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 Lettera sui limiti della scienza

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teofilo
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MessaggioLettera sui limiti della scienza

Lettera sui limiti della scienza
John Nelson Darby

Il Dispensatore, 1889
Caro fratello,

Si trova maggior profitto di prendere semplicemente le Scritture per quelle che sono: La Parola di Dio, che di occuparsi dell’incredulità dell’uomo. «Poiché il mondo non ha conosciuto Dio mediante la propria sapienza, è piaciuto a Dio, nella sua sapienza, di salvare i credenti con la pazzia della predicazione» (1 Corinzi 1:21) — tal’è il vero fondamento delle anime nostre. «Chi crede nel Figlio di Dio ha questa testimonianza in sé; chi non crede a Dio, lo fa bugiardo» (1 Giovanni 5:10). Se oggi l’uomo non s’inchina davanti a ciò che Dio dice, Dio gli mostrerà più tardi che l’evidenza della verità è stata sufficiente in Cristo e nella sua Parola, di modo che questo rigetto fa vedere ciò che Egli è; e bisognerà pur bene che si inchini innanzi ad essa, nel giorno di cui è scritto: «la parola che ho annunciata è quella che lo giudicherà nell’ultimo giorno» (Giovanni 12:48).

Ma sappiamo tutti che l’incredulità s’insinua ovunque, e che un gran numero di giovani cristiani, nei loro laboratori, nei loro uffici ed altrove, ne sono attorniati ed assediati come sta scritto: «il perverso non conosce vergogna» (Sofonia 3:5). V’invio dunque qualche nota brevissima, non per entrare nella discussione di questo soggetto, ma per indicare soltanto alcuni principi generali che potrebbero essere utili a coloro che si trovano impegnati in questa lotta — principi che assegnano alla scienza i suoi veri confini
La scienza si occupa di fenomeni, di ciò che lo spirito dell’uomo è capace di conoscere con la percezione. Essa può analizzarli minutamente, con la massima esattezza, può scoprire che essi sono governati regolarmente da leggi generali; per l’universalità di certi fenomeni, può scoprire un principio generale che agisce in tutti; può anche constatare che certi fenomeni sono sempre la conseguenza di altri fenomeni, cioè che, allorché questi ultimi appariscono, sono seguiti (se nessuna forza esteriore viene ad opporsi) da quelli che ne sono la conseguenza normale. Vi sono dei fatti costanti, vi sono dei fatti che derivano da altri fatti e che li seguono, come regola generale, con una tale regolarità, che essa costituisce una legge naturale.

Un gran numero di questi fatti, come pure delle relazioni che li uniscono, senza dubbio non sono ancora stati osservati, e, come principio, io non conosco limiti alle scoperte che si riferiscono all’ordine della natura. Però la scienza non può andar oltre; essa ha per oggetto dei fenomeni, cioè il corso della natura tal quale l’uomo lo percepisce, e non potrebbe andare più in là.

Di questi fenomeni, quando si ripetono con sufficiente frequenza per acquistare un carattere d’universalità, la scienza potrà spesso rimontare alle cause che le hanno prodotte e che le riproducono regolarmente, o a qualche principio generale uniforme, come quello della gravità; c’è dunque, relativamente al corso della natura, delle leggi generati o delle cause produttrici; ma il modo con cui se ne parla è abitualmente scorretto: sembra si creda che si tratta d’una successione di nuovi prodotti, ciò che nella maggior parte dei casi non è esatto.

Supponiamo, per esempio, che uno di questi principi generali, quello della gravità, o dell’elettricità, o dell’azione degli acidi su certe sostanze, sia stato scoperto; qui non c’è successione o serie di prodotti nuovi, ma solamente la costanza d’un fatto, come nel movimento dei corpi celesti; oppure, quando certe sostanze son messe in contatto di certe altre, si hanno effetti uniformi prodotti, vengono formate nuove combinazioni, ecc.; — ma v’è nulla in ciò che rassomigli ad una successione di prodotti nuovi. Non intendo però asserire che ogni cosa prodotta proceda da un antecedente, questo da un altro, e così di seguito; no, questo prova soltanto che ci sono certe leggi generali che reggono ciò che esisto, e che queste leggi descrivono abitualmente un’azione uniforme, o forse costante.
Adams o Leverrier potevano affermare l’esistenza d’un pianeta ancora invisibile in un punto determinato, in causa di certe perturbazioni nel movimento di Nettuno, e la loro ipotesi si è verificata . È così che Kepler ha scoperto le orbite ellittiche, la legge degli spazi eguali percorsi in tempi eguali, ecc., mentre la chimica ci rivelava che i corpi si combinano sempre secondo proporzioni definite. In altri termini, si è scoperto che certe regole ben ordinate — chiamate anche leggi generali — che reggono le operazioni di tutte le forze dell’universo visibile, erano di natura costante . Ciò che esiste si muove con regolarità, oppure, quando si presenta l’occasione, una stessa causa produce gli stessi effetti: non è mica, ripeto, una successione di cause produttrici; ma un’azione uniforme di ciascuna di esse, in modo che noi possiamo calcolare anticipatamente l’effetto che seguirà se nulla vi si oppone. Ma questo è tutto. La scienza ci fa conoscere le leggi generali che governano ciò che esiste, ma bisogna che queste cose esistano già.
La scienza non va dunque oltre i fenomeni e consiste, per così dire, a generalizzarli sotto una legge uniforme. Ma prima dell’ordine seguito dalle cose che sono, è stato necessario che queste cose esistessero, sebbene quest’ordine abbia potuto cominciare con la loro esistenza. Ma questo ordine delle cose soltanto è il soggetto, il principio generale della scienza. L’esistenza stessa, e probabilmente anche la legge che la governa, sono prima che le ricerche della scienza possano cominciare; l’ordine delle forze della natura ed i fenomeni esisteva già quando queste ricerche hanno cominciato e formano l’unico soggetto delle teorie scientifiche. La scienza non ci dice nulla, non può assolutamente dirci nulla intorno all’esistenza, né della sorgente delle leggi che governano le forze della natura e di cui scorgiamo gli effetti: il suo dominio non è là.

Sono numerosi, numerosissimi coloro che hanno approfondito le scienze, molto più di quanto lo abbia fatto io; questo non è il mio studio, ed imparerei da essi una moltitudine di fatti interessanti, ma non potrebbero indicarmi meglio di quanto lo sappia, qual’è il dominio della scienza e la sua, vera sfera; su questo punto posso giudicare tanto come loro — forse meglio — perché tali studi non sono per me un idolo.

La scienza, abbiamo detto, non si occupa che dei fenomeni, nello scopo di scoprire i fatti e le leggi che li reggono, ma le sue investigazioni non portano al di là dell’attuale operazione uniforme (quand’essa ha luogo) di ciò che esisteva prima che la scienza potesse cominciare le sue ricerche. I sapienti, quando lavorano a districare una legge di fatti che hanno osservato, sono costretti d’ammettere questa verità; la scienza giungerà spesso a scoprire le leggi delle cose che esistono, ma giunta là, dovrà fermarsi: per l’esistenza di queste cose, essa non ha legge. Quantunque io rispetti la loro capacità nel fare queste investigazioni che hanno una grande attrattiva per l’intelligenza, dal momento ch’essi vogliono oltrepassare i limiti che son loro imposti, non sono più che il «sutor ultra crepidam»(*) che è la risposta del celebre scultore di Rodi al calzolaio che gli aveva fatto un’osservazione su un particolare imperfetto della calzatura nel marmo della statua, ma che, fiero d’aver corretto l’opera del grande artista, e volendo in seguito giudicarne l’opera, mostrò che, dopo tutto, non era se non un ciabattino che usciva dai limiti del suo mestiere. È in questo modo che i sapienti han nulla a che fare con l’esistenza della creazione, o delle leggi che la governano; possono sottomettere al loro esame le leggi delle cose create, quando esistono, ma ogni volta che essi vogliono andare più lungi, li fermo con le parole dello scultore di Rodi.
Le loro scoperte, però, mi conducono ad un secondo punto che con i loro studi e con la loro costante occupazione in cose secondarie, hanno anche oscurato, mentre coloro che non hanno lo spirito scientifico lo afferrano con maggior semplicità e chiarezza. Che un sapiente incontri un contadino il quale stia conducendo il suo carro e si sforzi di dimostrargli che nessuno ha costrutto il suo veicolo; nello spirito di questo povero uomo, vi apporterà la follia e non la scienza. Potrebbe descrivergli le curve prodotte da un punto della circonferenza della ruota nel suo movimento di rotazione, potrebbe dimostrargli i principi secondo i quali il carico si ripartisce sulle differenti parti del veicolo, le leggi che presiedono alla trazione, l’influenza su quest’ultima dell’eguaglianza o dell’ineguaglianza delle ruote, e molte cose di più. Vada pur anche a spiegargli che il colpo di frusta agendo sulla groppa dei cavallo, eccita i nervi centripeti la cui azione si fa sentire sulle cellule — o gruppo di cellule — nel cervello dell’animale, e per qualche misteriosa azione riflessa stimolano i nervi motori efferenti in modo da mettere in movimento, nell’ordine voluto, le gambe dell’animale e a far proseguire il carro... il mio povero uomo non persisterà meno nel credere che il suo carro è stato fatto da qualcuno, che è stato costrutto con uno scopo determinato, per trasportare grano, fieno od avena, secondo il caso; forse nella sua ignoranza, persisterà anche ad immaginarsi che il cavallo è stato creato, quantunque l’abbia veduto nascere, e che sia stato fatto affinché egli, povero contadino ignorante, con la sua frusta in mano, potesse dominarlo e servirsene; ed io non credo che abbia proprio tutti i torti.

Ma entriamo direttamente nella questione. La scienza non ci presenta alcuna successione di fatti prodotti; essa non può mostrarci che l’azione ininterrotta, universale ed uniforme, di forze che agiscono abitualmente in un modo costante , ciò che permette di stabilire una legge fissa e generalo dei fenomeni, di determinare gli effetti (sempre identici, nelle stesse condizioni) di certe sostanze chimiche, ecc.; ma la conoscenza di questi fenomeni fa necessariamente intervenire il principio della causalità. E questo è quanto esprime un filosofo, dicendo: «Tutti i fenomeni, senza eccezione, che cominciano ad esistere, tutti, salvo le cause prime, sono effetti immediati o lontani di questi fatti primitivi o di qualcuna delle loro combinazioni». Ma questo è precisamente ciò che la scienza non ha il diritto di dire; essa può soltanto affermare: «È così che le cose avvennero durante tutto il corso delle osservazioni alle quali abbiamo sottomesso la natura materiale; e ammettiamo per induzione che deve avvenir lo stesso ogni volta che agiscono cause simili, e che ad uno stesso effetto corrisponde un’identica causa». — Null’altro.
Ma il principio di causalità — che lo spirito dell’uomo ammette per intuizione, poiché senza di esso non potrebbe immaginarsi il principio del suo essere — è stabilito scientificamente dall’incredulità stessa, come necessario all’esistenza materiale, come essendo la condizione naturale delle cose che hanno un principio. Non può pensare diversamente. Dunque, come induzione scientifica, questo principio è necessario alla prima apparizione dell’esistenza materiale e delle leggi fisse che la reggono. C’è dunque una potenza creatrice. È vero che ciò mi conduce al principio dell’esistenza assoluta, un’altra cosa ch’io non posso comprendere, e per la stessa ragione, poiché essa esiste senza causa; ma ciò vuol soltanto dire che l’uomo non può comprendere ciò che è al di là della sua sfera; se lo potesse, non sarebbe un uomo, cioè un essere finito.

In altri termini, la scienza, deve fermarsi a ciò che le appartiene, cioè al corso ed all’ordine del cosmos, dell’universo sottoposto alle leggi della natura — e non può mai andare piè in là. Sa che vi deve essere, in ogni cosa, una causa prima od originaria; poiché ogni cosa è — e deve essere — nella sua sfera, l’effetto di una certa causa; se è così, l’esistenza della materia stessa e le sue leggi, hanno egualmente la loro; ma cosa sia questa causa prima, e come essa sia, (or non deriva da nulla, oppure non sarebbe prima) la scienza, non può dircelo. Ciò è affatto naturale, o non le ne faccio un rimprovero; ma nessuna affermazione — voglio dire nessuna asserzione valevole, poiché l’ignoranza non teme d’affermare spesso e molto — nessuna affermazione valevole potrebbe essere basata sull’ignoranza. La scienza, dunque mi convince, stando a quello che sa, che le cose esistenti e che formano l’oggetto delle sue investigazioni, devono procedere da una causa prima; ma è — e deve essere — in una completa ignoranza sulla natura di questa causa: essa, non può nemmeno concepirla, poiché ciò non entra nella sfera della conoscenza umana.
L’incredulità vorrebbe sopprimere il Creatore; la sua intenzione si rivela nel suo stesso pensiero. I filosofi parlano, è vero, di «cause prime», di «fatti primitivi», dello «stabilimento delle cause permanenti»; ma ciò prova soltanto che sono costretti di ricorrere a ciò che è primo, permanente, a ciò che esiste da sé stesso. Uno di questi sapienti ci dice fra le altre cose, che dobbiamo ammettere una causa prima, la cui natura non può essere determinata né con la logica, né con la scienza: «Siamo adunque condotti ai piedi del muro da un metodo che è assolutamente incapace di penetrare il mistero che si nasconde dall’altra parte»; lo stesso autore aggiunge: «Possiamo dare a questa dottrina il nome di ateismo logico o negativo». Capisco benissimo; poiché questo scrittore, sebbene partigiano dell’evoluzione, non nega la rivelazione, anzi si dichiara persino cristiano; ma il suo metodo non è corretto, non è logico, poiché pretende pensare a ciò che è dall’altra parte del muro, mentre non vede e non sa nulla. Nel nome d’un tale sistema, non si ha nemmeno il diritto di negare, ma di dire soltanto: io non so, la conoscenza di tali questioni non entra nella mia sfera; sono ignorante, ed ecco tutto; lascio questo soggetto all’intuizione ed alla rivelazione per le quali tutto è semplice. Ora, in realtà, andiamo più lontano, poiché lo spirito dell’uomo conclude che vi deve essere una causa, ch’egli chiama la natura.

Che lo spirito dell’uomo non possa sorpassare sé stesso, è un principio elementare; altrimenti cesserebbe d’essere lo spirito dell’uomo. Non può giungere fino a Dio da poter conoscere e comprendere ciò ch’Egli è; se lo potesse, Dio non sarebbe più Dio, l’uomo non sarebbe più l’uomo. L’asserzione di Cicerone: che la verità ci è soggetta come la materia, non può in nessun modo tener conto di Dio; essa toglie affatto Dio e l’uomo dal loro posto, e quantunque ci resti un sentimento innato dell’esistenza del Creatore, di fatto è che l’uomo non l’ha mai conosciuto con le sue proprie forze.

Il punto più elevato della sua conoscenza è un «Dio sconosciuto» (Atti 17:23). Non è così della coscienza; ma la coscienza non è la scienza; abbiamo chiaramente stabilito che questa non può spiegare l’esistenza con leggi generali, dal momento che gli oggetti sottomessi a queste leggi devono esistere per obbedir loro; essa è obbligata ad ammettere il principio della causalità; l’uomo l’ammette necessariamente; in tal modo è condotto alla nozione d’una causa prima, ma non è la scienza che ci conduce qua; essa studia le leggi generali, ma queste leggi esistevano prima ch’essa avesse cominciato il suo lavoro; la scienza può dunque constatare ciò che sono quand’esse esistono, ma qui si ferma.
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