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 Il profeta Elia 1a parte

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080115
MessaggioIl profeta Elia 1a parte

Il profeta Elia 1a parte
Charles Henry Mackintosh

È stato pubblicato in italiano con W.W. Fereday come autore.

L’esercizio del ministerio profetico in Israele era sempre la prova della decadenza del popolo. Finché le grandi istituzioni nazionali erano in vigore e la dispensazione mosaica era conservata intatta secondo l’intenzione di Dio, non era necessario nulla di straordinario, e perciò non si udiva la voce d’un profeta. Ma quando le istituzioni, emanate da Dio stesso, cessavano d’essere osservate nella loro originaria potenza, allora si faceva sentire il bisogno di qualche comunicazione dello Spirito per mezzo dei profeti.

Un ministerio come quello di Elia il Tishbita non era necessario nei giorni di gloria e di grandezza di Salomone; allora tutto era in ordine, in buono stato; il re era sul trono e portava lo scettro per la salvaguardia degli interessi civili d’Israele; i sacerdoti, nel tempio, adempivano le funzioni religiose; i leviti e i cantori erano al loro posto. Tutto si svolgeva con un ordine che rendeva superflua la voce d’un profeta.

Ma presto la scena cambiò; la corrente del male si levò con tale forza che spazzò via i fondamenti stessi del sistema politico e religioso d’Israele. Il regno fu diviso. Coll’andar del tempo, uomini empi salirono sul trono di Davide; e, soprattutto sul trono che l’apostata Geroboamo aveva innalzato, si videro uomini sacrificare gli interessi del popolo di Dio alle loro vergognose concupiscenze. Invece di un re come Salomone che aveva amministrato la giustizia secondo Dio, si vide il malvagio Achab, con sua moglie Izebel, occupare il trono di Samaria.

L’Eterno non poteva sopportare più a lungo un tale stato di cose; non poteva permettere che questa marea di iniquità continuasse a salire. Perciò scoccò una freccia per trafiggere la coscienza d’Israele, e per ricondurre il suo popolo alla posizione di una beata dipendenza da Lui.

Questa freccia era Elia il Tishbita, l’intrepido e incorruttibile testimone di Dio, che si tenne alla breccia in un momento in cui tutti sembravano essersi allontanati dal campo di battaglia, incapaci di resistere al torrente in piena.

Prima di considerare la vita e il ministerio di quest’uomo straordinario, notiamo i due aspetti del ministerio profetico. Considerando il servizio dei profeti vediamo che ad ognuno di loro era affidato un ministerio speciale, ma anche che, in ogni singolo profeta, il Signore aveva in vista un duplice scopo: agire sulle coscienze per renderle sensibili al male che imperava, e orientare lo sguardo dei fedeli sulla gloria futura. Il profeta, per mezzo dello Spirito, presentava la luce e la verità di Dio al cuore e alla coscienza del popolo; svelava il peccato pienamente e fedelmente, nei suoi recessi più profondi; segnalava apertamente la deplorevole caduta d’Israele e il suo allontanamento da Dio; abbatteva le fondamenta di quel falso sistema religioso che i figli d’Abrahamo andavano innalzando. Ma il suo compito non s’arrestava qui. Sarebbe stato triste vederlo limitato all’umiliante storia della caduta d’Israele, e a deplorare la scomparsa della sua antica gloria. Alla grave e seria dichiarazione «Tu hai perduto te stesso, o Israele!» il profeta poteva, per grazia, aggiungere una consolante sicurezza da parte di Dio: «Ma in Me è il tuo soccorso».

Questo mette in luce i due elementi che erano all’origine del ministerio dei profeti, cioè la caduta totale d’Israele e la grazia trionfale di Dio; l’allontanamento della gloria, perché legata all’obbedienza d’Israele e basata su questa obbedienza, e il ritorno finale, lo stabilimento permanente di quella gloria, perché legata all’obbedienza e alla morte del Figliuolo di Dio e basata su questa obbedienza e questa morte.

Possiamo ben dire che quello dei profeti era un ministerio dei più elevati e dei più santi; era una missione gloriosa l’essere incaricato a stare in mezzo alle macerie d’un sistema crollato e di là additare, per la gioia dei suoi riscattati nel cielo e sulla terra, il tempo beato in cui Dio stesso si sarebbe manifestato negli immortali risultati dalla sua grazia salvifica.

Il tempo del regno di Achab, figlio di Omri, era arido e buio per la casa d’Israele. L’iniquità era giunta al colmo; i peccati di Geroboamo non erano nemmeno da paragonare alle trasgressioni di Achab. La malvagia Izebel, figlia del re incirconciso dei Sidoni, era stata da lui scelta come compagna della sua sorte e del suo trono. Achab, ci dice la Parola, fece il male più di tutti i re d’Israele che l’avevano preceduto, per provocare a sdegno l’Eterno, l’Iddio d’Israele (1 Re 16:30-33).

Tutta la serie dei re, da Geroboamo fino a lui, avevano fatto ciò che è male agli occhi dell’Eterno; ma di lui è detto che ha fatto peggio di tutti, mostrando una corruzione e un’empietà senza pari.

Tale era Achab, l’uomo che regnava sull’antico popolo di Dio, quando Elia, il Thisbita, entrò nella carriera della testimonianza profetica.

È uno spettacolo che affligge il cuore, questo regno di Achab. Ogni luce è spenta; ogni voce di testimonianza soffocata; il cielo è tutto coperto da oscure nubi; la morte sembra librarsi sulla scena, il diavolo pare che abbia mano libera ovunque e in ogni cosa, quando infine Iddio, nella sua misericordia verso il suo infelice popolo oppresso e sviato, fa sorgere un meraviglioso e potente testimone nella persona del profeta.

È proprio in un tempo così che un vero testimone di Dio è in grado di produrre un energico effetto e di esercitare un’ampia influenza. L’ambiente era preparato, perché un uomo forte e valoroso potesse entrare in azione con una divina energia, contro il torrente di iniquità che andava via via ingrossandosi.

È bene tuttavia notare che Elia, come tutti i suoi compagni di lavoro, ci è presentato in circostanze di disciplina segreta prima della sua comparsa in pubblico. È un carattere che si incontra nella storia di tutti i servitori di Dio, compreso Colui che fu il Servitore per eccellenza; tutti sono stati segretamente istruiti da Dio, prima di agire in pubblico fra gli uomini; quelli che sono stati più profondamente iniziati nell’intelligenza e nell’importanza di questi intimi insegnamenti, sono anche quelli il cui servizio e la cui testimonianza pubblica hanno avuto una maggiore efficacia e una più lunga durata. Chi è arrivato a una posizione pubblica che oltrepassa di molto la misura degli esercizi segreti dell’anima sua davanti a Dio, fallirà certamente. Se la sovrastruttura d’un edificio non è sostenuta da adeguate fondamenta, l’edificio rischia di crollare. È lo stesso per l’uomo che compie un ministerio pubblico: bisogna, prima di tutto, che sia stato solo con Dio; che nella sua personale esperienza sia passato per le acque profonde, altrimenti sarà un teorico e non un testimone. Bisogna che il suo orecchio sia stato aperto per udire, perché la sua lingua possa essere in grado di parlare il linguaggio di chi è bene ammaestrato.

Che cosa è avvenuto di tutti quelli che, in apparenza, e di quando in quando, hanno brillato nella lunga storia della Chiesa di Dio come dei luminari e che sono ad un tratto scomparsi dietro le nubi? Perché hanno lasciato così poche tracce? Perché non erano che scintille di luci umane. Non c’era in loro né profondità, né potenza, né realtà; così sono svaniti rapidamente lasciando intorno a loro delle tenebre ancor più fitte. Ogni vero ministro di Dio deve, in una certa misura, poter dire con l’apostolo: «Benedetto sia Iddio, il Padre del nostro Signore Gesù Cristo, il Padre delle misericordie e l’Iddio d’ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra afflizione, affinché, mediante la consolazione onde noi stessi siam da Dio consolati, possiamo consolare quelli che si trovano in qualunque afflizione» (2 Corinzi 1:3-4).

Il capitolo 17 del primo libro dei Re ci riferisce la prima apparizione di Elia in pubblico; ma lo Spirito, nell’epistola di Giacomo, ci fa intravedere un tirocinio più antico nella storia dei profeta (cap. 5:17). E questa rivelazione è piena d’ammaestramento per noi. La storia sacra introduce Elia in modo che può sembrare improvviso. Egli entra arditamente sulla scena con le solenni parole: «Com’è vero che vive l’Eterno»; ma non ci dice nulla delle sue precedenti esperienze; né in che modo egli abbia conosciuto ciò che il Signore voleva che annunziasse da parte Sua. Tutto ciò è completamente passato sotto silenzio dallo Spirito Santo.

La storia ci fa vedere Elia che agisce in pubblico; ma l’apostolo Giacomo ci rivela che Elia, prima di entrare nel servizio davanti agli uomini, pregava Dio. «Elia era un uomo sottoposto alle stesse passioni che noi, e pregò ardentemente che non piovesse, e non piovve sulla terra per tre anni e sei mesi.» (Giacomo 5:17).

Se lo Spirito Santo non ci avesse rivelato questo fatto importante, saremmo stati privati d’uno dei più potenti motivi alla preghiera; ma la Scrittura è divinamente perfetta. In essa non manca nulla di ciò che deve trovarsi, e non vi si trova nulla di ciò che non deve esservi. Perciò Giacomo ci svela i momenti segreti di lotta e di preghiera di Elia; ce lo fa scorgere rifugiato nelle montagne di Galaad, laddove, certamente, gemeva sul deplorevole stato di cose in Israele, ma dove anche s’era fortificato in ispirito per il compito assegnatogli.

Questa circostanza della vita del nostro profeta ci offre un utile insegnamento. Viviamo in un tempo di grande ansietà e di povertà spirituale. Dobbiamo difenderci non solo dalle eresie e dal male che hanno caratterizzato i tempi passati, ma anche da una corruzione che sta colmando la sua misura, in un’epoca in cui tutte le impurità di un mondo senza Dio si trovano unite alla professione cristiana e coperte dal suo manto. E se, in mezzo a questa confusione, guardiamo a coloro che conoscono la verità e lo dichiarano con vanto, se guardiamo a noi stessi, scopriamo che spesso la conoscenza non è che fredda teoria senza influenza sul cammino; che la vita cristiana è priva di consacrazione e la verità di Dio è di poco interesse.

In tale stato di cose, qual è la risorsa del fedele? La preghiera, paziente e perseverante, una segreta comunione con Dio, un profondo e reale esercizio dell’anima nella Sua presenza; ecco gli unici mezzi con cui possiamo ottenere la forza spirituale sufficiente per agire per Dio sia fra i nostri fratelli che di fronte agli increduli.

«Elia era un uomo sottoposto alle stesse passioni che noi»; si trovava in mezzo ad una oscura apostasia, ad un allontanamento generale dei cuori da Dio; vedeva i fedeli diminuire, il male innalzarsi come un’alta marea, la luce della verità indebolirsi sempre più, l’altare di Baal sostituire l’altare dell’Eterno; tutto, attorno a lui, era un cumulo enorme di macerie e di rovine. Egli lo sentiva, e non solo piangeva su quelle rovine ma «pregava ardentemente». Ecco qual era la risorsa sicura e infallibile del profeta abbattuto: cercare rifugio nella presenza di Dio, e qui spandere il cuore e le lagrime, pensando all’orribile caduta e ai guai del suo popolo diletto. Elia era sinceramente preoccupato della triste condizione di tutto quel che lo circondava: ecco il movente che lo faceva pregare, e pregare come va fatto, non freddamente e con formalismo, ma con insistenza e perseveranza. E questo è un bell’esempio per noi. Forse non ci fu mai un tempo in cui, come oggi, delle ferventi preghiere siano più necessarie nella Chiesa di Dio. Sembra che il diavolo spieghi tutta la sua potenza malefica per abbattere gli animi e ostacolare l’attività del popolo di Dio. E lo fa presso gli uni sfruttando le ansie del lavoro, presso gli altri approfittando delle difficoltà e delle prove famigliari, presso altri ancora facendo presa sulle loro afflizioni o le loro lotte individuali. Insomma, «vi sono molti avversari» e soltanto la forza potente di Dio può renderci capaci di lottare contro di loro e riportare la vittoria.

Ma Elia non era soltanto chiamato a passare, immune, attraverso al male; doveva anche esercitare una influenza benefica sugli altri. Era chiamato ad agire per Dio in un tempo di decadimento: doveva fare degli sforzi per ricondurre la sua nazione all’Iddio dei padri. Quanto bisogno aveva di cercare il Signore, di raccogliere la sua forza morale in presenza di Dio, unico luogo per poter diventare uno strumento di benedizione per altri! Elia lo sentiva; perciò «pregò ardentemente che non piovesse»! Egli richiama Dio stesso sulla scena, e raggiunge lo scopo: «E non piovve!». Iddio non rifiuterà mai di agire, quando la fede s’indirizza a Lui fondandosi sulla Sua gloria, e sappiamo che era unicamente su questo fondamento che il profeta s’indirizzava a Dio. Riguardo a sé, egli non poteva certa provare piacere vedendo il paese ridotto in un deserto arido e sterile, e i suoi fratelli consumati dalla carestia e dagli orrori che l’accompagnano. No; era unicamente per far ritornare i cuori dei padri verso i figliuoli, per ricondurre il popolo alla sua antica fede, per estirpare i principi d’errore che si erano impadroniti di tutte le menti. Era per questo che il nostro profeta pregò ardentemente che non piovesse, e Dio udì ed esaudì quella richiesta, prodotta dal suo Spirito nell’anima del suo diletto servitore. Pregare, confidare in Dio, e aspettare!

V’è molta dolcezza e consolazione in quest’esercizio dell’anima. Che felicità per il credente tentato e provato trovarsi solo con Dio! Che benedizione quando può lasciare che il suo cuore si apra davanti al Signore, e i suoi affetti salgano a Colui che solo è capace di elevarlo al di sopra della snervante influenza delle cose del tempo, nella calma e nella luce della Sua presenza benedetta. Ci sia dato d’esser tutti trovati fiduciosi in Dio, sempre di più, cogliendo le stesse difficoltà dei nostri giorni come un’occasione per accostarci con maggior fiducia al trono di grazia; così, non soltanto eserciteremo una salutare influenza intorno a noi, ma anche i nostri cuori saranno consolati e incoraggiati da questa ricerca di Dio. «Quelli che sperano nell’Eterno acquistano nuove forze»! È una constatazione meravigliosa, una promessa a cui il nostro Dio fedele non verrà mai meno .

È così che Elia il Tishbita Iniziò la sua carriera. Egli uscì dal santuario di Dio ben armato di potenza divina per agire con efficacia sui suoi simili. C’è molta forza in queste parole: «Com’è vero che vive l’Eterno, l’Iddio di Israele, di cui io sono servo». Ecco il fondamento su cui riposava l’anima di questo eminente servitore di Dio, come pure il principio che lo sosteneva nel suo ministerio. Egli era servo dell’Eterno, l’Iddio d’Israele; stava alla sua presenza e da questa posizione poteva parlare con potenza e autorità. Il malvagio re Achab non sapeva che Elia era stato a lungo in ginocchio, nel segreto, prima di presentarsi in pubblico. Egli ignorava tutto ciò. Ma Elia ne aveva coscienza, e potè così arditamente affrontare il responsabile di tutto il male, parlare al re stesso, e annunziargli i giudizi di un Dio giustamente offeso. Che esempio per quelli che sono chiamati a parlare nel nome del Signore! Dovrebbero tutti, in virtù della loro missione divina, sentirsi elevati completamente al disopra dell’influenza dell’opinione degli uomini. Non accade sovente che qualcuno che si sente di parlare con un certo grado di potenza e di libertà in presenza di certi uditori sia, dinanzi ad altri, in soggezione a tal punto da non poter parlare? Non sarebbe così se fossero ben convinti di aver ricevuto dal Signore la loro missione e se sapessero di compierla come Suoi servi, in presenza dell’Iddio vivente. Il messaggero del Signore si terrebbe al disopra di quelli a cui annunzia il suo messaggio, pur prendendo l’umile posto di servitore. Il suo linguaggio sarebbe come quello di Paolo: «A me poi pochissimo importa d’esser giudicato da voi o da un tribunale umano» (1 Corinzi 4:3).

Non appena il nostro profeta ha reso la sua testimonianza, eccolo nuovamente chiamato lontano dagli sguardi del popolo nella solitudine delle rive del torrente Kerith. «E la parola dell’Eterno gli fu rivolta in questi termini: Partiti di qua, volgiti verso oriente e nasconditi presso al torrente Kerith, che è dirimpetto al Giordano». Vi sono in queste parole degli insegnamenti seri a cui dobbiamo prestare attenzione. Elia aveva assunto una posizione eminente in presenza di Israele, ma sebbene l’avesse fatto dopo un tempo trascorso segretamente e con preziosi esercizi d’animo alla presenza di Dio, tuttavia quel Dio fedele, per il quale Elia aveva agito, stimò necessario ritirarlo di nuovo lungi dalla folla, perché potesse occupare un posto umile davanti al Signore. Bisogna che siamo tenuti e mantenuti nell’umiltà; bisogna che «la carne» sia annientata. Perciò occorre che impieghiamo più tempo a lasciarci ammaestrare nel segreto. Ed Elia, che si era presentato in pubblico solo per un momento, e dopo essere stato solo con Dio, subito dopo deve sparire dalla scena e nascondersi di nuovo, per ben tre anni e mezzo. Com’è difficile occupare un posto onorevole! Vedremo più tardi che il fedele profeta aveva gran bisogno d’essere tenuto in disparte. Il Signore conosceva il suo carattere e le sue tendenze, e agisce in conseguenza. È umiliante pensare come siamo pieni di noi stessi, portati ad immaginare d’essere qualche cosa, e che Dio voglia fare grandi cose per mezzo nostro; per questo abbiamo bisogno, come il nostro profeta, di ascoltare la voce che ci dice di «tenerci nascosti», di sottrarci agli occhi del pubblico, per imparare, nella calma della santa presenza del nostro Padre, a conoscere la nostra propria nullità.

È così che il nostro divino Maestro agì con i discepoli da lui inviati. quando ritornarono forse un poco orgogliosi di se stessi e del loro servizio, dicendo: «Signore, i demoni stessi ci sono sottoposti». Quale fu la risposta di Gesù? «Venite in disparte in un luogo deserto». Gesù stesso, il Figlio di Dio, cercava di frequente la solitudine, per potere, lungi dal movimento e dal rumore della città, in un tranquillo isolamento, darsi alla preghiera in intima comunione col suo Padre. «Gesù se ne andò al monte degli Ulivi», ove trascorreva talvolta la notte (Giovanni 8:1, Luca 21:37). «Poi la mattina, essendo ancora molto buio, Gesù, levatosi, usci e se ne andò in un luogo deserto; e quivi pregava» (Marco 1:35). Non che avesse bisogno di nascondersi, poiché la sua vita sulla terra era una vita di completa abnegazione. Lo spirito del suo ministerio è espresso in queste parole: «La mia dottrina non è mia, ma di Colui che mi ha mandato» (Giovanni 7:16). Ah! se tutti i servitori del Signore fossero realmente animati dello stesso spirito! Abbiamo tutti bisogno di rinunciare di più al nostro «io». Il diavolo agisce spesso sui nostri poveri cuori; le nostre menti sono occupate di noi, e facciamo del nostro misero servizio, e molto spesso anche della conoscenza della verità di Dio, un piedestallo che serva d’appoggio alla nostra propria gloria. Non dobbiamo stupirci se il Signore ci utilizza raramente; come potrebbe adoperare degli agenti che non sarebbero capaci di dare a Lui tutta la gloria del loro lavoro? Come poteva il Signore adoperare Israele al suo servizio, quando Israele era sempre incline a glorificare se stesso? Chiediamo al nostro Dio di renderci veramente umili, più disposti ad essere considerati come «le spazzature del mondo», per amore del nostro divino Signore e Maestro.

Elia doveva rimanere parecchi giorni nel suo rifugio solitario, presso al torrente di Kerith; ma c’era per lui una preziosa promessa dell’Eterno, relativa al cibo di cui aveva bisogno: «Ho comandato ai corvi che ti dian quivi da mangiare». Il Signore avrebbe avuto cura del suo servitore diletto, mentre sarebbe rimasto nascosto alla vista del popolo, e avrebbe sovvenuto alle sue necessità, fosse anche per mezzo di corvi. Che strana risorsa! Che continuo esercizio di fede implicava quella posizione! Essere chiamato ad aspettare le visite giornaliere di uccelli che se fossero stati spinti dal loro istinto avrebbero divorato il cibo del profeta! Ma era proprio dai corvi che Elia aspettava il sostentamento della sua vita? Certamente no. L’anima sua confidava in quelle preziose parole: «Io ho comandato». Dio era per lui, non i corvi. Aveva con sé, nel suo rifugio, l’Iddio d’Israele, ed egli viveva di fede. Che grande benedizione attaccarsi, con sincera semplicità, alle promesse di Dio! Come si è felici quando si è innalzati al disopra dell’influenza delle circostanze, nel sentimento della presenza e delle cure di Dio! Elia si nascondeva dagli uomini, mentre Dio si manifestava a lui. È sempre così. Se mettiamo l’io da parte possiamo essere certi che Dio si rivelerà in potenza alle anime nostre. Elia doveva nascondersi, perché il fiume delle risorse ristoratrici di Dio potesse scorrere per lui nel posto del ritiro e della rinuncia. «Ho comandato ai corvi che ti dian quivi da mangiare». Se il profeta fosse andato altrove, non avrebbe ottenuto nulla da Dio. Che ammaestramento per noi! Perché le anime nostre sono così misere e sterili? Perché ci dissetiamo raramente al torrente dei ristori preparato dal Signore.

Ma c’è qualcosa di più in quella piccola parola: «quivi». Elia doveva essere «là» e in nessun altro luogo per godere il beneficio delle risorse di Dio. È così anche del credente ai giorni nostri; bisogna che egli conosca «dove» Dio vuole che si trovi e che rimanga. Non abbiamo il diritto di scegliere il nostro posto, poiché il Signore «determina i limiti della nostra abitazione», ed è buona cosa per noi saperlo e sottometterci al suo savio e misericordioso ordinamento.

Era sulle rive del torrente Kerith, e là soltanto, che i corvi avevano ricevuto l’ordine di portare pane e carne al profeta; se egli avesse lasciato il torrente per stabilirsi altrove, avrebbe dovuto provveder da solo al proprio sostentamento. Ma quanto era più bello lasciare che fosse Dio a provvedere! Elia lo sentiva; così non esitò a recarsi presso il Kerith.

Il profeta, così, dovette passare da una solitudine all’altra, affinché il suo spirito fosse esercitato e la sua forza rinnovata nella presenza di Dio. Chi vorrebbe essere esente da una tale disciplina data dalla mano del Padre? Chi non desidererebbe essere condotto lungi dagli occhi dell’uomo, e posto al disopra delle influenze delle cose terrestri, nella pura luce della divina presenza, dove «l’io» e tutto ciò che lo circonda sono considerati ed apprezzati secondo la misura del santuario? Chi non desidererebbe essere solo con Dio, come Mosè sul monte di Dio, come Aaronne nel luogo santissimo, come Giovanni nell’isola di Patmos?

Ma che cosa significa essere solo con Dio? Significa vedere noi stessi e il mondo messi da parte, aver la mente occupata dai pensieri di Dio, dalle sue perfezioni, lasciare passare davanti a noi tutta la Sua bontà, considerarlo come Colui che agisce PER noi e IN noi, sentirci al disopra della carne e delle sue passioni, del mondo e del suo andazzo, di Satana e delle sue accuse; e soprattutto sentire che siamo stati introdotti in quella santa solitudine solo e unicamente dal prezioso sangue del nostro Salvatore Gesù Cristo. Conosceremo allora la gioia, la libertà, la pace, la perfetta semplicità del santuario, ove Dio, nella varietà dei suoi attributi e delle sue perfezioni, si presenta alle anime nostre e ci riempie di inesprimibili benedizioni.

Ma benché Elia fosse in una così felice solitudine, presso al torrente Kerith, non era esente dai profondi esercizi d’animo che accompagnano una vita di fede. I corvi, è vero, obbedienti al comandamento, gli facevano giornalmente le loro visite, e il torrente Kerith continuava il suo corso tranquillo, in modo che né il pane né l’acqua gli mancavano. Per quanto lo riguardava personalmente, poteva anche dimenticare che la verga del giudizio di Dio era stesa sul paese e sul popolo di Israele. Ma la fede deve essere messa alla prova; non può essere permesso all’uomo di fede di riposare sulla sua feccia; bisogna ch’egli sia travasato da vaso a vaso (Isaia 33: 16, Geremia 48: 11). Il riscattato deve passare da una classe all’altra nella scuola di Cristo, e dopo aver, per grazia, sormontato le difficoltà dell’una è obbligatoriamente chiamato a lottare con quelle dell’altra. Era dunque indispensabile che l’anima del profeta fosse provata. affinché potesse vedere se si confidava nel torrente, o nell’Eterno, l’Iddio d’Israele; perciò «di lì a qualche tempo il torrente rimase asciutto»! L’infermità della carne ci espone al pericolo di appoggiare la nostra fede sulle circostanze e di farla dipendere da esse; in tal modo, quando le circostanze sono favorevoli, crediamo di avere una grande fede, e viceversa.

La fede non guarda mai alle circostanze; guarda direttamente a Dio, ed ha a che fare solo con Lui e con le sue promesse. Così fu di Elia; poco gl’importava che il Kerith continuasse a scorrere o no; poteva dire con un poeta cristiano: «Se i rivi del mondo sono asciutti, mi rimane sempre una sorgente». Iddio era per lui una sorgente che non poteva né mancare né inaridirsi. Il torrente poteva asciugarsi per la siccità generale, ma nessuna siccità poteva colpire Dio; il profeta sapeva che la parola dell’Eterno era tanto certa quanto lo era stata durante il suo soggiorno su quelle rive; e infatti la parola dell’Eterno gli fu rivolta in questi termini: «Levati, va’ a Sarepta dei Sidoni, e fa’ quivi la tua dimora; ecco io ho ordinato colà ad una vedova che ti dia da mangiare». La fede d’Elia doveva sempre basarsi sullo stesso immutabile fondamento: «Io ho ordinato».

Che benedizione! Le circostanze cambiano, le cose umane falliscono, i torrenti della natura inaridiscono, ma Dio e la sua Parola sono sempre gli stessi, ieri, oggi e in eterno. Il profeta non sembra essere stato turbato da questo nuovo ordine: e come Israele, anticamente, aveva imparato a fissare la sua tenda conformemente ai movimenti della nuvola di Geova (Num. 9:21-23), così Elia si stabiliva nel suo posto solitario sulle rive del Kerith, ovvero si metteva in cammino verso Sarepta di Sidon, senza allontanarsi mai dalla obbedienza alla «parola del Signore». Agli Israeliti non era permesso di fare i loro piani; l’Eterno ordinava tutto, per loro. «Al comandamento dell’Eterno si accampavano, e all’ordine dell’Eterno si mettevano in cammino». Se un Israelita si fosse rifiutato di partire quando la nuvola si alzava o di fermarsi quando si fermava, sarebbe stato lasciato a sé per perire nel deserto. La «roccia» e la «manna» seguivano i figliuoli d’Israele finché essi seguivano l’Eterno, poiché il nutrimento e il ristoro non si trovano che nel sentiero della semplice obbedienza.

È stato detto che «un servitore deve muoversi quando la campana suona». Ah! possiamo noi pure essere più attenti al suono della campana del nostro Maestro, e più pronti a correre nella direzione in cui ci chiama! «Parla, Signore, poiché il tuo servo ascolta» (1 Sam. 3:10).

Ora, questo sentiero dell’obbedienza non è affatto un sentiero facile; esso implica una continua rinuncia all’«io», e non può essere percorso se non tenendo l’occhio fisso su Dio, e la coscienza sotto l’azione della sua verità. Ogni atto d’obbedienza porta con sé una ricca ricompensa; soltanto, la carne e il sangue devono essere messi da parte, e non è certamente facile.

Quando il torrente si prosciugò, Elia dovette partire di nuovo, verso una città lontana della contrada di Sidon, per essere mantenuto da una vedova priva di tutto, e che sembrava sul punto di morire di fame. Ecco l’ordine: «Levati, va’ a Sarepta dei Sidoni e fa’ quivi la tua dimora; io ho ordinato colà ad una vedova che ti dia da mangiare». Arrivando in quel luogo, la scena che si offrì agli occhi del profeta non era certo atta a confermare le parole del Signore. Anzi, non avrebbe potuto far altro che riempirlo di dubbi e di timori. «Egli dunque si levò, e andò a Sarepta; e come giunse alla porta della città, ecco quivi una donna vedova che raccoglieva delle legna. Egli la chiamò e le disse: Ti prego, vammi a cercare un po’ d’acqua in un vaso, affinché io beva. E mentre ella andava a prenderne, egli le gridò dietro: Portami, ti prego, anche un pezzo di pane. Elia rispose: Com’è vero che vive l’Eterno, il tuo Dio, del pane non ne ho, ma ho solo una manata di farina in un vaso, e un po’ d’olio in un orciuolo; ed ecco, sto raccogliendo due stecchi per andare a cuocerla per me e per il mio figliuolo; e la mangeremo e poi morremo». Ecco la scena che si presentò al profeta quando giunse a destinazione; tutto ciò che vi era di più triste e scoraggiante per «la carne ed il sangue». Ma il coraggio di Elia era sostenuto dall’infallibile parola dell’Eterno; l’orizzonte era oscuro ma l’occhio della fede poteva attraversare le nubi e vedere, al di là, un fermo fondamento su cui la fede poteva basarsi. Quanto è preziosa la parola di Dio! Possiamo ben dire col Salmista: «Le tue testimonianze mi sono un’eredità per sempre». Preziosa eredità! Pura, incorruttibile, immortale verità! Come dovremmo benedire il nostro Dio di averne fatto la nostra sorte inalienabile; una sorte che, quando tutte le cose sotto il sole saranno svanite, quando il mondo sarà passato con la sua concupiscenza, quando ogni carne sarà stata consumata come fieno, sarà per il fedele una realtà eterna.

Ecco dunque una vedova ed il suo figliuolo che stavano per morire di fame, due stecchi, un po’ d’olio e una manata di farina! Eppure la parola dell’Eterno era: «Io ho ordinato colà ad una vedova che ti dia da mangiare». Che prova misteriosa per la fede! Nondimeno Elia non formula nessun dubbio sulla promessa di Dio, ma fu fortificato nella fede, dando gloria a Dio. Egli sa che era l’Iddio altissimo e onnipotente, padrone dei cieli e della terra, a dover provvedere ai suoi bisogni; e se anche non vi fosse stato né olio né farina, poco gli sarebbe importato, poiché guardava al di là delle circostanze, e non si confidava nella manata di farina ma nel comandamento divino. Così, con lo spirito perfettamente calmo e tranquillo e senza ombra di dubbio, può dire: «Così dice l’Eterno, l’Iddio d’Israele: Il vaso della farina non si esaurirà e l’orciuolo dell’olio non calerà, fino al giorno che l’Eterno manderà la pioggia sulla terra». Abbiamo qui la risposta della fede.

Ma in questa scena interessante, c’è un altro punto da segnalare, cioè il modo con cui la morte appare sospesa su colui che non cammina per fede. «Mangeremo, e poi morremo» (1 Re 17:12); così parla la vedova di Sarepta. La morte e l’incredulità sono inseparabilmente legate. Lo spirito non può essere condotto nel sentiero della vita se non dall’energia della fede; se dunque la fede non è attiva, non c’è né potenza né vita. Tale era lo stato di quella povera donna; la sua speranza per la vita era riposta nel vaso di farina e nell’orciuolo d’olio; all’infuori di ciò, ella non vedeva nessuna sorgente di vita, nessuna speranza di prolungamento di giorni. L’anima sua non conosceva ancora la vera felicità della comunione con l’Iddio vivente al quale solo appartengono le risorse della vita. Non era ancora in grado di credere, e tanto meno di sperare contro speranza. Ahimè! che povera cosa fragile è mai una speranza che si fonda unicamente su una manata di farina e un orciuolo d’olio! Com’è misera l’attesa che dipende unicamente dalla creatura! E non siamo forse tutti propensi ad appoggiarci sopra qualcosa che è altrettanto meschino quanto una manata di farina? Ma una manata di farina, nella mano di Dio e agli occhi della fede, fornirà delle risorse reali quanto una dispensa ricolma di beni. «V’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cosa sono per tanta gente?» (Giov. 6:9). Ecco il linguaggio del cuore umano; ma la fede sa cosa è Dio per tante persone. L’incredulità dice: Noi non possiamo; la fede dice: Dio può. Applichiamo questi principi al povero peccatore la cui coscienza si è risvegliata. Quante volte chi è in questo stato tenta di aggrapparsi a qualche vana risorsa per ottenere il perdono dei suoi peccati! Eppure non c’è che credere all’opera di Cristo compiuta sulla croce, che ha per sempre soddisfatto le esigenze della giustizia divina, e che, per conseguenza, può bastare per soddisfare a tutto quel che richiede una coscienza oppressa del sentimento della propria colpa.

«Signore, io non ho alcuno che, quando l’acqua è mossa, mi metta nella vasca; e mentre ci vengo io, un altro vi scende prima di me» (Giov. 5:7). Sono le parole di un paralitico che non aveva ancora imparato a guardare, al di sopra di tutti i soccorsi dell’uomo, direttamente a Gesù. «Non ho alcuno» dice il povero peccatore che si sente colpevole e non crede. Io invece ho Gesù, dice il credente, e per mezzo di lui so di avere il perdono dei miei peccati e la vita eterna.

Perciò, se queste pagine dovessero andare fra le mani di qualche povero peccatore, tremante, timoroso, l’inviterei a farsi coraggio, meditando su questa preziosa verità: Dio, nella sua grazia infinita, ha messo la croce di Gesù, fra lui peccatore e i suoi peccati, purché egli creda alla testimonianza divina. La grande differenza fra un credente e un incredulo consiste in questo: il primo ha Cristo fra sé e i suoi peccati; il secondo ha i suoi peccati fra sé e Dio.

Ci sia dato di godere d’una comunione più semplice e più abituale con i pensieri del cielo, e di saper mettere da parte le cose e i pensieri della terra!
Abbiamo già detto che l’uomo di fede dev’essere «travasato da vaso a vaso» secondo l’espressione di Geremia (48:11). Ogni scena, ogni successivo stadio della vita del credente è per lui il passaggio ad una nuova classe della scuola di Cristo, dove ha qualche lezione nuova, e naturalmente più difficile da imparare. Ma ci si può chiedere se Elia avesse da incontrare circostanze più difficili a Sarepta che a Kerith. Non era forse meglio per lui rimettersi a delle simpatie umane, come quelle della vedova, che aver dei corvi come strumenti del suo sostentamento? Non era più gradevole trovarsi in seno ad una famiglia che vivere nell’isolamento di quel torrente? Tuttavia, la solitudine ha le sue dolcezze e la società le sue prove. Vi sono interessi egoistici che agiscono fra gli uomini e che ostacolano quel godimento reale e puro che la vita in società dovrebbe procurare (e che procurerà un giorno, allorché l’umanità sarà ristabilita nello stato di perfezione che riceverà da Dio).

Il nostro profeta non udì parole come «per me e per il mio figliuolo» quando fissò la sua dimora vicino al torrente. Là non c’erano interessi egoistici che ponevano ostacoli al suo sostentamento e alle sue gioie. Ma appena entrò nella società dei suoi simili dovette sentire che il cuore umano non prova piacere a vedere altri entrare in concorrenza con gli oggetti del proprio affetto. Elia comprese tutto il significato delle parole «per me e per il mio figliuolo», parole che manifestano le profonde sorgenti di quell’egoismo che guida l’umanità nel suo stato di caduta. Qualcuno dirà che era naturale per il cuore della vedova pensare a sé e al proprio figlio prima che ad altri. Certamente, era naturale; è quel che la natura fa sempre: «Prenderei io il mio pane, la mia acqua e la carne che ho macellata per i miei tosatori, per darli a gente che non so donde venga?» (1 Samuele 25:11) . La natura umana cercherà sempre, prima di tutto, il proprio interesse, piuttosto che il bene d’altri. È soltanto la natura di Dio che può agire altruisticamente. È vano cercare di allargare il cuore dell’uomo con dei mezzi che non siano la ricca grazia di Dio. Essa sola riesce a risvegliare le affezioni dell’uomo verso i poveri e gli infelici. La benevolenza umana può fare molto, quando un’abbondanza di risorse non implica privazioni personali, ma soltanto la grazia renderà un uomo capace di dimenticare il proprio interesse personale per rispondere ai bisogni degli altri. L’uomo guarda alla lode della gente (Salmo 49:18); questo è il principio del mondo. E nulla può farcelo disimparare se non la conoscenza del fatto che Dio ci ha fatto del bene e che è il nostro interesse lasciare che sia Lui a continuare a farci del bene fino alla fine.

Era la conoscenza di questo principio divino che faceva dire al nostro profeta: «Fanne prima una piccola focaccia per me, e portamela; poi ne farai per te e per il tuo figliuolo». Con queste parole, Elia non faceva che ricordare il diritto di Dio sulle risorse della vedova, e, ricordiamolo, il risultato d’una fedele e pronta risposta a questo diritto di Dio sarà sempre una ricca raccolta di benedizioni per l’anima. Però questo esigeva della fede nella donna; il suo compito era esercitante e difficile, e richiedeva un’energia di fede in questa promessa divina: «Così dice l’Eterno, l’Iddio d’Israele: Il vaso della farina non si esaurirà e l’orciuolo dell’olio non calerà fino al giorno che l’Eterno manderà la pioggia sulla terra».

Non è sempre così per ogni credente? Certamente; dobbiamo agire con fede. Se il vaso della farina della povera vedova fosse stato pieno, ella non avrebbe avuto bisogno dell’esercizio della fede; ma quando è ridotto ad «una manata di farina», ricevere l’ordine di dare quella manata prima di tutto ad un estraneo era certamente una grande richiesta, e ci voleva della fede per rendere quella donna obbediente. Ma il Signore agisce sovente col suo popolo come fece coi suoi discepoli quando si trattava di sfamare una moltitudine di persone. «Diceva ciò per provarli, poiché sapeva quel che stava per fare» (Giov. 6:6). A volte ci chiede di fare un atto che implica una grande rinuncia per noi, ma appena siamo pronti ad obbedire riceviamo la forza per continuare. «Dì ai figliuoli d’Israele che si mettano in marcia» (Esodo 14:15). Dove dovevano andare? Attraverso il mare! Tuttavia, con questo comandamento così difficile, vediamo la grazia che provvede la capacità di compierlo, nella parola indirizzata a Mosè immediatamente dopo: «E tu, alza il tuo bastone, stendi la tua mano sul mare e dividilo; e i figliuoli d’Israele entreranno in mezzo al mare a piedi asciutti». La fede rende un uomo capace, quando è chiamato da Dio, di mettersi in cammino senza sapere dove andare, come ha fatto Abramo (Ebrei 11:Cool.

Ma questa interessante scena fra Elia e la vedova di Sarepta ci dà anche altre lezioni. Vi è di più che il semplice principio dell’obbedienza; vi impariamo anche che solo la potenza della grazia divina può elevare lo spirito umano al disopra dell’atmosfera glaciale dell’egoismo in cui l’uomo caduto vive e si muove. Lo splendore della bontà di Dio che irradia sull’anima, dissipa quelle nebbie di cui il mondo è avvolto, e rende un uomo capace di pensare e di agire secondo principi più elevati e più nobili di quelli che dirigono la massa degli uomini attorno a lui.

Quella povera vedova era uscita di casa, animata dai soli motivi, umanamente plausibili, del proprio interesse e della propria conservazione; e non aveva altra prospettiva che la morte. È forse diverso per le moltitudini che ci attorniano? Ahimè! L’uomo più illustre, più intelligente, ma sul cui spirito la grazia divina non ha brillato, si troverà, al giudizio di Dio, simile a quella povera vedova, animato, come lei, da motivi d’interesse personale, ma senza prospettiva migliore che la morte.

Tuttavia la verità di Dio cambia prontamente l’aspetto delle cose. Nel caso della vedova, essa agisce con grande potenza; questa verità la rimanda a casa per occuparsi d’un altro, essendo l’anima sua ripiena del giubilo della vita. E sarà sempre così. Quando l’anima è messa in comunione con la verità e la grazia di Dio, subito è ritirata da questo presente malvagio secolo e strappata alla funebre corrente che trascina con se milioni di esseri umani. È diretta da motivi celesti, e spinta avanti da uno scopo celeste. La grazia insegna all’uomo a vivere e ad agire per gli altri. Più l’anima nostra godrà la dolcezza dell’amore divino, più diventerà sincero il desiderio di servire gli altri. Ci sia dato sentire più profondamente e in modo più permanente la potenza dell’amore di Cristo in questi tempi di orribile freddezza e di egoistica indifferenza! Piacesse a Dio che potessimo tutti vivere ed agire ricordando che non apparteniamo a noi stessi, ma che siamo stati comprati a gran prezzo.

Questa verità fu insegnata alla vedova di Sarepta. Non soltanto il Signore fece valere i suoi diritti sul pugno di farina e sull’orciuolo dell’olio, ma mise anche la mano sul suo figlio, il più tenero oggetto dei suoi affetti. La morte visita la sua casa nella quale il profeta dell’Eterno, la vedova e il figlio, vivevano assieme dei frutti preziosi della bontà divina. «Or dopo queste cose avvenne che il figliuolo di quella donna, ch’era la padrona di casa, si ammalò; e la sua malattia fu così grave, che non gli rimase più soffio di vita». Ora, come sappiamo, quel figlio era stato un ostacolo nel far riconoscere immediatamente alla donna i diritti divini esposti da Elia; vi è per conseguenza un insegnamento solenne per i credenti nella morte di quel fanciullo. Possiamo esser certi che se permettiamo che un oggetto qualsiasi, genitore o figlio, marito o moglie, fratello o sorella, sbarri per noi il sentiero della semplice obbedienza e della devozione a Cristo, quest’oggetto ci sarà tolto. Quella vedova aveva dato a suo figlio, nei suoi pensieri, un posto più alto che al profeta dell’Eterno, e il figlio le è tolto perché potesse imparare che non era soltanto «la manciata di farina» che doveva essere messa a disposizione dell’Eterno, ma anche il più caro dei suoi beni terrestri. Bisogna usare di tutto ciò che possediamo come semplice amministratori di cose che appartengono a Dio. Siamo così propensi a considerare tutte le cose come se ci appartenessero, invece di ricordarci che tutto ciò che abbiamo e tutto ciò che siamo appartiene al Signore e dovrebbe sempre essere ceduto alla sua voce. E qui non è una semplice questione di obbedienza; si tratta pure del nostro bene permanente e della nostra felicità. La vedova riconobbe i diritti di Dio sulla sua manata di farina; e che cosa ne risultò? Essa e la sua casa furono alimentati per degli anni! In seguito l’Eterno stese la mano sul suo figlio, e che ne risultò? Il ragazzo risuscitò dai morti per la grande potenza di Dio che le insegnava così che l’Eterno poteva non soltanto conservare la vita, ma anche darla a chi l’aveva persa. La potenza di risurrezione è applicata alle circostanze della sua vita, e la donna riceve ora il suo figliuolo, come prima aveva ricevuto la farina e l’olio, direttamente dalla mano dell’Eterno, l’Iddio d’Israele.

Come siamo felici di dipendere da una tale bontà! Come siamo felici di trovare ogni giorno il nostro vaso di farina e il nostro orciuolo d’olio riempiti dalla mano liberale del nostro Padre! Come siamo felici di tenere gli oggetti più cari dei nostri affetti nei potenti legami della risurrezione! Questi sono i privilegi che anche i più deboli dei credenti in Gesù posseggono.

Ma prima di terminare questo soggetto vorrei far osservare l’effetto prodotto su questa vedova dalla divina visita: quello di risvegliare nella sua coscienza una seria consapevolezza di peccato. «Sei tu venuto da me per rinnovare la memoria delle mie iniquità?». Quando il Signore si accosta a noi, produrrà sempre una coscienza sensibile. Se il Signore si fosse limitato a sovvenire ogni giorno ai bisogni della povera vedova, la «questione del peccato» non sarebbe forse mai sorta nel suo spirito; ma quando la morte sopraggiunge, la coscienza comincia ad agire, poiché la morte è il salario del peccato.

In tutte le dispensazioni divine verso di noi vi è una duplice azione: un’azione di verità ed un’azione di grazia. La prima scopre il male, la seconda lo toglie; la prima svela ciò che l’uomo è; la seconda ciò che Dio è; quella manifesta e mette in luce le segrete radici del male nel cuore dell’uomo; questa fa conoscere le ricche ed inesauribili sorgenti della grazia nel cuore di Dio. Entrambe sono necessarie: la verità per mantenere la gloria di Dio, la grazia per stabilire la nostra benedizione; l’una per giustificare il carattere divino ed i suoi attributi, l’altra per il perfetto riposo del cuore e della coscienza del peccatore. Che felice cosa sapere che «la grazia e la verità sono venute per mezzo di Gesù Cristo»! (Giovanni 1:17).

Le dispensazioni di Dio verso la vedova di Sarepta non sarebbero state complete se non avessero prodotto in lei la confessione: «Ora riconosco che tu sei un uomo di Dio, e che la parola dell’Eterno che è nella tua bocca è la verità». Aveva imparato a conoscere la grazia nella meravigliosa risposta ai suoi bisogni, ma imparò a conoscere la verità nella morte del suo figliuolo. Se fossimo più spiritualmente sensibili, noteremmo sempre questi due risultati nel modo d’agire verso di noi del nostro Padre. Finché il nostro «vaso» e il nostro «orciuolo» sono pieni, la coscienza è propensa a sonnecchiare; ma quando Iddio batte alla porta dei nostri cuori con qualche castigo, ci risvegliamo e giudichiamo noi stessi.

Non è mai detto al credente di esaminarsi nel senso di vedere se è o non è «nella fede». Una tale idea è basata su una falsa interpretazione di 2 Corinzi 13:5: «Esaminate voi stessi per vedere se siete nella fede». Sembra che l’assemblea di Corinto avesse ricevuto dei falsi apostoli, che osavano mettere in dubbio il ministerio di Paolo, e obbligavano così l’apostolo a intraprendere la difesa del suo apostolato; cosa che egli fa, anzitutto ricordando in modo generale il suo servizio e la sua testimonianza, e in secondo luogo rivolgendo ai santi di Corinto un commovente appello: «Giacché cercate una prova che Cristo parla in me... Esaminate voi stessi». La prova più forte e più decisiva della divina autorità di quell’apostolato era quella dedotta dal fatto che essi erano nella fede.

Vi è tuttavia una grande differenza fra «l’esame di se stesso» e «il giudizio di se stesso». È un esercizio dei più benedetti quello di giudicare con dirittura e severità la nostra natura malvagia che portiamo con noi e che ci ostacola e ci impedisce sempre di vivere come Dio vorrebbe la nostra vita cristiana. Il Signore accordi a noi tutti più forza spirituale per eseguire quel giudizio senza interruzione.

Ma in questa visitazione vi era pure un avvertimento per Elia. Egli si era presentato alla vedova come un uomo di Dio, e doveva perciò giustificare il diritto che aveva di attribuirsi il titolo e il carattere di «uomo di Dio». È ciò che l’Eterno fece in misericordia per lui, per mezzo della risurrezione del fanciullo. «Ora riconosco che tu sei un uomo di Dio». Fu la risurrezione che legittimò il suo diritto alla fiducia di quella donna.

Bisogna che vi sia, nella vita dell’uomo di Dio, la manifestazione della potenza di risurrezione. Questa potenza si mostrerà con la vittoria sull’«io», e su tutte le sue opere. Il credente è risuscitato con Cristo ed è fatto partecipe della natura divina; ma è ancora nel mondo, e porta con sé un corpo vile; se non rinuncia a se stesso si metterà in dubbio la realtà del suo carattere d’uomo di Dio. Tuttavia sarebbe meschino cercare unicamente di accreditare se stesso; il profeta aveva uno scopo ben più elevato: dimostrare la veridicità della parola di Dio pronunciata dalla sua bocca. Era unicamente per avvalorare l’origine divina dell’Evangelo da lui predicato, che l’apostolo Paolo difendeva il suo apostolato, come vediamo nelle lettere ai Galati e ai Corinzi. Poco gli importava ciò che pensassero di lui; gli importava però molto ciò che pensavano dell’Evangelo da lui proclamato. Era per amore per quei credenti, che egli desiderava comprovar loro che la parola del Signore nella sua bocca era la verità .

Era dunque importante per il profeta avere una simile testimonianza («ora riconosco che tu sei un uomo di Dio») all’inizio del suo ministerio, prima di comparire sulle scene imponenti del capitolo 18! Egli guadagnò dunque molto nel suo ritiro a Sarepta. Il suo spirito fu raffermato in modo straordinario; Iddio mise il suo sigillo sul ministerio del suo servitore, reso così capace di rientrare nella sua carriera pubblica con la beata sicurezza di essere un uomo di Dio, e che la parola dell’Eterno nella sua bocca era la verità.

Siamo dunque giunti alla fine di un periodo importantissimo della storia di Elia, che abbraccia un’intervallo di tre anni e mezzo, durante il quale egli fu nascosto agli sguardi d’Israele. Considerando la sua carriera sotto un aspetto tipico, non potremmo trarne istruzione? Credo di sì. L’allusione che Gesù Cristo stesso fa dell’invio del profeta presso quella vedova di un paese pagano (Luca 4:25-26), può condurci a vedere, in questa missione, l’ingresso dei «Gentili» nella Chiesa di Dio. «In verità io vi dico che ai dì d’Elia, quando il cielo fu serrato per tre anni e sei mesi e vi fu gran carestia in tutto il paese, c’erano molte vedove in Israele; eppure a nessuna di esse fu mandato Elia; ma fu mandato ad una vedova in Sarepta di Sidon». Il Signore Gesù si era presentato ad Israele come Profeta di Dio, ma non trovava accoglienza; la «figliuola di Sion» rifiutava d’ascoltare la voce del suo Signore. Alle parole di grazia che uscivano dalla Sua bocca rispondevano con domande carnali: «Non è costui il figliuol di Giuseppe?» (Luca 4:22-23). Vedendosi disprezzato e rigettato da Israele, Gesù trova sollievo nel pensiero che, al di fuori delle frontiere giudee, vi erano degli esseri su cui la grazia divina, per mezzo di Lui, si spandeva in tutta la sua ricchezza e la sua purezza. La grazia di Dio è tale che se è ostacolata dall’orgoglio, dall’incredulità o dalla durezza di cuore di alcuni, si riverserà tanto più abbondantemente su altri, e così «benché Israele non sia raccolto, io sarò glorificato agli occhi dell’Eterno, e il mio Dio sarà la mia forza». «Ed Egli mi disse: È troppo poco che tu sia mio servo per rialzare le tribù di Giacobbe e per ricondurre gli scampati d’Israele; voglio far di te una luce delle nazioni, lo strumento della mia salvezza fino alle estremità della terra» (Profeta Isaia 49:5-6). La preziosa verità dell’appello dei Gentili è molto insegnata nell’Antico Testamento, sia per mezzo di figure, sia con dichiarazioni esplicite, e potrebbe essere molto utile considerare a fondo questo soggetto; ma qui il mio scopo è piuttosto di considerare la vita e il ministerio del nostro profeta, unicamente sotto l’aspetto pratico, con la speranza che il Signore si degnerà, nella sua grazia, di approvare queste semplici riflessioni, e farle contribuire alla consolazione e all’edificazione dei suoi riscattati a qualunque denominazione appartengano.

Lasciamo per un momento il nostro profeta, e consideriamo il triste stato di cose che v’era in Israele durante il tempo in cui Elia era «nascosto» con Dio. Terribile è la situazione della terra, quando «i cieli sono chiusi»! L’aspetto di questo mondo è arido e sterile, quando il cielo ritiene le sue piogge ristoratrici. A risentirne particolarmente era il paese di Canaan, che doveva bere «l’acqua della pioggia dei cieli». Per l’Egitto, il cielo chiuso non poteva essere considerato come un gran male, poiché l’Egitto aveva la sua risorsa nelle acque del Nilo. «Il mio fiume è mio, e son io che me lo son fatto», esso diceva con un linguaggio arrogante (Ezechiele 29:3). Ma così non era del paese dell’Eterno, di quel «paese di monti e valli». Se il cielo non gli dava le piogge, tutto era sterile e secco. Gli Israeliti non potevano dire: «I nostri fiumi sono nostri». No; erano costretti a guardare in alto; i loro sguardi dovevano essere costantemente sul Signore, come lo sguardo del Signore era sempre su loro. E quando qualcosa interrompeva le relazioni fra il cielo e la terra, il paese di Canaan doveva tragicamente risentirne. Così «ai giorni di Elia, quando il cielo fu chiuso tre anni e sei mesi, vi fu una grande carestia per tutto il paese».

Israele raccolse, nelle sue spaventevoli conseguenze, il frutto del suo allontanamento dalla sola sorgente di ogni vera benedizione. «La carestia era grave in Samaria e Achab mandò a chiamare Abdia, che era il suo maggiordomo, e gli disse: Va’ per il paese, verso tutte le sorgenti e tutti i ruscelli; forse troveremo dell’erba, e potremo conservare in vita i cavalli e i muli, e non avrem bisogno di distruggere parte del nostro bestiame. Così si spartirono il paese da percorrere; Achab andò da una parte e Abdia da un’altra» (1 Re 18:3-6). Israele ha peccato e Israele deve sentire la verga della giusta ira di Dio. Che umiliante quadro per l’antico popolo di Dio: il suo re che esce in cerca di foraggio! Che contrasto con la ricca e gloriosa abbondanza del tempo di Salomone! Ma Iddio era stato grandemente disonorato; la sua v-rità era stata rigettata. Izebel, moglie di Achab, aveva esteso la funesta influenza dei suoi principi per mezzo dei suoi malvagi profeti; gli altari di Bael avevano sostituito l’altare di Dio. Perciò i cieli erano come di ferro; l’aspetto delle cose non erano che l’espressione del povero stato morale d’Israele.

Ora, nelle direttive che Achab dà al suo servitore non c’è una sola parola di Dio, né del peccato che aveva attirato il giudizio di Dio sul paese. «Va’ a tutte le sorgenti e a tutti i ruscelli», tali erano i pensieri d’Achab; il suo cuore non si volgeva assolutamente, con sincera umiliazione, verso l’Eterno; non gridava affatto a Lui nel tempo della distretta. Per questo egli dice anche: «Forse troveremo dell’erba». Iddio è bandito dal suo cuore, che è pieno solo d’egoismo e di interesse personale. Purché possa trovare dell’erba; non si preoccupa affatto di trovare Dio. Invece di scrutare le cause della carestia, giudicando se stesso, invece di cercare il perdono e il rilevamento presso Dio, esce in uno stato d’impenitente egoismo per cercare dell’erba. Ahimè! egli si era venduto per fare il male; era diventato lo schiavo di Izebel; il suo palazzo era un covo di ogni impurità. I profeti di Baal circondavano il suo trono, e di là spargevano «il lievito» dell’idolatria su tutto il paese. È cosa veramente spaventevole lasciare che i nostri cuori s’allontanino da Dio: non si può dire dove si andrà a finire. Achab era Israelita; ma aveva abbracciato un falso sistema religioso alla testa del quale era Izebel sua moglie; aveva fatto naufragio quanto alla fede e, perduta una «buona coscienza», era ciecamente trascinato alla più abominevole malvagità. Un uomo che si allontana dalle vie di Dio può essere sicuro di cadere in abissi di iniquità più profondi ancora di quelli in cui vivono le vittime ordinarie del peccato e di Satana. Il diavolo sembra trovare un piacere particolare a servirsi d’un tal uomo come d’uno strumento per mettere in opera i suoi perfidi disegni contro la verità di Dio.

Lettore cristiano, «custodisci il tuo cuore più di ogni altra cosa» (Prov. 4:23); guardati dall’influenza d’una falsa religione; attraversi una scena in cui l’atmosfera stessa che respiri è funesta per la vita spirituale; il Nemico, con una sagacità infernale, una sagacità perfezionata da una conoscenza di migliaia di anni del cuore umano, ha gettato ovunque i suoi lacci, le sue reti, e nulla potrà preservare l’anima tua se non una comunione abituale col tuo Padre celeste. Ricordati di Achab, e prega continuamente per essere preservato dalla tentazione. «Maledetto l’uomo che confida nell’uomo e fa della carne il suo braccio, e il cui cuore si ritrae dall’Eterno. Egli è come un tamerice nella pianura sterile, e quando giunge il bene, egli non lo vede; dimora in luoghi aridi, nel deserto, in terra salata, e inabitata» (Geremia 17:5-6). Tale era il miserabile Achab, miserabile benché portasse il diadema e lo scettro; non si curava né di Dio né del suo popolo. Le sue parole ed i suoi atti, nelle tristi circostanze di cui parliamo, non mostrano sollecitudine per Dio. I suoi pensieri sono così carnali che sembrano incapaci di elevarsi al disopra dei beni terreni, dei «cavalli» e dei «muli». Erano questi gli oggetti dell’ansiosa sollecitudine di Achab al tempo della spaventosa carestia in Israele. Ah! che contrasto fra questo vile egoismo, ed i nobili sentimenti di Davide, dell’uomo secondo il cuore di Dio! Quando il paese gemeva sotto i colpi della verga dell’Eterno egli diceva: «Son io che ho peccato, e che ho mal agito; ma queste pecore che hanno fatto? Ti prego, o Eterno, o mio Dio, si volga la tua mano contro di me e contro la casa di mio padre, ma non contro il tuo popolo, per colpirlo» (1 Cronache 21:17). Qui abbiamo il vero spirito d’un re. Davide voleva esporre la sua propria persona ai colpi, affinché «le pecore» fossero risparmiate; voleva mettersi fra loro e l’avversario; voleva cambiare lo scettro con un bastone di pastore; non pensava ai suoi «cavalli» ed ai suoi «muli», né a sé, né alla casa di suo padre, ma al popolo di Dio. Felicità, ineffabile felicità, sarà la sorte delle tribù disperse d’Israele, quando si troveranno di nuovo sotto le tenere cure e sotto lo scettro del vero Davide, di Gesù re su tutta la terra.

Potrebbe essere istruttivo ed utile seguire sino al termine la storia di Achab, soffermarsi sulla sua indegna condotta verso il giusto Naboth (cap. 21), sull’influenza seduttrice ch’egli esercitò sullo spirito del buon Giosafat, come pure su altre circostanze di questo disgraziato regno; ma ciò ci allontanerebbe troppo dal nostro soggetto. Ci limiteremo dunque a fare ancora alcune osservazioni sul carattere d’un uomo che occupava un posto importante nella casa d’Achab, per ritornare in seguito ad Elia.

Abdia, maggiordomo di Achab, temeva l’Eterno nel segreto del suo cuore, ma si trovava posto nell’atmosfera più perniciosa. La casa del malvagio Achab, e della sua moglie ancor più malvagia, doveva essere una scuola assai penosa per l’anima giusta di Abdia, che non poteva trovar altro che ostacoli al suo servizio e alla sua testimonianza. Ciò che faceva per il Signore, lo faceva di nascosto; temeva di agire apertamente. Tuttavia quello che ha fatto ci fa comprendere quello che avrebbe potuto fare, se fosse stato piantato in un terreno migliore e favorito da un’atmosfera sana. Quando Izebel sterminava i profeti dell’Eterno, Abdia aveva preso cento profeti, li aveva nascosti, cinquanta in una spelonca e cinquanta in un’altra, e li aveva sostenuti con del pane e dell’acqua. Era quello un prezioso segno della dedizione del suo cuore all’Eterno, un trionfo benedetto del principio divino sulle circostanze più dolorose.

Era stato lo stesso di Gionathan nella casa di Saul. Anch’egli era penosamente ostacolato nel suo servizio verso Dio e verso Israele. Avrebbe dovuto trovarsi in una più completa separazione dal male in cui il padre viveva: il suo posto alla tavola di Saul avrebbe dovuto essere vacante, come lo era quello di Davide. Avrebbe dovuto comprendere che il posto che gli conveniva era la caverna di Abdullam ove, in una santa comunione con Davide rigettato e il suo piccolo seguito, avrebbe trovato una sfera più appropriata per manifestare la sua devozione piena d’affetto per Dio e per il suo unto.

Il buon senso umano, raccomandava a Gionathan di rimanere nella casa di Saul, e ad Abdia di abitare nella casa di Achab, e si poteva dire che quella era la posizione nella quale la Provvidenza li aveva messi; ma il buon senso dell’uomo non è la fede. La fede può condurre l’uomo ad andare contro alle regole anche apparentemente più logiche, per potersi esprimere in modo franco e chiaro. Gionathan si sentiva, talvolta, spinto a lasciar la tavola del padre Saul, per poter stare con Davide, ma avrebbe dovuto lasciarla completamente; avrebbe dovuto associarsi interamente alla sorte di Davide; avrebbe dovuto non accontentarsi di parlare al padre in favore di Davide, ma identificarsi con lui. Ma non lo ha fatto; perciò cadde sui monti di Ghilboa ucciso dai nemici incirconcisi, concludendo una vita tormentata e ostacolata dagli iniqui principi del governo di Saul, con una morte senza gloria.

Era anche così di Abdia. La vocazione che aveva scelta lo metteva in intima relazione con l’uomo che occupava il più basso gradino dell’apostasia. Di conseguenza, era obbligato a nascondersi per obbedire a Dio e fare qualcosa in favore dei suoi servitori; aveva paura di Achab e di Izebel; non aveva né la forza né il coraggio di opporre una reale testimonianza a tutte le loro abominazioni. E mentre Elia affrontava arditamente Achab e serviva apertamente l’Eterno, Abdia serviva apertamente Achab e di nascosto l’Eterno. Mentre Elia respirava la santa atmosfera della presenza di Dio, Abdia respirava l’atmosfera impura della corte profana di Achab. Mentre Elia riceveva il suo pane quotidiano dalla mano dell’Iddio d’Israele. Abdia percorreva il paese in cerca di erba per i cavalli ed i muli del re. Che contrasto!

Non vi sono pure ai giorni nostri degli Abdia che, pur temendo Dio, partecipano alla miseria e alla morte dei figli di questo mondo e lavorano in accordo con loro nel vano tentativo di distogliere l’imminente rovina del mondo? Dovrebbero «i muli ed i cavalli» di un mondo empio occupare la mente e l’attività d’un cristiano e distoglierlo dagli interessi della Chiesa di Dio? Ah! non dovrebbe mai essere così. Il cristiano dovrebbe avere in vista uno scopo più nobile; le sue capacità dovrebbero esercitarsi in una sfera più elevata, più celeste. Iddio, e non Achab, richiede e merita la nostra dedizione.

Quanto vai meglio essere occupati a nutrire i profeti del Signore in una caverna, che favorire l’adempimento dei piani degli uomini di questo mondo! Chiediamoci lealmente, come in presenza dello Scrutatore dei cuori: Che cosa ci occupa? Che scopo ci proponiamo? Seminiamo per la carne o per lo Spirito? Lavoriamo unicamente per la terra? Non abbiamo noi in vista oggetto più elevato dell’«io» o del mondo? Sono domande penetranti quando ce le poniamo con rettitudine. Il cuore e gli affetti dell’uomo tendono sempre in basso, sempre verso la terra e le cose della terra. Il palazzo di Achab aveva certo più potenti attrazioni per la nostra natura scaduta delle rive solitarie del Kerith o della povera casa della vedova affamata di Sarepta. Ma pensiamo alla fine. La fine è il solo vero criterio per un giudizio saggio su tali soggetti. Come diceva Asaf: «Finché non sono entrato nel santuario di Dio e non ho considerato la fine di costoro» (Salmo 73:17).

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