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 I Filippesi e l’Evangelo

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I Filippesi e l’Evangelo
André Gibert

La sfera di attività dell'evangelizzazione non è ovviamente l'assemblea, ma il «mondo». Però, considerare l'evangelizzazione come un lavoro estraneo e separato dall'insieme della vita dell'assemblea ha come risultato una sicura debolezza spirituale.

Alcuni ritengono che l'evangelizzazione sia la sola attività cristiana, e che sia da esercitare nell'indipendenza totale dall'assemblea; si è così disposti a collaborare attivamente con tutto ciò che viene fatto nella cristianità, purché la buona novella della salvezza venga annunciata. Qualche volta tutta la vita cristiana consiste in campagne di evangelizzazione, e il loro valore è stimato in base alla risonanza che hanno o alla qualità della loro organizzazione. Non dimentichiamo che c'è anche un'evangelizzazione silenziosa, quella dei contatti personali e dell'esempio, quella che si fa nella famiglia, quella che «afferra l'occasione». La preoccupazione per l'evangelizzazione non deve far ritenere di secondaria importanza il servizio dell'adorazione, l'edificazione, l'esercizio della disciplina nell'assemblea, la separazione dal male; né deve portare all'idea che il rifiuto di manifestare comunione con coloro che professano false dottrine sia mancanza di amore e ristrettezza di spirito.

D'altra parte, c'è il rischio che l'assemblea scivoli nell'indifferenza di fronte al problema dell'evangelizzazione, così preziosa e urgente per i bisogni delle moltitudini di anime inconvertite. Anche se materialmente si sostengono gli evangelisti, i colportori o i missionari, sembra che ci sia il timore che le loro attività possano distrarre da compiti ritenuti di natura più elevata. E così, per paura che si diffonda il male dottrinale nell'assemblea, ci si dedica interamente ai servizi ad essa correlati, che certo sono di valore inestimabile, i quali non possono essere esercitati se non al di fuori delle influenze del mondo. Si diventa così, a poco a poco, forse senza rendersene conto, come un'associazione, un piccolo corpo professante, anche se distinto dal resto della cristianità. Questo stato di cose ha come risultato il settarismo. Con una palese e grave incongruenza, quelli stessi che frenano lo zelo per l'evangelizzazione, deplorano poi l'assenza di conversioni. Si dimentica che non si miete perché non si semina.

Per entrambe le concezioni, il pericolo consiste nel dissociare la propagazione dell'Evangelo dalla vita dell'assemblea. Ma la Parola non le separa.
La crescita del corpo di Cristo, secondo Efesini 4, la sua edificazione nel senso originale del termine, implica che ci siano evangelisti così come pastori e dottori. Gli uni e gli altri sono dati dal Signore e sono responsabili davanti a Lui, ma agiscono tutti «in vista del perfezionamento dei santi per l'opera del ministerio, per l'edificazione del corpo di Cristo» (Efesini 4:12).

L'assemblea in quanto tale non evangelizza, non nutre le anime, non fornisce l'insegnamento: è lei che è nutrita dai pastori, edificata dai dottori, e si accresce grazie all'opera degli evangelisti, perché «l'opera del servizio» si fa sul fondamento che una volta per tutte è stato posto dagli apostoli e dai profeti per mezzo dello Spirito Santo. Egli è la persona divina che aggiunge, conversione dopo conversione, le nuove «membra» di cui poi si occuperà; troppo sovente la Sua potenza — la sola che conta — è misconosciuta! La formazione normale del corpo di Cristo è dunque nell'equilibrio delle azioni che concorrono alla sua crescita. Paolo, quando partì per l'opera del Signore, fu «messo a parte» dall'assemblea per ordine dello Spirito Santo che lo aveva chiamato; in seguito fu raccomandato alla grazia di Dio dall'assemblea stessa; e rimase in stretti legami con l'assemblea locale che aveva così agito a suo riguardo (Atti 13:2, 14:26, 15:40, 18:22).

Non abbiamo forse perso di vista questo «accordo» indispensabile fra l'assemblea e lo Spirito e fra l'evangelista e l'assemblea per mancanza d'amore per il Signore, per la sua assemblea e per le anime?

Possiamo imparare molto, su questo argomento, meditando l'epistola di Paolo ai Filippesi, epistola di carattere pratico, epistola dell'esperienza e della vita cristiana in azione, così personale nelle sue affettuose esortazioni da essere chiamata da qualcuno «l'epistola dell'intimità».

Una delle sue caratteristiche è rappresentata dalla stretta associazione, che l'apostolo desidera rendere ancora più intima, tra i Filippesi e lui nell'opera dell'Evangelo.

Questa epistola è indirizzata a «tutti i santi in Cristo Gesù che sono in Filippi, coi vescovi e coi diaconi», che rappresentano efficacemente un'assemblea in attività, funzionante in modo sano, coi mezzi forniti da Dio, e chiamati a vivere e a combattere insieme, senza eccezione.

Paolo non si nomina «apostolo» ma «servo di Gesù Cristo» al pari di Timoteo; egli è un servitore con una chiamata speciale, ma che scrive a dei compagni di servizio: un posto e un lavoro particolari gli sono stati assegnati, ma si indirizza ai santi, a «tutti i santi», come ad altrettanti collaboratori nell'opera dell'Evangelo.
L'Evangelo è al centro delle preoccupazioni dell'apostolo, l'Evangelo nel suo vero significato: «Cristo predicato» (Filippesi 1:15), «Cristo annunciato» (vers. 18). La buona novella della salvezza è Cristo. Tale messaggio non deve produrre solo una passeggera commozione negli uditori e risvegliare in loro dei sentimenti religiosi; ma deve condurli a Cristo, Cristo morto, Cristo risuscitato, Cristo nella gloria, Cristo modello e potenza della vita del credente, Cristo che sta per tornare.

Si dimentica troppo spesso che evangelizzare va anche oltre al fatto di indirizzare «un appello», per quanto pressante sia, alle anime. Gettare la rete rappresenta il primo atto, e in un certo senso il più facile; ma altri pescatori sono necessari. Tutto il lavoro richiede perseveranza: tirare le reti, togliere i pesci, riporli con ordine nei recipienti e non lasciarli ricadere nel loro vecchio elemento. Noi annunciamo Cristo, diceva Paolo, «ammonendo ciascun uomo e ciascun uomo ammaestrando in ogni sapienza, affinché presentiamo ogni uomo perfetto in Cristo» (Colossesì 1:28).

L'Evangelo è «l'Evangelo di Dio... che concerne il suo Figliuolo»; e l'evangelista non deve restare nel vago e limitarsi a stimolare i sentimenti. Egli ha il dovere di condurre le anime fino a Cristo. Gli uomini, chiamati dalle tenebre alla luce, dal potere di Satana a Dio, devono essere posti sotto l'autorità di Cristo come Signore. Tratti dal mondo, essi sono, per mezzo dello Spirito di Dio, introdotti nell'assemblea ove opportune cure e insegnamenti adatti devono essere loro impartiti sotto l'azione dello stesso Spirito.
L'apostolo, «ministro dell'Evangelo» come lo era dell'assemblea (Colossesi 1:23-25), aveva continuamente a cuore «il progresso dell'Evangelo», il suo avanzamento tra le nazioni; i suoi sforzi, le sue gioie, i suoi timori, le sue affezioni, vengono spesso ricordati. Il termine Evangelo ritorna frequentemente in questa epistola in cui la Buona Novella è in certo senso personificata. Egli parla della difesa e della conferma dell'Evangelo (1:7-16), della fede nell'Evangelo, per la quale bisogna combattere (v. 27); presenta Timoteo come colui che lo ha servito nell'Evangelo (2:22) e si rivolge al suo compagno di lavoro perché aiuti, dice, «quelle che hanno lottato meco per l'Evangelo» (4:3).

Ora, Paolo era riconoscente a Dio e pregava intensamente e con gioia per i Filippesi, per la loro partecipazione all'Evangelo «dal primo giorno fino ad ora» (1:5). Tutto il lavoro era cominciato nel momento in cui Paolo e Sila avevano seminato l'Evangelo a Filippi, nell'obbrobrio e sotto i colpi della persecuzione, e continuava ancora, anche se l'apostolo si trovava nuovamente «nei legami».

La grazia era stata con lui per difendere e confermare l'Evangelo, ed essi erano compartecipi di questa grazia. Questa era per lui una grande gioia e un potente incoraggiamento. Egli desiderava che i Filippesi perseverassero nella verità e per questo li incoraggia. Egli li associa alle prove che incontrava nel suo servizio, e non voleva che si affliggessero a causa delle avverse circostanze per le quali passava, e che erano piuttosto «riuscite al progresso del Vangelo».

Quei credenti non dovevano essere attristati se certi annunciavano Cristo per invidia e per contenzione: «Cristo è annunciato», e Paolo se ne rallegrava. Non invita certo i Filippesi ad associarsi a quelli che agivano così, ma voleva vederli felici del fatto che Cristo, la vera Buona Novella, era annunciato. I Filippesi dovevano sostenere la stessa lotta dell'apostolo (1:30); per questo li esorta a combattere «insieme, di un medesimo animo per la fede del Vangelo, e non essendo per nulla spaventati dagli avversari». Egli non si rivolge solamente a coloro che sono chiamati a presentare l'Evangelo in virtù di un dono speciale (non vogliamo negare la possibilità che ci fossero tali servitori, riconosciuti come «evangelisti» qualificati) ma si indirizza a tutti; «tutti i santi» sono tenuti ad operare in questo campo; tutti sono posti come dei luminari; tutti debbono presentare la Parola della Vita; tutti debbono svolgere «l'opera di un evangelista» (2 Timoteo 4:5).
In effetti i Filippesi prendevano parte, col pensiero, in preghiera e in pratica, al lavoro e ai bisogni degli evangelisti andati per il mondo. Lo facevano con un santo zelo per Cristo e per le anime. Ma l'apostolo non separa l'Evangelo dal resto del servizio cristiano. «La fede del Vangelo» che avevano ricevuto, di cui vivevano, era impegnata nella battaglia, e lottavano al suo fianco. Quale privilegio per ogni credente poter agire così, «presentando la Parola della Vita»; e quale grazia farlo insieme!

Ma (non è forse questo lo scopo dell'Epistola?) il combattimento per l'Evangelo non poteva essere vittoriosamente sostenuto se i Filippesi non camminavano bene, sia individualmente che collettivamente, come assemblea. L'apostolo ha fiducia nel Signore, ma li esorta a condursi «in modo degno dell'Evangelo di Cristo» (1:27). Il successo dell'evangelizzazione nel mondo è strettamente legato a ciò che il mondo vede nella condotta dei santi.

Tra le cose «degne» che il cammino cristiano deve mostrare al mondo, troviamo in questi versetti l'Evangelo. La Parola di Vita non può essere presentata soltanto mediante formule, indipendentemente dai suoi effetti pratici nella vita di chi la presenta.

Tre verità sono messe in evidenza particolarmente.
Prima c'è la comunione tra i santi. L'apostolo non poteva avere la sua gioia completa se i suoi cari Filippesi non camminavano realmente nello stesso sentiero. Come potevano combattere «insieme» per l'Evangelo, con la fede del Vangelo, se erano disuniti? Ricordiamo le espressioni così sentite con le quali li invita ad avere un medesimo sentimento, un medesimo amore, un animo solo, un unico sentire. E, affinché Evodia e Sintiche ritrovino uno stesso sentimento nel Signore, esse che avevano combattuto con lui per l'Evangelo, Paolo domanda al suo compagno di lavoro di aiutarle. Il segreto sta nell'umiltà, il cui modello è dato dal Signore Gesù (cap. 2), e nella devozione totale di cui Paolo è l'esempio, lui che, «afferrato da Cristo», proseguiva la corsa cercando di afferrarlo (cap. 3).
A questo cammino verso Cristo è strettamente legata la santità pratica. Coloro che sono salvati devono «compiere la loro salvezza con timore e tremore» e renderla evidente a tutti nella loro condotta: «Affinché siate irreprensibili e schietti, figliuoli di Dio senza biasimo», nella condotta e non soltanto per quel che concerneva la loro posizione in Cristo (2:12-13). Il pericolo di lasciarsi distrarre «dalle cose terrene» è certamente grande. La mondanità di alcuni che professavano il cristianesimo faceva piangere l'apostolo (3:18-19); cosa direbbe se vivesse ai nostri giorni? Con la stessa insistenza piena di dolcezza egli esorta a ricercare le cose onorevoli, giuste, pure, amabili, quelle in cui vi è qualche virtù e qualche lode (4:Cool, in modo da godere della presenza e della comunione di Dio, grazie alla quale si realizzerà senza sforzo quella con tutti i santi. Da questo mostreremo al mondo la pace e la gioia nel Signore. Quale testimonianza e quale evangelizzazione! Un filosofo incredulo scriveva sarcasticamente: «Per credere al loro Salvatore bisognerebbe che i suoi discepoli avessero maggiormente l'aria di essere dei salvati».
Infine, è indispensabile mantenere la sana dottrina, «Guardatevi dai cani, guardatevi dai cattivi operai, guardatevi da quelli della mutilazione» (3:2), da coloro cioè che insegnano delle dottrine che fanno sviare le anime. Il credente è contraddistinto dal privilegio di poter «rendere culto per lo Spirito di Dio», di «glorificarsi nel Cristo Gesù», e di non «confidarsi nella carne» (3:3).

Come in altre epistole, Paolo combatte il legalismo, grande e costante nemico che si instaura unicamente a causa dell'ignoranza dei credenti. In quest'epistola non sono esposti principi dottrinali; essa è piena di Cristo. Per non aver fiducia nella carne, bisogna glorificarsi nel Cristo Gesù e quindi conoscerlo, essere occupati di Lui, come la Parola ce lo presenta. Paolo aveva predicato Cristo ai Filippesi, nella misura in cui lo conosceva, ma desiderava conoscerlo sempre più. È «a causa dell'eccellenza della conoscenza di Gesù», il suo Signore, che egli stimava tutte le altre cose come una perdita. Far conoscere Cristo: ecco lo scopo dell'evangelizzazione, il soggetto dell'Evangelo. Il sentimento o la pura teoria non contano nulla; ciò che conta è una Persona vivente e la sua verità.

Ritorniamo su un punto che è il più importante di tutti quelli precedentemente segnalati: è evidente che alcuni, il cui zelo è fuori discussione, sembrano non conoscere l'essenza dell'Evangelo di cui si fanno paladini. Chiamare, risvegliare le anime, proporre loro la pace, sono certo cose eccellenti; ma limitarsi solo a questo, senza insistere sulla necessità di sottomettersi a Gesù Cristo, non è «predicare Cristo Gesù come Signore» (2 Corinzi 4:5).

C'è il pericolo di interessare le anime delle loro esperienze, dei loro esercizi, delle loro attività, di se stesse, molto più che dell'Oggetto della fede. È dunque importante che chi evangelizza sia personalmente ben permeato di Cristo. Non dimentichiamo che se vi è uno «zelo senza conoscenza» l'Evangelo di Cristo può essere «pervertito». È sovente necessario lottare per mantenerlo nella sua purezza. Meditiamo Galati 1:6-10.

Le verità sopra esposte impongono a coloro che hanno il privilegio di conoscere la sana dottrina, di avere cura di farne parte ad altri, «Predica la Parola - dice Paolo a Timoteo - insisti a tempo e fuor di tempo, convinci, riprendi, esorta, con grande pazienza e sempre istruendo» (2 Timoteo 4:2).

Se gli evangelisti hanno il dovere di essere sani nella dottrina, coloro che sono sani nella dottrina hanno il dovere di evangelizzare. Se Cristo è la sorgente, lo scopo e il modello della vita, se è il legame tra i credenti, perché hanno Lui in vista, se non hanno altra gloria, se Egli è tutto per loro, allora, non temiamo per l'Evangelo; Cristo sarà presentato al mondo, predicato dagli evangelisti, onorato dalla condotta dei santi. Così i Filippesi partecipavano alla conferma dell'Evangelo

Noi siamo lontani dal seguire il loro esempio; impegnamoci, senza cercare delle scuse, a rassomigliare a quei credenti. Se no, ci sottrarremo al dovere e al privilegio di lottare per la più santa delle cause, e non saremo mai portatori della Parola di vita. Per annunciare Cristo bisogna vivere Cristo!
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