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 1a Epistola ai Tessalonicesi cap 2

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teofilo
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190415
Messaggio1a Epistola ai Tessalonicesi cap 2

1a Epistola ai Tessalonicesi cap 2
John Nelson Darby

Il Dispensatore, 1889-1890
["Studi sulla Parola", "Etudes sur la Parole", "Synopsis of the Bible"]
Avendo posto questi grandi principi, l’apostolo ricorda con effusione di cuore tutto il suo cammino fra i Tessalonicesi per provare che egli era stato animato del medesimo spirito che raccomandava loro. Paolo non aveva indirizzato esortazioni ad altri, usando egli stesso della loro affezione per il suo vantaggio; non aveva incoraggiato gli altri a sopportare afflizioni senza avere il coraggio di subirne lui stesso. Insultato e maltrattato a Filippi, aveva avuto ordine in Dio per rinnovare i suoi attacchi contro il regno delle tenebre a Tessalonica, e ciò con grande energia. Non aveva adulato i Tessalonicesi per guadagnarli a sé; ma aveva presentato loro la verità come essendo davanti a Dio, ed aveva lavorato colle sue proprio mani per non esser loro a carico. Tutte le sue vie in mezzo di loro erano state al cospetto di Dio nella luce, per l’energia dello Spirito ed in uno spirito di devozione: nel modo che voleva che camminassero, aveva camminato egli pure fra loro, santamente, giustamente, ed in una maniera irreprensibile; come anche li aveva esortati con ogni affezione e dolcezza a camminare in un modo degno di Dio che li aveva chiamati al suo regno ed alla sua gloria.

In quest’ultima espressione si vede inoltre l’intima relazione del cristiano con Dio, nel suo carattere individuale. Il cristiano ha la sua parte nella gloria e nel regno di Dio, e la sua condotta dev’essere convenevole ad una tale posizione. Qui si tratta della posizione propria del credente in relazione con Dio, come prima è stato questione delle sue relazioni con Dio e con il Signore Gesù.

Poi l’apostolo parla del modo con cui questo mondo di nuovi pensieri è stato dato al cristiano: Dio ha parlato per rivelar Sé stesso ed i suoi consigli; aveva confidato l’Evangelo a Paolo (versetto 4), e Paolo agiva come essendo davanti a Dio e responsabile verso di Lui.

Dal canto loro i Tessalonicesi avevano ricevuto la Parola, non come la parola di Paolo, ma come la Parola di Dio stesso che era loro rivolta per la bocca di Paolo. È rimarchevole, ed è serio per noi ad un tempo, di vedere che per quanto riguarda la manifestazione della potenza di Dio quaggiù, quantunque l’opera sia di Dio, il frutto delle fatiche dei suoi servitori corrisponde col carattere e con la perfezione del lavoro compiuto. Così si stabiliscono i legami della grazia e della comunione, c’è un mutuo intendimento nelle cose, l’opera manifesta l’operaio; l’operaio si rallegra in ciò che il suo cuore sa desiderare nelle anime che sono il frutto dei suoi lavori, queste sanno apprezzare il cammino ed il lavoro dell’operaio, riconoscendo la potenza e la grazia di lui che è stato il mezzo di porle in tale posizione; e gli uni e le altre, conoscendo Dio, si rallegrano nella comunione della sua grazia.

Paolo era molto con Dio nell’anima sua e nella sua opera: i Tessalonicesi avevano, per conseguenza, ricevuto la Parola in questa stessa potenza; quindi erano con l’apostolo in comunione con Dio secondo tale potenza e secondo tale intimità.

Vediamo qui, passando, i Giudei privati di questa relazione con Dio: il residuo era ricevuto in grazia e soffriva per l’animosità della massa del popolo. Gli eletti d’infra i Gentili raccoglievano, dal canto loro, l’ostilità dei loro concittadini, per la testimonianza che rendevano contro il principe di questo mondo, col loro cammino cristiano e con la loro confessione d’un Cristo celeste, d’un Cristo che il mondo aveva rigettato.

La religione dei Giudei era diventata una gelosia contro gli altri. La pretesa della possessione esclusiva dei privilegi religiosi (privilegi preziosissimi, allorché Israele ne godeva con Dio, come testimonianza del suo favore) non diveniva che una sorgente di odio nel cuore di questo popolo, quando Dio, nella pienezza della sua grazia sovrana, voleva benedire coloro che non avevano nessun diritto. Per questa pretesa di esclusività, i Giudei rinnegavano i diritti di Dio che li aveva dapprima scelti come popolo. Rinnegavano la grazia divina secondo la quale Egli agiva nei confronti dei peccatori, e che, se essi non se ne fossero esclusi, sarebbe stata la sorgente di migliori benedizioni per loro stessi. Ora, intanto, il loro rifiuto di credere alla grazia di Dio in Cristo aveva trasportato la scena delle speranze e delle gioie del popolo di Dio dalla terra nel cielo, là dove noi conosciamo il Signore e dove resterà finché venga far valere i suoi diritti sulla terra. Prima di farli valere, ci prenderà con Lui.

Mentre aspettiamo la sua venuta, la Parola di Dio è la sorgente della nostra fiducia, la rivelazione della gloria, della verità e dell’amore. Questa Parola è efficace in coloro che credono. I Giudei sono messi da parte. Con la loro resistenza alla grazia verso i Gentili, avevano preso una posizione di inimicizia contro Dio in grazia, e l’ira era venuta sopra di loro. Quest’ira non aveva ancor avuto la sua esecuzione, ma essi avevano preso la posizione che abbiamo appena indicata: non era soltanto che avessero violato la legge; già avevano ucciso i loro profeti che erano stati mandati in grazia; già avevano messo a morte il Cristo Gesù, il Signore. Soltanto la grazia sovrana poteva portar rimedio ad un tale stato del popolo. I Giudei hanno resistito a questa grazia, perché Dio, operando con grazia sovrana verso Israele, era anche buono per i Gentili ed accordava loro, contemporaneamente che ai Giudei, dei privilegi migliori di quelli che essi (Giudei) avevano perduto. L’ira dunque era finalmente venuta su costoro, come popolo; ed i cristiani avevano il godimento di migliori privilegi invece loro.

Non è qui il luogo di spiegare le vie di Dio che avranno più tardi il loro compimento riguardo al residuo. Nel passo che ci occupa, l’apostolo parla del popolo giudeo per mostrare che i cristiani, coloro che avevano ricevuto la Parola, erano soli in relazione con Dio. Ciò che mette realmente le anime in relazione con Dio è la ricezione della Parola per la fede, e null’altro. I privilegi ereditari finivano per essere, nella natura, un’opposizione alla grazia ed alla sovranità divina, e così erano contro il carattere di Dio stesso e dei suoi divini diritti, poiché Dio è sovrano, e Dio è amore.

La Parola rivela la grazia; si obbedisce a questa Parola credendovi; ed il cristiano, messo in relazione con Dio, cammina in comunione con lui e nelle sue vie, ed aspetta il Figlio nel quale Dio si è rivelato per gli uomini. Questo è il frutto di quello che il cristiano ha ricevuto quando ha creduto; è un principio attivo di vita e una luce che viene da Dio per il cammino.

L’apostolo benediceva Dio perché i Tessalonicesi camminavano in tal modo, ed avendo constatato lo stato felice di questi cristiani ch’egli amava di un vero amore, ritorna alla gioia della sua comunione con loro, nella benedizione positiva che aveva apportato la rivelazione di Dio nel loro cuore, per la Parola. Paolo avrebbe ben voluto vedere i Tessalonicesi e godere di questa comunione, intrattenendosi con loro faccia a faccia; ma per tutto il tempo in cui la conoscenza di Dio si acquista soltanto per la Parola, cioè per la fede, per tutto il tempo che il Signore è assente, da questa assenza ne nasce una conseguenza: le gioie si alternano con i combattimenti. Però, quantunque questi combattimenti, secondo il giudizio umano, interrompano tali gioie, le rendono più dolci, più reali, conoscendo il loro carattere celeste e facendo del Signore, di cui non si può essere separato, il centro, il punto comune dove i cuori si uniscono, con la coscienza che sono nel deserto. Si sente che bisogna aspettare una scena ed un tempo, dove il male e la potenza del nemico siano distrutti, e dove Cristo sia in ogni cosa. Beata speranza, santa gioia, potente legame del cuore con Cristo! Quando Cristo sarà tutto, la nostra gioia sarà completa, e tutti i santi ne godranno. Paolo avrebbe voluto ancora vedere i Tessalonicesi, ma Satana l’aveva impedito una ed anche due volte. Il tempo verrà in cui l’apostolo godrà pienamente di essi o del suo lavoro fra di loro, vedendoli in piena possessione della gloria, alla venuta di Cristo.

Aveva già ricordato ai Tessalonicesi quale era stata la sua vita nel mezzo di loro quando egli si era trovato a Tessalonica; la vita cristiana si era sviluppata in lui pienamente nell’amore e nella santità. Era stato fra loro pieno di tenerezza come una madre che allatta il suo bambino, e li amava talmente, che era pronto a dar loro, non solo il Vangelo, ma la sua propria vita; era stato santo e senza biasimo in tutta la sua condotta. Quanta energia di vita e d’affetto sgorgava, per la forza di Dio, da un cuor cristiano come quello dell’apostolo, senza che questo cuore tenesse conto delle conseguenze all’infuori della benedizione degli eletti e la gloria di Dio! È la vita cristiana, quando non si discute nel cuore per incredulità, ma che, forte nella fede, si conta sopra Dio per poterlo servire; così l’amore è libero. Se si è fuori di sé e che vi sia dell’esaltazione, si è interamente con Dio; se si è prudente e pieno di considerazione, è soltanto per il bene degli altri. E quali legami forma quest’energia di vita spirituale! La persecuzione non fa che accelerare l’opera, obbligando l’operaio di andarsene altrove, quando forse sarebbe tentato di godere del frutto dei suoi lavori nella società di coloro che sono stati benedetti per il suo mezzo (parag. cap. 2:2). Il cuore dell’apostolo, quantunque fosse materialmente assento da Tessalonica, rimaneva pur sempre legato ai Tessalonicesi e si ricordava dei suoi diletti, pregava per loro, benediceva Dio per la grazia che era stata loro fatta, assicurandosi con gioia, pensandovi che essi avevano parte alla gloria celeste e divina come gli eletti di Dio (parag. 1:2 e 4; 2:13).

Il legame tra Paolo ed i Tessalonicesi sta fermo; ed il cammino del godimento attuale d’una comunione personale, essendo esteriormente osteggiato, con la permissione di Dio, dai artifizi di Satana, il cuor dell’apostolo si eleva più alto e cerca la piena soddisfazione del suo amor cristiano nel momento in cui un Cristo, presente nella sua potenza, avrà tolto ogni ostacolo e compiuto i disegni di Dio riguardo i santi, nel momento in cui il suo amore avrà portato tutti i suoi preziosi frutti in loro, ed in cui godranno insieme, egli, Paolo, ed i suoi cari figli nella fede, di tutto ciò che la grazia e la potenza dello Spirito avranno prodotto in essi. È verso quel giorno che Paolo, il quale per il momento non poteva soddisfare l’ardente suo desiderio di vederli, porta i suoi sguardi. E notate che se egli rimanda la piena gioia di comunione con loro a quel benedetto momento, si è che il suo cuore era già pieno per sé stesso di quella gioia. La potenza dello Spirito Santo operando secondo verità, porta sempre il cuore verso quel momento: essa spinge l’anima a lavorare in amore nel mezzo di questo mondo; e così fa realizzare l’opposizione che esiste tra le tenebre di questo mondo e la luce divina, sia che queste tenebre prevalgono negli uomini, sia che si manifestano nell’influenza diretta del principe delle tenebre. La potenza dello Spirito fa sempre sentire in tal modo anche con le difficoltà, il bisogno di quel giorno di luce, dove il male non sarà più là per impedire il nuovo uomo di godere di ciò che è buono nella comunione dei diletti di Dio, e sopra ogni cosa per impedirlo anche di godere della presenza del suo Salvatore glorificato che l’ha amato e che, per esercitar la sua fede, gli è per il momento nascosto.

È Cristo che è la sorgente e l’oggetto di tutte queste affezioni; è Lui che le sostiene e le nutrisce, che le trae sempre a Sé per la sua bellezza e per il suo amore, e nelle pene della vita cristiana, porta così il cuore verso il giorno del nostro assembramento con Lui, verso il giorno della sua venuta, dove il cuore sarà libero di occuparsi indefinitamente di tutte le cure dell’amor suo.

Questo pensiero della presenza del Salvatore domina tutto, quando la gioia divina della redenzione in tutta la sua freschezza riempie il cuore. È questo stato d’anima che pensa a Gesù stesso nella sua venuta, che si trova nella nostra epistola: siamo convertiti per aspettarlo (capitolo 1); godremo della comunione dei santi, dei frutti dei nostri lavori, quando Egli ritornerà (capitolo 2); il giorno di Cristo dà al nostro pensiero riguardo alla santità, la sua forza e la sua misura (capitolo 3); il pensiero della venuta del Signore distrugge la pena del cuore che altrimenti accompagnerebbe la morte dei santi (capitolo 4); è per quel giorno che i fedeli sono guardati (capitolo 5). La venuta del Signore, la presenza di Gesù riempie dunque il cuore del credente, là dove la vita sgorga nella sua freschezza; essa riempie il cuore d’una gioiosa speranza il cui compimento brilla davanti ai nostri occhi in una scena di gioia dove tutti i nostri desideri saranno compiuti.

Ma per ritornare alla fine del capitolo 2, il legame che Satana cercava di rompere, interrompendo il godimento della comunione personale, si andava invece fortificando in ciò che il cuor del fedele si attaccava per la fede alla venuta del Signore. La corrente dello Spirito, alla quale era permesso a Satana di mettere questa diga, sviata dal suo letto naturale, non poteva essere fermata, poiché l’acqua scorreva sempre; questa corrente si spandeva in masse che arricchivano tutto attorno ad essa, dirigendosi verso il mare dov’era la pienezza di queste acque, che nutrivano la sorgente donde sgorgava.

Si deve rimarcare qui che i frutti speciali dei nostri lavori non sono perduti, ma si ritrovano alla venuta di Gesù. La nostra principale gioia personale è di vedere il Signore stesso e d’essere simile a Lui: questo è la parte di tutti i santi; ma ci sono dei frutti speciali in rapporto con l’opera che lo Spirito opera in noi e per nostro mezzo: a Tessalonica, l’energia spirituale dell’apostolo aveva condotto un certo numero di anime a Dio, all’aspettazione di Gesù, e ad una stretta unione con sé stesso nella verità. Quest’energia doveva essere coronata, alla venuta di Gesù, per la presenza di queste persone nella gloria, come frutti dei lavori dell’apostolo; in tal modo Dio coronava i costui lavori, rendendo una grande testimonianza alla sua fedeltà per la presenza in gloria di tutti i santi che aveva, per la grazia, condotti a Gesù; e l’amore che aveva agito nel cuor dell’apostolo troverebbe la sua soddisfazione vedendo gli oggetti di quest’amore nella gloria e nella presenza di Gesù; — questi Tessalonicesi, così cari al cuor di Paolo, dovevano essere la sua gloria e la sua gioia. Questo pensiero serviva a stringere ancora di più i legami che già esistevano tra l’apostolo ed i santi di Tessalonica, ed a consolare questi nei suoi lavori e nelle sue sofferenze.
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