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 Habacuc 2

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teofilo
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MessaggioHabacuc 2

Habacuc 2
Henri Rossier
Capitolo 2. Risposta dell'Eterno alla domanda posta al capitolo 1 vers. 13-17
Versetti da 1 a 5. Il giudizio raggiungerà certamente l'oppressore, ma il giusto deve vivere di fede

«Io starò alla mia vedetta, mi porterò sopra una torre, e starò attento a quello che l'Eterno mi dirà, e a quello che dovrò rispondere circa la rimostranza che ho fatto» (v. 1).

Ora il profeta si pone in osservazione sulla torre (*), profeticamente nel punto in cui il nemico assedierà il suo popolo. Invece di stare lontano, egli realizza in ispirito il giudizio che presto apparirà, ma non si mette là con l'intenzione di opporre una resistenza all'avversario, perché sa che la parola dell'Eterno dovrà avverarsi sicuramente. Mettendosi in osservazione ha due scopi: vedere ciò che l'Eterno gli dirà nell'imminenza dell'attacco nemico ed essere pronto a replicare.

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(*) La torre: Matsor. È sempre un luogo dove si resista a un assedio.
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In vista di questo prossimo avvenimento, Habacuc si aspetta una nuova rivelazione del pensiero di Dio. Non ha ancora imparato tutto quello che deve sapere. Se sa che Dio non può sopportare l'iniquità d'Israele e lo giudicherà per mezzo dei Caldei (1: 6); se sa, d'altra parte, che Dio non può sopportare l'iniquità dei Caldei, non sa ancora ciò che Dio conta di fare a loro riguardo. Ma, soprattutto, come potrà, giudicando gli uni e gli altri, liberare i giusti che si sono confidati in lui? Si aspetta dunque di dover replicare, come era già avvenuto a Mosè quando l'Eterno contestava con lui riguardo a Israele che aveva fatto il vitello d'oro (Esodo 32: 7-14; 33: 12-16). Ma la sua idea di «replicare» sta per incontrare una risposta così assoluta da impedirgli di presentare osservazioni, come avrebbe voluto. Il secondo desiderio del suo cuore stando «sulla torre» non potrà dunque realizzarsi, perché non incontra un Dio che contesta con lui. Allora, invece di parlare dirà: «Io ho udito», e renderà grazie al Dio della sua salvezza (cap. 3)!

«E l'Eterno mi rispose e disse: Scrivi la visione, incidila su tavole, affinché colui che la legge possa correre» (la versione italiana dice: «Perché si possa leggere speditamente») (v. 2).

Dio vuole che la visione desiderata dal profeta sia scritta, incisa in modo che duri e possa essere conservata e letta (Isaia 30: Cool, poiché si tratta di cose prossime e future, d'una portata immensa. In effetti, Habacuc non riceve solamente, come al cap. 1, un'istruzione riguardo al soggetto delle vie del governo di Dio verso il suo popolo, ma, imparando a conoscere il giudizio finale delle nazioni e le sciagure che cadranno su di esse, trova che tutte queste cose hanno per scopo la gloria di Dio, la gloria del regno eterno di Cristo. Impara infine quale deve essere l'atteggiamento dei giusti attendendo quel regno, e qual è l'opera immensa della redenzione a loro riguardo. Bisogna che questa visione possa essere non soltanto letta e compresa distintamente, ma anche comunicata rapidamente ad altri, perché il tempo è vicino. È questo, pensiamo, il significato dell'espressione «affinché colui che la legge possa correre». Colpito dall'importanza della risposta divina, egli si sentirà costretto ad andare a diffonderla nel mondo. Non ci troviamo piu di fronte, come in Daniele, ad un libro sigillato sino al tempo della fine (Daniele 12: 4), ma ad una comunicazione chiara e distinta dei pensieri di Dio, destinata ad essere sparsa rapidamente dappertutto. Questa visione, avendo un carattere evangelico, non doveva certamente essere suggellata. La visione di Daniele, un tempo suggellata, ora non lo è più (Apocalisse 22: 10); quella di Habacuc non lo è mai stata.

«Poiché è una visione per un tempo già fissato; essa parla della fine, e non mentirà» (v.3). (Anche qui, l'espressione usata nella versione italiana «s'affretta verso la fine» non rende esattamente il pensiero; confrontare anche con la versione Diodati).

Questa visione annuncia, senza dubbio, la prossima rovina della potenza caldea che stava per entrare in scena. Il tempo della sua azione è fissato in anticipo, ma la visione annuncia, senza dubbio, la prossima rovina della potenza caldea che stava per entrare in scena. Il tempo della sua azione è fissato in anticipo, ma la visione va molto più in là; essa parla della fine, della gloria del regno e allora questi ultimi avvenimenti, benché siano ancora lontani, sono assolutamente certi, poiché la visione è data da Dio che non può mentire. È anche per questo che Dio si è curato di farla incidere su tavole, come un tempo incise sulle tavole di pietra la legge il cui contenuto non fu mai sigillato.

«Se tarda, aspettala; poiché per certo verrà; non tarderà» (v. 3).

Lo Spirito di Dio fa notare che la visione, quando parla della fine, può tardare ancora. Il suo compimento storico (*), oggi vecchio di ventisei secoli, era allora per un tempo prefissato; quanto alla fine di cui parla la visione, essa tarda e il credente la attende ancora oggi, contando sulla promessa di Dio. Essa per certo verrà e il segno che la annuncerà non sarà un segno ingannatore. Quel segno, lo sappiamo, è l'apparizione del Signore, in giudizio. Così noi vediamo l'apostolo Paolo applicare questo passo, in Ebrei 10: 37, all'apparizione di Cristo al tempo della fine, quando dice: «Ancora un brevissimo tempo, e colui che ha da venire verrà e non tarderà», mentre Habacuc lo applica al giudizio del Caldeo in un tempo fissato. Notate di nuovo il modo con cui lo Spirito di Dio interpreta egli stesso la sua Parola, come abbiamo già visto al cap. 1 e come vedremo ancora nel seguito di questo studio. Noi che siamo giunti alla «fine dei secoli», iniziata alla croce di Cristo, abbiamo ricevuto un'interpretazione molto piu estesa della profezia di quanto non l'avesse il profeta, e benché non abbiamo ancora raggiunto i tempi profetici, siamo tuttavia al tempo della fine. La venuta del Figlio di Dio segnerà un termine per noi e darà corso ai tempi profetici: l'apparizione del Figliuol dell'uomo metterà fine ai tempi profetici e introdurrà sulla terra il regno glorioso di Cristo (v.4). È sempre Lui lo scopo, il termine, l'ultima parola della profezia. Questo passo è importante anche perché ci mostra che se la profezia ha un adempimento storico e parziale, mai questo adempimento ne costituisce l'ultima parola. L'avvenimento storico trova il suo pieno e definitivo significato al tempo della fine, e la sua interpretazione non può essere realmente conosciuta se non si ha lo sguardo volto alla persona di Cristo e alle glorie che seguiranno le sue sofferenze.

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(*) Moltissime profezie riguardano avveninerti storici, ormai già realizzatisi, e avvenimenti futuri che noi ancora aspettiamo.
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Confrontato con Ebrei 10: 37 questo passo distrugge dunque la pretesa di tutta una scuola che insegna doversi dare alla profezia un'interpretazione puramente storica. Esso dimostra anche che le Scritture formano un tutto da cui non si può isolare una parte separata, poiché ogni parte appartiene a questo insieme e lo Spirito di Dio la interpreta differentemente, a seconda che si tratti di avvenimenti prossimi o dei tempi della fine. Ne abbiamo già visto un esempio al cap. 1 vers. 5 interpretato dall'apostolo in Atti 13. Solo lo Spirito di Dio ci può dare l'interpretazione di ciò che ci ha rivelato. Mai lo spirito dell'uomo avrebbe potuto immaginare la portata della rivelazione che ci occupa, se lo Spirito di Dio non fosse egli stesso il commentatore. La visione tarda ancora e noi ne vedremo la ragione; ma verrà sicuramente e il nostro atteggiamento è di aspettativa. Il Signore viene. In Ebrei 10: 37 non si tratta della sua venuta per rapire i riscattati, ma della sua apparizione che noi anche aspettiamo, perché è in quel momento che il regno glorioso di Cristo sulla terra, soggetto di tutta la profezia dell'Antico Testamento, sarà inaugurato e i fedeli riceveranno le loro corone.

«Ecco, l'anima sua è gonfia, non è retta in lui; ma il giusto vivrà per la sua fede» (v.4).

La promessa di cui abbiamo parlato prima è una verità interamente estranea agli orgogliosi che mancano di rettitudine; qui è fatta allusione senza dubbio ai Caldei, ma è applicabile a tutte le anime che si trovano nelle stesse condizioni. L'orgoglio dell'uomo è incapace di comprendere i pensieri di Dio; essi sono rivelati solo agli uomini di fede; solo la fede rende presenti le cose che si sperano e convince su cose che non si vedono; così lo Spirito di Dio aggiunge: «Ma il giusto vivrà per la sua fede» (v. 4).

Questo passo capitale è un po' l'essenza di tutto il libro di Habacuc. Esso si rivolge a quelli che si trovano nelle stesse condizioni del profeta, poiché la profezia può essere compresa solo dai giusti; e il mondo la ignora. Essa risulta chiara solo se si vive «per la propria fede», e solo i giustificati sono capaci di vivere così. La liberazione verrà sicuramente; il regno glorioso di Cristo si leverà come il sole quando l'ostacolo che Satana oppone, esaltando l'orgoglio dell'uomo contro Dio, sarà stato abbattuto. La fede, in osservazione sulla torre, vede questo ostacolo distrutto e attende il Signore di gloria. Fino a quel momento, il giusto non è né abbattuto né senza risorse. La sua fede lo sostiene ed è di essa che la sua vita si nutre. Tale è la portata di questa parola, in questo passo.

Nel Nuovo Testamento lo Spirito di Dio va ancora oltre e l'insegnamento dell'apostolo Paolo è impregnato di questo passaggio. Paolo lo cita tre volte e dandogli ogni volta una nuova interpretazione. In Romani 1: 17 egli insiste sulla giustizia, in Galati 3: 11 sulla fede, in Ebrei 10: 38 sulla vita. Questi tre vocaboli sono in rapporto con l'insegnamento contenuto in ciascuna delle epistole che abbiamo citato. Consideriamo un po' da vicino questi tre passi.
1. Citazione in Romani 1: 16-17

«Poiché io non mi vergogno dell'Evangelo; perché esso è potenza di Dio per la salvezza d'ogni credente, del Giudeo prima e poi del Greco; perché in esso la giustizia di Dio è rivelata da fede a fede, secondo che è scritto: Ma il giusto vivrà per fede».

L'apostolo comincia collo stabilire al versetto 16 di questa epistola il carattere dell'Evangelo: è Dio stesso, che interviene in potenza in favore dell'uomo che si riconosce perduto. Nell'Evangelo, Dio non domanda più nulla all'uomo e non esige che questi si dia da fare per trovare un mezzo per mettersi in regola con lui. È Dio che agisce; è la sua potenza che è in azione in favore dell'uomo, non per aiutarlo a salvarsi ma per salvarlo, poiché questa potenza è in salvezza. La fede è il mezzo per appropriarsi di questa salvezza, che concerne tanto il Giudeo quanto il Greco. La legge, data al Giudeo, è dunque messa da parte come mezzo di salvezza, ed è sostituita dalla fede. La legge non oltrepassava i limiti giudei, ma la fede li supera infinitamente, poiché l'Evangelo è la potenza di Dio per la salvezza di ogni credente, cioè di chiunque crede. L'Evangelo è (v. 17) questa potenza per la salvezza, perché la giustizia di Dio (il grande soggetto dell'epistola ai Romani) è rivelata; la giustizia di Dio, cosa nuova, perfetta e assoluta, che forma il più completo contrasto con la giustizia dell'uomo. Non v'è altro che la fede per acquisire questa giustizia che, dal momento in cui la fede l'ha ricevuta, diventa per così dire sua proprietà. Il credente è ormai giusto d'una giustizia divina, non d'una giustizia umana sul principio delle sue opere, poiché l'uomo è giusto solo per mezzo della fede. Ora, se è per la fede, è per pura grazia, poiché l'uomo crede e riceve la rivelazione della giustizia solo per grazia.

Questo passo di Romani 1 non parla ancora dell'opera di Cristo come del solo mezzo per il quale questa giustizia può appartenerci, verità capitale sviluppata nel seguito dell'epistola; esso stabilisce soltanto il grande fatto che una giustizia completamente nuova e assoluta, quella di Dio stesso, è rivelata ora e diventa la parte della fede. Allora l'apostolo cita Habacuc: «Il giusto vivrà per fede» (o sul principio della fede), per provare la rivelazione di una giustizia nuova, appartenente all'uomo in virtù di un nuovo principio, la vita della fede.
2. Citazione in Galati 3: 11

«Or che nessuno sia giustificato per la legge dinanzi a Dio, è manifesto perché il giusto vivrà per la fede. Ma la legge non si basa sulla fede, anzi essa dice: Chi avrà messe in pratica queste cose, vivrà per via di esse».

Il soggetto della legge, che è toccato solo collateralmente al cap. 1 di Romani per essere poi messo in piena luce al cap. 7, è sviluppato in tutta la sua ampiezza nell'epistola ai Galati. Il versetto 10 del cap. 3 ha dimostrato che tutti quelli che sono sul principio della legge sono sotto maledizione, secondo la verità emessa in Deuteronomio 27: 26 (*). In seguito, l'apostolo cita Habacuc: È evidente, dice, che per la legge nessuno è giustificato davanti a Dio, perché il giusto vivrà per fede (o sul principio della fede). È dunque la fede che è messa in evidenza in questo passo, e su di essa Paolo insiste, senza separarla né dalla giustizia né dalla vita, ma opponendola alla legge che non poteva procurare né l'una né l'altra. Egli prova in seguito che la legge non è sul principio della fede, poiché la legge indica le opere come mezzo per ottenere e la giustizia e la vita (Levitico 18: 5; Romani 10: 5). Egli termina dimostrando che la liberazione dalla legge è stata operata da Cristo: «Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, essendo divenuto maledizione per noi (poiché sta scritto: maledetto chiunque è appeso al legno)» (Gal. 3: 13).

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(*) Non c’era per Israele, popolo sotto la legge, che Ebal, e era privato di Gherizim.
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3. Citazione in Ebrei 10: 36-39

«Poiché voi avete bisogno di costanza, affinché, avendo fatta la volontà di Dio, otteniate quel che v'è promesso. Perché: Ancora un brevissimo tempo e colui che ha da venire verrà e non tarderà; ma il mio giusto vivrà per fede; e se si trae indietro, l'anima mia non lo gradisce. Ma noi non siamo di quelli che si traggono indietro a loro perdizione, ma di quelli che hanno fede per salvar l'anima».

L'apostolo Paolo cita qui per intero il passo del nostro profeta. L'espressione colui che ha da venire verrà e non tarderà», attribuita da Habacuc alla visione caldea per un tempo determinato, è attribuita dall'apostolo alla visione della fine, cioè alla venuta di Cristo in gloria, non ad un avvenimento, ma ad una persona, a Colui che viene e non tarderà. In seguito leggiamo la citazione «ma il mio giusto vivrà per fede». Questo significa che, per il giusto, si tratta di vivere di fede fino alla venuta di Cristo. Questa vita di fede appartiene esclusivamente al giusto. Essa è il grande soggetto del cap. 11 di questa epistola in cui noi vediamo la vita di fede descritta sotto tutti i suoi diversi caratteri, che si tratti, come per Abele, di avvicinarsi a Dio con un sacrificio ed essere per mezzo di esso dichiarato giusto, o come per Enoc, di camminare con Dio o, come Noè, di aver pazienza predicando questa giustizia per i lunghi anni di attesa in cui l'arca era in costruzione, o infine, come per i patriarchi, di vivere come pellegrini e forestieri, attendendo una patria migliore. Dappertutto l'apostolo mostra che la vita del giusto è una vita di fede che termina nella gloria.

In questi tre passi, la giustizia, la vita e la fede sono dunque inseparabili, ma ogni passo insiste su uno di quei tre principi, senza trascurare gli altri che non possono essere disgiunti.

Questo stesso cap. 10 degli Ebrei completa la citazione di Habacuc in modo notevole. Il profeta aveva detto: «Ecco, l'anima sua è gonfia, non è retta in lui; ma il giusto vivrà per la sua fede». Paolo traspone la frase e la presenta così: «Ma il mio giusto vivrà per fede; e se si trae indietro, l'anima mia non lo gradisce». Questa seconda parte della frase, così tradotta nella versione dei Settanta, corrisponde alle parole: «l'anima sua è gonfia, non è retta in lui». Paolo mette qui in contrasto «colui che si trae indietro» e colui «che vive per fede»; il primo perisce, è perduto: l'altro conserva la sua vita. Habacuc rappresenta il primo come gonfio d'orgoglio e applica questo carattere al nemico caldeo. L'apostolo, usando la versione dei Settanta, lo applica a quegli Ebrei che erano dei professanti del cristianesimo e correvano il pericolo di ritirarsi. Egli traspone le due frasi per non far supporre che si tratti, come nel profeta, delle nazioni orgogliose, e per mettere in chiaro che si vuol riferire a quegli Ebrei che, avendo conosciuto, professato e praticato il cristianesimo, hanno mancato di dirittura, e sono tornati alla religione delle opere a causa del loro orgoglio giudaico. Abbiamo qui uno dei numerosi esempi dell'uso che lo Spirito di Dio sa fare di una traduzione incompleta, non inesatta, perché il testo ebreo lascia di proposito in una certa indeterminatezza il termine «la sua anima», pur applicandolo evidentemente al Caldeo. L'anima di colui che si ritira per ritornare alla legge non è mai retta ed è sempre l'orgoglio che lo separa dal Cristo e dalla grazia; così Dio «non lo gradisce», mentre prende piacere nel giusto che vive umilmente davanti a Lui per la fede.

Quale valore acquistano per noi tutte queste citazioni per mezzo delle diverse applicazioni che lo Spirito Santo dà loro! «Il giusto vivrà per fede», tale è dunque il centro del libro di Habacuc. Già la fede del profeta si era mostrata al cap. 1 vers. 12, nelle sue relazioni con Dio. Ma non era tutto; bisognava vivere questa fede fino alla fine, anche di fronte al pericolo e allo spavento rappresentati dal sopraggiungere dei nemici Caldei.

«E poi il vino è perfido; l'uomo arrogante non può starsene tranquillo; egli allarga le sue brame come il soggiorno dei morti; è come la morte e non si può saziare, ma raduna presso di sé tutte le nazioni, raccoglie intorno a sé tutti i popoli» (v. 5).

Quest'uomo, il Caldeo, si inebria della sua propria importanza e delle sue ambiziose cupidigie. Non può accontentarsi dei successi ottenuti, e non è mai sazio (Proverbi 30: 16; Isaia 5: 14). Egli si considera al centro di tutto, delle nazioni e dei popoli. Allora come oggi, è questo il pensiero, il desiderio, la politica dei capi delle nazioni. L'egoismo ambizioso di questi uomini può abbellirsi parlando di «grandezza della nazione», ma in fondo si tratta dell'orgoglio che sacrifica tutto alla propria grandezza individuale. Dio aveva dato la potenza a Babilonia, in seguito all'infedeltà del suo popolo, ma non poteva ammettere che l'uomo esercitasse questa potenza al di fuori di Lui e per soddisfare il proprio cuore ambizioso occupato di se stesso invece di sottomettersi a Dio.

Dio lo giudicherà, ma prima di tutto vedremo la maledizione cadere su lui dalla bocca di tutti quelli che ha oppresso. Essi riveleranno i motivi che lo spingevano ad agire, condanneranno le sue tendenze, malediranno la sua iniquità e il suo orgoglio.

Questo versetto 5 serve da introduzione al Canto che segue.
Versetti da 6 a 20. Il «Canto dei guai» preludio della gloria futura

Il «Canto dei Guai» è un poemetto vero e proprio, composto da cinque strofe. Tutte le strofe hanno tre versetti e, salvo la quinta, cominciano con la parola «guai». Il terzo versetto delle quattro prime strofe comincia colla parola «poiché» e dà l'impressione dei cori antichi, poiché trae la conclusione dal «guaio» annunziato nei primi due versetti (confr. Esodo 15: 20-21).

«Tutti questi (che il Caldeo ha oppresso) non faranno contro di lui proverbi, sarcasmi, enigmi?» (v. 6).

Siamo avvertiti qui che quello che sta per seguire non ha la semplice portata di una esecrazione pronunciata dagli oppressi contro al loro oppressore. Questo canto proferito contro al Caldeo ci conduce alla fine dei tempi. Il monarca in questione non è nominato neppure una volta, poiché i caratteri che ha manifestato non sono soltanto suoi. È un proverbio, una allegoria sarcastica che bisogna capire, un enigma che è necessario decifrare, e che ci trasporta fino allo stabilimento del regno glorioso di Cristo.

I «Guai» ricordano in certi punti quelli che sono pronunciati in Isaia 5 e in Michea 2: 1-2; quelli erano rivolti al popolo d'Israele, questi alle nazioni e al loro capo.

Questo Canto su Babilonia e il suo re è la risposta finale dell'Eterno al secondo «perché» del profeta che riguardava l'oppressore del suo popolo (1: 13). Dio aveva cominciato a dire al suo servitore diletto, che vegliava sulla torre per sentire la sua parola, che la prima condizione richiesta per il giusto era la fede. Questa non poteva sperare la repressione immediata del male; bisognava vivere di pazienza, e non contare su una prossima realizzazione delle cose che si speravano. Ma, di fatto, la fede vede già questa realizzazione.
1. Prima strofa

«Guai a colui che accumula ciò che non è suo! Fino a quando? Guai a colui che si carica di pegni! I tuoi creditori non si leveranno essi ad un tratto? I tuoi tormentatori non si desteranno essi? E tu diventerai loro preda. Poiché tu hai saccheggiato molte nazioni, tutto il resto dei popoli ti saccheggerà, a motivo del sangue umano sparso, della violenza fatta ai paesi, alle città e a tutti i loro abitanti» (v. 6-Cool.

Il primo «guai» è pronunciato su colui che accumula i beni degli altri, che non gli appartengono. Si carica di pegni, che esige per concedere i suoi prestiti ad usura. Le stesse cose si erano viste in Israele (Amos 2: 6-Cool. Il termine «pegni» nella lingua originale è lo stesso usato per indicare il «fango spesso». Questo gioco di parole ci indica che queste odiose depredazioni del Caldeo non potevano avere altro risultato che la sua vergogna. Sono cose abominevoli agli occhi di Dio. Quante retribuzioni di questo genere potrebbero evitare i capi delle nazioni, per se stessi e per i popoli che dirigono, se si rendessero conto dell'iniquità dei loro atti!

Il «fino a quando?» messo in bocca agli oppressi che cantano, mi sembra che corrisponda a quello del profeta riguardo a Israele (1: 2). Per mezzo della fede, Habacuc ha imparato ad aver pazienza e sa che la visione non mentirà, e che le nazioni che saranno risparmiate dovranno attendere la realizzazione di questa speranza. All'improvviso, quell'uomo che si impadronisce dei beni degli altri per arricchirsi sarà attaccato da quelli che aveva spogliato. Come un ladro assalito dai cani, sarà morsicato dalle nazioni e a sua volta diverrà loro preda (v. 7). Il versetto 8 è la conclusione e la conferma di ciò che precede. Quell'uomo aveva saccheggiato; il residuo dei popoli che sarà risparmiato per assistere all'apparizione del Cristo (poiché non dimentichiamo che la caduta di Babilonia non è che una allegoria dei tempi della fine), a sua volta deprederà l'usurpatore. Questa vendetta avrà per causa non solo il sangue degli uomini versato da questa nazione crudele, ma «la violenza fatta ai paesi, alle città e a tutti i loro abitanti».

Di fronte all'iniquità del suo popolo, il profeta aveva gridato: «Violenza!» e «fino a quando?». Dio gli aveva risposto che questa violenza sarebbe stata punita dalla violenza del Caldeo. Ma ora è venuto il momento in cui anche la violenza del Caldeo contro Israele sarà punita dalle nazioni. In questo modo, nel governo di Dio le retribuzioni si succedono le une alle altre. Il paese, la città e quelli che vi abitano sono, senza dubbio, la Palestina, Gerusalemme e i suoi abitanti; non sembra necessario fornire le prove. Dio non perde mai di vista il suo popolo. Se l'iniquità commessa dal nemico contro le nazioni, se i saccheggi e i delitti di cui si è reso colpevole trovano una giusta retribuzione, quanto più la troverà quando la sua violenza si abbatte su Israele che Dio ha momentaneamente abbandonato, ma col quale riallaccerà le sue relazioni quando saranno passati i giudizi. Dio non dimentica mai quelli che gli appartengono e, se è costretto a disciplinarli, guai a quelli che vi ricercano il loro profitto.
2. Seconda strofa

«Guai a colui che è avido d'illecito guadagno per la sua casa, per porre il suo nido in alto e mettersi al sicuro dalla mano della sventura! Tu hai divisato l'onta della tua casa, sterminando molti popoli; e hai peccato contro te stesso. Poiché la pietra grida dalla parete, e la trave le risponde dall'armatura di legname» (v. 9-11) .

Il nemico è accusato di fare un guadagno iniquo per costruirsi una casa stabile che non abbia da temere l'avversario (vedere Geremia 22: 13). In questo modo vorrebbe scongiurare ogni guaio, ma è proprio allora che i guai lo raggiungono. Benché i particolari possano essere applicati ai Caldei, questi rimproveri sono rivolti, per filo e per segno, a tutti i potenti. Una pesante e terribile responsabilità pesa su di loro, e questo carattere della maggior parte dei capi di stato si riproduce senza interruzione nella storia. Violare i territori altrui e impadronirsene per ingrandirsi, poi fondare la grandezza della propria casa su ciò che si è estorto agli altri; stabilire la potenza della propria famiglia, non è forse la storia, passata e presente, di tutti i capi mondiali? Lo stesso orgoglio spingeva Edom a farsi «il nido fra le stelle» (Abdia vers. 4).

Tutti questi disegni, così laboriosamente concepiti, non hanno avuto altra conclusione, in fin dei conti, che coprire di vergogna le case che i principi tenevano ad elevare così in alto. Ogni pietra, ogni trave di questo edificio costruito sulla frode dall'ambizione e dall'orgoglio sarà una testimonianza vivente contro l'oppressore. D'altra parte, mai l'uomo di fede sogna di ingrandire la propria casa; la sua felicità e la sua gloria consistono nell'accumulare, come Davide, i materiali per la casa di Dio. È ciò che fecero anche Salomone, Joas e Giosia (1 Re 5: 18; 2 Re 12: 12; 22: 6) per ingrandire e consolidare il tempio dell'Eterno.
3. Terza strofa

«Guai a colui che edifica la città col sangue, e fonda una città sull'iniquità! Ecco, questo non procede egli dall'Eterno che i popoli s'affatichino per il fuoco, e le nazioni si stanchino per nulla? Poiché la terra sarà ripiena della conoscenza della gloria dell'Eterno, come le acque coprono il fondo del mare» (v. 12-14).

Il primo «guai» era rivolto alla nazione, il secondo alla «casa»; il terzo si indirizza a una capitale. E non è Gerusalemme (come al v. Cool ma un'altra grande città. Nella sua applicazione al Caldeo è Babilonia, fondata sulla strage delle nazioni e il sangue degli uomini. Così era anche per Ninive (Nahum 3: 1). Ma tutto questo lavoro dei popoli sfocerà nel fuoco del giudizio di Dio, e i loro sforzi avranno per risultato la rovina. Nulla sussisterà; si sono stancati per nulla.

È solenne pensare che tutta la gloria, le ricchezze, la rinomanza di cui hanno fatto sfoggio le grandi capitali dei regni, dovranno scomparire ed essere inghiottite dal nulla. Ma la fede vede e comprende questo «enigma» e il motivo di tutti questi capovolgimenti. Il regno eterno di Cristo non può essere stabilito che dopo il giudizio del male; per fondarlo, bisogna che l'iniquità scompaia e che tutto ciò che si innalza contro il Dominatore della terra sia abbassato e umiliato. Il cammino dell'Eterno non può essere appianato che col livellamento di ogni «monte», di ogni «colle» (Isaia 40: 3-5); allora la gloria dell'Eterno riempirà il mondo intero e sarà conosciuta da tutti. Il male sarà inghiottito nelle profondità del mare. Da sempre il Signore aveva annunziato l'avverarsi di queste cose, nonostante i giudizi che era costretto a pronunciare (Numeri 14: 21; Isaia 11: 9). Troviamo qui, in un solo versetto, il quadro del glorioso regno millenario di Cristo, descritto in modo tanto dettagliato dal profeta Isaia. Saranno i tempi «della restaurazione di tutte le cose; tempi dei quali Iddio parlò per bocca dei suoi santi profeti» (Atti 3: 21)
4. Quarta strofa

«Guai a colui che dà da bere al prossimo, a te che gli versi il tuo veleno e l'ubriachi, per guardare la sua nudità! Tu sarai saziato d'onta anziché di gloria; bevi anche tu e scopri la tua incirconcisione! La coppa della destra dell'Eterno farà il giro fino a te, e l'ignominia coprirà la tua gloria. Poiché la violenza fatta al Libano e la devastazione che spaventava le bestie, ricadranno su te, a motivo del sangue umano sparso, della violenza fatta ai paesi, alle città e a tutti i loro abitanti» (v. 15-17).

Questa strofa descrive la corruzione, tipica di questa orgogliosa nazione caldea, (*) che s'accompagna alla violenza dalla caduta dell'uomo, questi vizi sono sempre andati aumentando fra gli uomini riuniti in società (Gen. 6: 11-13). La gloria dell'Eterno coprirà la terra, ma la violenza dell'uomo non sarà dimenticata; ricadrà su lui e lo coprirà. La violenza (notate la ripetizione di questo termine) risponderà alla violenza, come già abbiamo visto al cap. 1, e il cuore aggiunge, a guisa di ritornello, ciò che prova l'Eterno quando il suo paese, la sua città e i suoi abitanti sono in balia della violenza del nemico (vedere v. Cool.

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(*) Nell’edizione francese originale è aggiunto:
Come! parlare della gloria dei Caldei quando il coro ha appena celebrato la gloria dell’Eterno? «Tu sarai saziato d'onta anziché di gloria». «L'ignominia coprirà la tua gloria» esclama con un amarezza ironica, e nella sua collera vendicatrice.
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Questo canto sul re di Babilonia, Isaia lo mette non sulla bocca delle nazioni ma di Israele che esulta, vedendo l'orgoglio del re di Babilonia scendere nel soggiorno dei morti con lo scettro infranto! I cedri del Libano si rallegrano e dicono: «Da che sei atterrato il boscaiolo non sale più contro di noi». «Il tuo fasto e il suon dei tuoi saltéri sono stati fatti scendere nel soggiorno dei morti; sotto di te sta un letto di vermi e i vermi son la tua coperta» (Isaia 14: 8-11).
5. Quinta strofa

«A che giova l'immagine scolpita perché l'artefice la scolpisca? A che giova l'immagine fusa che insegna la menzogna, perché l'artefice si confidi nel suo lavoro, fabbricando idoli muti? Guai a chi dice al legno: Svegliati, e alla pietra muta: Levati! Può essa ammaestrare? Ecco, è ricoperta d'oro e d'argento, ma non v'è in lei spirito alcuno. Ma l'Eterno è nel suo tempio santo; tutta la terra faccia silenzio in presenza sua!» (v. 18-20).

Come abbiamo anticipato, la quinta strofa differisce dalle altre per la sua struttura. Mi sembra di vederne il motivo nel fatto che qui Dio entra direttamente in causa. Non è più contro le nazioni, e'nemmeno contro il popolo di Dio che s'è elevato l'incommensurabile orgoglio del re di Babilonia, ma contro l'Eterno stesso. Egli ha messo contro il vero Dio le sue immagini bugiarde di legno, d'oro e d'argento. Questa è la causa principale della sua definitiva distruzione. Notate che nel corso di tutta questa «allegoria» lo Spirito ha cura di non nominare il re di Babilonia. È un «enigma» che, come abbiamo detto, va molto al di là del castigo storico dei Caldei e arriva fino al regno glorioso di Cristo.

L'Apocalisse ci insegna che un'altra Babilonia, ultimo sviluppo di una cristianità idolatra, comparirà sulla scena negli ultimi giorni. La sua coppa d'oro sarà riempita di abominazioni (gli idoli), e l'Impero Romano, l'ultima incarnazione delle monarchie universali, avrà le stesse pretese idolatre del capo del primo Impero Babilonese con la sua statua d'oro (Apoc. 17: 4; 13: 1415; Daniele 3: 1). Questa idolatria è stigmatizzata da tutti i profeti (Isaia 44: 9-20; Ger. 2: 27; 3: 9, ecc.).

È importante notare che sono le nazioni che pronunciano qui i guai sui fabbricanti di idoli e proclamano la vanità delle religioni pagane. È un canto della fine dei tempi, di quando esse stesse avranno abbandonato il paganesimo d'un tempo per volgersi verso il vero Dio e riconoscere il suo impero. La Babilonia della fine è sottintesa in questa allegoria, ed ecco perché il canto termina riconoscendo l'Eterno come Colui che i popoli adorano. Non è solo, come al v. 14, la conoscenza della sua gloria che ricopre interamente la terra rinnovata, ma la conoscenza di Lui stesso.

Egli sarà nella sua santa dimora, nel suo tempio a Gerusalemme; l'espressione la sua dimora non è il cielo ma la sua casa sulla terra (Michea 1: 2; Salmo 11: 4). Allora, la gloria di Dio che aveva lasciato il tempio (Ezechiele 11:22) vi sarà tornata (Ezechiele 43: 4). Ormai è Lui che domina; tutta la terra faccia silenzio alla sua presenza. Chi oserà alzare la voce davanti alla Sua maestà?

Com'è bella la fine di questo canto dei popoli sottomessi ormai alla Sua potenza! Il cuore angosciato del profeta deve essersi rassicurato con questa visione dell'avvenire. Egli vide in essa il valore della fede che ha saputo aspettare con pazienza il risultato delle vie di Dio: l'orgoglio dell'uomo abbassato, le nazioni liberate e sottomesse, il popolo di Israele restaurato e l'Eterno glorificato che fa di Gerusalemme e del suo tempio il centro della sua gloria! Il profeta stesso si è dimenticato di «rispondere» come aveva promesso di fare (cap. 2: 1). Ma cosa può dire, ora che Dio, invece di contestare con lui, ha fatto passare dinanzi ai suoi occhi la sua giustizia nel giudizio del male, la sua grazia verso il suo popolo e, infine, la sua gloria che ricopre tutta la terra in quel regno di giustizia e di pace davanti al quale il mondo intero non potrà che fare silenzio?
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