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 Giosue Capitolo 7

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Giosue Capitolo 7
Henri Rossier
Capitolo 7: La città di Ai e l’interdetto

Abbiamo considerato il brillante quadro d’una vittoria divina riportata su Satana per la fede. Dopo una tale conquista, Israele camminerà, senza dubbio, di vittoria in vittoria. Invece, no. Il cap. 7 si apre registrando una sconfitta! Una piccola città, un ostacolo insignificante paragonato a Gerico, e «poche persone» bastano per mettere in fuga tremila uomini d’Israele e fare struggere come acqua il cuore del popolo.

Vi sono dei segreti della sconfitta, come vi sono dei segreti della vittoria. E innanzi tutto, il primo pericolo per il credente sta nella vittoria stessa. Dopo averla riportata, in una vera dipendenza da Dio, l’anima, in presenza dei risultati, se ne attribuisce volentieri una parte, e da quel momento il prossimo combattimento è già perduto in anticipo. Ecco qui il caso di Giosuè: «Giosuè mandò degli uomini da Gerico ad Ai» (v. 2). Ripete quel che aveva fatto al cap. 2:1 riguardo al paese e a Gerico. Allora era la via di Dio; ora, invece, lo stesso atto diventa la via dell’uomo e della carne. Le spie erano tornate dalla ricognizione a Gerico dicendo: «L’Eterno ha dato in nostra mano tutto il paese». Perché allora mandare nuovi emissari? In una certa misura andava perdendosi la dipendenza da Dio e aumentava la fiducia nei mezzi dell’uomo. Giosuè li manda «da Gerico» che non è il vero punto di partenza; dimentica Ghilgal dove si imparava che cosa vale la carne; non sapeva ancora che Ghilgal è il luogo dove bisogna tornare? Giosuè trovò nella vittoria un’occasione per aver fiducia nella carne. Egli che era stato fin qui la figura di Cristo che agisce nel credente per metterlo in possesso dei suoi privilegi, discende al livello d’un uomo del popolo.

Giosuè come tipo sparisce per fare posto a Giosuè uomo. Non è forse sovente lo stesso di noi? Nella sua misura, ogni credente è un’immagine di Cristo, una lettera destinata a farlo conoscere. Appena dimentichiamo Ghilgal, questa immagine sparisce per far posto al vecchio uomo che abbiamo trascurato di giudicare. E il popolo? Ahimè! segue l’esempio del suo capo. Gli uomini mandati da Giosuè tornarono a lui e gli dissero: «Non occorre che salga tutto il popolo, ma salgano due o tremila uomini e sconfiggeranno Ai; non stancare tutto il popolo, mandandolo là, perché quelli sono in pochi». (v. 3). Essi hanno la fiducia più completa in se stessi. Sconfiggeranno Ai. Che cos’è questo per noi, per i nostri guerrieri? Non abbiamo forse mostrato a Gerico chi siamo? Pericolosa fiducia! Ma non vi è soltanto mancanza di dipendenza da Dio e fiducia in sé, frutto d’una carne non giudicata; vi è altro ancora: degli oggetti del bottino, nascosti a tutti, sono seppelliti nella terra, in fondo ad una tenda. Vi è dell’interdetto.

Dio aveva maledetto la città di Gerico; tutto ciò che le apparteneva era sotto maledizione; nessuno osava ritenerne qualcosa, per tema di divenire interdetto egli stesso e di rendere interdetto il campo d’Israele (cap. 6:18). Un solo uomo aveva disubbidito. Quest’uomo, ascoltando la concupiscenza, aveva trafugato delle cose maledette. Chi di noi, cari lettori, non ha questa tendenza nel suo cuore? Ma quest’uomo aveva seguito l’inclinazione naturale; aveva incominciato dove noi tutti cominciamo, dove il primo uomo incominciò. «Ho veduto» (v. 21), «e la donna vide» è detto in Genesi 3:6. Egli aveva degli occhi che sapevano discernere fra il bottino le belle cose. I suoi occhi erano la via di accesso al cuore; ma nessuna sentinella per vegliare, nessun «chi va là» che risuonasse in caso d’attacco. Per mezzo degli occhi, l’interdetto s’impadronisce del cuore e eccita la concupiscenza: «Ho bramato quelle cose». La concupiscenza avendo concepito genera il peccato: «Le ho prese». Il bel mantello del paese di Babilonia che poteva adornare l’orgoglio della vita, l’argento e l’oro che potevano soddisfare tutte le concupiscenze, divengono la preda di Acan; anzi, queste cose han fatto di lui la loro preda! Catena fatale e satanica che allaccia il mondo al cuore naturale dell’uomo, per fare di lui la preda del principe del mondo!

Notate ora come il peccato d’un sol uomo agisce su tutto Israele (v. 1). «Ma i figli d’Israele commisero un misfatto circa l’interdetto... e l’ira dell’Eterno s’accese contro i figli d’Israele». Il popolo avrebbe potuto dire: «Questo ci riguarda? Come avremmo noi potuto conoscere una cosa nascosta? E, se non la conoscevamo, come ne saremmo responsabili?» A tutto ciò, rispondiamo che Dio ha sempre dinanzi agli occhi l’unità del suo popolo. Ne considera gl’individui come membra d’un tutto, e solidali gli uni agli altri. La sofferenza, il peccato dell’uno, è la sofferenza e il peccato di tutti. Se così è d’Israele, a più forte ragione lo è di noi, la Chiesa di Cristo, un corpo unito per mezzo dello Spirito Santo al Capo che è nel cielo. Ma poi, se le anime loro si fossero trovate in un buono stato, Dio avrebbe manifestato fra loro il male nascosto. La potenza dello Spirito Santo non contristato nell’assemblea, mette in luce tutto ciò che disonora Cristo fra i suoi. Se non fu così per Israele, è perché vi era qualche cosa da giudicare nel popolo e nel suo condottiero. Il male nascosto d’Acan è il mezzo per fare risaltare il male nascosto del cuore del popolo. Quando l’assemblea è in buono stato, benché sempre solidale col peccato d’un solo, è avvertita dallo Spirito Santo e si trova in grado di togliere il male che è in essa e, secondo il caso, di togliere il malvagio (*). Fu cosi al principio della Chiesa, nel caso di Anania e di Saffira; la potenza dello Spirito di Dio scoprì subito e giudicò il male. Ma qui, in Israele, i cuori dovevano essere condotti, per mezzo del giudizio di loro stessi, a portare il peccato d’un solo come fosse il peccato di tutti dinanzi a Dio. È lo stesso di noi in questo tempo di rovina. Il peccato nella Chiesa ci ha toccati? Siamo noi solidali, nella nostra mente, di tutta la corruzione introdotta? Ovvero, vedendo queste rovine, abbiamo noi abbastanza fiducia in noi stessi per pensare che faremo meglio degli altri e che la rovina della Chiesa non è colpa nostra? Se i nostri cuori non sono abituati a prendere questa posizione davanti a Dio, non siamo che dei settari. Ma, ben più, una sconfitta completa verrà a ricondurre i nostri cuori all’umiltà che s’addice a quelli che avrebbero dovuto stare a Ghilgal. Vedete come Dio giudica diversamente dai nostri miserevoli cuori. Egli dice: «Israele ha peccato; essi hanno trasgredito il patto ch’io avevo loro comandato d’osservare; han persino preso dell’interdetto, l’han perfino rubato, han perfino mentito, e l’han messo fra i loro bagagli» (v. 11).

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(*) Vedere Deuteronomio 13:5; 19:19; 21:18-21; 24:7; 1 Corinzi 5:13. Bisogna notare che i casi in cui un uomo è qualificato malvagio non sono tutti specificati nella Parola. Non menziona l’omicida, etc. Il giudizio è lasciato alla spiritualita dell’assemblea.
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Vediamo il castigo del popolo ai vers. 5 e 6; tremila uomini d’Israele se ne fuggono dinanzi a quelli di Ai, e per trentasei d’infra loro che cadono il cuore del popolo si strugge e diviene come acqua. Essi sono annientati; ogni forza, ogni energia viene meno; la paura s’impadronisce dell’anima loro perché il loro coraggio era stato carnale. Questo popolo, così fiero della sua vittoria, è caduto al livello degli Amorrei, il cui «cuore si strusse» udendo parlare del passaggio del Giordano (cap. 5:1). Triste esperienza quella, ma esperienza necessaria. Voi avete dimenticato Ghilgal; Satana finirà per insegnarvi, attraverso le lacrime della sconfitta, la dose di forza che i vostri cuori naturali contengono e quale fiducia potete avere nella carne. Se foste stati con Dio, sareste stati preservati da una sconfitta! È ciò che c’insegna, in modo notevole, l’esperienza dell’apostolo Paolo. Era stato vittoriosamento rapito fino al terzo cielo, nel paradiso, e là aveva udito delle parole ineffabili che non è lecito all’uomo d’esprimere. Ma, ridisceso sulla terra, gli fu data una scheggia nella carne, un angelo di Satana per schiaffeggiarlo. La carne era in lui; si sarebbe innalzata. Dio la previene e impedisce al suo servitore diletto di inorgoglirsi. Il pericolo era grande. Se avesse ascoltato la carne, a quante cose lusinghiere sul suo conto avrebbe potuto pensare in seguito a questa meravigliosa visione, cose che avrebbero compromesso non solo la sua pace, ma il suo apostolato e la sua corsa stessa. Ma Dio ha cura del suo servitore e gli dà il correttivo necessario affinché il corso delle sue vittorie non sia interrotto. Paolo impara dalla «scheggia» che la carne, anche la migliore, non vale nulla. Questa scheggia è la Ghilgal di Paolo. Dio gli dice: Che cosa importa la tua infermità? Resta a Ghilgal; è quello che ti abbisogna; così la potenza sarà mia, interamente, e riporterà la vittoria; e quanto a te, la mia grazia ti basta. Posizione di sofferenza e d’umiliazione per Paolo, ma posizione di benedizione meravigliosa! Egli era con Dio, in comunione col Signore; l’infermità è il mezzo di mantenerlo a Ghilgal, per evitare che vi sia ricondotto per mezzo d’una sconfitta.

E Giosuè, l’uomo di Dio? Ahimè! straccia le sue vesti e si getta col viso a terra davanti all’arca dell’Eterno (v. 6). Dov’era dunque, nel combattimento contro Ai, quest’arca dinanzi alla quale eran cadute le mura di Gerico? Il cuore pio di Giosuè ne riconosce il valore; ma non sa che fare; ignora l’interdetto e s’esprime in rimpianti, non di ciò ch’egli ha fatto, né di ciò che il popolo ha fatto, ma di ciò che Dio stesso ha fatto, quando fece loro passare il Giordano! «Oh! ci fossimo pur contentati di rimanere di là dal Giordano!» egli dice. Come queste parole mostrano bene che cos’è il cuore dell’uomo! Quel luogo benedetto è il solo luogo che Giosuè avrebbe voluto fuggire.

Il tono della sua richiesta rivela della debolezza. Ciò che occupa i suoi pensieri è innanzi tutto Israele, il nome d’Israele; poi sono i Cananei, il mondo. «Israele ha voltato le spalle ai suoi nemici»; «i Cananei e tutti gli abitanti del paese lo verranno a sapere», «faranno sparire il nostro nome dalla terra». Poi, proprio alla fine: «Che farai per il tuo gran nome?» (v. 8, 9). Quanto è differente l’esempio che ci offre la storia di Mosè in Esodo 32:11-13! Questo fedele servitore era stato sulla montagna di Dio, e questo fa sì che Dio gli riveli il male che è avvenuto nel campo d’Israele; il peccato del popolo non rimane nascosto agli occhi di Mosè; lo conosce prima di scendere dal monte. Pensa forse alla vergogna d’Israele? No; si occupa del nome dell’Eterno, di ciò che s’addice a questo nome. Riconosce i diritti della santità di Dio offesa. Quanto ai Gentili, non si preoccupa che di questo: Dio sarà egli glorificato di fronte agli Egiziani, per mezzo della sconfitta del suo popolo? Quanto ad Israele, egli fa appello alla grazia di Dio, alla sola cosa che glorifichi il nome dell’Eterno in presenza d’Israele colpevole. Mosè intercede per il popolo poiché non ha bisogno, come Giosuè, di ritrovare per se stesso la comunione perduta; ed è così ascoltato. Giosuè, invece, è proprio nella posizione in cui non dovrebbe essere. «Levati», gli dice l’Eterno, «perché ti sei tu così prostrato con le faccia a terra?» (v. 10). Umiliarsi della propria impotenza non bastava. Era tempo d’agire. Troviamo il contrario in Giudici 20, dove Israele avrebbe dovuto umiliarsi prima, poi agire. Miserabile carne! Che disordine introduce nelle cose di Dio! Sempre fuori della corrente dei Suoi pensieri, se pur non è in aperta ostilità con Lui! Possiamo noi ripetere con l’apostolo: «Noi non ci confidiamo nella carne». Giosuè doveva agire; bisognava che il malvagio fosse tolto di mezzo a loro.

I figli d’Israele avevano bentosto dimenticato la presenza dell’Eterno che solo poteva illuminarli scoprendo il peccato in mezzo a loro; Giosuè stesso era stato preso in qualche misura in quel laccio di Satana e avvolto nell’indebolimento del popolo. Se avesse realizzato personalmente la posizione presa al cap. 5, quando «si levava i calzari dai piedi», avrebbe compreso che bisognava che il popolo fosse santo, affinché il Dio santo potesse camminare con lui. Ma Giosuè si getta col viso a terra, fa quasi un rimprovero a Dio per la sua grazia: «Perché hai tu fatto passare il Giordano a questo popolo?», e dimentica di parlare della sua santità. Non era, almeno per il momento, nella corrente dei pensieri di Dio. Dio glielo fa sentire. Nessuno dei suoi pensieri era al suo posto. Quando l’interdetto entra nella testimonianza di Dio, la cosa da fare è di santificarsi e togliere il male. Non si tratta qui di potenza, ma di santità e d’ubbidienza. Dio dice a Giosuè: «Lèvati, santifica il popolo». Santificarsi è separarsi da ogni male per Dio. È impossibile che Dio cammini con noi senza la santità.

Cari lettori, è una delle verità più importanti per il tempo attuale. Ciò che deve caratterizzarci ora è, come per Filadelfia, la comunione col «Santo ed il Verace». Notate che non parlo qui che d’un caso ordinario di esclusione dalla Tavola del Signore e non d’un caso di disciplica complicata dall’incapacità dell’Assemblea per giudicare il male. Ma, direte voi, trascurate l’umiliazione? No; la vera umiliazione in un caso di esclusione accompagna l’azione. Occorreva che sia il popolo sia ognuno individualmente fosse passato in rassegna dall’occhio scrutatore di Dio stesso (v. 14-15); la loro coscienza sarebbe stata così risvegliata, l’io giudicato, e ognuno avrebbe preso posto in presenza del giudizio. Fu lo stesso al tempo dell’esclusione del «malvagio» di Corinto. «La tristezza secondo Dio» aveva operato nei Corinzi «un ravvedimento che mena a salvezza, e del quale non c’è mai da pentirsi». L’umiliazione era stata prodotta dalla tristezza, ma questa stessa tristezza aveva prodotto l’attività e lo zelo per purificare dal male l’assemblea di Dio, in modo che la vera umiliazione e l’azione avevano camminato di pari passo. «Infatti, questo essere stati contristati secondo Dio, vedete quanta premura ha prodotto in voi! Anzi, quanta giustificazione, quanto sdegno, quanto timore, quanta bramosia, quanto zelo, qual punizione!» (2 Corinzi I: 10-11 ).

Ritorniamo alla santità. Al cap. 5 Giosuè ci presenta la santità individuale, al cap. 7 si tratta di santità collettiva. Bisogna che il popolo tolga l’interdetto entrato in seno all’assemblea, affinché Israele non sia contaminato e non abbia esso stesso il carattere d’interdetto. È raro trovare fra i cari figli di Dio l’intelligenza di questi due aspetti della santità pratica. Sovente i cristiani cercano la prima, una santità individuale, ma stimano la seconda di nessuna importanza.

Ho presentato sovente un esempio per mostrare che la santità individuale non è mai completamente compresa, se non si realizza la santità collettiva. Supponiamo che mio figlio abbia un carattere irreprensibile, che tutti parlino di lui e delle sue virtù, che in città sia stimato; e tutti mi dicano: Che buon figlio avete! Ora, questo figlio, che non ha il vizio d’ubriacarsi, va ogni giorno a passare la serata all’osteria, in compagnia degli ubriaconi invece di rimanere a casa e sedersi alla tavola famigliare. Posso chiamarlo un buon figlio?

In 2 Corinzi 6:16 fino a 7:1, troviamo un’intima unione fra questi due aspetti della santità. Dio comincia con la santità collettiva. «Noi siamo il tempio del Dio vivente» (v. 16). Il tempio di Dio è santo, è detto in 1 Corinzi 3:17; è la santità di posizione. Che v’è di comune fra esso e gli idoli? «Perciò uscite di mezzo a loro e separatevene» (v. 17); è la santità pratica collettiva. Poi aggiunge (cap. 7:1): «Poichè dunque abbiam queste promesse, diletti, purifichiamoci d’ogni contaminazione di carne e di spirito, compiendo la nostra santificazione nel timore di Dio». È questa la santità individuale, inseparabile dalla santità collettiva e dalle promesse che le sono fatte.

Ma la santità collettiva non è compresa dai figli di Dio che vorrebbero attraversare il mondo non preoccupandosi degli altri credenti. La solidarietà del popolo di Dio è loro sconosciuta. Si ode sovente dire: Io non mi curo degli altri; mi trovo solo col mio Dio; prendo la cena del Signore per conto mio. Ma non è così che Dio ci considera! Dio ci vede tutti assieme come formanti un solo corpo, unito dallo Spirito Santo al suo Figlio glorificato. Il peccato, la sofferenza d’un membro, è il peccato, la sofferenza del corpo. Un’osservazione incidentale su questa parola che si ode così sovente dire da cristiani: Io prendo la cena dei Signore per conto mio. Che cosa risponde la Scrittura? «Noi che siam molti, siamo un corpo unico, perché partecipiamo tutti a quell’unico pane» (1 Corinti 10:17). Chi sono i «molti» coi quali professano d’essere un solo corpo? Per scusare la loro alleanza col mondo alla tavola del Signore, prendono la cena come da soli; e non sanno che professano d’essere un solo corpo coi micidiali del nostro Salvatore, poiché è il mondo che l’ha crocifisso!

Dio dice: Santificatevi per domani (v. 13). Non è al momento dell’azione che bisogna santificarsi, ma siamo chiamati a farlo prima. Da dove viene così sovente la nostra incapacità di giudicare il male, d’agire per Dio? Dal non esserci santificati il giorno prima. Da dove viene che al culto i cuori sono, così sovente, freddi, e le labbra mute per la lode? Dal non aver ubbidito alla Parola: «Santificatovi per domani». È lo stesso in 1 Corinzi 5. L’apotolo aveva la potenza, ma non l’avevano i Corinzi. Essi dovevano semplicemente ubbidire, togliendo il vecchio lievito per essere una nuova pasta; dovevano togliere il malvagio di mezzo a loro. Acan aveva partecipato a ciò che era sotto la maledizione divina; doveva essere reciso, e lo fu nella valle d’Acor.

Ma, cosa meravigliosa, leggiamo in Osea 2:15 queste parole consolanti, riguardo a Israele: «Gli darò... la valle d’Acor come porta di speranza». Accade sempre così. La benedizione ci è data sulla soglia stessa del giudizio. È in questo luogo che l’anima, al tempo della conversione, trova la porta di speranza; è là che essa incontra Cristo. In seguito, nella disciplina, il credente vi trova il luogo di speranza e di gioia. Sarà là, in quella valle, dove il giudizio di Dio è stato pronunciato contro di lui, che il popolo d’Israele troverà la benedizione di Dio; fu là che Giosuè trovò il rilevamento dell’anima, per camminare con Dio e condurre il popolo alla vittoria.
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