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  Giosue Capitolo 14

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Giosue Capitolo 14
Henri Rossier
Capitolo 14: La perseveranza di Caleb

Desidero fermarmi un poco su questo capitolo a causa della sua importanza pratica. Caleb è il tipo della perseveranza della fede. Il capitolo 13 dei Numeri fa, per la prima volta, menzione del suo nome (v. 6) quando Mosè manda da Paran un uomo di ciascuna tribù per conoscere il Paese. Fra quei dodici uomini si trovavano Caleb, figlio di Gefunne, e Hoscea, figlio di Nun, a cui Mosè pose nome Giosuè (v. 8 e 16).

Da quel momento troviamo il nome di Caleb così intimamente legato a quello di Giosuè (vedi Numeri 14:30-38; 26:65; 34:17-19; Deuteronomio 1:36-38; Giosuè 14:13), che si potrebbe dire che ne sia inseparabile. Essi esplorano insieme il paese, camminano insieme nel deserto, entrano insieme in Canaan. Senza dubbio sono uniti per il loro carattere di uomini di fede; ma trovo una ragione in più per quell’associazione che la Parola ci segnala: Giosuè è un tipo di Cristo, di Gesù, Salvatore, il quale fa entrare il popolo nel riposo del paese della promessa, e Caleb cammina in sua compagnia. Il gran nome di Giosuè adombra, per così dire, quello di Caleb, e gli imprime il suo carattere. Questi due uomini hanno uno stesso pensiero, una stessa fede, una stessa fiducia, uno stesso coraggio, uno stesso punto di partenza, uno stesso cammino, una stessa perseveranza, uno stesso scopo. È lo stesso di noi, caro lettore? Siamo noi talmente associati a Cristo, da non poter essere pronunciato il nostro nome senza il suo, e sì che la nostra esistenza stessa tragga il suo valore dal fatto che siamo divenuti, per grazia, compagni di Gesù Cristo?

Al capitolo 13 dei Numeri, i dodici uomini mandati da Mosè vennero fino a Hebron; poi passarono fino al torrente di Escol, donde riportarono i campioni dei magnifici prodotti della terra di Canaan, per mostrare la eccellenza di quel paese. Ma non è, come si potrebbe pensare, Escol che ha accattivato gli occhi e il cuore di Caleb; la sua fede gli ha fatto trovare qualche cosa di migliore: Hebron, dove egli ha messo il piede; e gli è dato (Giosuè 14:9)! Da quel momento, egli porta sul cuore quel nome per ben quarantacinque anni, fino al giorno in cui, comparendo davanti a Giosuè, chiederà quella montagna della quale il Signore ha parlato, quell’Hebron, per sua possessione in perpetuo.

Quel luogo non cessa d’avere un grande valore per la fede; per gli occhi della carne non poteva, invero, ispirare che tristezza. Inoltre, i formidabili Anakiti vi abitavano, quei giganti il cui nome aveva fatto struggere il cuore del popolo; ma potente per l’anima di Caleb era il pensiero che quel luogo era la sepoltura dei padri. E quel luogo, che racchiudeva tanti cari ricordi, divenne la ricompensa di quell’uomo di Dio. Fu là che Abramo, il padre del popolo, scelse la sua residenza (Genesi 13:2), quando Lot ebbe preferito le città della pianura; dove edificò un altare e dove ricevette la promessa da Dio (Genesi 18:1); ma Hebron è, prima di tutto, un luogo di morte. Lo fu prima per Abramo. Fu là che Sara morì (Genesi 23:2); là che essa e Abramo furono sepolti (Genesi 25:10), poi Isacco (Genesi 35:27-29), poi Giacobbe ed i patriarchi.

Sì, Hebron è davvero il luogo dei sepolcri e della morte; è la fine dell’uomo. Che cosa v’è di attraente? Nulla, se si tratta dell’uomo naturale; tutto, se si tratta della fede. È un luogo speciale dove il credente trova la fine di se stesso; è la croce di Cristo.

Infatti è là che Giuseppe si mise in viaggio per andare alla ricerca dei suoi fratelli (Genesi 37:14). Più tardi (Giosuè 21) Hebron diventò una città di rifugio e proprietà dei Leviti. Poi un punto di partenza, la sovranità di Davide (2 Samuele 2:1-4). È in virtù della sua morte che Gesù è stato da Dio risuscitato e coronato di gloria, e che il diadema regale brillerà sul suo capo. È infine in Hebron che tutte le tribù d’Israele riconobbero Davide per loro re e vennero a fargli atto di sottomissione (2 Samuele 5:1).

Quel luogo non è meraviglioso? Quale serie di benedizioni! Hebron, luogo della morte e città di rifugio, è fatto il punto di partenza delle benedizioni di Israele, delle promesse, della sovranità e della gloria regale, e centro di radunamento, quando la gloria è venuta; esso è inoltre l’oggetto permanente del cuore e delle affezioni del povero pellegrino che vi ha trovato il suo punto di partenza, e che vi trova il suo punto d’arrivo e il suo luogo di perpetuo riposo! Ah! come quel luogo, che era in apparenza il meno attraente, era divenuto prezioso per Caleb! Egli lo vuole per sua eredità perpetua. E la nostra parte eterna sarà di approfondire il significato di quel luogo unico al mondo. La fede di Caleb poteva, fin dal principio, trovarvi ciò che la fede dì Abramo vi aveva trovato: la fine dell’io, l’annientamento di se stesso, le cose vecchie e passate; ed ecco un uomo che si mette in cammino non contando su se stesso e non potendo dipendere che da Dio. E cammina fino a che ha raggiunto il suo scopo: il pieno godimento delle promesse, nel luogo dove l’uomo ha trovato la sua fine!

Abbiamo considerato due punti che caratterizzano Caleb. Il primo è che il suo nome è inseparabile da quello di Giosuè, il secondo è che un oggetto speciale ha attirato le sue affezionì e il suo cuore tanto che ne ha conservato il ricordo lungo tutto il pellegrinaggio nel deserto. Ora, permettetemi di aggiungere che le nostre affezioni sono sempre in esercizio quando hanno per oggetto Cristo morente sulla croce e che dà se stesso per noi, mentre un Cristo glorificato ci comunica l’energia per raggiungerlo (Filippesi 2 e 3).

Ma vi è un terzo punto che caratterizza quell’uomo di fede. Caleb realizza la sua speranza. Egli entra prìma come esploratore nel paese di Canaan; ma è là, e non nel deserto, che la sua carriera comincia. Quando entra nel deserto, i suoi occhi sono pieni della realtà e della bellezza delle cose che ha vedute e che divengono, per quarantacinque anni, l’oggetto della sua speranza. Lo stesso è per il Salmista: «O Dio, tu sei il Dio mio, io ti cerco dall’alba; l’anima mia è assetata di te, la mia carne ti brama in una terra arida, che langue, senz’acqua. Così t’ho mirato nel santuario per vedere la tua forza e la tua gloria» (Salmo 63:1-2). Ecco un uomo che cammina secondo l’esempio di Caleb. Egli ha veduto Dio nel santuario; è là che prende il suo punto di partenza; e di là scende sulla terra, pieno della realtà delle cose divine che sosterranno il suo cuore lungo tutto il pellegrinaggio.

Un quarto punto si lega a questo. Il deserto non ha solamente perduto le sue attrattive, ma appare in tutta la sua aridità e il suo orrore, quando l’anima è nutrita del «midollo» e del «grasso» del santuario. Così tutto il valore apparente delle cose visibili sparisce; esse non sono altro, per l’anima, che il vuoto, l’aridità, il nulla.

Ritorniamo ora alla perseveranza che è il carattere dominante di Caleb. Quel carattere non esisterebbe senza il quarto punto che abbiamo considerato: l’attaccamento a Cristo, la conoscenza del valore infinito dell’opera sua, una speranza realizzata, nessun legame quaggiù; ecco ciò che ci permette di perseverare fino alla fine nel cammino della fede. E questa perseveranza si lega, nella vita di Caleb, a tre posizioni che sono inseparabili l’una dall’altra.

Quando si tratta di prendere conoscenza del buon paese che Dio vuole dare al suo popolo, è detto di Caleb che perseverò a seguire il Signore (Numeri 14:24; Deuteronomio 1:36; Giosuè 14:8-9). Ma gli tocca camminare ancora quarant’anni nel deserto, e lo fa corraggiosamente; persevera perché conserva nel suo cuore la memoria delle ricchezze e dei tesori di Canaan. Le difficoltà del deserto non sono nulla per lui; trova il sole, la sabbia, la fatica e la sete, e non ne tiene conto. Non gli accade di cercare qualche cosa intorno a sè. La sua perseveranza è alimentata dalla speranza; e la speranza del credente non è solamente Canaan in senso generale (cioè il cielo), ma è Cristo stesso.

Vi fu un uomo molto rinomato di cui Dio non poté dire ciò: Salomone. Egli mancò dove Caleb aveva perseverato. Il deserto era diventato qualche cosa per quel gran re; giunse il momento in cui Salomone voltò le spalle a Dio avendo amato qualche cosa del deserto. È detto di lui (1 Re 11:6): «Egli non seguì pienamente l’Eterno». Il mondo ebbe molte attrattive per lui, e per quanto piccole fossero al principio, non tardarono ad invadere il suo cuore, e il regno fu perduto. Caleb, invece, guadagnò l’eredità per la sua perseveranza nel seguire il Signore.

Ma Caleb perseverò ancora in una terza occasione: nella presa di possesso di Canaan. Egli passa ancora cinque anni a combattere, poi si serve delle sue stesse armi per impadronirsi della sua porzione speciale, della montagna di cui il Signore gli aveva parlato. Egli entra in pieno possesso della sua eredità, nonostante la potenza formidabile del nemico, e il terrore che inspiravano i figli di Anak. Ma per Caleb, come per noi, erano un nemico già vinto; colui che ha la potenza della morte non può più farci paura. Caleb entra nel pieno possesso della sua eredità; la sua perseveranza è coronata di successo. Egli è il solo in Israele che sembra abbia cacciati «tutti i suoi nemici». Quale lezione per noi! Ricordiamoci che la presa di possesso di Caleb per noi è un fatto attuale, e non solamente un godimento futuro. Abbiamo noi perseverato nel combattimento per godere attualmente dei nostri privilegi? Che Dio ci dia di perseverare, come Caleb, in queste tre cose: la speranza, il cammino e il combattimento!

Alla fine del nostro capitolo, troviamo ancora due caratteri che accompagnano sempre la perseveranza. Caleb dice al versetto 11: «Sono oggi ancora robusto com’ero il giorno che Mosè mi mandò; le mie forze sono le stesse d’allora, tanto per combattere quanto per andare e per venire». Nonostante i suoi ottantacinque anni, e la fatica del deserto, Caleb non aveva perduto un atomo di forza. Come si spiega questo? Perché non aveva nessuna fiducia in se stesso. La lezione di Ebron era rimasta impressa nel suo cuore. Al v. 12, dice: «Forse l’Eterno sarà meco». Voi direte: diffidava dunque del Signore. No, ma diffidava di se stesso. Notiamo la connessione di queste due cose: la realizzazione della forza è proporzionale alla sfiducia in se stesso. È così che si cammina di forza in forza. Isaia 40:28-31 ci presenta la stessa verità in modo ammirevole. «I giovani s’affaticano e si stancano; i giovani scelti vacillano e cadono». Ecco dove vanno a finire le migliori forze dell’uomo. Ma il Dio d’eternità, il Signore, non si stanca e non si affatica. In Lui è la nostra fiducia, ed è Lui che «dà la forza allo stanco ed accresce il vigore a chi è senza forze». Egli comunica la sua forza ai deboli; la manifesta nell’infermità. Poi aggiunge: «Ma quelli che sperano nell’Eterno acquistano nuove forze, s’alzano a volo come aquile; corrono e non si stancano, camminano e non s’affaticano». Fu così di Caleb. Egli camminava colla coscienza che la sua forza era in Dio. Possa essere lo stesso per noi: pensare alle cose celesti, correre nell’arena del combattimento, e camminare pazientemente senza stancarci in quel cammino che finisce nella gloria!

Debbo parlare ancora di un altro carattere accessorio della perseveranza. Essa produce la perseveranza negli altri. Caleb fu particolarmente benedetto nel cerchio della sua famiglia, che si trovò impegnata con lui nello stesso cammino della fede. Al cap. 15:16 (vedi anche Giudici 1:12-13) è detto: «E Caleb disse: A chi batterà Kiriath-Sefer, e la prenderà, io darò in moglie Acsa mia figlia. Allora Othniel, figlio di Kenaz, fratello di Caleb, la prese; e Caleb gli diede in moglie Acsa sua figlia». Il nipote seguì degnamente le orme dello zio. Egli combattè avendo davanti agli occhi suoi un oggetto che ha del valore, e che desidera possedere. La sua speranza si unisce a quella della figlia di Caleb. Quanto a noi, vogliamo possedere Cristo ad ogni costo? Al cap. 3 dei Giudici, Othniel diviene il primo giudice d’Israele. Dopo essere stato vincitore nel combattimento per se stesso, è eletto per liberare gli altri, e persevera nel suo nuovo carattere fino alla fine.

Acsa, figlia di Caleb, è un nuovo esempio di perseveranza. Caleb l’aveva data ad Othniel; ella incita suo marito a chiedere di più; vuole un campo e, per di più, delle sorgenti d’acqua. Le abbisogna «la benedizione» su ciò che possiede. Per averla, ella scende dal suo asino e fa la richiesta; persevera nella preghiera e nella supplicazione; e riceve così le sorgenti che desidera, tipo delle benedizioni spirituali. Questo anche, caro lettore, è un insegnamento giornaliero. Quando abbiamo in mano la Parola, domandiamo le sorgenti per inaffiarla. Quella Parola vivente è sovente per molti cristiani come una «terra arida», nella quale la loro anima non trova alcun nutrimento. Se tale è il nostro caso, avete voi preso, come Acsa, il posto di supplicante per domandare a Dio il soccorso spirituale che può farla fruttificare per la vostra anima? Non ve la darà Egli come Caleb diede a sua figlia le sorgenti?

Prima di lasciare il soggetto della perseveranza, vorrei ancora toccare due punti importanti. È detto di Caleb che «aveva pienamente seguito l’Eterno, il Dio d’Israele». Egli aveva perseverato a seguire Cristo, conosciuto da lui come l’Eterno dell’Antico Testamento. Che cosa significa dunque seguire Cristo? Sovente ci se ne fa un’idea molto inesatta. È camminare dietro una Persona che noi riconosciamo come la guida; e ancora, avere non solo la fiducia in Lui, ma un’umile dipendenza da Lui. Altro punto: Seguendo qualcuno, tengo gli occhi fissi su lui per imitarlo. Imitare il Signore è cercare di riprodurlo e di rassomigliargli. In qualunque posizione Dio mi ponga, il suo scopo è che io riproduca Cristo in quella posizione, cioè Lui nelle sue relazioni, nel suo servizio, nella sua testimonianza e nelle sue sofferenze. Questo è ciò che fece Caleb; egli seguì completamente il Signore, Dio suo.

Ma si domanderà: A che cosa si applica la perseveranza? Il Nuovo Testamento risponde largamente a questa domanda. Citerò alcuni passi:

Atti 1:14: «Tutti costoro perseveravano di pari consentimento nella preghiera»; questa perseveranza era collettiva; non si limitavano a piegare le ginocchia davanti al Signore, ognuno per sé, e per il proprio bisogno, ma erano unanimi nel pregare per le cose che abbisognavano, in comune.

Atti 2:42. Troviamo anche qui la perseveranza collettiva, ma che si applica a quattro cose: prima, «l’insegnamento degli apostoli, la comunione fraterna»; i primi cristiani non si limitavano a seguire la dottrina degli apostoli, ma imitavano l’esempio che gli inviati del Signore davano in tutta la loro vita. Quindi, «nel rompere il pane e nelle preghiere». La commemorazione di Cristo e le relazioni dell’anima con Dio si esprimevano nella dipendenza da Lui.

1 Tim. 5:5. La perserveranza è individuale: «In supplicazioni e preghiere». Perché la vedova deve perseverarvi «notte e giorno»? Perché, sola e senza risorse, ha bisogno di rivolgersi a Dio; ed è così che impara la dipendenza.

1 Tim. 4:16. Qui, leggendo con attenzione ciò che precede, la perseveranza è in tutte le cose che riguardano la pietà.

2 Tim. 3:10. Timoteo stesso aveva pienamente seguito l’apostolo in tutte le cose che avevano caratterizzato la sua vita. L’apostolo, quanto a lui, aveva perseverato sino alla fine nel combattimento, nella corsa e nella fede.

Vediamo da questi pochi esempi che la perseveranza si applica a tutti i dettagli della vita cristiana. Possiamo noi conoscerla meglio e fare sì che alla fine della nostra carriera, come Caleb, riceviamo da Dio stesso quelle parole di approvazione. Egli «aveva pienamente seguito l’Eterno, il Dio d’Israele»!
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