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 1a Epistola ai Tessalonicesi cap 3

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1a Epistola ai Tessalonicesi cap 3
John Nelson Darby

Il Dispensatore, 1889-1890
["Studi sulla Parola", "Etudes sur la Parole", "Synopsis of the Bible"]
Or quest’allontanamento forzato dell’apostolo, come principale operaio, senza indebolire il legame tra lui ed i discepoli, formava nuovi legami con altre anime, legami che dovevano consolidare e raffermare la Chiesa, legandola insieme per tutte le giunture. Questo (non essendo ogni cosa, che lo strumento della sapienza e della potenza di Dio) va unito alle circostanze delle quali gli Atti degli apostoli ci danno i principali particolari (Atti 17:16-15).

In seguito alle persecuzioni suscitate dai Giudei, Paolo, dopo un breve soggiorno a Tessalonica, aveva dovuto lasciare questa città e recarsi a Berea; i Giudei di Tessalonica l’avevano seguito fino in quest’ultima città, ed avevano esercitato la loro influenza sui Giudei o sugli altri abitanti di Berea, di modo che i fratelli di lì avevano dovuto mettere Paolo al sicuro. Coloro ai quali fu confidato, lo condussero ad Atene, mentre Timoteo e Sila (o Silvano) restarono per il momento a Berea; ma, seguendo gli ordini di Paolo, lo raggiunsero presto ad Atene. Contemporaneamente una violenta persecuzione scoppiava a Tessalonica, importante città, dove, a quanto pare, i Giudei avevano già esercitato un’influenza abbastanza grande sulla popolazione pagana, che si trovava minata dal progresso del cristianesimo che i Giudei nella loro cecità respingevano con accanimento.

L’apostolo, essendo informato di questo stato di cose da Timoteo e da Sila, si preoccupava del pericolo a cui correvano i suoi nuovi convertiti di Tessalonica di essere scossi nella loro fede per le difficoltà del cammino, difficoltà che incontravano mentre erano affatto giovani nella fede. L’affezione dell’apostolo non poteva aver requie senza mettersi con loro in comunicazione, e già, da Atene, aveva mandato Timoteo per aver delle loro notizie e per raffermarli, ricordando loro che egli aveva già detto mentre era a Tessalonica che dovevano avvenire persecuzioni. Durante l’assenza di Timoteo, Paolo aveva lasciato Atene e se n’era venuto a Corinto, dove Timoteo l’aveva di nuovo raggiunto; ed allora l’apostolo avea ripreso il suo lavoro a Corinto con nuova forza e coraggio (vedere Atti 18:5).

È al ritorno di Timoteo che Paolo ha scritto la lettera che ci occupa. Timoteo gli aveva dato buone notizie, e gli aveva detto il buono stato in cui aveva trovato i Tessalonicesi, facendogli sapere che essi ritenevano fermamente la fede, che desideravano molto di vederlo e che camminavano fra loro nell’amore. Il cuor dell’apostolo, nel mezzo delle sue pene e dell’opposizione degli uomini, fra le afflizioni dell’Evangelo in una parola, si rallegra nell’udire queste notizie. Egli ne è fortificato: poiché se la fede dell’operaio è il mezzo della benedizione delle anime, e la misura, in generale, del carattere esteriore dell’opera, la fede dei cristiani, che sono i frutti di questi lavori e che risponde a questi lavori, è una sorgente di forza e d’incoraggiamento per l’operaio, come pure le preghiere dei santi sono una grande sorgente di benedizione per lui.

L’amore trova il suo alimento e la sua gioia in questo stato delle anime, la fede, ciò che la nutrisce e la fortifica: l’operazione di Dio è sentita nei frutti che essa produce. Io vivo, dice l’Apostolo, se voi state fermi nel Signore (vers. Cool. «Come potremmo, infatti, esprimere a Dio la nostra gratitudine a vostro riguardo — aggiunge egli — per la gioia che ci date davanti al nostro Dio?» (vers. 9). Bello e commovente quadro dell’effetto dell’operazione dello Spirito di Dio, liberando le anime dalla corruzione del mondo e producendo le affezioni più pure, la più grande abnegazione di sé in favore degli altri, la più grande gioia nella loro felicita — felicità divina che si realizza al cospetto di Dio, ed il cui valore si apprezza nella sua presenza dal cuore spirituale che si tiene abitualmente a Lui vicino, e che da parte di questo Dio d’amore, è stato lo strumento della benedizione che è la sorgente della sua gioia.

Quale legame è quello dello Spirito! Come è dimenticato l’egoismo nella gioia di simili affezioni! L’apostolo, animato da quest’affezione, che invece di stancarsi s’accresce per il suo esercizio e per la soddisfazione che riceve nella felicità altrui, desidera rivedere i Tessalonicesi, e ciò tanto più che questi erano così sostenuti [nelle loro prove]; egli non cerca ora di raffermarli, ma a edificare su ciò che era già stabile, ed a completare il loro insegnamento spirituale, comunicando loro ciò che ancora mancava alla loro fede. Ma era ed ha dovuto essere operaio e non signore (è ciò che Dio ci fa sentire), e dipendere interamente da Dio per l’opera sua e per l’edificazione degli altri. Infatti, trascorsero molti anni prima che Paolo rivedesse i Tessalonicesi; ha dovuto restare molto tempo a Corinto dove il Signore aveva un gran popolo; ha di nuovo visitato Gerusalemme, poi tutta l’Asia Minore dove aveva lavorato prima; dall’alto paese dell’Asia Minore è venuto ad Efeso dove è rimasto circa tre anni, ed infine ha riveduto i Tessalonicesi, quando ha lasciato Efeso per recarsi a Corinto, prendendo la strada di Macedonia per evitare di passare a Corinto prima che l’ordine fosse ristabilito fra i cristiani di questa città.

Che Dio stesso (così s’esprimeva il desiderio dell’apostolo e la sua sottomissione alla volontà divina) che Dio stesso «ci appiani la via per venire da voi». L’augurio dell’apostolo non è vago, si rimette a Dio come al suo Padre — sorgente di tutte le sue sante affezioni. Dio è divenuto il nostro Padre e dispone tutto per il bene dei suoi figli, secondo quella perfetta sapienza che abbraccia tutte le circostanze e tutti i suoi figli ad un tempo. «Dio stesso, nostro Padre», dice egli (vers. 11). Ma un altro pensiero si presenta allo spirito dell’apostolo esprimendo questi voti, un pensiero che certamente non è mai in conflitto con quello che abbiamo appena segnalato, poiché Dio è uno; ma un pensiero che ha un altro carattere meno individuale di questo: — «e il nostro Signore Gesù [Cristo]», aggiunge. Cristo è Figlio sulla sua propria casa, ed oltre la gioia e la benedizione delle affezioni individuali, c’era a considerare per Paolo, il progresso, il benessere e lo sviluppo di tutta la Chiesa. Queste due parti del cristianesimo, cioè i nostri rapporti individuali col Padre, ed il benessere dell’insieme della Chiesa, agiscono certamente l’una sull’altra.

Là dove l’operazione dello Spirito è piena ed affatto libera, il benessere della Chiesa e le affezioni individuali sono in armonia; se c’è un difetto nell’una o nell’altra di queste due sfere d’azione, Dio impiega il difetto stesso per agire potentemente nell’altra. Da una parte, se l’insieme della Chiesa è debole, la fede individuale è esercitata in un modo particolare e s’appoggia più immediatamente su Dio. Non troviamo gli Elia e gli Elisei sotto il regno di Salomone. D’altra parte, certe cure prodigate alla Chiesa, secondo la vera energia della sua organizzazione spirituale, raffermano la vita e risvegliano le affezioni spirituali nei membri addormentati. Ma le due cose sono differenti l’una dall’altra; perciò l’apostolo a «Dio, nostro Padre» aggiunge «e il nostro Signore Gesù [Cristo]», che come abbiamo detto (secondo Ebrei 3) è Figlio sulla sua propria casa. È un gran bene che il cammino dei nostri piedi dipenda dall’amore d’un Padre che è Dio stesso, e che agisce secondo le tenere affezioni espresse da questo nome di Padre, e che il benessere della Chiesa dipenda dal governo d’un Signore come Gesù, che l’ama d’un amore perfetto, e che, sebbene abbia preso questo posto di Capo dei Suoi, è il Dio che ha fatto tutto, l’uomo che ha ogni potenza nei cieli e sulla terra, e che considera i cristiani come gli oggetti delle sue fedeli ed incessanti cure, che egli dispensa per condurre la Chiesa a sé stesso, nella gloria, secondo i consigli di Dio.
Tale era dunque il primo voto dell’apostolo; tali erano coloro ai quali egli pensava, facendo questo voto. Intanto Paolo doveva lasciare i suoi cari Tessalonicesi alle cure immediate del Signore, dal quale egli stesso dipendeva (parag. Atti 20:32). È verso il Signore dunque che egli rivolge il suo cuore. Che Dio, dice egli, mi addirizzi un cammino per andare a voi. Il Signore vi accresca e faccia abbondare in carità gli uni verso gli altri ed verso tutti (vers. 11-12). Ed anche il cuor dell’apostolo poteva presentare la sua affezione per i Tessalonicesi come modello dell’amore che costoro dovevano avere per gli altri. Questa potenza d’amore mantiene il cuore nella presenza di Dio e gli fa trovare la sua gioia nella luce di questa presenza; poiché Dio è amore, e l’esercizio dell’amore nel cuor del cristiano (frutto della presenza e dell’operazione dello Spirito) è, di fatto, l’effetto della presenza di Dio, e, nello stesso tempo, ci fa sentire questa presenza tenendoci così davanti a lui e mantenendoci in una comunione con lui di cui si ha la coscienza intima nel cuore. L’amore può soffrire e mostrare la sua forza soffrendo; — ma noi parliamo dell’esercizio spontaneo dell’amore verso gli oggetti che Dio gli presenta.

Or così essendo lo spiegamento della natura divina in noi e ciò che mantiene il cuore nella comunione di Dio, l’amore è il legame della perfezione, il vero mezzo della santità, quando quest’amore è reale. Per esso il cuore è tenuto lungi dalla carne e dai suoi pensieri, nella pura luce della presenza di Dio, e ne fa godere l’anima. Perciò l’apostolo, aspettando il momento di poter dare loro più di luce, domanda per i santi di Tessalonica che il Signore accresca l’amore in essi per «rendere i vostri cuori saldi, irreprensibili in santità davanti a Dio nostro Padre, quando il nostro Signore Gesù verrà con tutti i suoi santi» (vers. 12-13). Qui troviamo di nuovo i due grandi principi di cui si è parlato alla fine del capitolo primo: Dio nella perfezione della sua natura, ed il Signore Gesù nell’intimità delle sue relazioni con noi — Dio, però, come Padre, e Gesù come Signore. Noi siamo davanti a Dio, e Gesù viene con i suoi santi. Egli li ha condotti alla perfezione, sono con lui, e così davanti a Dio stesso nella relazione di figli.

Notate pure che tutti i pensieri, le esortazioni ed i voti dell’apostolo si riferiscono alla speranza del ritorno di Gesù. Il suo ritorno formava l’oggetto d’un’aspettazione attuale o presente; se i Tessalonicesi erano stati convertiti per servire Dio e per aspettare dal cielo il suo Figlio (capitolo 1:9-10), tutto si riferiva per essi al meraviglioso momento in cui sarebbe venuto. Ciò che costituisce la santità, allora si mostrerà, quando saranno davanti a Dio e che i santi saranno col loro Capo. Allora manifestati con Lui nella gloria, godranno pienamente dei frutti dei loro lavori e della rimunerazione dell’amore nella gioia di tutti coloro che avranno amato.
La scena che compierà l’opera, si presenta qui in tutta la sua portata normale: si è davanti a Dio nella sua presenza dove la santità è manifestata tale qual’è nel suo vero carattere per la perfetta comunione con Dio nella luce. È in questa luce che verrà manifestato come questa santità si riferisca alla natura di Dio ed alla sua presenza quando è senza velo, e come questa manifestazione sia in rapporto con lo sviluppo d’una natura in noi che ci mette per la grazia in relazione con lui.

«Irreprensibili, dice egli, in santità» — e «in santità davanti a Dio». Dio è luce. Quale immensa gioia; quale potenza di sapere che noi, per la grazia, già nel tempo presente, gli siamo manifestati! Ma soltanto l’amore, conosciuto in Lui, può produrre questo effetto in noi.

A «Dio» sono aggiunte le parole «nostro Padre»: questa relazione col nostro Dio è una relazione conosciuta e reale, che ha il suo carattere proprio, una relazione d’amore. Essa non è una cosa da acquistare, e la santità non è il mezzo per acquistarla: la santità è il carattere della relazione nella quale noi siamo con Dio, come i suoi figli, resi partecipi della natura divina. La santità è la rivelazione della perfezione di questa natura in Lui in amore. L’amore stesso ci ha dato questa natura e ci ha posti in questa relazione, la santità pratica è il suo esercizio in comunione con Dio; cioè questa santità pratica prende la sua forma ed acquista la sua forza per la rivelazione di Dio all’anima quand’essa si trattiene con lui nella sua presenza secondo l’amore che conosciamo in tal modo. Or quest’amore è Dio stesso, che si è rivelato per noi in Cristo.

Ma il cuore non è solo in questa gioia ed in questa perfezione: molti santi ne godranno insieme, e non solo i santi — Gesù stesso prenderà parte alla nostra gioia. Egli verrà, sarà presente, e non solo Lui che è il Capo, ma tutti suoi santi con Lui. Questa manifestazione di Gesù con tutti i santi sarà il compimento delle vie di Dio verso coloro che aveva dato a Cristo: Lo vedremo nella Sua gloria, quella gloria che ha assunto in rapporto coll’opera Sua per noi; vedremo tutti i santi nei quali sarà ammirabile.

Notate anche che l’amore fa sormontare le difficoltà, le persecuzioni, lo spavento che il Nemico cerca di produrre nei nostri cuori: occupati di Dio, felici in Lui, il peso delle afflizioni non si fa sentire. La forza di Dio è nel cuore, il cammino si lega sensibilmente all’eterna felicità di cui si gioisce con Lui, e le nostre pene, per grandi che siano, non sono che «una nostra momentanea, leggera afflizione» (2 Corinzi 4:17). E non solo la sofferenza è relativamente leggera, ma si soffre inoltre per Cristo. Soffrire in tal modo con Lui è una gioia che aumenta l’intimità della nostra comunione con Lui, se sappiamo apprezzare Cristo, e tutto è rivestito della gloria e della liberazione che si trovano alla fine — «quando verrà con tutti i suoi santi».

Leggendo questo passo, non si può fare a meno che essere colpiti del modo immediato e vivente con cui la venuta del Salvatore è legata alla vita pratica e ordinaria, di modo che la luce perfetta di quel giorno manda il suo chiarore sul cammino giornaliero del tempo presente. I Tessalonicesi dovevano essere, per l’esercizio dell’amore, raffermati nella santità davanti a Dio alla venuta di Gesù. Questo giorno era atteso, da un momento all’altro, come l’unica fine in prospettiva della vita cristiana giornaliera. Come mette l’anima nella presenza di Dio quest’aspettazione! Inoltre, come già si è notato in parte, si vive in una relazione conosciuta con Dio, che dà luogo a questa confidenza. Egli era il Padre dei fedeli di Tessalonica; ed è il nostro. In quest’aspettazione di Cristo, la relazione dei santi con Gesù non è meno realizzata: i santi sono i Suoi santi; essi tutti vengono con Lui, e sono associati alla Sua gloria. C’è nulla di dubbioso in quest’espressione. Gesù il Signore, venendo con tutti i suoi santi, non lascia pensare a nessun altro avvenimento che al Suo ritorno in gloria. Allora sarà anche glorificato nei suoi santi che l’avranno già raggiunto per essere sempre con Lui: questo sarà il giorno della loro manifestazione, come della Sua.

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