? Sono i nostri cuori tanto nutriti di Lui che gli uomini possano notarlo nella nostra vita? Quelli che ci attorniano possono vedere, come per Stefano o per Mosè, i raggi della gloria di Cristo sopra il nostro viso? Non siamo noi che dobbiamo saperlo, poiché, in questo caso, avremmo già perduto di vista l’oggetto celeste per volgere lo sguardo su noi stessi. Mosè solo, in tutto il campo d’Israele, ignorava che il suo viso risplendesse.

«E la manna cessò l’indomani» (v. 12). Israele non ne mangiò più; la manna era il nutrimento del deserto, un Cristo disceso dal cielo in mezzo alle nostre circostanze, per incoraggiarci nelle difficoltà della strada. All’opposto d’Israele, noi cristiani abbiamo il privilegio d’avere Cristo come nutrimento ad ogni riguardo. Ma la manna non è un nutrimento permanente; è un alimento del viaggio. Senza dubbio, era indispensabile e tanto preziosa che il ricordo restò in permanenza davanti a Dio nel vaso d’oro nell’arca (Esodo 16:33) e rimarrà sempre davanti a noi quando avremo la «manna nascosta» (Apocalisse 2:17); soltanto, come nutrimento, essa è transitoria; il viaggio avrà termine. Ma il grano del paese sarà, come la Pasqua, il nostro nutrimento permanente ed eterno, non per essere noi, come quaggiù, trasformati gradatamente alla sua immagine, ma perché già gli saremo conformi (Filippesi 3:21); «saremo simili a Lui, perché lo vedremo come Egli è» (1 Giovanni 3:2).
5.4 Il capo dell’esercito dell’Eterno

Il combattimento sta per incominciare, e il generale dell’esercito non è ancora apparso. Egli si presenta all’ultimo momento, ma proprio al momento opportuno «come Giosuè era presso a Gerico». La fede può contare su Lui nel momento del bisogno; i preparativi per combattere sono, come abbiamo visto, Ghilgal e il nutrimento celeste; la potenza, il piano, l’ordine, il momento della battaglia, di tutto ciò e più ancora è responsabile il capo dell’esercito. Chi non è stato a Ghilgal non può comprendere un simile modo di combattere e introduce nella battaglia i suoi propri piani, impegna il combattimento o troppo presto o troppo tardi, si lancia all’assalto e combatte in una falsa direzione; cade, è vinto.

Notate questo rappresentante dell’Eterno, quest’angelo del Signore, di cui l’Antico Testamento ci parla così sovente (è detto di lui in Esodo 23:21: «Il mio nome è in lui»), con quale meravigliosa grazia si presta alle circostanze del suo popolo. Egli si mostra a Israele come liberatore al Mar Rosso, come viaggiatore nel deserto, come Capo d’esercito in Canaan; poi, più tardi, quando il regno è stabilito, abita in pace in mezzo a loro. Ammirabile condiscendenza la sua! E quale sicurezza dà alle nostre anime. Qui lo vediamo «con in mano la spada snudata». È questa spada che percuoterà; Israele non ne ha bisogno di altre.

L’angelo dell’Eterno interviene, nella storia del popolo, tre volte con la spada snudata. La prima volta per preservarlo dai pericoli che lo minacciano quando Balaam, che si trovava in cammino per maledire Israele, incontra questo messaggero che lo ostacola (Numeri 22:23); la seconda volta nel nostro capitolo per combattere con Israele e dargli la vittoria; la terza, ahimè! per giudicare il popolo che aveva peccato nella persona del suo re (1 Cronache 21:16).

Noi pure, diletti fratelli, possiamo aver a che fare con l’angelo dell’Eterno in questi tre modi. Quante volte, senza che neppure ci accorgiamo, egli fa fronte al nemico che tenta di accusarci e di maledirci! Quante volte ci associa in grazia al combattimento contro le potenze delle tenebre che sono nei luoghi celesti! Quante volte, infine, si rivela a noi come a Davide, con la spada snudata, rivolta contro la città di Dio, cioè come colui che è per i suoi un fuoco consumante, che li castiga e li umilia, ma per rimettere poi la spada nel fodero e ristorarli alla fine.

Malgrado tutto anche questo è consolante; ma com’è terribile, come Balaam, vedersi davanti l’angelo con la spada snudata, quando vendeva al diavolo, l’accusatore dei santi, per una ricompensa, il dono ricevuto da Dio!

Un tale sentiero è quello d’un riprovato che non conosce Dio. Sono tanti i veri cristiani, ai nostri giorni di rovina, che s’associano in qualche maniera al cammino di Balaam, ad una ostilità contro il popolo di Dio, rivestita dell’abito del profeta, e che si mette al servizio del mondo per fare l’opera dei nemico!

«Giosuè andò verso di lui, e gli disse: Sei tu dei nostri, o dei nostri nemici?» È impossibile rimanere neutri nel combattimento.

Dovremmo tutti comprenderlo, come Giosuè: «Chi non è contro a noi, è per noi» (Marco 9:40). «E il capo dell’esercito dell’Eterno disse a Giosuè: Levati i calzari dai piedi, perché il luogo dove stai è santo. E Giosuè fece così» (v. 15). Colui che si rivela a Giosuè come capo dell’esercito, rivendica anche il suo carattere di santità. Quando si è chiamati a combattere sotto questo divino condottiero, è impossibile rimanere associati, personalmente o come popolo di Dio, con il male o la contaminazione nel cammino. Il popolo fu vinto davanti alla città di Ai per avere misconosciuto questo principio. Conservare nel nostro cuore un male non giudicato ci espone al giudizio di Dio e ci abbandona senza difesa alcuna nelle mani del nemico; è lo stesso per il male nell’assemblea. Se Dio è santo in redenzione, come lo mostrò a Mosè nel pruno ardente (Esodo 3:5) (e dove mostrò la sua santità in modo più luminoso?), ricordiamoci che Egli non è meno santo nel combattimento, e che non possiamo entrarvi che dopo esserci tolti i calzari dai piedi.
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