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 Tu e la casa tua 1a parte

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teofilo
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MessaggioTu e la casa tua 1a parte

Tu e la casa tua 1a parte
Il cristiano in casa sua
Charles Henry Mackintosh
1. Introduzione: la casa di Dio e la casa del servitore di Dio
Vi sono due case che occupano un posto importantissimo nelle pagine ispirate: sono la casa di Dio e la casa del servitore di Dio. Dio attribuisce una immensa importanza alla Sua casa; e questo giustamente, poiché questa casa è la Sua. La sua verità, il suo onore, il suo carattere, la sua gloria sono inclusi nel carattere della sua casa; quindi è il suo desiderio che l’espressione di ciò che Egli è, caratterizzi in modo evidente tutto ciò che gli appartiene. Se Dio ha una casa, questa deve essere necessariamente una casa ove regni la pietà; deve essere santa e spirituale, pura e celeste; deve avere tutti questi caratteri, non soltanto in modo astratto e in principio, ma anche in pratica. La sua posizione è quella che Dio le ha dato; ma il suo carattere pratico è il risultato del cammino pratico di quelli che ne fanno parte quaggiù.

Molti forse sono disposti a comprendere la verità e l’importanza dei principi relativi alla casa di Dio, ma pochi comparativamente danno la dovuta importanza ai principi che debbono governare la famiglia dei servitore di Dio, ossia del credente. Tuttavia, se qualcuno facesse questa domanda: «Quale è la casa che dopo la casa di Dio ha maggior importanza davanti a Lui?» Si risponderebbe indubbiamente: «È la casa del servitore di Dio». Poiché nulla ha più potenza sulla coscienza che la santa autorità della Parola di Dio, desidero citare alcuni passi della Scrittura che dimostrano con forza e chiarezza quali sono i pensieri di Dio a riguardo di ciò che deve essere la casa di uno dei suoi figli.

2. L’insegnamento della Parola di Dio
2.1 Noè
Quando l’iniquità del mondo antidiluviano ebbe raggiunto il suo limite estremo e che, nei decreti del Dio giusto, la fine di ogni carne era giunta davanti a Lui, in modo che il suo giudizio stava per sommergere tutta quella scena di corruzione, si fecero udire all’orecchio di Noè queste dolci parole: «Entra nell’arca tu con tutta la tua famiglia, poiché t’ho veduto giusto nel mio cospetto» (Genesi 7:1). Si dirà, senza dubbio e con ragione che Noè era in questo caso un tipo di Cristo, — Capo giusto di tutta la famiglia dei salvati, — salvati in virtù della loro unione con Lui. Ma io vedo nella storia di Noè qualcos’altro ancora che un carattere tipico; vedo, qui e in altri passi analoghi, un principio il quale, fin dall’inizio di questo scritto, desidero esprimere esplicitamente, cioè che la famiglia di ogni servitore di Dio, in virtù della sua associazione con lui è posta in una posizione di privilegio e, per conseguenza, di responsabilità (*).

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(*) Escludo che il lettore possa pensare che con questo io voglia negare o indebolire la necessità dell’opera dello Spirito Santo per la rigenerazione dei figli dei credenti. «Se uno non è nato di nuovo, non può vedere il regno di Dio». Questo è vero per un figlio di credente come per ogni altro. La grazia non è ereditaria. Il sunto di ciò che volevo dire è che la Scrittura non vede un uomo separatamente dalla sua famiglia; il padre cristiano può contare su Dio per i suoi figli ed è responsabile di allevarli per Lui; altrimenti come spiegare Efesini 6:4?
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Questo principio ha conseguenze pratiche infinite: è quello che ci proponiamo di constatare per mezzo della Parola di Dio. Se fossimo limitati a ragionare per analogia, la nostra tesi sarebbe facilmente stabilita; poiché non è possibile, per chi conosce il carattere e le vie di Dio, credere che Dio attribuisca una immensa importanza a ciò che riguarda la propria casa e non ne attribuisca alcuna o ben poco a ciò che riguarda quella del suo servitore. Essere indifferente a quello che concerne uno dei suoi figli, non si addice a quel Dio che è sempre coerente con Se stesso. Ma non è per via di analogia che siamo ridotti a trattare una questione così grave e così profondamente pratica; il passo citato non è che il primo d’una serie d’altri che sono prove positive di quello che desidero fare comprendere. In Genesi 7:1 troviamo le parole significative: Tu con tutta la tua famiglia inseparabilmente unite. Dio non rivela a Noè una salvezza senza profitto per la sua famiglia. Mai ha pensato una cosa tale.

La stessa arca, che era aperta per lui, era aperta anche per i suoi. Perché? Forse perché erano fedeli? No, ma perché Noè lo era ed essi erano uniti a lui. Dio gli dà per così dire un salvacondotto che deve servire per lui e per la sua famiglia. Lo ripeto, questo non indebolisce per nulla il carattere tipico di Noè. Io vedo in lui questo carattere, ma vedo anche in lui questo principio, secondo il quale, qualunque siano le circostanze, non si deve separare un uomo dalla sua famiglia. Il fatto implicherebbe di colpo la più violenta confusione, e la più bassa demoralizzazione. La casa di Dio è posta in una posizione di benedizione e di responsabilità perché è unita a Lui; e la casa del servitore di Dio è, per la stessa ragione, in una posizione di benedizione e di responsabilità. Tale è la nostra tesi.

2.2 Abrahamo
Il secondo passo che desidero citare, si riferisce alla vita di Abrahamo. «E l’Eterno disse: Dovrei forse nascondere ad Abraamo quanto sto per fare?... Infatti, io l’ho prescelto perché ordini ai suoi figli, e alla sua casa dopo di lui, che seguano la via dell’Eterno per praticare la giustizia e il diritto, affinché l’Eterno compia in favore di Abraamo quello che gli ha promesso.» Genesi 18:17-19. Questa non è una questione di salvezza, ma di comunione col pensiero e coi consigli di Dio. Il padre credente consideri e ponderi solennemente il fatto che, allorquando Dio cercò un uomo a cui potesse svelare i suoi consigli segreti, scelse colui che ordinava ai suoi figli e alla sua casa di praticare le vie del Signore.

Questo non può che impressionare vivamente una coscienza delicata; poiché se vi è una cosa nella quale i credenti siano in fallo in modo particolare, è proprio il dovere di comandare ai loro figli e alle loro case di servire il Signore. Essi non hanno certamente avuto Dio dinanzi a loro a questo riguardo; poiché, considerando le vie di Dio relativamente alla propria casa, le avrebbero viste costantemente caratterizzate dalla potenza sul principio della giustizia. Egli ha fermamente stabilito e invariabilmente mantenuta la sua santa autorità. Qualunque sia l’aspetto o il carattere esterno della casa di Dio, il principio essenziale delle sue dispensazioni a riguardo di essa è immutabile: «I tuoi statuti sono perfettamente stabili; la santità s’addice alla tua casa, o Eterno, per sempre» (Salmo 93:5). Ora, il servitore deve sempre prendere a modello il suo maestro, e se Dio governa la sua casa con potenza esercitata in giustizia, così, debbo pure governare la mia; poiché se in qualunque particolare, agisco in modo diverso da Dio, ho evidentemente torto.

E Dio non solo governa la sua casa come abbiamo detto, ma altresì, ama, approva e onora della sua fiducia quelli che lo imitano. Nel passo citato, lo udiamo dire: «Non posso nascondere i miei disegni ad Abrahamo». Perché questo? Semplicemente perché «comanderà ai suoi figli e alla sua casa di servire l’Eterno». Un uomo che sa comandare questo alla sua casa è degno della fiducia di Dio. È una verità notevole, la cui importanza spero, si imporrà alla coscienza dei genitori cristiani. Parecchi d’infra noi, ahimè! meditando su Genesi 18:19, dovranno dire, prostrandosi davanti a Colui che ha detto e fatto scrivere queste parole: «Quale umiliante e vergognosa caduta da parte mia».

Perché ci troviamo noi in tale caso? Perché abbiamo noi così fallito alla solenne responsabilità che ci incombeva relativamente al governo della nostra casa? A mio avviso, la sola risposta che si possa dare a questa domanda è che non abbiamo saputo realizzare per la fede il privilegio conferito a questa casa, in virtù della sua associazione con noi.

È notevole che i due primi passi che abbiamo considerato ci presentino in modo esatto le due grandi divisioni del nostro soggetto, cioè: il privilegio e la responsabilità. Nel caso di Noè, la parola, era: «Tu con la tua famiglia» in rapporto con la salvezza. Nel caso di Abrahamo, era: «Tu e la tua famiglia» in rapporto col governo morale. Il rapporto è ad un tempo notevole e bellissimo e l’uomo che manca di fede per appropriarsi il privilegio, mancherà anche di potenza morale per realizzare la responsabilità. Dio considera la casa di un uomo come una parte di lui, e costui non può in nessuna maniera, sia in principio che in pratica, trascurare questa relazione, senza subirne un serio danno e senza nuocere alla testimonianza.

Ora, la domanda che si impone ad un padre cristiano è questa: «Conto io sopra Dio riguardo alla mia casa, e governo io la mia casa per Dio?». Domanda solenne invero, tuttavia è da temere che pochi cristiani ne sentano l’importanza e la gravità. Forse il mio lettore sarà disposto a chiedere altre prove scritturali riguardo al nostro diritto di contare sopra Dio per le nostre famiglie. Io citerò dunque ancora la Scrittura.

2.3 Giacobbe
Ecco una citazione tratta dalla storia di Giacobbe : «Dio disse a Giacobbe: "Àlzati, va’ ad abitare a Betel"». Questa parola sembra indirizzata esclusivamente a Giacobbe; ma nemmeno un istante egli ebbe il pensiero di isolarsi dalla sua famiglia, né riguardo al privilegio, né riguardo alla responsabilità, anzi è subito aggiunto: «Allora Giacobbe disse alla sua famiglia e a tutti quelli che erano con lui: "Togliete gli dèi stranieri che sono in mezzo a voi, purificatevi e cambiatevi i vestiti; partiamo, andiamo a Betel"» (Genesi 35:1-4). Vediamo così che un appello rivolto a Giacobbe pone tutta la casa sua sotto una responsabilità. Giacobbe era chiamato a salire alla casa di Dio, e la domanda che immediatamente si presenta alla sua coscienza è: «La casa mia si trova essa in uno stato convenevole per rispondere a questa chiamata?».

2.4 L’Egitto
Giungiamo ora ai primi capitoli del libro dell’Esodo, ove troviamo che una delle quattro obiezioni presentate da Faraone per rifiutare di lasciare uscire il popolo d’Israele dall’Egitto era relativa ai bambini (Esodo 10:8-9). «Allora [i servitori del faraone] fecero ritornare Mosè e Aaronne dal faraone. Egli disse loro: "Andate, servite l’Eterno, il vostro Dio; ma chi sono quelli che andranno?" Mosè disse: "Noi andremo con i nostri bambini e con i nostri vecchi, con i nostri figli e con le nostre figlie; andremo con le nostre greggi e con i nostri armenti, perché dobbiamo celebrare una festa all’Eterno"». Il motivo per cui dovevano prendere giovani e vecchi con loro era per celebrare una festa all’Eterno. La natura poteva dire: «Che cosa possono comprendere questi fanciulli ad una tale festa? Non temete voi di farne dei formalisti?». La risposta di Mosè è semplice e decisiva: «Noi andremo con i nostri bambini ecc... (vers. 9) perché dobbiamo celebrare una festa all’Eterno».

I genitori Israeliti non avevano il pensiero di dover ricercare una cosa per loro stessi ed un’altra per i loro figli. Non bramavano Canaan per loro stessi e l’Egitto per i loro figli. Come avrebbero essi potuto nutrirsi della manna del deserto e del frumento del paese della promessa mentre i loro figli si sarebbero saziati dei porri, delle cipolle e degli agli dell’Egitto? Era impossibile; né Mosè né Aaronne avrebbero mai compreso un tale modo di agire. Sentivano che un appello di Dio rivolto ad essi era un appello rivolto anche ai loro figli, e inoltre, se non ne fossero stati pienamente convinti, appena usciti dall’Egitto vi sarebbero stati di nuovo attirati dai loro figli che vi erano rimasti. Satana sapeva benissimo che ne sarebbe stato così, perciò suggeriva al Faraone questa obiezione: «Allora no, andate soltanto voi uomini e servite l’Eterno». È quello che molti cristiani professanti fanno o cercano di fare oggigiorno. Professano di uscire dall’Egitto per servire il Signore, e vi lasciano i loro figli. Professano di aver fatto «il cammino di tre giorni nel deserto»; in altre parole, professano di aver lasciato il mondo, di essere morti al mondo e risuscitati con Cristo, professano di possedere una vita celeste ed essere eredi di una gloria celeste, ma lasciano i loro figli indietro nelle mani di Faraone o piuttosto di Satana. Hanno rinunciato al mondo per loro stessi, ma non possono rinunziarvi per i loro figli. Nel giorno del Signore, rivestono la professione di stranieri e viaggiatori, cantano inni, pregano, edificano, insegnano, sembrano molto avanzati nella vita celeste e quasi toccare le frontiere di Canaan, ma purtroppo fin dal lunedì mattina, i loro atti e le loro abitudini contraddicono la professione del giorno precedente. I loro figli sono allevati per il mondo; lo scopo, la direzione e il genere di educazione dato ad essi, la scelta della loro vocazione, tutto è mondano nel senso più vero e più stretto della parola. Mosè ed Aaronne non avrebbero potuto ammettere un tale modo di fare, come anche un cuore, moralmente retto e sinceramente integro, non lo potrebbe comprendere.

Non debbo avere per i miei figli nessun altro principio, nessun altro oggetto da procacciare, nessun’altra prospettiva di quelli che ho per me stesso; e debbo vegliare affinché non siano portati ad averne altri. Se Cristo e la gloria celeste sono sufficienti per me, sono sufficienti anche per essi; ma bisogna che la prova che sono realmente sufficienti per me non sia equivoca. Il carattere d’un padre o di una madre cristiani, dovrebbe essere tale da non dar luogo all’ombra di un dubbio, relativamente a ciò che costituisce l’oggetto o lo scopo positivo dell’anima loro. Che cosa penserà mio figlio, se gli dico che desidero ardentemente che sia reso partecipe di Cristo e del cielo, e nello stesso tempo, lo allevo per il mondo? Che crederà egli? Che cosa eserciterà la più potente influenza sul suo cuore e sulla sua vita? Le mie parole oppure i miei atti? Risponda la coscienza, e sia la risposta retta e franca.

Per ogni uomo di preghiera, deve essere evidente che lo stato attuale del cristianesimo è miseramente basso, che vi deve essere in esso, qualcosa di radicalmente cattivo. In quanto alla testimonianza relativa al Figlio di Dio, come purtroppo ci si pensa poco! Il novantanove per cento dei cristiani professanti, pensa che siano lasciati quaggiù solo per essere salvati, e non come dei salvati per glorificare Cristo.

Ebbene, vorrei con affetto, ma anche con fedeltà, chiedere ai miei lettori se, in gran parte almeno, non si potrebbe attribuire la caduta riguardo alla testimonianza pratica per Cristo, alla negligenza del principio che troviamo implicato in queste parole: «Tu e la tua casa»? Sono convinto che questa negligenza vi entri per molto. Una cosa certa è, che molta mondanità, confusione e male morale si sono infiltrati in mezzo a noi perché i nostri figli sono stati lasciati in Egitto. Parecchi presero, un tempo, nella Chiesa una posizione eminente di testimonianza e di servizio e sembravano essere con tutto il cuore all’opera del Signore, ma ora sono indietreggiati in modo lamentevole. Tutto ciò non grida forse altamente ai genitori cristiani: «Badate di non lasciare i vostri figli in Egitto»?

Quanti cuori di padri sono straziati per aver mancato di fedeltà nel governo della propria casa! Hanno lasciato i loro figli in Egitto, lasciandosi gravemente illudere, ed ora che, con reale fedeltà e serio affetto, cercano di avvertirli del pericolo, non incontrano che cuori sedotti e sordi agli avvertimenti, cuori attaccati con decisione e vigore a questo Egitto nel quale la loro incoerenza e la loro debolezza li aveva lasciati. È un fatto profondamente serio la cui sola menzione potrebbe lacerare più di un cuore; ma la verità deve essere detta; e se, per alcuni può sembrare offensiva, per altri può essere un salutare avvertimento (*).

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(*) Debbo dire che vi è una grande incoerenza nella condotta di genitori cristiani che affidano l’educazione dei loro figli a persone inconvertite, oppure a persone che, pur facendo professione di essere convertite, non sono separate dal mondo. È naturale che un bambino guardi a colui che gl’insegna e sia condotto ad imitarlo. Che impulso può comunicare ad un bambino chi è incaricato di dirigerlo e di istruirlo? Tende naturalmente a farsi imitare, a fare del bambino ciò che lui stesso è. Stando così le cose, debbo io affidare ad una persona inconvertita, diretta da principi mondani, la cura dei miei figli, la loro educazione e la formazione del loro carattere? [BibbiaWeb — L’autore si riferisce qui al fatto corrente nel XIX secolo di affidare i suoi figli a una governante che infatti sostituiva i genitori.]
Le stesse considerazioni possono applicarsi ai libri che i genitori lasciano leggere ai figli. Un libro è effettivamente un educatore, e per quanto silenzioso, non ha per questo meno influenza sullo spirito, sul cuore e sul carattere del fanciullo.
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Ritorno alle prove scritturali che debbo produrre. Nel libro dei Numeri, i piccoli fanciulli ci sono ancora presentati. Abbiamo già visto che un credente fedele in comunione con Dio non può mai di proposito deliberato lasciare i suoi figli in Egitto. Bisogna che ne escano a qualunque costo; ma né la fede, né la fedeltà dei genitori cristiani si limiterà a questo. Dobbiamo contare su Dio non solo per farli uscire dall’Egitto, ma anche per condurli in Canaan. A questo riguardo, Israele ha mancato in modo evidente, poiché, quando le spie ritornano da Canaan, il popolo udendo il rapporto scoraggiante di esse, lasciò sfuggire queste tristi parole: «Perché l’Eterno ci conduce in quel paese dove cadremo per la spada? Là le nostre mogli e i nostri bambini diventeranno preda del nemico. Non sarebbe meglio per noi tornare in Egitto?» (Numeri 14:3). Spaventevole stato d’animo, che, per quanto dipendesse da loro, realizzava quella minaccia astuta e malvagia di Faraone: «Come io lascerò andare voi e i vostri bambini! Ma voi avete delle cattive intenzioni!» (Esodo 10:10). L’incredulità giustifica sempre Satana e fa Dio bugiardo, mentre invece la fede giustifica sempre Dio e fa Satana mentitore e, come è sempre vero che ci vien fatto secondo la nostra fede, è anche sempre vero che l’incredulità miete ciò che ha seminato.

Così ne fu di Israele infelice perché era incredulo. «Com’è vero che io vivo, dice l’Eterno, io vi farò quello che ho sentito dire da voi. I vostri cadaveri cadranno in questo deserto; e voi tutti, quanti siete, di cui si è fatto il censimento, dall’età di vent’anni in su, e che avete mormorato contro di me, non entrerete di certo nel paese nel quale giurai di farvi abitare... I vostri bambini, di cui avete detto che sarebbero preda dei nemici, quelli farò entrare; ed essi conosceranno il paese che voi avete disprezzato.» (Numeri 14:28-32). Limitavano il Santo d’Israele in merito ai loro piccoli. Era un grave peccato, e queste cose ci sono dette per il nostro ammaestramento. Così, non accade egli sovente che il cuore dei genitori cristiani ragioni sul modo in cui debbono agire verso i loro figli, invece di metterli semplicemente sul terreno di Dio?

2.5 I nostri figli non convertiti
Ma forse si dirà: «Non possiamo fare dei nostri figli dei cristiani», ma non si tratta di questo. Non siamo chiamati a fare di essi qualche cosa; questa è l’opera di Dio e di Dio solo; ma se ci è detto: «Menate con voi i vostri figli», rifiuteremo noi di obbedire? Si dirà ancora: «Non vorrei fare di mio figlio un formalista e non potrei neanche farne un vero cristiano»; ma, se nella sua infinita grazia Dio mi dice: «Io considero la tua casa come una parte di te stesso, e benedicendoti, la benedirò», debbo io per incredulità respingere questa benedizione sotto pretesto di evitare il formalismo o quello della mia impotenza per comunicare la verità? Dio ci guardi da uno sviamento tale. Rallegriamoci invece e con azioni di grazie di ciò che Dio ci ha benedetti di una benedizione così ricca, così abbondante e che si estende non solo a noi, ma anche a tutti quelli che ci appartengono; e poiché la grazia ci ha concesso questa benedizione, bisogna che per la fede la afferriamo e l’appropriamo alle nostre famiglie.

Ricordiamoci che il mezzo di provare che sappiamo godere d’una benedizione, è quello d’essere fedeli alla responsabilità che essa impone. Dire che io conto su Dio per condurre i miei figli in Canaan e, ad un tempo, allevarli per l’Egitto, è una perniciosa illusione. La mia condotta proclama che la mia professione è una menzogna, e non devo stupirmi se, nelle sue giuste dispensazioni, Dio permette che io raccolga i frutti amari delle mie vie (*). La condotta è la prova migliore della realtà delle nostre convinzioni, e in questo come in ogni cosa, questa parola del Signore è solennemente vera: «Se uno vuol fare la volontà di Colui che mi ha mandato, conoscerà se questa dottrina è da Dio» (Giovanni 7:17). Ma sovente vogliamo conoscere la dottrina prima di fare la Sua volontà e risulta che siamo lasciati nella più profonda ignoranza. Fare la volontà di Dio a riguardo dei nostri figli è considerarli, come Egli lo fa, come una parte di noi stessi, ed allevarli in conseguenza. Non si tratta soltanto di sperare che più tardi essi saranno manifestati come dei figli di Dio, ma di considerarli come essendo già sotto la benedizione, e agire con loro secondo questo principio, ad ogni riguardo. Si potrebbe concludere dai pensieri e dagli atti di parecchi cristiani che i loro figli non sono per loro che dei gentili che non hanno per il presente nessun interesse in Cristo, nessuna relazione qualsiasi con Dio. Questo significa fare ben poco caso del suggello divino. Non si tratta qui affatto della questione troppo sovente discussa del battesimo dei fanciulli o degli adulti. No, è semplicemente e unicamente una questione di fede nella potenza e nell’estensione di questa parola misericordiosa: «Tu e la casa tua» — parola la cui forza e bellezza ci appariranno sempre meglio di mano in mano che avanzeremo in questo breve scritto.

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(*) Parecchi si consolano della condotta dei loro figli con la sicurezza che, una volta o l’altra, saranno convertiti. Ma bisogna metterli subito sul terreno di Dio. Se abbiamo la certezza che sono dei figli di Dio, perché non agire in conseguenza? Se aspettiamo di vedere certe prove di conversione in loro, è chiaro allora che guardiamo ad altro che alla promessa di Dio. Il cristiano deve, fin d’ora, considerare il suo figlio come appartenente a Cristo, e deve perciò allevarlo in conseguenza, confidandosi in Dio, con una completa sicurezza, per il risultato. Se prima di agire così, aspetto di vedere dei frutti, non è fede; e durante questo tempo i miei figli potranno vagabondare, per così dire, lungi dai sentieri del Signore, portando dell’obbrobrio sul Suo Nome e sul suo Evangelo. Mi basterà forse dirmi: «Essi saranno convertiti più tardi?». No, i miei figli dovrebbero essere, fin d’ora, una testimonianza per Dio, ed essi non possono esserlo, se non scelgo per loro, fin d’ora, il terreno di Dio e non cammino con Lui in ciò che li concerne.
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2.6 I genitori e i figli sempre considerati insieme
Nel capitolo 16 dei Numeri verso 26-27 troviamo pure che i figli sono considerati come inseparabilmente uniti ai loro genitori, e questo in una circostanza delle più tragicamente solenni. «Mosè disse alla comunità: "Allontanatevi dalle tende di questi uomini malvagi, e non toccate nulla di ciò che appartiene a loro, affinché non periate a causa di tutti i loro peccati". Così quelli si allontanarono dalla dimora di Core, di Datan e di Abiram. Datan e Abiram uscirono e si fermarono all’ingresso delle loro tende con le loro mogli, i loro figli e i loro bambini». Tutti quei fanciulli scesero vivi nel soggiorno dei morti; la terra si richiuse su loro ed essi scomparvero, non per essersi personalmente associati alla ribellione, ma a causa della loro identità coi genitori ribelli. Sia in benedizione, sia in giudizio, Dio tratta i figli come essendo uno coi loro genitori. Ci si può chiedere: Perché? E Dio risponde in Esodo 34:6-7: «L’Eterno passò davanti a lui, e gridò: «L’Eterno! L’Eterno! il Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira, ricco in bontà e fedeltà, che conserva la sua bontà fino alla millesima generazione, che perdona l’iniquità, la trasgressione e il peccato ma non terrà il colpevole per innocente; che punisce l’iniquità dei padri sopra i figli e sopra i figli dei figli, fino alla terza e alla quarta generazione!».

Alcuni possono trovar difficile di conciliare questo passo con quello di Ezechiele 18:20, ove è detto: «La persona che pecca è quella che morirà, il figlio non pagherà per l’iniquità del padre, e il padre non pagherà per l’iniquità del figlio; la giustizia del giusto sarà sul giusto, l’empietà dell’empio sarà sull’empio». In quest’ultimo versetto, il padre e il figlio sono considerati nella loro propria capacità individuale e, di conseguenza, sono giudicati secondo lo stato morale di ognuno d’essi individualmente. È qui una questione assolutamente personale.

Da un capo all’altro del Deuteronomio, gli Israeliti sono ammaestrati da Dio a mettere i comandamenti, gli statuti, i giudizi ed i precetti della Legge dinanzi ai loro figli; e questi sono rappresentati come chiedendo informazioni in parecchie circostanze, sulla natura e sullo scopo di diversi ordinamenti ed istituzioni.

Giungiamo ora a quella bella dichiarazione di Giosuè: «Scegliete oggi chi volete servire... quanto a me e alla casa mia, serviremo l’Eterno» (Giosuè 24:15). Notate che non è detto soltanto quanto a me, ma «quanto a me, e alla casa mia». Comprendeva che non bastava che egli, Giosuè, fosse perfettamente puro da ogni contatto con le contaminazioni e le abominazioni dell’idolatria; sentiva, sempre più di dover vegliare sul carattere morale e sulle azioni della sua famiglia. Benché Giosuè non adorasse gli idoli, non sarebbe forse stato colpevole se i suoi figli avessero servito gli idoli? Inoltre, la testimonianza per la verità sarebbe stata tanto realmente rovinata dall’idolatria della casa di Giosuè che dall’idolatria di Giosuè stesso; e il giudizio sarebbe stato certamente eseguito. È molto importante di comprenderlo bene: la verità di questo ci è solamente dimostrata al principio del primo libro di Samuele, da queste parole: «Allora l’Eterno disse a Samuele: «Ecco, io sto per fare in Israele una cosa tale che chi la udrà ne avrà intronati tutt’e due gli orecchi. In quel giorno io compirò contro Eli, dal principio fino alla fine, tutto ciò che ho detto circa la sua casa. Gli ho predetto che avrei esercitato i miei giudizi sulla sua casa per sempre, a causa dell’iniquità che egli ben conosce, poiché i suoi figli hanno attirato su di sé la maledizione ed egli non li ha sgridati» (l Samuele 3:11-13).

Da questo esempio, vediamo che qualunque sia il carattere personale del servitore di Dio, il Signore non lo terrà per innocente, se non disciplina convenientemente la sua famiglia. Egli avrebbe dovuto reprimere i suoi figli. Era il suo privilegio, come anche il nostro, di poter contare sulla potenza di Dio per agire con sé in vista di sottomettere ogni elemento che, nella sua casa, fosse in stato di compromettere la testimonianza che doveva a Dio. Ma egli non agì in questo senso e non seppe prevalersi di questa potenza per sormontare il male nei suoi; in tal modo la fine di Eli fu un terribile giudizio; perché il suo cuore non era stato rotto a riguardo della sua famiglia, la sua nuca si ruppe a riguardo della casa di Dio. Se avesse contato su Dio ed agito fedelmente con Lui per reprimere i suoi figli colpevoli, secondo la santa responsabilità che aveva di farlo, la casa di Dio non sarebbe stata contaminata, e l’arca di Dio non sarebbe stata presa. Brevemente, se Eli avesse considerato la propria famiglia come una parte di sé, l’avrebbe certamente resa come avrebbe dovuto essere, e allora non avrebbe attirato su di sé il terribile giudizio di Colui che ha per principio di non separare mai queste parole: «Tu e la casa tua».

Purtroppo, da allora quanti genitori hanno camminato sulle tracce d’Eli! Quanti ve ne sono che, avendo un’idea del tutto falsa della base e del carattere delle loro relazioni coi figli, agiscono verso loro secondo il principio d’un’indulgenza illimitata e permettono che essi facciano la loro propria volontà fin dall’infanzia. Non ponendoli per la fede sul terreno divino, questi genitori non hanno neppure la forza morale di mettersi sul terreno umano per rendere i loro figli rispettosi ed ubbidienti; e ne risulta il più triste spettacolo d’insubordinazione e di confusione.

Il primo scopo che il servitore di Dio deve proporsi nel governo della propria casa, è che vi sia in essa una testimonianza resa alla gloria di Colui alla cui casa egli stesso appartiene. È questo il vero principio che deve soprattutto agire sul cuore e sulla condotta d’un padre cristiano. Così egli deve tenere i figli nell’ordine, non perché essi gli diano meno pena e più riposo, ma perché la gloria di Dio è implicata nel buon ordine delle famiglie di tutti quelli che fan parte della casa di Dio.

Ma, si obietterà forse che tutto quel che abbiamo detto fin qui su questo punto, abbia relazione coll’Antico Testamento donde l’abbiamo tratto. Ovvero, si dirà ancora: Dio agisce verso noi secondo il principio dell’elezione e della grazia, che conduce alla chiamata individuale, senza riguardo ad alcun legame o ad alcuna relazione domestica, talché può accadere che un credente molto pio, molto devoto e attaccato alle cose celesti, si trovi tuttavia a capo d’una famiglia empia, sregolata e mondana. Ebbene, in opposizione a questa obiezione, mantengo che i principi del governo morale di Dio sono eterni e debbono, per conseguenza, essere gli stessi ed avere la loro applicazione in tutti i tempi. Dio non può insegnare, in un dato tempo, che un uomo e la sua famiglia sono uno e che il capo deve governarla convenientemente, poi insegnare, in un altro tempo, che il padre e la sua famiglia non sono uno e che il padre è libero di dirigerla come gli piace. È impossibile.

L’approvazione o la disapprovazione di Dio a riguardo di tale o tal altra cosa deriva da quel ch’egli è in Se stesso; e poiché Dio governa la propria casa secondo ciò ch’egli è in Sé stesso, così comanda ai suoi servitori di dirigere le loro case secondo lo stesso principio. La dispensazione della grazia ossia del cristianesimo ha forse annullato questo bell’ordine morale? — Oh! no, anzi, vi ha aggiunto se è possibile, nuovi dati di bellezza. Se la casa d’un Giudeo era considerata come una parte di lui stesso, quella d’un cristiano lo sarebbe meno? No, certamente. Sarebbe fare un triste abuso ed una falsa applicazione della parola celeste «grazia», se ce ne autorizzassimo per giustificare il disordine e la demoralizzazione che regnano, al giorno d’oggi, nelle famiglie d’un gran numero di cristiani. È veramente la grazia a far sì che un padre allenti la briglia alla volontà dei suoi figli? È forse agire secondo la grazia lasciare che s’abbandonino ai capricci, alle concupiscenze, alle passioni d’una natura corrotta?

Ah! guardatevi bene dal chiamare ciò col nome di grazia, per tema che abbiate a perdere l’intelligenza del vero senso di questa parola, e che giungiate ad immaginare che la grazia sia il principio di tutto questo male! Chiamate queste vedute col loro proprio nome, — un mostruoso abuso della grazia, una negazione di Dio, non solo come Governatore nella sua propria casa, ma anche come Amministratore morale dell’universo; — una contraddizione flagrante di ogni precetto ispirato.

Ma, lasciando l’Antico Testamento, vediamo nelle pagine sacre del Nuovo Testamento, se non troveremo numerose prove all’appoggio della nostra tesi.

2.7 Nel Nuovo Testamento
In questa grande divisione del libro, lo Spirito Santo separa forse la famiglia di un uomo dai privilegi e dalla responsabilità che l’Antico Testamento vi attribuisce? Ci convinceremo facilmente che non è così. Eccone delle prove: Quando il Signore Gesù manda in missione i suoi discepoli, dice loro: «In qualunque città o villaggio sarete entrati, informatevi se vi sia là qualcuno degno di ospitarvi, e abitate da lui finché partirete. Quando entrerete nella casa, salutate (Il saluto era questo: Pace sia su questa casa!). Se quella casa (non soltanto il capo di casa) ne è degna, venga la vostra pace su di essa; se invece non ne è degna, la vostra pace torni a voi.» (Evangelo di Matteo 10:11-13). Altrove leggiamo: «Gesù disse a Zaccheo: Oggi la salvezza è entrata in questa casa, poiché anche questo è figlio d’Abraamo; perché il Figlio dell’uomo è venuto per cercare e salvare ciò che era perduto» (Luca 19:9-10). Così nel caso di Cornelio: «L’Angelo... gli aveva detto: Manda qualcuno a Joppe, e fa’ venire Simone, detto anche Pietro; Egli ti parlerà di cose, per le quali sarai salvato tu e tutta la tua famiglia» (Atti 11:13-14). Fu pure detto al carceriere della città di Filippi: «Credi nel Signore Gesù, e sarai salvato tu e la tua famiglia» (Atti 16:31). E poi ne troviamo il risultato pratico: «Poi li fece salire in casa sua, apparecchiò loro la tavola, e si rallegrava con tutta la sua famiglia, perché aveva creduto in Dio» (vers. 34). Nello stesso capitolo, Lidia, dopo essere stata battezzata con quei di casa sua, disse: «Se avete giudicato ch’io sia fedele al Signore, entrate in casa mia, e alloggiatevi» (vers. 15). «Conceda il Signore misericordia alla famiglia di Onesiforo»; e perché? Era forse a causa dei buoni servizi di questa casa verso l’apostolo? No, disse Paolo, ma poiché egli, Onesiforo, «mi ha molte volte confortato e non si è vergognato della mia catena» (2 Timoteo 1:16). «Bisogna dunque che il vescovo (o sorvegliante) sia irreprensibile... che governi bene la propria famiglia e tenga i figli sottomessi e pienamente rispettosi (perché se uno non sa governare la propria famiglia, come potrà aver cura della chiesa di Dio?)» (1 Timoteo 3:2,4,5).

In tutte queste citazioni, troviamo la stessa grande verità, cioè che, quando Dio visita un uomo accordandogli delle benedizioni e delle responsabilità, visita nello stesso modo la famiglia di quest’uomo. Percorrete il canone intero dell’ispirazione, ovunque vedrete questo principio pratico accuratamente stabilito. È degno di Dio di farcelo conoscere; ma, purtroppo, fratelli amati dal Signore, quanto vi siamo stati infedeli e quale pregiudizio ha ricevuto la testimonianza al Figlio di Dio, in questi ultimi tempi, a causa delle nostre mancanze a questo riguardo e a tante altre cose!... Il male s’è manifestato, è vero, sotto diverse forme: orgoglio, vanità, mondanità, spirito carnale, motivi tristemente misti, empio sviluppo d’un’energia puramente carnale o intellettuale, impiego della preziosa Parola di Dio come d’un piedestallo, per innalzarci, meschine pretese, ad una posizione nella Chiesa o nel mondo, affettazioni di doni, esposizione sleale di principi di cui le nostre coscienze non hanno mai realmente esperimentato l’ascendente, presentazione agli altri d’una bilancia in cui noi stessi non ci siamo mai pesati nella presenza di Dio, lamentevole stato d’una coscienza che, se fosse stata ben regolata, ci avrebbe condotti a vedere l’incoerenza manifesta che esiste fra i principi che professiamo e il nostro modo di agire.

In tutte queste cose e in molte altre vie, è stata una caduta delle più profonde e delle più evidenti, caduta che ha contristato lo Spirito Santo di Dio, dal quale professiamo d’essere suggellati, e che ha disonorato il santo nome che portiamo. Il pensiero di questa caduta dovrebbe farci mettere il capo nella polvere, coprirci di vergogna e di confusione, condurci all’umiliazione e alla confessione — non soltanto per un momento, o per un giorno, od una settimana, ma finché Dio stesso ci rialzi. Abbiamo talvolta delle riunioni di preghiera e d’umiliazione, ma, purtroppo, fratelli, appena siamo usciti proviamo, a causa della detestabile leggerezza del nostro spirito e del nostro modo d’essere, come poco abbiamo realmente giudicato il nostro stato davanti a Dio. In questo modo come potrebbe essere colpita la radice così profonda ed estesa della malattia dei nostri cuori? La nostra coscienza ha bisogno d’essere profondamente arata, affinché il seme della verità divina non sia seminato invano. Lo strumento di cui Dio si serve per arare e ad un tempo seminare, è la VERITÀ. Dunque bisogna che ci mettiamo sotto l’azione di questa verità; bisogna recare, sotto la sua influenza, «un cuore onesto e buono», una coscienza delicata ed uno spirito retto. Ora, se la verità agisce su di noi in questa maniera, che cosa ci rivelerà? Qual è il nostro stato? Che cosa siamo in mezzo a quella sfera, in cui il Maestro ci ha comandato «di fare fruttare le mine fino al Suo ritorno?».

Donde proviene che le nostre adunanze di culto, di edificazione e le nostre adunanze di preghiera sono così sovente senza potenza e senza efficacia? E tuttavia la promessa di Cristo è sempre vera; «dove due o tre sono riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro». Ora dove la sua presenza è realizzata, vi dev’essere potenza e benedizione; ma Egli ci fa sentire la Sua presenza soltanto quando i nostri cuori sono veri e diritti davanti a Lui, e lo cercano come l’oggetto speciale del nostro radunamento. Se abbiamo in vista qualche altro oggetto all’infuori di Lui, non possiamo più dire che siamo radunati nel suo nome, e, per conseguenza, la sua presenza non sarà realizzata.

Quanti cristiani assistono alle adunanze senza avere Cristo come loro primo e diretto oggetto. Alcuni ci vanno per udire dei discorsi, onde essere edificati. È l’edificazione e non Cristo che li raduna. Vi possono essere delle pie commozioni, delle sante aspirazioni, molto sentimento religioso, un vivo interesse intellettuale occupandosi delle Scritture o di certi punti della verità; ma tutto ciò può esistere senza realizzare minimamente la santa e santificante presenza di Cristo, secondo la promessa del Signore stesso: «dove due o tre sono riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Matteo 18:20).

Altri vengono all’assemblea con il cuore preoccupato di ciò ch’essi diranno o faranno. Hanno un capitolo da leggere, un inno da indicare, alcuni pensieri da esprimere, ovvero hanno l’intenzione di pregare e spiano il momento favorevole per mettersi avanti. È purtroppo evidente che Cristo non è l’oggetto principale di quei credenti, ma unicamente l’«io», i suoi poveri atti e le sue misere parole. Queste persone contribuiscono a spogliare l’assemblea del suo carattere di santità, di potenza e di vera elevazione, poiché a causa loro non è Cristo che presiede, è la carne che si mette in mostra, e questo nelle circostanze più serie. La carne può avere una parte in un teatro, o su una tribuna politica, ma, in un’assemblea di santi, non dovrebbe esistere. Non sono affatto autorizzato a presentarmi davanti al Signore, in una riunione di credenti, con la premeditazione di leggere un certo capitolo, di indicare un certo inno, o con un discorso preparato. Devo venire fra i miei fratelli per sedermi nella presenza di Dio e sottomettermi alla sua sovrana direzione. In una parola, se ci vado nel nome di Gesù, Egli solo sarà il mio oggetto e dimenticherò ogni altra cosa. Ciò non vuol dire che, avendo Gesù per oggetto, non possa né comunicare ad altri dell’edificazione, né riceverne. Anzi, è il contrario; poiché se il Signore è come posto davanti a me, io sarò veramente atto ad edificare o ad essere edificato. Il minore è sempre racchiuso nel maggiore. Se ho Cristo non posso mancare d’aver dell’edificazione; ma se cerco l’edificazione invece di Cristo, se ne faccio il mio scopo, io li perdo entrambi.

Inoltre, quanti cristiani vengono a rendere culto e non hanno né la coscienza purificata, né il cuore giudicato, né la carne mortificata. Prendono posto nei banchi, ma sono freddi e sterili, senza preghiere e senza fede, senza scopo reale. Vengono macchinalmente, perché è la loro abitudine di venire, ma non sono dominati da un sincero desiderio di incontrare il Signore. Per loro, il radunarsi non è che pura formalità religiosa, e per gli altri, essi sono soltanto un ostacolo alla benedizione.

Vediamo dunque che parecchie cause svariate concorrono a corrompere le sorgenti della vita e del vigore nelle assemblee, ed ecco perché la testimonianza è, in generale, così povera e così debole fra noi. Soltanto un lavoro profondo della coscienza potrebbe scrutare fino in fondo queste cause funeste. Ah! potesse almeno sorgere da molti cuori, la domanda: «Signore, sono io?». È perfettamente inutile di aspettare una benedizione durevole o una restaurazione, finché non saremo seriamente condotti ad un’umiliazione vera, ad un sincero giudizio di noi stessi. Se siamo chiamati a rendere testimonianza a Cristo, bisogna che quest’appello ci trovi ai piedi di Gesù, avendo quivi imparato ciò che siamo, e quanto abbiamo mancato.

Nessuno ha il diritto di gettar la pietra all’altro. Tutti abbiamo peccato; tutti siamo stati infedeli alla testimonianza del Figlio di Dio; tutti abbiamo contribuito, in una certa misura, all’umiliante stato di cose che ci attornia.

Non si tratta qui d’una semplice questione di chiesa, d’una semplice diversità di giudizio riguardo a dei punti della verità, per quanto importanti siano in sé. No, fratelli, il mondo, la carne e il diavolo sono in fondo al nostro triste stato attuale, e tutti gli argomenti che l’amore di Cristo può suggerirci sono unanimi per invitarci a giudicare noi stessi a fondo nella presenza di Dio. Ora, sono convinto che se questo giudizio ha luogo e mette in luce ogni cosa, si troverà che una delle cause maggiori di tanto male, di tanta debolezza e d’una così grande caduta, consiste nella negligenza di ciò che comporta questa espressione: «Tu e la casa tua». Per gli osservatori, i figli sono la pietra di paragone di ciò che sono i genitori; e la casa rivela lo stato morale del suo capo. Non posso mai farmi un’idea esatta di quel che è un uomo, secondo ciò che vedo e odo di lui in una assemblea. Ivi può sembrare molto spirituale e insegnare cose bellissime e verissime, ma per giudicare saviamente della sua persona, lasciatemi entrare nella sua casa, là potrò conoscere chi è. Può parlare come un angelo del cielo, ma se la sua famiglia non è governata secondo Dio, egli non è un fedele testimonio di Cristo.
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