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 I talenti

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I talenti

(Matteo 25: 14-30)

Un uomo, partendo per un viaggio, chiama i suoi servitori e affida loro i suoi beni. Notiamo che questa parabola non ci parla di quelli che essendo ancora nei loro peccati non appartengono a Cristo; a questi bisogna che il Signore rimetta il debito (Matteo 18: 27). Non si può servire il Signore prima di appartenergli, di essere "nati di nuovo", di sapere che i propri peccati sono tutti lavati dal Suo sangue. "Affidò loro i suoi beni": è la parte positiva per noi della Sua opera: non solo il debito è pagato, ma delle ricchezze ci sono affidate. I servitori sono allora coscienti della grazia che ha perdonato tutte le loro colpe e li ha abbondantemente arricchiti. Essi possono valorizzare tali beni nella fiducia in un Maestro di cui conoscono il carattere, e che amano. Senza dubbio il terzo servitore non ha la vita di Dio, ma solo la professione di servo: è l'insegnamento che deriva dalla seconda parte della parabola. Ma ciò non toglie nulla al pensiero fondamentale che i talenti sono affidati ai veri servitori.

Secondo il suo saggio discernimento, il padrone affida cinque, due e un talento; "a ciascuno secondo la sua capacità". Nella parabola, il numero dei talenti è definitivo, ma sappiamo che il cristiano fedele nelle piccole cose, può ricevere anche una mansione più grande (1 Tim. 3: 13), secondo il saggio discernimento del Signore. In 1 Cor. 14: 1 siamo esortati a "ricercare i doni spirituali", e in 1 Cor. 12: 31 a "desiderare ardentemente i doni maggiori". Dopo aver compiuto fedelmente quello che il Signore ha posto dinanzi a noi, auguriamoci che nella sua grazia egli ci affidi di più. Durante l'assenza del Padrone, l'importante è essere fedeli in ciò che si è ricevuto.

Questa assenza è lunga: occorre della perseveranza. della pazienza, della fedeltà. Facendo fruttare i talenti, i servitori ne guadagnano altrettanti: "A chiunque ha, sarà dato" (v. 29). Notiamo che in Luca 19: 11-27 ciascuno riceve una mina, perché ci è esposta la responsabilità di ogni credente di far fruttare ciò che si è ricevuto: forza, tempo, parola. ecc.; i risultati variano e la ricompensa dipende da loro. in Matteo si tratta soprattutto della fedeltà; la ricompensa è la stessa per tutti coloro che sono stati fedeli, qualunque sia il dono ricevuto originariamente.

Al suo ritorno, il padrone fa i conti con i suoi servitori. Al tribunale di Cristo, ogni cosa sarà manifestata "affinché ciascuno riceva la retribuzione delle cose fatte quand'era nel corpo, secondo quel che avrà operato, o bene, o maIe" (2 Cor. 5: 10).

Il terzo servitore non ha apparentemente commesso un grave peccato: non è andato nel mondo, non si è ubriacato, non ha battuto i suoi colleghi, come il servo di Luca 12. Qual è dunque la sua colpa? Non ha fatto nulla! E' un pigro e quindi anche un cattivo servo: non conoscendo il suo padrone, non avendo fiducia in lui, disprezzandolo anche, ha nascosto nella terra il dono che gli era stato affidato. E' simile al fico sterile: "Perché sta lì a rendere improduttivo anche il terreno?"

I servitori fedeli ricevono la massima ricompensa; avendo conosciuto a fondo il loro padrone e avendolo amato, entrano "nella sua gioia" (versetto 21).
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