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 Habacuc 1: 12-13

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teofilo
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051014
MessaggioHabacuc 1: 12-13

Habacuc 1: 12-13
Henri Rossier
«Non sei tu ab antico, o Eterno, il mio Dio, il mio Santo? Noi non morremo! O Eterno, tu l'hai posto, questo popolo, per esercitare i tuoi giudizi, tu, o Rocca, l'hai stabilito per infligger i tuoi castighi. Tu, che hai gli occhi troppo puri per sopportar la vista del male, e che non puoi tollerare lo spettacolo dell'iniquità» (v. 12-13).

Benché la parola di Dio annunzi dei giudizi, il cuore del profeta è pieno di riconoscenza verso l'Eterno. Essa lo rassicura sulla sua appartenenza a Dio, il suo Santo, un Dio che paria con lui, uomo debole, infermo e ignorante, così poco famigliare, benché profeta, con i Suoi pensieri segreti. Questo Dio è «ab antico» e di conseguenza è il Dio delle promesse fatte ad Israele. Egli prende Habacuc, che rappresenta il suo popolo, sotto la sua protezione; ed è a Lui che il profeta appartiene. Quale privilegio quando l'anima può parlare a Dio con tale intimità! E quanto più grande lo e per noi che conosciamo un Dio pienamente rivelato in Cristo, e che possiamo dire: mio Padre, mio Signore, mio Salvatore!

«Noi non morremo!». Come non essere certi, quando si conosce personalmente un tale Dio, che la vita eterna ci appartiene? Habacuc, non avendo ancora la rivelazione completa della «parola della vita», non può andare lontano come noi, ma sa che il popolo di Dio «non morrà affatto», che il castigo divino che lo attende non terminerà col suo annientamento. Egli ha ricevuto la risposta al suo primo «perché» e comprende ciò che, per lui, era un mistero. Se il Caldeo è «posto» e «stabilito», lo è in vista del giudizio e del castigo, conseguenza della violenza e dell'iniquità del popolo. Egli è stato suscitato per questo, ma questo prova che la Rocca dei secoli non ha abbandonato il suo popolo per sempre. Quando un padre castiga suo figlio non è per ucciderlo ma per formarlo in base al proprio carattere. Dio agisce nello stesso modo verso noi, affinché abbiamo parte alla sua santità. Che pensiero confortante! È impossibile che Egli consenta a vedere il male senza occuparsene; deve rigettarlo; i suoi occhi sono troppo puri per vederlo. «Perché mi fai vedere l'iniquità e tolleri lo spettacolo della perversità?», aveva detto il profeta al v. 3. Egli ha ora appreso che se Dio gli ha «fatto vedere l'iniquità» (e come avrebbe potuto imparare a giudicarla se non l'avesse vista?) non può ammetterla alla sua presenza perché i suoi occhi si adattano solo a ciò che è perfettamente puro e non possono posarsi che sul bene perfetto. Il profeta impara anche, in risposta alla sua domanda «Perché tolleri lo spettacolo dell'iniquità?» (v. 3), che Dio «non può tollerare lo spettacolo dell'iniquità» (v. 13). Quale accecamento si era dunque prodotto, nel profeta, tanto da renderlo incapace, davanti al governo di Dio, a comprendere questo enigma! Per capirlo bisogna conoscere Dio.

Contemplare il male non mi fa mai conoscere il carattere di Dio; contemplare Dio ci istruisce sul vero carattere del male!
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