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 L’eternità delle pene

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L’eternità delle pene
André Gibert

Il Messaggero Cristiano, luglio 1982
Dobbiamo considerare la dottrina delle pene eterne come eredità di tradizioni religiose inaccettabili e sorpassate oppure fondata nelle Scritture? Da diverso tempo in molti punti della cristianità, ma soprattutto nel protestantesimo liberale, viene contestata l’affermazione dell’eternità delle pene. Nei nostri giorni, l’ortodossia evangelica — sotto molti aspetti in via di rinnovamento, benedetto sia Dio — è propensa a negare le pene eterne; questo è anche insegnato in sette più o meno recenti e guadagna terreno anche negli ambienti che si sarebbero detti i meglio difesi contro tale eresia.

L’autorità riconosciuta dei fratelli che ci hanno preceduti, per tanto che si imponga, per convinti che siamo non soltanto della onestà e della competenza, ma anche della spiritualità con cui hanno studiato queste questioni, non sarebbe di per sé determinante. È per rendere ciò che dobbiamo alla loro memoria e imitare la loro fede che dobbiamo esaminare con cura le Scritture come i Bereani, per vedere se le cose stanno così. Facciamolo qui in tutta semplicità senza pretendere di dare al dibattito qualcosa di nuovo, ma per accertarci in ciò che dice la Scrittura.
Scartiamo subito alcune cause di confusione che lo spirito umano produce sempre quando si ingerisce nelle cose divine. Una sola parola basterebbe per sbarazzarci, se ce ne fosse bisogno, dal mucchio di invenzioni di cui si è popolato l’inferno. Sono residui delle più svariate mitologie, o prodotti della superstizione, o elucubrazioni d’artisti e di scrittori; favole e nient’altro che favole. La Parola ignora i numerosi supplizi che sono stati inventati, così come le grida e le bestemmie dei dannati in rivolta (al contrario, anche gli esseri infernali piegheranno le loro ginocchia nel nome di Gesù — Filippesi 2:10). Ben lungi dal mostrare Satana e i demoni che spadroneggiano nell’inferno e torturano le creature umane, essa ci insegna che è per «il diavolo e i suoi angeli» che l’inferno è stato preparato. La sobrietà della Parola su questi argomenti è più solenne di questi eccessi dell’immaginazione coi quali si è preteso di far colpo sugli uomini, ma che in effetti sono soltanto un mezzo diabolico per sviarli dalla verità.

Come l’immaginazione, anche il sentimentalismo umano va rifiutato; «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, né le vostre vie sono le mie vie, dice l’Eterno» (Isaia 55:Cool. I nostri sentimenti, anche i più rispettabili — e tanto meno i nostri pensieri — non costituiscono una valida base per giudicare ciò che Dio dice. L’idea d’un castigo senza fine fa orrore alla natura umana; molti cuori vengono meno al pensiero che una persona cara, morta inconvertita, sia votata ai tormenti senza speranza e senza fine; inoltre, sembra che questo contraddica la bontà e l’amore di Dio. Ma è la misura umana delle cose, e niente di più.

Noi siamo incapaci di staccarci da ciò che appartiene alla vecchia creazione; e tanto più siamo incapaci di farci un’idea esatta della bontà di Dio, della sua giustizia e della sua santità. Saremmo tentati di sacrificare una di queste qualità a vantaggio dell’altra quando invece si fondono nel suo Essere, che non sarebbe eterno se non fosse contemporaneamente luce e amore.

Dio è amore. Egli è infinitamente più sensibile di noi alle sofferenze delle sue creature e alla loro causa profonda, il peccato. Ricordiamoci che il diavolo e gli altri angeli decaduti, per i quali il fuoco eterno è preparato, sono anch’essi delle creature! Ma Dio è amore nella luce, nell’armonia perfetta di un universo di cui Egli non è soltanto il sovrano, ma l’ordinatore. Non sta a noi, ma a Lui, di sapere come devono andare le cose perché Dio sia «ogni cosa in tutti». Ci inchineremo davanti alla sua saggezza, l’adoreremo; non saremo più occupati di noi stessi, ma di Dio solo, in Cristo; saremo liberati da ogni legame di quaggiù nell’amore vero, e mossi da affetti che non saranno quelli di questa terra. I nostri sentimenti di oggi avranno acquistato il loro vero posto, anche i più legittimi, quelli che nella vita di quaggiù si riferiscono a relazioni che allora non ci saranno più: ciò che di puro essi avranno comportato sarà, per così dire, sublimato in queste affezioni eterne. Allora comprenderemo la grandezza dell’offesa fatta a Dio dagli uomini che rifiutano la sua grazia e non vogliono essere riconciliati quando Egli li supplica. Oggi noi sappiamo però quanto Dio ha amato il mondo: fino a dare «il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in Lui non perisca». Se vogliamo contemplare l’amore di Dio è alla croce che dobbiamo andare. Ma come parlare dei nostri sentimenti umani (anche se sono un riflesso, pallido e lontano, dell’immagine divina), quando vediamo Dio che tratta così, al posto dei colpevoli, il suo Figlio diletto il quale è sottoposto a sofferenze come quelle delle tre ore di tenebre?

Noi siamo, d’altra parte, sostanzialmente incapaci di concepire l’eternità finché ci troviamo in questi corpi nei quali la nostra esistenza si svolge con una successione di avvenimenti. Quando parliamo di pene eterne, come anche di vita eterna, noi le vediamo continuarsi indefinitamente, in una successione temporale, come se il tempo fosse prolungato ancora e per sempre. Senza voler dissertare inutilmente sull’eternità, basta rilevare l’inesattezza completa di un tale modo di vedere. Il tempo, che è stato creato e che è incominciato staccandosi dall’eternità, finirà, fondendosi in ciò che non ha né principio né fine. Il tempo non sarà più. L’eternità è la durata fuori del tempo, la durata pura. Tutto sarà fissato, il che non significa inerte e immobile, ma simultaneo, senza la discontinuità di tutto ciò che ha un passato, un presente e un futuro. Dio, l’Eterno, si chiama «lo Stesso»; e non potrebbe cambiare, quali che siano le sue attività e le sue vie. Colui che, in rapporto al tempo, era, è e viene, è il medesimo di cui è detto: «Tu rimani lo stesso», e per questo «i tuoi anni non verranno meno» (Ebrei 1:12)
Diffidiamo dunque sia dei nostri sentimenti sia dei nostri ragionamenti. Una visione corretta di questo grande soggetto dell’eternità delle pene non dipende da ciò che noi proviamo e concepiamo, ma da ciò che Dio ci ha fatto conoscere nella sua Parola e col suo Spirito. L’uomo naturale è sempre incline a giudicare Dio pretendendo di giudicare le cose di Dio, ma la fede accetta con semplicità quel che Dio dice.

I termini che la Parola adopera nel suo linguaggio, o che mette nella bocca degli uomini, possono acquistare differenti accezioni secondo i momenti della rivelazione divina e le fasi delle vie di Dio. È così che non bisogna confondere le dichiarazioni relative a Israele con quelle che si riferiscono alla Chiesa, le promesse fatte ad Abrahamo con quelle fatte a Davide né queste con quelle fatte ai cristiani. Lo stesso vale per il soggetto di cui ci stiamo occupando.

Nell’Antico Testamento, il termine «eterno» — e quelli che ne derivano: eternità, eternamente, o che gli sono analoghi: per sempre ecc... — acquista il suo pieno significato quando si riferisce a Dio. Per esempio: «Le braccia eterne» (Deuteronomio 33:27), «il Re eterno» (Geremia 10:10), «Io vivo in perpetuo» (Deuteronomio 32:40), «ab in eterno in eterno» (Salmo 90:2), «d’eternità in eternità» (Nehemia 9:5), «un amore eterno» (Geremia 31:3), e soprattutto, inutile dirlo, il nome stesso che Dio prende: l’Eterno.

Ma quando questo stesso termine, nell’Antico Testamento, si riferisce alle creature e alle cose create, il suo senso immediato e abituale non va al di là della creazione visibile, la prima creazione, ed esprime una durata nel tempo, con principio e fine. Non che non abbia relazione con l’eternità divina nel suo senso assoluto, ma anche i credenti più illuminati di quei giorni erano chiamati a muoversi nel quadro di promesse e di profezie concernenti la terra (anche se non possiamo discernere fino a qual punto la loro fede era ammaestrata a passare dalle cose visibili a quelle invisibili). Il loro pensiero aveva essenzialmente per oggetto il regno di Dio quaggiù, nel tempo, «fin che duri il sole, finché duri la luna» (Salmo 72:5 e 7).

Così, quando è parlato di Israele salvato dall’Eterno «d’una salvezza eterna» (Isaia 45:17), o quando «un obbrobrio eterno» è chiamato sui nemici dell’Eterno (Geremia 23:40); quando leggiamo che «un regno eterno sarà stabilito» (Daniele 4:3; 7:14-27), che «un’allegrezza eterna sarà sul capo del popolo ristorato» (Isaia 35:10; 51:11; 61:7), che «un patto eterno» è concluso con lui (Isaia 61:Cool, tutto questo non sorpassa i limiti temporali del regno, altrimenti detto millenio (*). Se «i nuovi cieli e la nuova terra che io sto per creare sussisteranno stabili dinanzi a me, dice l’Eterno» (Isaia 66:22), essi sono tuttavia considerati come «sussistenti» non al dilà di questo regno; sono ancora i cieli e la terra di questa creazione che passa, sebbene siano stati rinnovati e li riempia la gloria di Dio. Per questo non si può trovare un argomento decisivo nelle «fiamme eterne» di Isaia 33:14, né nel verme che non muore e nel fuoco che non si spegne di Isaia 66:24, per chiara che sembri la loro allusione a una «geenna eterna». D’altronde è ammesso da tutti che il versetto 2 di Daniele 12: «E molti di coloro che dormono nella polvere della terra si risveglieranno: gli uni per la vita eterna, gli altri per l’obbrobrio, per una eterna infamia», significa non una risurrezione di individui, ma il ritorno di Israele raccolto dalle nazioni dove giaceva come morto e il suo rientro nel suo paese, nel quale gli uni saranno benedetti e gli altri riprovati (Isaia 26:19; Ezechiele 37).

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(*) Bisogna certo tenere presente che il Nuovo Testamento allarga l’orizzonte di queste profezie: il regno di Cristo, qualificato eterno, e la sua dominazione, qualificata eterna, concernono direttamente, è vero, la vecchia creazione che deve passare; ma, «alla fine», dopo che tutte le cose gli saranno sottoposte, Egli rimetterà il regno a Dio Padre, nell’eternità (1 Corinzi 15:24-28).
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Ne consegue che non troviamo granché di preciso nell’Antico Testamento riguardo alla sopravvivenza dell’anima e alla risurrezione del corpo, se non in figura o in qualche fatto eccezionale come il rapimento di Enoc e quello di Elia, o come l’evocazione di Samuele a En-Dor (1 Samuele 28), o in qualche espressione come quella di Giobbe 19:25. La vita, nell’Antico Testamento, è essenzialmente considerata come terrena, e termina quando l’Eterno riprende il «soffio» che ha messo nelle narici dell’uomo. «Lo spirito torna a Dio che l’ha dato» e il corpo alla polvere da cui è stato tratto (Ecclesiaste 12:19). «Il mortale spira e... dov’è egli?» (Giobbe 14:10). Ecco il perché del terrore dell’Ades, anche se la fede riusciva a capire che il Dio d’Abrahamo, d’Isacco e di Giacobbe non poteva essere un Dio dei morti, ma dei viventi. Isaia 38:10-20 esprime in modo particolare questo terrore, ed anche molti passi dei Salmi. Se l’uomo vedeva un avvenire davanti a sé, era sulla terra, nella sua discendenza. E la retribuzione dei malvagi in giudizio non andava più lontano di una discesa ingnomignosa nell’Ades, «nella fossa», per quanto impressionanti siano le parole di Isaia 14:9-20 o di Ezechiele 32:17-32.
Ma col Nuovo Testamento tutto cambia. Il secondo Uomo viene dal cielo, la morte è vinta, un nuovo inizio appare, quello della nuova creazione. «La vita eterna che era presso al Padre» ci è stata manifestata. Essa è «annunciata»; mai lo era stata fino allora; per mezzo dello Spirito Santo, in Cristo, la vita eterna è già la parte del cristiano attendendo di goderla in un corpo glorificato simile a quello del Signore (1 Giovanni 3:2, Filippesi 3:21). L’Evangelo della gloria e della grazia è predicato, ma il suo punto di partenza è la rivelazione dell’ira di Dio, «l’ira a venire» (Romani 1:18, 1 Tessalonicesi 1:10).

Allora si aprono nuove prospettive che vanno molto al di là del regno millenario in cui la terra sarà stata benedetta dopo la purificazione per mezzo del giudizio; esse raggiungono lo stato eterno! I nuovi cieli e la nuova terra dove giustizia abita non sono più quelli della prima creazione; questa sarà stata distrutta col fuoco (2 Pietro 3; Apocalisse 20).

La vita eterna col Signore sarà l’eredità di tutti i riscattati, dei credenti di tutte le epoche ai quali s’aggiungono le persone non responsabili e, in numero incalcolabile, i bambini. Tutti avranno parte, sia da risuscitati che da trasmutati, alla «prima risurrezione», la risurrezione di vita, nelle sue diverse fasi: venuta del Signore secondo 1 Tessalonicesi 4, e risurrezione dei morti della grande tribolazione (Apocalisse 20:4). A questo bisogna certamente aggiungere, «alla fine», dopo il regno, una trasmutazione dei credenti del millenio.

«Beato e santo è colui che partecipa alla prima risurrezione. Su loro non ha potestà la morte seconda» (Apocalisse 20:6). Non tutti gli uomini, dunque, avranno parte a questa prima risurrezione; la vita eterna non sarà per tutti. L’illusione di una riconciliazione di tutti gli uomini, altrimenti detta la dottrina della salvezza universale, è tuttavia molto diffusa tra quelli che vogliono ignorare la Scrittura. È un errore fatale. È perfettamente vero che Cristo è «morto per tutti», ma solo «chiunque crede» beneficia della sua opera. La redenzione del genere umano è fatta, ma coloro che, in tutti i tempi, avranno rifiutato la grazia si saranno esclusi essi stessi. «Se non credete che sono io il Cristo, morrete nei vostri peccati», diceva Gesù ai suoi nemici (Giovanni 8:24). Così, per quelli che saranno «morti nei loro peccati», ci sarà la «risurrezione di giudizio». «Il rimanente dei morti non tornò in vita prima che fossero compiuti i mille anni» (Apocalisse 20:5), è detto dopo l’annuncio della prima risurrezione, quella dei «beati»; e questi «morti» si risveglieranno per presentarsi davanti al grande trono bianco, i morti grandi e piccoli, e saranno giudicati «dalle cose scritte nei libri, secondo le opere loro» (Apocalisse 20:12).

La Scrittura è chiara: non si può essere salvati senza la propiziazione, e per quelli che respingono Cristo non rimane più sacrificio per il peccato. Parlare di salvezza universale è negare la giustizia di Dio a causa dell’idea imperfetta che si ha del suo amore; è capovolgere l’Evangelo. Che follia sarebbe andare a predicare l’Evangelo a gente alla quale si dicesse che alla fine potranno essere salvati anche rifiutando Cristo!

Ma non esiste nemmeno la cessazione di ogni esistenza per gli inconvertiti, dopo la morte del corpo. Questo piacerebbe all’uomo naturale. «Mangiamo e beviamo perché domani morremo». Anche qui la Parola è assoluta: «È stabilito che gli uomini muoiano una volta sola, dopo di che viene il giudizio» (Ebrei 9:27).

La risurrezione di giudizio, il gran trono bianco, la sentenza finale, sono realtà spaventose, senza dubbio, ma pur tuttavia realtà.
Il lettore sincero della Scrittura non può sfuggire alla convinzione che come c’è la vita eterna per i credenti ci sia anche un’«ira» divina sugli altri, un giudizio terribile per i «morti nei loro peccati», che abbiano peccato senza legge, sotto la legge, o che abbiano rifiutato l’Evangelo della grazia. Ognuno di loro sarà giudicato secondo le sue opere, e riceverà un castigo in base alla grandezza della sua offesa, secondo la perfetta saggezza di Dio.

Qual è la portata di questo giudizio? Eccoci di nuovo sul problema posto all’inizio di queste pagine.

— È solo temporaneo, anche se terribile — si sente affermare da qualcuno; — è una pena da pagare, dopo di che, per questi condannati, ogni esistenza cesserà, saranno annientati —.

Non possiamo, in base a quanto troviamo nelle Scritture, far altro che respingere categoricamente una tale affermazione. Salvezza e perdizione, vita eterna e ira di Dio, sono ripetutamente, per non dire costantemente, abbinate nella Scrittura in un tale parallelismo che negare il carattere dell’una sarebbe negare quello dell’altra. Così in Marco 16:16, Giovanni 3:36 e 5:29, Romani 2:5-16, 1 Corinzi 1:18, 1 Giovanni 5:12, Filippesi 1:28. Se la salvezza è eterna, allo stesso modo lo è la perdizione.

Qualcuno obietterà che questa è semplicemente un’analogia suggerita da quel parallelismo. Ma, al contrario, essa trova forza in una identità letterale; infatti, lo stesso termine sia nell’originale che nelle traduzioni è usato per dichiarare eterne sia la vita sia i tormenti (Matteo 25:46), la distruzione (2 Tessalonicesi 1:9), il giudizio (Marco 3:29, Ebrei 6:2), il fuoco (Matteo 25:41, 18:8, Giuda 7). Ed è anche lo stesso termine che qualifica in 2 Corinzi 4:18 le cose che non si vedono in opposizione a quelle che si vedono e che sono solo per un tempo; in 2 Corinzi 5:1 la nostra dimora celeste in opposizione con questa effimera tenda, in 1 Pietro 5:10 la gloria di Dio; in 1 Timoteo 6:16 la sua forza. Questo termine «eterno» (in greco aiônios) è in tutti questi casi in contrasto con ciò che è temporale. Dargli un senso diverso sarebbe far violenza al testo.

È altrettanto significativo che una stessa espressione, «nei secoli dei secoli» (eis tous aiônas tôn aiônôn) sia applicata all’eternità di Dio come ai tormenti dei suoi nemici (Apocalisse 4:10, 14:11, 20:10).

Dovremmo concludere che se i tormenti qualificati eterni sono solo temporanei anche la vita eterna non durerebbe sempre. Ma non troveremo alcun passo a garanzia di una simile «eternità» di vita.
È vero che siamo incapaci a determinare in che consistano questi tormenti. «Lo stagno di fuoco e di zolfo» è un simbolo, ammettiamolo senza difficoltà; ma che dire allora della realtà in tal modo simbolizzata! Intuiamo che debba essere una cosa tremenda, per una creatura cosciente, la separazione senza speranza dal suo Creatore. È ciò che è chiamata la «seconda morte». Facciamo qui osservare che ci è detto che la morte (la prima morte, l’ultimo nemico che sarà abolito) sarà con l’Ades gettata «nello stagno di fuoco. Questa è la morte seconda, cioè lo stagno di fuoco» (Apocalisse 20:14). Cosa dire se non che «i morti», giudicati davanti al trono bianco, passeranno dalla morte temporale e temporanea alla morte eterna? Ripetiamolo: l’eternità sorpassa la nostra concezione presente, ma a colpo sicuro la seconda morte non può, come neanche la prima, significare l’annichilimento né immediato né differito.

Ci asteniamo di proposito dal discutere se si può qualificare come immortale «l’anima vivente» che Adamo «divenne» grazie al soffio di Dio (Genesi 2:7, 1 Corinzi 15:45), perché pensiamo di cadere in una questione di termini, quando invece sono i fatti che interessano. «Far perire l’anima e il corpo nella geenna» (Matteo 10:28) è senza dubbio l’equivalente della seconda morte e non significa assolutamente l’annichilimento; distruzione non è annientamento, e «distruzione eterna» ancora meno, poiché il termine implica una durata senza fine della distruzione. La morte, sia essa la prima o la seconda, non è la cessazione dell’esistenza.

Moralmente eravamo tutti morti nei nostri falli e nei nostri peccati, eppure esistevamo, viventi al peccato; i morti che aspettano il giudizio esistono; i morti giudicati esisteranno, ma privati della vita eterna, sotto l’«ira di Dio». Perché il fuoco sarebbe detto «eterno» se consumasse tutto in un istante? Il fuoco inestinguibile, il verme che non muore, sono figure, certamente; ma queste figure hanno il compito di trasmettersi ciò che altrimenti non saremmo in grado di concepire. Come potrebbero parlarci di un fuoco inestinguibile che non avrebbe più niente da bruciare, di un verme che non muore e che non avrebbe più nulla da rodere? Queste figure dell’Antico Testamento sono riprese dal Nuovo e si trovano nella bocca di Gesù e nel linguaggio dello Spirito Santo attraverso gli apostoli, e sono da loro applicate a delle «durate» che non sono quelle temporanee della prima creazione.

Eternità delle pene, dottrina spaventosa. Certo. Che lo sia abbastanza per far tremare a salvezza i peccatori. Felice era «tutto spaventato» sentendo Paolo discorrere sul giudizio a venire, ed ha purtroppo resistito a questo spavento. Che lo sia abbastanza perché noi credenti prendiamo a cuore la salvezza dei peccatori! Ma come dimenticare che per «liberarci dall’ira a venire» c’è voluta nientemeno che la morte del Figlio di Dio? Egli ha conosciuto la prima e la seconda morte, se no noi non ne saremmo liberati. Egli ha provato tutto l’orrore della seconda morte quand’essa stese su Lui, fatto peccato per noi, la sua terribile ombra (durante le tre ore di tenebre del Golgota, prima ancora ch’Egli entrasse nella prima) ma da vincitore, avendo pagato il salario del peccato. Egli ha conosciuto al posto nostro l’abbandono di Dio. Dobbiamo sempre tornare alla croce: essa è il fatto centrale della fede cristiana, ma è inseparabile dalla risurrezione. Non possiamo che ripetere: negare l’eternità del giudizio è svalutare l’opera di Cristo. Non è soltanto togliere il senso alla predicazione, è togliere ogni sostanza alla predicazione di Cristo crocifisso, di fronte all’inconvertito come al credente. L’opera espiatoria secondo questo modo di vedere si sarebbe limitata a portare delle pene; se Gesù non fosse venuto, l’umanità sarebbe soltanto scomparsa completamente dopo un periodo di castigo, e niente di più. La gravità del peccato sminuisce fino a scomparire, e non ha più come contromisura l’infinita santità di Dio; la propiziazione perde la sua eccellenza, le tre ore tenebrose il loro orrore. No, no; il nostro prezioso salvatore è stato fatto peccato per noi, maledizione per noi. Ha conosciuto l’abbandono di Dio come solo poteva conoscerlo Colui che era vero uomo e vero Dio. Ed è «per l’eternità» che davanti a Lui si piegherà ogni ginocchio degli esseri celesti, terrestri, ma anche infernali, quelli non riconciliati!
Come dice un cantico, continuiamo, cari fratelli e sorelle, a ripetere con una solennità ed una riconoscenza ancora più grandi:


E sopra l’infinito Tuo cuore, in quel momento
Tutto gravò l’eterno nostro mortal tormento.
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