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 Sarà salvata partorendo figliuoli

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060715
MessaggioSarà salvata partorendo figliuoli

Sarà salvata partorendo figliuoli1 Tim. 2:15
di Roberto Bracco


Questo è uno di quei tanti versi della scrittura che viene usato più per accendere discussioni che non per ricevere ammaestramento cristiano. Eppure Iddio non ci ha dato nessuna parte della sua parola per farne motivo di oziose discussioni perché “tutta la scrittura è utile per insegnare e correggere…affinché l’uomo di Dio sia intero…” (2 Tim. 3:16-17).

In questo verso è contenuta una lezione cristiana che è necessario ricevere con umiltà e fede. Bisogna dire, naturalmente, che questa lezione non è per tutti e neanche per tutte, ma esclusivamente “per le donne coniugate”.

Ma procediamo per ordine e meditiamo attentamente questo verso tanto discusso.

Dobbiamo iniziare l’esame dal verso 12 che inizia con le parole: “Io non permetto alle donne d’insegnare, né di usare autorità sopra il marito…”.

Da queste parole l’apostolo inizia il suo ragionamento esortativo col quale ordina la sottomissione della moglie al marito ed il verso che noi esaminiamo rappresenta esattamente la conclusione del suo insegnamento e della sua esortazione.

Paolo quindi, come abbiamo già detto, non si rivolge a tutte le donne, ma scrive soltanto a quelle che hanno il ministero di moglie e di madre; la lezione che egli espone ha lo scopo altissimo di far conoscere i doveri cristiani della più intima vita coniugale.

Se l’esame accurato del passo nel quale si trova il verso ci fa chiaramente comprendere che l’apostolo vuol dare un insegnamento spirituale alla donna cristiana maritata, possiamo concludere che egli non vuole affatto affermare, come alcuni hanno pensato, che la salvezza della donna derivi dalla sua fecondità. Per Paolo la salvezza deriva esclusivamente dalla grazia di Dio e quindi le donne cristiane sono gradite al Signore indipendentemente dal loro stato civile; nubili o maritate, con figliuoli o senza figliuoli, tutte sono salvate per quella “grazia” che viene conservata dall’ubbidienza, dalla fede e dalla sottomissione.

Anzi, altrove l’apostolo giunge fino ad affermare che la posizione della donna nubile è una posizione privilegiata nella vita cristiana (1 Cor. 7:38).

Paolo, ripetiamo, non vuole parlare della superiorità delle donne che hanno figliuoli su quelle che non hanno figliuoli, ma vuole impartire una preziosa lezione cristiana. La donna deve imparare la lezione per compiere quello che il suo dovere di moglie e di madre cristiana le impone. Non soltanto, come dice Paolo, deve vestire onestamente con modestia e verecondia e non soltanto deve essere umile e soggetta al proprio marito, ma deve anche accettare con sottomissione e gioia il suo nobile e duro compito di madre.

Deve! E’ una cosa che appartiene a lei, una cosa nella quale non può mancare la “sua volontà”. E’ necessario insistere su questo concetto perché il verso di Paolo sia rettamente interpretato: non ci troviamo di fronte ad una circostanza che può verificarsi e può non verificarsi indipendentemente dalla volontà della donna, ma ci troviamo di fronte ad un’azione che può essere compiuta liberamente come atto di fedeltà cristiana.

Alcuni invece hanno pensato che l’apostolo abbia voluto affermare che i meriti di una donna possono essere misurati dal numero dei figliuoli e quindi quelle mogli alle quali la natura ha negato la gioia della maternità, non hanno meriti davanti a Dio.

Paolo non voleva dire questo e noi pensiamo infatti che un credente non ha mai meriti da presentare a Dio, ma se per meriti intendiamo ubbidienza e fedeltà, è chiaro che una donna feconda, non ha nulla di più, dal punto di vista cristiano, di una donna infeconda o di una donna nubile. Ripetiamo: questo verso di Paolo non vuole stabilire una differenza spirituale sulla base di una differenza fisica, ma vuole semplicemente porgere un insegnamento, che, al pari degli insegnamenti dati prima, fa appello alla volontà, alla sottomissione e all’ubbidienza della donna maritata.

Il primo punto di questa lezione riguarda l’accettazione della maternità; la donna deve essere pronta a divenire madre, deve essere pronta ad accettare questo dovere in sottomissione alla volontà di Dio. Con questa accettazione la donna maritata riconosce umilmente anche la volontà e la decisione del proprio marito che è stato costituito “capo della sua vita”.

Un autore cristiano scriveva recentemente che la prolificazione deve essere decisa dalla donna e che nessun marito ha il diritto di rendere madre una moglie che non desidera divenire madre. Noi non vogliamo affermare che il marito possa essere un violento ed un prepotente sopra la moglie e tanto meno vogliamo sostenere che la prolificazione debba essere il risultato incontrollato di una incontinenza maschile, ma non possiamo dar ragione alla tesi del citato scrittore cristiano perché ci sembra che il primo insegnamento che appare nelle parole del nostro versetto riguarda proprio la sottomissione della donna alla volontà e alla decisione dell’uomo.

Non è la moglie che deve stabilire quando il marito può diventare padre, ma è il marito che deve decidere quando la moglie deve diventare madre. E’ logico che nel Signore questo si realizza sempre nel pari consentimento perché un marito non abuserà mai della moglie ed una moglie sinceramente cristiana si sottometterà sempre al marito e non pretenderà che egli vada contro i dettami della sua coscienza.

Il medesimo autore, per sostenere la sua tesi, cita, nel suo libro, il caso di una donna spaventata dal pensiero della maternità, che riuscì ad ottenere dal futuro marito la promessa che non la avrebbe resa madre se non quando lei stessa lo avesse voluto; la donna fu invece delusa dall’agire del marito che non tenne in nessun conto la promessa e che perciò attirò sopra di sé lo sdegno e il risentimento della moglie. Naturalmente l’autore si scaglia violentemente contro il marito senza esitazione e senza riserve.

Noi non vogliamo dar ragione a quel marito perché non è giusto fare una promessa che non si ha intenzione di mantenere; però vogliamo aggiungere che una donna che pretenda dal futuro marito una promessa impegnativa a non renderla madre è una donna che non ha nessun diritto di contrarre matrimonio.

Sarà salvata divenendo madre! Il primo comandamento espresso da questo verso ci parla chiaramente della sottomissione della donna all’uomo per quanto riguarda la maternità. Tutta la Bibbia è concorde nel presentare l’uomo come il capo della donna in ogni cosa, ma particolarmente nella prolificazione. La moglie è “la collaboratrice” dolce, soave, eroica, ma sottomessa di colui che più direttamente deve rispondere a Dio della vita familiare.

In queste parole c’è anche un secondo punto della lezione: la sottomissione al grande piano di Dio. Iddio ha dato all’uomo la fatica e la lotta del lavoro e ha dato alla donna il dolore della maternità; l’uomo che fugge il lavoro fugge dal piano divino e la donna che rifiuta la sofferenza della maternità rifiuta l’eredità di Dio al genere umano. E’ una eredità ingrata, pesante, ma è una eredità che viene dal cielo, è l’eredità della gravidanza, del parto, dell’assistenza, dell’allattamento, quindi l’eredità del dolore, della rinuncia, del sacrificio.

La donna che accetta tutto questo con umiltà sincera e con dedizione assoluta, partecipa a quell’atto di espiazione universale che siamo chiamati a compiere cotidianamente, ma soprattutto compie un’offerta di deferenza e di sottomissione a Dio.

Iddio vuole essere onorato da un popolo che sappia, in ogni manifestazione di vita, essere diverso dagli altri popoli. Un popolo che anche di fronte ai compiti più ingrati e ai doveri più duri sappia operare “per il Signore” con umiltà gioiosa e con entusiasmo sincero. Quindi Iddio vuole essere onorato da quelle donne che anche quando tutte le altre cercano di fuggire il sacrificio, la sofferenza, la responsabilità, accettano il loro nobile ministero femminile nel dolore sublime della maternità generosa.

Ma oltre ai due punti illustrati la lezione contenuta nel verso di Paolo ha un terzo aspetto non meno importante dei precedenti. “Divenire madre” vuol dire divenire collaboratrice di Dio; collaboratrice di Dio nella nascita di anime preziose e collaboratrice di Dio nell’educazione e nella formazione di quei figliuoli che ogni madre deve “cercare di condurre” alla verità e alla salvezza.

La donna deve accettare il matrimonio non come appagamento dei piaceri più superficiali che il matrimonio può offrire, ma come accettazione di una missione sublime; deve altresì riconoscere che in questa missione la maternità si trova al centro. E’ stato detto da un uomo di Dio che dietro “ogni grande servitore dell’Eterno c’è o c’è stata una moglie santa o una madre santa”.

Quest’affermazione è profondamente vera perché è vero che una moglie ed una madre hanno un compito elevatissimo come collaboratrici ed educatrici.

Una madre fedele al ministero ricevuto si sentirà felice non soltanto di portare nel seno delle creature di Dio e non soltanto di dare dolorosamente alla luce dei figliuoli, ma anche ed anzi soprattutto di continuare la sua dolce fatica materiale e spirituale per inculcare fede, conoscenza, amore a tutti quei figliuoli che Iddio avrà posto fra le sue braccia.

Anna, madre di Samuele, Elisabetta, Maria, Loide, Ruth, Appia… e tanti altri nomi biblici ci spiegano il perchè lo Spirito Santo, per Paolo, ci ha detto: “sarà salvata partorendo figliuoli…”.

Crediamo di aver concluso, ma comunque ripetiamo: – Paolo non ci ha voluto dire che la salvezza della donna dipende dalla sua fecondità; non ci ha voluto dire che una donna che non abbia figliuoli non fa parte del popolo cristiano; ma ci ha voluto insegnare che l’approvazione divina deve essere cercata da ogni donna maritata, nella sottomissione completa al proprio marito, nell’assolvimento eroico del compito di madre, nell’accettazione dei dolori e dei sacrifici della maternità.

La donna deve accettare, nella sfera del cristianesimo, come un dovere sacro, i dolori della gravidanza e del parto, i sacrifici dell’assistenza l’impegno dell’educazione sociale, morale e spirituale della prole.

Questi sono i diversi compiti riservati alla donna e questi sono i compiti nei quali la donna può trovare i più profondi motivi di fedeltà a Dio.
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