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 Il profeta Elia 2a parte

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080115
MessaggioIl profeta Elia 2a parte

Il profeta Elia 2a parte
Charles Henry Mackintosh

È stato pubblicato in italiano con W.W. Fereday come autore.

Elia, poiché era «nel santuario», sapeva bene che Achab si trovava su una china sdrucciolevole, che la sua casa sarebbe stata bentosto ridotta in polvere, che tutta la sua pompa e la sua gloria sarebbero terminate nella tomba solitaria, e che alla sua anima immortale sarebbe stato intimato di rendere conto! Ecco quel che il santo uomo di Dio comprendeva perfettamente, talché era felice di trovarsi separato da tutto ciò. La sua cintura di cuoio, il suo cibo frugale, il suo isolamento valevano infinitamente di più di tutti i piaceri della corte d’Achab. Tale era il suo pensiero; e più tardi vedremo che questo modo di pensare era giusto. «Il mondo passa via con la sua concupiscenza; ma chi fa la volontà di Dio dimora in eterno» (1 Giov. 2:17).

Piacesse a Dio che tutti quelli che amano il nome di Gesù fossero più decisi e più energici nella loro testimonianza per lui!

Il tempo s’avvicina rapidamente in cui rimpiangeremo di non essere stati più sinceri e più fedeli nel nostro cammino quaggiù. Noi siamo troppo tiepidi, troppo disposti a cambiare la cintura di cuoio del profeta con l’abito di cui Achab e Izebel ci rivestirebbero così volentieri. Voglia il Signore concedere a tutti i suoi riscattati la grazia di rendere contro questo mondo la testimonianza che le sue opere sono malvage, e di tenersi in disparte dalle sue vie, dalle sue aspirazioni, dai suoi principi. «La notte è avanzata, e il giorno è vicino; gettiamo dunque via le opere delle tenebre e rivestiamo le armi della luce». Come risuscitati con Cristo, siano i nostri affetti rivolti alle cose che sono in alto, e non a quelle che sono sulla terra; poiché la nostra cittadinanza è nei cieli, aspettiamo costantemente e realmente «il Signore Gesù Cristo come Salvatore il quale trasformerà il corpo della nostra umiliazione rendendolo conforme al corpo della sua gloria, in virtù della potenza per la quale egli può anche sottoporsi ogni cosa» (Filippesi 3:21).

Nel 1° versetto del cap. 18, un nuovo ordine è dato al nostro profeta: «E molto tempo dopo, nel corso del terzo anno, la parola dell’Eterno fu rivolta ad Elia in questi termini: Va’, presentati ad Achab, e io manderò la pioggia sul paese». Ad Elia è intimato di uscire dal suo ritiro di Sarepta, per ricomparire in pubblico e mostrarsi di nuovo al re Achab. Poco gli importa l’appello che riceve. Sia esso «Va’, nasconditi», oppure «Va’, presentati», egli è pronto ad obbedire.

Per tre anni e mezzo il Signore lo aveva disciplinato nel segreto; e quando il momento giunge per lui di mostrarsi ad Israele, egli è chiamato a lasciare il deserto e a riapparire come il testimone pubblico dell’Eterno. Elia non esita neppure un istante, benché preferisse, probabilmente, la solitudine alle scene tempestose e alle penose vicissitudini della vita pubblica. Elia era un servitore. Era altrettanto pronto ad affrontare il furioso Achab e tutti i profeti di Baal, come lo era stato a nascondersi per lo spazio di tre anni e mezzo. Desideriamo lo spirito di un servitore umile ed obbediente! Questo spirito ci farà passare attraverso molte difficoltà, ma ci risparmierà molte dispute e ci spingerà direttamente sul sentiero del servizio, mentre altri discuteranno su ciò che è questo sentiero. Purché siamo disposti ad obbedire, non saremo lasciati nel dubbio riguardo al cammino da seguire.

Abbiamo già avuto occasione di notare l’obbedienza del profeta alla parola del Signore. Una simile obbedienza implicherà sempre la rinuncia a noi stessi. Ci volle una grande abnegazione quando ricevette l’ordine di lasciare la sua tranquilla dimora per comparire davanti ad un tiranno irritato che, con la sua malvagia moglie, eccitava contro a lui una folla di profeti idolatri. Ma, per la grazia di Dio, Elia era pronto. Sentiva che non apparteneva a se stesso. Egli era servitore e come tale aveva sempre «i lombi cinti e le orecchie aperte» per udire gli appelli del suo Signore qualunque essi fossero. Beata attitudine! Che molti siano trovati così!

Elia s’avanza dunque incontro ad Achab, e lo seguiremo ora in una delle scene più importanti della sua vita (*).

Prima di incontrarsi con Achab Elia entra in contatto con Abdia. Abdia non manifesta certo quella cordialità affettuosa che dovrebbe mostrarsi nei rapporti d’un fratello verso un altro fratello, ma piuttosto il freddo formalismo d’un uomo che ha vissuto molto nella società del mondo, «Sei tu il mio signore Elia?». Benché queste parole possano essere giustificate dalla personalità e dalla solennità dei modi di Elia, tuttavia dobbiamo riconoscere che avrebbe dovuto esserci più familiarità fra i due servitori del Signore. Elia pure mantiene la stessa distanza: «Son io, dice egli; va’ a dire al tuo signore: Ecco qua Elia». Elia si sentiva il depositario del segreto dell’Eterno, segreto di cui Abdia non sapeva nulla. E come avrebbe potuto essere altrimenti? La casa di Achab non era il luogo ove si poteva entrare nel segreto dei consigli divini. Lo scopo principale di Abdia era dell’erba per la sussistenza dei cavalli e dei muli di Achab. Lo scopo principale di Elia era quello di annunziare il disegno dell’Eterno concernente la pioggia, ed anche quello di ricondurre Israele alla fede di prima e alla devozione all’Eterno.

Erano entrambi uomini di Dio; qualcuno avrebbe potuto dire che Abdia era al suo posto come Elia, poiché serviva il suo padrone; ma avrebbe dovuto essere Achab il suo padrone? Non lo credo. Credo piuttosto che il suo servizio presso il re non era il risultato della comunione con Dio. È vero che ciò non lo privava del suo carattere d’uomo che temeva molto l’Eterno, poiché lo Spirito Santo ricorda misericordiosamente questo fatto, parlando di lui; ma era cosa triste vedere un uomo che temeva molto l’Eterno, riconoscere come suo padrone il più empio dei re apostati d’Israele. Elia non avrebbe agito così; non avrebbe voluto riconoscere Achab per suo padrone, benché dovesse riconoscerlo come re. Vi è una grande differenza fra essere suddito e servitore.

Gli uomini ragionano così: le autorità stabilite sono ordinate da Dio, perciò è bene esercitare un impiego sotto il loro governo; ma quelli che ragionano così sembra abbiano perso di vista la distinzione che esiste fra essere suddito delle autorità e lavorare con le autorità; il primo è un atto di sottomissione conforme alle Scritture, un atto d’obbedienza a Dio; il secondo è una posizione falsa e non scritturate, ove il cristiano si riveste di un’autorità mondana, all’esercizio della quale il credente non è assolutamente chiamato e che, inoltre, diverrà un deplorevole impedimento nel sentiero del servitore di Dio. Non vogliamo giudicare quelli che si sentono liberi di mettersi volontariamente al servizio di questo mondo; ma vorremmo almeno dir loro che si troveranno in una difficile posizione riguardo al servizio del loro celeste Maestro. I principi di questo mondo sono diametralmente opposti a quelli di Dio, perciò è difficile comprendere come un uomo possa conciliare gli uni e gli altri. Abdia ne è un esempio notevole. Se fosse stato più apertamente dal lato del Signore, non avrebbe avuto bisogno di dire: «Non hanno riferito al mio signore quello ch’io feci quando Izebel uccideva i profeti dell’Eterno?». Egli crede di aver fatto una cosa così straordinaria nascondendo i profeti che si stupisce che non tutti l’abbiano saputo. Elia non aveva bisogno di esprimersi a quel modo; «ciò che faceva» era ben noto; i suoi atti di servizio verso Dio non erano delle eccezioni nella sua storia. E perché? Perché egli non era coinvolto negli affari della casa di Achab.

Elia era libero, e poteva perciò agire per Dio senza preoccupazioni di ciò che pensavano Achab e Izebel. Però, agendo in tal modo, doveva essere accusato di «metter sossopra» Israele (1 Re 18:17). «Sei tu colui che mette sossopra Israele?». Più si è fedeli verso Dio e verso la sua verità, più si è esposti a quest’accusa. Se tutti dormono del sonno della morte, l’iddio di questo mondo è soddisfatto; ma se sorge un uomo fedele a Dio, si può esser certi che egli verrà considerato uno che turba la pace, come un nemico dell’ordine. La nostra natura ama la vita comoda, e anche i credenti si danno da fare spesso per la pace e per la tranquillità quando la fedeltà a Cristo e ai principi cristiani esigerebbero invece una lotta, la lotta contro le false dottrine e contro sistemi di vita mondani. La tendenza del secolo è di metter da parte tutte le questioni religiose. Le cose del mondo e della carne sono troppo importanti agli occhi di questa generazione perché possano, anche per un solo istante, essere compromesse da questioni di interesse eterno!

Ma Elia non la pensava così. Si direbbe ch’egli sentisse che il pacifico sonno del peccato doveva essere interrotto, ad ogni costo. Vedeva la nazione immersa nel profondo sonno dell’idolatria, ed era disposto ed essere lo strumento che avrebbe dovuto suscitare l’uragano. L’uragano della controversia è sempre preferibile alla calma del peccato e della mondanità. È vero che si sarebbe felici di non aver bisogno d’un tale uragano; ma quand’esso è necessario, quando il nemico cerca di stendere sul popolo di Dio lo scettro di piombo d’un riposo profano, si è riconoscenti se si trova abbastanza energia per interrompere un tale riposo. Se non ci fosse stato un Elia in Israele ai giorni di Achab e di Izebel, se tutti fossero stati come Abdia, o gli altri settemila, Baal e i suoi profeti avrebbero esercitato un’autorità assoluta e non contestata sul popolo. Ma Iddio suscitò un uomo poco curante dei suoi propri agi, né degli agi della sua nazione. Uno che non temeva di far fronte, nel timore dell’Eterno, alla terribile truppa di quattrocentocinquanta profeti, la cui esistenza dipendeva dall’accecamento del popolo. Ma ci voleva molto vigore ed energia spirituale; occorrevano profonde e potenti convinzioni della realtà della verità divina, un’intelligenza chiara dello stato basso e degradato d’Israele, per rendere un uomo capace di lasciare il suo tranquillo ritiro di Sarepta e gettarsi in mezzo ai profeti di Baal, attirando su di sé da ogni lato una terribile tempesta d’opposizione. Elia avrebbe potuto, per parlare secondo l’uomo, vivere in perfetta pace nella sua solitudine, se si fosse accontentato di lasciar Baal regnare da solo e avesse acconsentito a vedere intatte le fortezze dell’idolatria. Ma non poteva agire così, perciò uscì incontro al furioso Achab, con queste solenni e penetranti parole: «Non io metto sossopra Israele, ma tu e la casa di tuo padre, perché avete abbandonato i comandamenti dell’Eterno, e tu sei andato dietro ai Baali». Era risalire alla vera sorgente del male. L’allontanamento da Dio e dai suoi santi comandamenti aveva prodotto tutto quel caos e quello stato d’angoscia. Gli uomini sono sempre propensi a dimenticare il peccato che ha prodotto il turbamento; ma la vera sapienza porta sempre a risalire alle cause.

Così, quando delle false dottrine si sono insidiosamente introdotte, un uomo fedele che si sentisse chiamato ad opporvisi con fermezza e decisione può contare in anticipo d’essere considerato come provocatore di disordine e causa dello scompiglio che seguirà al suo intervento; ma le menti intelligenti e riflessive comprenderanno che lo scompiglio proviene non da chi si è fedelmente messo alla breccia per la verità e contro l’errore, bensì da colui che ha introdotto l’errore e da quelli che l’hanno ricevuto e sostenuto. Naturalmente, il difensore della verità avrà bisogno di vegliare sul suo spirito e sul suo temperamento, per agire con equilibrio e sapienza. Parecchi di quelli che si sono messi avanti, in sincerità di cuore, per difendere qualche verità trascurata o attaccata, hanno poi fallito a causa di un modo d’agire criticabile, e hanno così in gran parte paralizzato la loro preziosa testimonianza. Il loro abile nemico, il Diavolo, è sempre pronto a far leva sulla grettezza di spirito e sul falso giudizio degli uomini, conducendoli a soffermarsi su povere infermità di carattere e a perdere di vista gli importanti principi in questione e la sincerità che anima il servitore di Dio.
Ma il nostro profeta entrava nell’arena bene armato; era uscito dal nascondiglio segreto dell’Altissimo; aveva imparato nella solitudine a giudicarsi e a vincere se stesso, ciò che solo poteva qualificarlo per le scene solenni nelle quali stava per entrare. Elia non era un disputatore focoso; era stato troppo a lungo nel segreto della presenza divina; il suo spirito era stato benedetto e reso serio per poter in seguito affrontare l’armata dei profeti di Baal. Ecco perché si tiene dinanzi a loro con santa elevatezza, nella dignità e nella calma, che caratterizzano tutte le azioni di questo profeta. Non vediamo in lui né precipitazione, né turbamento, né esitazione. Ora, è in tali circostanze che si può veramente giudicare lo spirito d’un uomo. Nulla, se non la forza potente di Dio, avrebbe potuto mantenere Elia ritto nella sua straordinaria posizione sul monte Carmel. «Elia era un uomo avente le stesse passioni che noi», ci dice. Ora, poiché era il solo del suo tempo che avesse abbastanza forza morale per prendere pubblicamente la difesa di Dio contro la potenza dominante dell’idolatria, il nemico avrebbe potuto suggerire al suo povero cuore dei pensieri come questo: «Che grande uomo tu sei, tu che solo osi metterti avanti come il campione dell’antica fede d’Israele!». Ma Iddio guardava il suo diletto servitore; e lo sostenne perché era il suo servitore ed il suo testimone. E sarà sempre così. Il Signore rimane sempre vicino a quelli che stanno vicini a Lui. Se Abdia si fosse pronunciato contro le vie d’Achab e di Izebel, il Signore l’avrebbe approvato e sostenuto nella sua opposizione, in modo che, invece d’essere il servitore d’Achab, sarebbe stato il compagno d’opera di Elia nella grande riforma.

Caro lettore cristiano, aspiriamo ad una posiziona migliore di quella di Abdia. Non lasciamoci incatenare alla terra con una volontaria associazione coi sistemi o i piani del mondo. La nostra patria è il cielo; là è anche la nostra speranza. Noi non siamo del mondo; Gesù ci ha comprati e ce ne ha liberati, affinché brilliamo come luminari e camminiamo come esseri celesti, attraversando questo mondo per recarci al nostro riposo del cielo.

Tuttavia non era soltanto nel suo comportamento e nei suoi costumi che Elia camminava come un servitore di Dio; si vedeva che era ammaestrato da Dio sui principi che dovevano servire di base alla riforma divenuta ormai indispensabile. Il cammino e l’attitudine individuali servirebbero poco se non fossero accompagnate da una vera fede. Sarebbe facile portare una cintura di cuoio e assumere un atteggiamento solenne e grave; ma nulla, salvo l’intelligenza spirituale dei principi divini, renderà mai qualcuno atto ad esercitare un’influenza riformatrice sui suoi contemporanei. Elia possedeva tutte le qualità necessarie per l’opera che doveva compiere. E il suo cammino e la sua fede erano quelle che convenivano ad un grande riformatore.

Elia dice dunque ad Achab: «Manda ora a far radunare tutto Israele presso di me sul monte Carmel, insieme ai quattrocentocinquanta profeti di Baal ed ai quattrocento profeti di Astarte che mangiano alla mensa di Izebel». È deciso a mettere Baal e l’Iddio d’Israele in presenza l’uno dell’altro, di fronte a tutta la nazione. Egli è convinto che occorre metter fine a un tale stato di cose con una prova decisiva. Che energia potente in quelle parole rivolta alle folle radunate d’Israele: «Fino a quando zoppicherete voi dai due lati? Se l’Eterno è Dio, seguitelo; se poi è Baal, seguite lui». Nulla di più semplice. I profeti di Baal non possono né contraddire né opporsi a quell’appello. Tutto ciò che il profeta chiedeva era una decisione. O da un lato, o dall’altro; non si guadagnava nulla in un cammino zoppicante e vacillante. «Oh, fossi tu pur freddo o fervente!» (Apoc. 3:15).

In Israele c’erano settemila uomini che non avevano piegato le ginocchia dinanzi a Baal e, possiamo supporlo, aspettavano il momento che qualche mano coraggiosa inalberasse lo stendardo della verità, per adunarsi attorno a lui. Sembra che nessuno di loro avesse avuto la forza di fare un tale passo, ma dovevano certamente rallegrarsi nel vedere in Elia l’ardimento e la capacità di farlo. In tempi di tenebre profonde, ci sono sempre stati dei santi che facevano cordoglio in segreto sul male e sull’apostasia che li circondavano, e sospiravano verso l’apparizione d’una luce spirituale che erano pronti a salutare con gioia. Iddio non si è mai lasciato senza testimonianza; e sappiamo che per quanto oscure e fitte fossero le tenebre, in tutti i tempi vi sono state delle stelle, benché sovente la loro luce fosse poco notata. Così, era ai giorni di Elia. Vi erano settemila di queste stelle, la cui luce era oscurata dal buio fitto dell’idolatria; una sola luce però aveva potenza e splendore sufficiente per dissipare l’oscurità e creare una sfera nella quale le altre potessero splendere. Elia il Tishbita che ora contempliamo assale con potenza e splendore celesti la fortezza stessa di Baal, rovesciando la tavola di Izebel (*), incidendo la parola follia su tutto il sistema di culto idolatra, e compiendo, per mezzo della grazia di Dio, un importante cambiamento morale nella nazione, conducendo numerose migliaia d’Israele a prostrarsi in terra in un sentimento di vera umiliazione, e mescolando il sangue dei profeti di Baal alle acque del Chison.

Che grazia del Signore l’aver suscitato un tale liberatore per il suo popolo sedotto e ingannato! Che colpo mortale per i profeti di Baal e che triste quadro ci offrono! Invocano il loro dio «a gran voce e facendosi delle incisioni addosso, secondo il loro costume, con delle spade e delle picche, finché grondavan sangue» e gridano sempre più forte con un fervore completamente inutile: «O Baal, rispondici!». Ma Baal non poteva né udire né rispondere! Il vero profeta, nel sentimento intimo che ha del peccato e della follia di tutta quella scena, si beffa di loro; essi gridano ancor di più, saltano con uno zelo frenetico intorno all’altare che avevano fatto; ma non vi fu né voce, né risposta. Era giunto il momento di smascherarli alla presenza di tutto il popolo. I loro artifici avevano attirato su di loro una imminente rovina; le mani della gente del popolo che, grazie alla loro influenza, si erano così sovente alzate nel culto diabolico, furono ad un tratto pronte ad afferrarli e far loro subire il castigo che avevano meritato.

Come sono solenni e costantemente vere le parole di Geremia: «Maledetto l’uomo il cui cuore si ritrae dall’Eterno!». Poco importa in chi o in che cosa poniamo la nostra fiducia, se in un sistema ecclesiastico o in ordinamenti religiosi; è sempre il cuore che si ritrae da Dio, e questo attira una maledizione. Quando giungerà l’ultimo combattimento, invano questo Baal sarà invocato: non vi sarà né voce né alcuno che risponderà.

Com’è terribile questo allontanamento dall’Iddio vivente! Come sarebbe spaventoso se scoprissimo, alla fine della nostra carriera, che ci siamo appoggiati su una canna rotta! O lettore, se non avete ancora trovato, per la vostra coscienza colpevole, una pace durevole e salda nel sangue espiatorio di Gesù e se provate nel vostro cuore una sensazione di timore al pensiero del vostro incontro con Dio, permettete che vi rivolga la domanda del profeta: «Fino a quando zoppicherete voi dai due lati?». Perché state lontani quando Gesù vi invita a venire a Lui e a prendere il suo giogo su voi? Prestate orecchio alle seguenti parole: «Poiché quando ho chiamato, avete rifiutato d’ascoltare, quando ho steso la mano nessuno vi ha badato, anzi avete respinto ogni mio consiglio e della mia correzione non ne avete voluto sapere, anch’io mi riderò delle vostre sventure, mi farò beffe quando lo spavento vi piomberà addosso, quando la sventura v’investirà come un uragano e vi cadranno addosso la distretta e l’angoscia» (Proverbi 1:24-27). Terribili parole! spaventevoli al di là d’ogni pensiero! Ma quanto più temibile sarà la realtà! Lettore, andate a Gesù, recatevi alla sorgente aperta per purificare il peccato, per trovarvi un rifugio e la pace, prima che l’uragano dell’ira divina e del giudizio piombi sul vostro capo. Quando «il padrone della casa si sarà alzato, e avrà chiuso la porta», se voi siete fuori sarete perduto, per sempre perduto.

Giungiamo ora ad un’altra scena del quadro. I profeti di Baal avevano subito una disfatta terribile; il loro sistema era stato manifestato come una volgare illusione, il tempio dell’errore era interamente crollato; non rimaneva ora che innalzare il magnifico edificio della verità alla vista di quelli che erano stati così a lungo schiavi della vanità e della menzogna.

«Allora Elia disse a tutto il popolo: Accostatevi a me! E tutto il popolo s’accostò a lui; ed Elia restaurò l’altare dell’Eterno che era stato demolito. Poi prese dodici pietre, secondo il numero delle tribù dei figliuoli di Giacobbe, al quale l’Eterno aveva detto: Il tuo nome sarà Israele. E con quelle pietre edificò un altare al nome dell’Eterno». È sempre buona cosa aspettare pazientemente, anche fino a che il male e l’errore trovino il loro livello. Il tempo non mancherà di mettere in luce la verità; e quand’anche l’errore si rivestisse accuratamente dei venerabili abiti della tradizione, il tempo perverrà a spogliarla dei suoi vestiti menzogneri, e a mostrarla tale quale è nella sua orrida nudità. Elia lo sentiva, perciò poteva rimanere calmo e lasciar scorrere tutti i granelli di sabbia della clessidra di Baal prima di presentare ad Israele il modello d’una via più eccellente.

Occorre un’intelligenza profonda e reale dei principi divini per rendere qualcuno capace di seguire questo cammino di pazienza. Se il nostro profeta fosse stato un uomo dallo spirito leggero o poco illuminato, si sarebbe affrettato a sviluppare il suo piano e avrebbe sollevato una tempesta d’opposizione contro i suoi antagonisti. Ma uno spirito dotato d’una vera elevatezza non agisce mai con precipitazione, non è mai turbato. Ha trovato un centro attorno al quale può muoversi, e facendolo si sente egli stesso innalzato al disopra della portata d’ogni altra influenza.

Tale era Elia, quest’uomo che in quasi tutte le scene della sua straordinaria carriera seppe conservare quella celeste dignità che dovrebbe essere ricercata ardentemente da tutti i servitori del Signore. Quando era sul monte Carmel, contemplando gli esercizi faticosi e senza frutto dei profeti di Baal, stava impassibile nella piena consapevolezza della sua missione celeste, e non soltanto la sua attitudine ma anche i principi che lo facevano agire lo segnalavano come un profeta dell’Eterno.

Quali erano dunque i principi secondo i quali Elia agiva? Erano quelli su cui era basata l’unità della nazione. La prima cosa che fa è restaurare «l’altare dell’Eterno che era stato demolito». Era quello il centro d’Israele, e a quello ogni riformatore vero doveva anzitutto aver riguardo. Quelli che cercano di compiere una mezza riforma possono accontentarsi di demolire ciò che è falso senza andare più oltre, senza far nulla per porre un fondamento solido su cui si possa edificare il nuovo edificio. Ma una tale riforma non terrà; essa racchiude in sé troppo del vecchio lievito per potere elevarsi alla posizione di testimonianza. Non soltanto doveva essere demolito l’altare di Baal, ma l’altare del Signore doveva essere innalzato. Ci sono delle persone che acconsentirebbero ad offrire sacrifizi al Signore sopra l’altare di Baal; cioè vorrebbero conservare un sistema falso, accontentandosi di dargli un nome diverso. Ma questi accomodamenti umani non sono che un laccio; il solo centro d’unità che oggi Iddio possa riconoscere è il nome di Gesù, solo ed esclusivamente il nome di Gesù. Non si possono considerare i figli di Dio come membri d’un sistema, ma soltanto come membra di Cristo. Iddio li vede così; ed essi devono prendere apertamente questa posizione benedetta.

Nei suoi atti sul monte Carmel Elia non trascura di riconoscere l’unità intatta d’Israele. Prende dodici pietre, secondo il numero delle tribù dei figli di Giacobbe, a cui era stata indirizzata la parola dell’Eterno, dicendo: «Israele sarà il tuo nome». Era questo il vero fondamento. Riconoscere le dodici tribù d’Israele in un tempo in cui erano divise, indebolite, degradate, era la prova d’un’alta comunione col pensiero di Dio riguardo al suo popolo. Ed è ciò che lo Spirito metterà sempre nel cuore. Le dodici tribù possono essere disperse e divise a causa della loro debolezza e della loro follia; nondimeno l’Iddio d’Israele non può considerarle che nella perfetta unità che un tempo realizzavano, e che realizzeranno di nuovo allorché, riunite sotto il vero Davide, Cristo, percorreranno in santa comunione i cortili dell’Eterno. Ebbene, è questo che, per lo Spirito Santo, il profeta Elia vedeva. Con l’occhio della fede penetrava al di là del lungo e triste periodo dell’umiliante asservimento d’Israele, e lo contemplava nella sua vera unità; non più Giuda ed Efraim, ma Israele, poiché ecco la parola: «Israele sarà il tuo nome». La sua mente non era occupata di ciò che era Israele, ma di quel che Dio aveva detto. L’incredulità avrebbe potuto obiettare che era presunzione parlare delle dodici tribù, quando non ce n’erano che dieci; parlare di una unità intatta, quando non c’era che divisione. Questo sarà sempre il linguaggio dell’incredulità che non può mai attaccarsi fermamente ai pensieri di Dio, né vedere le cose come Egli le vede. Ma è il beato privilegio dell’uomo di fede riposarsi in pace sulla testimonianza immutabile di Dio, che non può essere annullata dalla colpevole follia dell’uomo. «Israele sarà il tuo nome». Preziosa e permanente promessa! Nulla poteva distruggerla; né la puerilità di Roboamo, né l’astuta politica di Geroboamo; nemmeno la bassezza di Achab poteva impedire ad Elia di prendere la posizione più elevata che un Israelita potesse prendere, la posizione di adoratore ad un altare edificato con dodici pietre, secondo i nomi delle dodici tribù d’Israele.

Quaggiù v’è grande abbondanza di sette, di religioni; la professione religiosa la si trova dappertutto, come pure la controversia su punti di dottrina; ma in mezzo a tutto ciò, ove possiamo contemplare la Chiesa nel suo vero carattere? La cercheremmo invano in mezzo a quell’ammasso di sette e di partiti, pieni di mondanità, d’ipocrisia, e di freddo formalismo. Il tutto forma una mostruosità, i cui orribili difetti inducono gli increduli a bestemmiare il nome di Dio ed espongono alle beffe il vero cristianesimo. Pensando al cosiddetto cristianesimo dei giorni nostri non possiamo che considerarlo come un grande albero dove ogni uccello impuro ha fatto il suo nido; non è che una massa di male ricoperta da un mantello di santa professione e sante parole. Non v’è nulla di più scandaloso per colui a cui sta a cuore la gloria di Cristo!

È vero, vi sono delle eccezioni. C’è, anche nella cristianità, un certo numero di persone che, per la grazia di Dio, non hanno contaminato le loro vesti (Apoc. 3:4); qui e là, fra le ceneri fumanti, si può scorgere la luce di una fiammella. Vi sono alcuni che desiderano invocare il Signore con cuore puro; voglia Dio aumentarli di numero, ma anche condurli a camminare insieme, in una santa e caritatevole armonia, affinché il diavolo non abbia ad attirare questo residuo sul suo proprio terreno, e vi sia ancora una testimonianza per il nostro glorioso Maestro, anche in mezzo ai suoi nemici, aperti o segreti che siano.

Il credente non è mai visto da solo. Il Signore vuole i suoi uniti insieme e nessun cristiano può e deve rifiutarsi di sottomettersi a questo volere del Signore ; ma da ciò proviene la necessità di avere un centro attorno al quale i cristiani possano, come tali, radunarsi, e questo centro è Cristo.

Ma è cosa infinitamente preziosa, nonostante il quadro umiliante che la Chiesa professante presenta, che il credente possa sempre trovare del riposo ricordando ciò che la Chiesa è lassù. Il pensiero del suo stato celeste consola, rallegra e sostiene l’anima in mezzo alle circostanze più scoraggianti. Abbiamo molto mancato non ritenendo in pratica la nostra posizione celeste; ma Iddio non ha mancato, e l’ha serbata e conservata per noi. Sforziamoci di realizzare, dunque, ciò che la vera Chiesa deve essere; se rinunciamo a questo, saremo lasciati alla povera alternativa di fare una scelta fra le numerose sette che pullulano nella cristianità.

Ora, in Elia abbiamo un esempio della potenza della fede nella promessa di Dio, in un tempo in cui tutto, attorno a lui, sembrava contrario. Questo lo mette in grado di elevarsi al disopra del male che lo circondava, e di costruire un altare di dodici pietre, con la stessa fiducia e la stessa sicurezza di Giosuè quando, fra gli eserciti trionfanti d’Israele, erigeva il suo trofeo sulle rive del Giordano.

Il fuoco sceso dal cielo confuse ad un tratto i profeti di Baal, confermò la fede del profeta e liberò i figli di Israele dalla triste posizione in cui si trovavano, quella di zoppicare dai due lati. Elia aveva reso la cosa più difficile, riempiendo il fosso attorno all’altare di acqua, affinché il trionfo di Dio fosse più completo; e così fu. Iddio risponderà sempre all’appello della semplice fede: «Rispondimi, o Eterno», dice il profeta, «rispondimi, affinché questo popolo riconosca che tu, o Eterno, sei Dio, e che tu sei quello che converte il loro cuore». È questa una preghiera intelligente. Non dice: «Rispondimi, affinché questo popolo conosca che io sono un vero profeta». No; il suo scopo è quello di ricondurre il popolo al Dio dei loro padri. E Iddio ascoltò, poiché subìto «cadde il fuoco dell’Eterno e consumò l’olocausto, le legna, le pietre e la polvere, e prosciugò l’acqua che era nel fosso. Tutto il popolo, veduto ciò, si gettò con la faccia a terra, e disse: L’Eterno è Dio! L’Eterno è Dio!» La verità trionfa. Il profeta, in una santa indignazione, mescola il sangue dei profeti di Baal alle acque del torrente Kison. Essendo il male giudicato, non rimane nessun ostacolo alla benedizione divina, che Elia annunzia al re Achab con le parole: «Risali, mangia e bevi, poiché già s’ode rumore di gran pioggia». Queste parole manifestano il carattere di Achab: «Mangia e bevi». Era ciò che più gli interessava; e il profeta gli recava una notizia che rispondeva così bene ai suoi desideri. Non poteva chiedergli di venire ad unirsi a lui per rendere grazie a Dio di quel glorioso trionfo sul male, poiché sapeva che una tale richiesta non avrebbe incontrato una eco.

Erano, è vero, entrambi Israeliti; ma l’uno era in comunione con Dio, mentre l’altro era lo schiavo del peccato; mentre Achab trovava il suo piacere «a mangiare e a bere», Elia cercava la sua gioia nella solitudine con Dio. Godimento celeste, santo e benedetto! Chi non preferirebbe essere un santo in comunione col Signore, piuttosto che un sensuale all’inseguimento dei suoi volgari piaceri?

Ma notate la differenza di condotta di Elia in presenza dell’uomo e in presenza di Dio. Egli aveva incontrato Abdia — un santo in una falsa posizione — con un’aria di dignità e di elevatezza; aveva incontrato Achab con giusta severità; era apparso in mezzo alle migliaia dei suoi fratelli sviati, con la fermezza e la grazia d’un vero riformatore; ed infine aveva affrontato i malvagi profeti di Baal, dapprima con beffe, poi con la spada del castigo. Così si era comportato in presenza dell’uomo. Ma come si comportò davanti a Dio? «Gettatosi a terra, si mise la faccia fra le ginocchia»! Il profeta conosceva il suo posto davanti a Dio e davanti all’uomo. In presenza dell’uomo agiva, secondo il caso, nella sapienza dello Spirito; in presenza di Dio, si prostrava con sincera e rispettosa umiltà. Possano tutti i servitori del Signore avere lo stesso discernimento in tutte le loro diverse circostanze.

Fra quanti hanno avuto un posto eminente nella storia della Chiesa di Cristo pochi sono quelli la cui carriera non sia stata contrassegnata da grandi variazioni; si può parlare di loro come di «quelli che scendono sul mare nelle navi, che trafficano sulle grandi acque: salgono al cielo; scendono negli abissi; l’anima loro si strugge per l’angoscia» (Salmo 107). Li vediamo talvolta sul monte, altre volte in fondo alla valle; talvolta felici al sole, tal altra battuti dalla tempesta. Ma ogni credente conosce qualcosa di queste vicissitudini. Il sentiero che attraversa il deserto è rude e scabroso; ed è bene che sia così; nessun cristiano preferirebbe essere posto in luoghi sdrucciolevoli piuttosto che su un sentiero scabroso.

Il Signore vede che abbiamo bisogno di essere esercitati dalle difficoltà, non solo affinché troviamo, alla fine, il riposo ancora più dolce, ma anche perché siamo disciplinati, istruiti e resi atti al posto che dobbiamo occupare.

Nel Regno non avremo bisogno di prove, ma avremo bisogno di quei doni di grazia e di quelle disposizioni d’animo che si vanno formando in mezzo alle tribolazioni e alle sofferenze del deserto. Saremo allora costretti a riconoscere che la nostra strada quaggiù non è stata «troppo» rude; che non uno solo dei penosi esercizi che sono stati la nostra parte, è stato inutile. Ora vediamo le cose oscuramente, e siamo sovente incapaci a scoprire la necessità o il motivo di molte delle nostre prove; inoltre, la nostra natura impaziente è troppo spesso pronta a recalcitrare e a mormorare; ma se ci è dato d’essere pazienti, potremo dire senza esitazione e con tutto il cuore: «Ci ha condotti per la diritta via, per giungere in una città da abitare» (Salme 107:7).

Questa corrente di pensieri ci è stata suggerita dalle circostanze attraversate da Elia al cap. 19. Egli non prevedeva certo la spaventevole tempesta che stava per piombare su di lui; era disceso dalla sommità del Carmel, e nell’energia dello Spirito era corso innanzi ad Achab sul suo carro, all’ingresso di Izreel; ma ora doveva ricevere un duro colpo da parte di una persona che fino a quel momento s’era tenuta indietro: la malvagia Izebel. Si era tenuta in disparte ma non era stata in ozio. Aveva influenzato il suo debole marito; si era servita della potenza di questi per venire a capo del suoi empi disegni, e aveva aperto la sua casa ai profeti di Baal che riceveva alla sua tavola.

Non bisogna considerare Izebel semplicemente come un individuo, ma come la personificazione d’un principio che di secolo in secolo ha spiegato la sua efficacia in opposizione alla verità di Dio, e che appare, in una piena maturità, nella figura della grande meretrice di cui è parlato in Apocalisse al cap. 17. Lo spirito di Izebel è uno spirito persecutore attivo, energico, perseverante, in cui è facile riconoscere un vigore satanico.

Lo spirito di Achab è ben diverso. In Achab vediamo un uomo preoccupato di soddisfare i suoi desideri carnali e mondani, e per nulla preoccupato delle cose di Dio. Non voleva darsi la pena di decidere fra i diritti dell’Eterno e le pretese di Baal. Gli uni e gli altri erano uguali ai suoi occhi. Era un tale uomo che Izebel poteva piegare come voleva. Aveva cura di procurargli tutto ciò che poteva soddisfare i suoi desideri, mentre adoperava con diabolica sagacia il suo potere di re in opposizione alla verità di Dio.

Si troveranno sempre degli Achab per essere strumenti delle Izebel. Così, nell’Apocalisse ove tutti i principi che sono stati, che sono, o che saranno all’opera son visti nella loro piena maturità, vediamo la meretrice seduta sulla bestia, cioè la religione corrotta che domina la potenza secolare. È lo spirito di Izebel pienamente sviluppato. Ma c’è una voce solenne che si rivolge alla generazione attuale: «Chi ha orecchie da udire, oda». Gli uomini diventano sempre più indifferenti agli interessi e ai destini della verità di Dio sulla terra. Poco importa loro di Cristo o di Belial, purché non siano ostacolati nei loro movimenti gli ingranaggi dell’enorme e paurosa macchina dell’utilitarismo. Tale è lo spirito, tali sono le tendenze del nostro secolo. Appena lo spirito di Izebel si leverà, precipiterà gli uomini in una via sulla quale già si sono incamminati, una via che sfocerà infallibilmente nella morte e nelle tenebre eterne. «Chi ha orecchie da udire, oda».

«E Achab raccontò a Izebel tutto quello che Elia aveva fatto e come aveva ucciso di spada tutti i profeti». Notate le parole: «E Achab raccontò a Izebel»; quell’affare non lo coinvolgeva a tal punto da condurlo a prendervi una parte attiva. Ai suoi occhi, forse, l’abbondanza di pioggia sembrava in connessione con la morte dei profeti; perciò aveva potuto rimanere tranquillamente in disparte a contemplare quel massacro. Che cos’era Baal per lui, o che cos’era l’Eterno? Nulla. Quando un Achab, e tutti quelli che gli assomigliano, hanno da «mangiare e da bere», non si preoccupano affatto di tutte le questioni relative alla pietà e alla verità. È questa una volgare abominazione, una sensualità deplorevole e insensata.

Figli di questo secolo, voi i cui sentimenti sono espressi da queste parole: «Mangiamo e beviamo, poiché domani morremo», pensate ad Achab, ricordatevi la sua spaventevole fine, la fine di quella vita fatta di mangiare e di bere: «I cani leccarono il suo sangue». E riguardo all’anima sua l’eternità ne rivelerà i destini spaventevoli.
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