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 Sulle riunioni di preghiera

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MessaggioSulle riunioni di preghiera

Sulle riunioni di preghiera
Charles Henry Mackintosh
Considerando un soggetto così importante come la preghiera, due cose esigono la nostra attenzione: prima, la base morale della preghiera; seconda, le sue condizioni morali.

1. La base morale della preghiera: lo stato del nostro cuore e della nostra coscienza
La Scrittura ci presenta la base morale della preghiera in parole come queste: «Se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi, domandate quello che volete e vi sarà fatto» (Giovanni 15:7). E ancora: «Carissimi, se il nostro cuore non ci condanna, abbiamo fiducia davanti a Dio; e qualunque cosa chiediamo la riceviamo da lui, perché osserviamo i suoi comandamenti e facciamo ciò che gli è gradito» (1 Giovanni 3:21-22). Così, quando Paolo richiede le preghiere dei santi, egli espone la base morale della sua domanda, dicendo: «Pregate per noi; infatti siamo convinti di avere una buona coscienza, e siamo decisi a condurci onestamente in ogni cosa» (Ebrei 13:18).

Da questi passi e da molti altri di pari importanza impariamo che, perché la preghiera sia efficace, bisogna avere un cuore ubbidiente, uno spirito retto, e una buona coscienza. Se l’anima non è in comunione con Dio, se non dimora in Cristo, se non è governata dai suoi santi comandamenti, se l’occhio non è semplice, come potremmo aspettarci delle risposte alle nostre preghiere? Saremmo come quelle persone di cui parla l’apostolo Giacomo, che chiedono e non ricevono poiché chiedono male, per spendere per i loro piaceri (Giacomo 4:2-3). Come potrebbe Dio, come Padre Santo, esaudire tali richieste?

Quanto è dunque necessario valutare attentamente su quale base noi presentiamo le nostre preghiere! Come avrebbe potuto l’apostolo chiedere ai fratelli di pregare per lui se non avesse avuto una buona coscienza, un occhio semplice, un cuore retto, e la persuasione interiore che in ogni cosa egli desiderava veramente vivere onestamente? Sarebbe stato impossibile. Diciamo volentieri: «Ricordatevi di me nelle vostre preghiere», e sicuramente nulla può essere più prezioso che essere portati sul cuore dei figli di Dio quando essi s’accostano al trono della misericordia; ma facciamo abbastanza attenzione alla base morale delle nostre richieste? Quando diciamo: «Fratelli, pregate per noi», possiamo sempre aggiungere, come in presenza di Colui che sonda i cuori, «infatti siamo convinti di avere una buona coscienza, e siamo decisi a condurci onestamente in ogni cosa»? E quando noi stessi ci prostriamo davanti al trono della grazia, lo facciamo noi con un cuore che non ci condanna, con un cuore retto e un occhio semplice, come un anima che dimora realmente in Cristo che osserva i suoi comandamenti?

Sono cose molto serie, che sondano il cuore, che scendono fino alle radici e alle sorgenti morali del nostro essere. Ma è bene che i nostri cuori siano sondati profondamente riguardo a tutte le cose, e in particolare su tutto ciò che ha rapporto con la preghiera. C’è molta mancanza di realtà nelle nostre preghiere, una triste assenza della base morale, molti «Voi domandate male». Da qui proviene la mancanza di potenza e di efficacia nella nostre preghiere; di qui il formalismo, la routine, e anche, a volte, qualche sentore d’ipocrisia. Il salmista diceva: «Se nel mio cuore avessi tramato il male, il Signore non m’avrebbe ascoltato» (Salmo 66:18). Quanto è solenne questo! Il nostro Dio vuole realtà. Egli stesso, sia benedetto il suo nome, è vero con noi; e vuole che noi siamo veri con lui. Vuole che veniamo davanti a lui come siamo realmente, e coi nostri bisogni reali.

Ahimè, quanto sovente la realtà è diversa! Quanto sovente le nostre preghiere sono più simili a dei discorsi che a delle richieste; più simili a delle esposizioni di dottrine che a delle espressioni di bisogno! Sembra quasi che ci proponiamo di esporre dei principi a Dio, e di insegnargli parecchie cose. Ecco cos’è che troppo spesso esercita sulle nostre riunioni di preghiera quell’effetto di aridità che toglie loro tutta la freschezza e l’interesse. Coloro che sanno veramente cos’è la preghiera, che sentono qual è il suo valore e quale bisogno ne hanno vengono alla riunione di preghiera per pregare, non per sentire dei discorsi, delle lezioni o delle spiegazioni da uomini in ginocchio. Se hanno bisogno di imparare possono assistere alle riunioni dove si studia la Parola di Dio, o a quelle di edificazione, o di predicazione; ma quando vanno alle riunioni di preghiera, è per pregare! Per loro, la riunione di preghiera è il luogo dove si esprimono i bisogni e dove si attende la benedizione, il luogo dove si confessa la propria debolezza e dove si aspetta la forza. Questa la loro idea del «luogo di preghiera» (ved. Atti 16:13); ed è per questo che, quando vanno a quella riunione, non sono disposti, né preparati, a sentire delle lunghe predicazioni sotto forma di preghiera, appena sopportabili se fossero delle vere predicazioni, ma così, intollerabili.

Parliamo chiaro e apertamente poiché sentiamo quale bisogno abbiamo di realtà, di sincerità e di verità, nelle nostre riunioni di preghiera. Capita spesso che quella che chiamiamo una preghiera non è affatto una preghiera, ma la minuziosa esposizione di alcune verità conosciute e ricevute, la cui costante ripetizione diventa penosa e stancante. Cosa può affliggere di più che ascoltare un uomo in ginocchio che espone dei principi o sviluppa delle dottrine? È impossibile non domandarsi: Quest’uomo sta parlando a Dio o a noi? Se sta parlando a Dio, sicuramente nulla è più irriverente per un uomo che provare a spiegare a Dio ciò che Egli stesso ci ha insegnato; se sta parlando a noi, allora non è affatto una preghiera, e più presto noi lasceremo l’atteggiamento della preghiera, meglio sarà; colui che parla sarebbe più al suo posto in piedi, e noi seduti per ascoltarlo.

[...]

2. Prima condizione della benedizione: l’accordo tra fratelli e sorelle
Consideriamo ora, alla luce delle sante Scritture, le condizioni morali o gli attributi della preghiera. Non c’è nulla di più prezioso che avere l’autorità della Parola di Dio per ogni atto della nostra vita cristiana pratica. La Scrittura deve essere il nostro solo, grande e supremo arbitro in tutte le nostre difficoltà; non dimentichiamolo mai!

Vediamo, dunque, cosa dice la Scrittura circa le condizioni morali necessarie per la preghiera in comune. Leggiamo in Matteo 18:19: «E in verità vi dico anche: se due di voi sulla terra si accordano a domandare una cosa qualsiasi, quella sarà loro concessa dal Padre mio che è nei cieli».

Impariamo qui che una delle condizioni necessarie per la preghiera in comune è l’accordo unanime, l’accordo del cuore, la perfetta unità di sentimento; ogni nota discorde porta del turbamento. Se, per esempio, ci riuniamo per pregare per i progressi dell’Evangelo e la conversione delle anime, bisogna che siamo di uno stesso sentimento su questo soggetto, bisogna che siamo tutti d’accordo davanti a Dio. Non bisogna che qualcuno porti qualche pensiero particolare e a lui personale, altrimenti non possiamo aspettarci di essere esauditi sul fondamento della promessa del Signore riportata prima. Questo è un punto di immensa portata morale, che influenza molto il tono e il carattere delle nostre preghiere in comune e delle nostre riunioni di preghiera. Spesso non prestiamo un’attenzione sufficiente a questo soggetto. Ci capita, infatti, di dover deplorare sovente l’assenza di soggetti precisi nelle nostre riunioni di preghiera, mentre dovremmo essere occupati insieme di qualche soggetto comune per il quale implorare insieme il Signore.

Leggiamo nel capitolo 1 degli Atti, relativamente ai primi discepoli: «Tutti questi perseveravano concordi nella preghiera, con le donne, e con Maria, madre di Gesù e con i fratelli di lui». E nel capitolo 2: «Quando il giorno della Pentecoste giunse, tutti erano insieme nello stesso luogo». Essi aspettavano, secondo il comandamento del Signore, la promessa del Padre, il dono dello Spirito Santo. Avevano la parola assicurata dalla promessa. Il Consolatore doveva venire immancabilmente; ma questo, ben lungi dal dispensarli di pregare, era la base stessa del loro esercizio benedetto. Erano in uno stesso luogo, pregavano di comune accordo: aspettavano lo Spirito promesso. Uomini e donne assorbiti da un solo oggetto, aspettando in un santo accordo, giorno dopo giorno, ardentemente, con fervore, di essere rivestiti di potenza dall’alto! Non dovremmo noi radunarci come loro, con un unico pensiero?

Ovviamente, Dio sia lodato, non abbiamo bisogno di chiedere la venuta dello Spirito Santo, poiché è già stato dato; ma dobbiamo ricercare lo spiegamento della sua potenza benedetta in mezzo a noi. Supponiamo di essere posti in un luogo dove regnano la morte e le tenebre spirituali, dove non c’è un soffio di vita, dove tutto è immobile: un formalismo che inaridisce domina su tutto; la routine, una professione senza potenza, una vuota liturgia sono all’ordine del giorno; mai si sente parlare di qualcosa di simile a una conversione. Che fare? Lasciarci paralizzare o vincere da una tale atmosfera malsana e mortale? Certamente no! Ma allora, che fare? Riuniamoci, anche se fossimo solo in due a sentire questo triste stato di cose, e di un comune accordo spandiamo i nostri cuori davanti a Dio, e contiamo su lui, finché mandi un’abbondante pioggia di benedizione sul quell’arido luogo.

Non incrociamo le braccia, dicendo, come i Giudei all’epoca del profeta Aggeo: Il tempo non è ancora venuto; non lasciamoci andare a questo funesto ragionamento tipico di una certa teologia giustamente chiamata fatalista, che dice: «Dio è sovrano e agisce secondo la sua volontà; noi dobbiamo aspettare il momento scelto da Lui; gli sforzi umani sono inutili; noi non possiamo operare un risveglio; bisogna stare attenti a non causare qualcosa che non sarebbe altro che del l’eccitazione, ecc...». Questi ragionamenti sono tanto più pericolosi in quanto hanno qualcosa di plausibile. Infatti, tutto questo è vero, ma è solamente un aspetto della verità. È la verità, nient’altro che la verità, ma non tutta la verità. È lì il male. Niente più da temere che il considerare solo un aspetto della verità; ci si difende più facilmente da un errore chiaro e tangibile. Quante anime ferventi hanno vacillato e si sono sviate dalla retta via per non aver visto che un aspetto di una verità e per averla quindi male applicata. Quanto è pericoloso che dei pur devoti servitori presentino e perorino delle dottrine senz’altro vere, ma che non sono tutta la piena verità di Dio!

Ciò nonostante, nulla può raggiungere o indebolire la forza della dichiarazione del Signore in Matteo 18:19. Essa sussiste in tutta la sua divina pienezza, in tutta la sua gratuità e in tutto il suo valore davanti all’occhio della fede: i suoi termini sono chiari e non è possibile sminuirli o disprezzarli: «Se due di voi sulla terra si accordano a domandare una cosa qualsiasi, quella sarà loro concessa dal Padre mio che è nei cieli». Ecco il nostro principio e ciò che ci autorizza a riunirci per pregare per una cosa qualunque che sia posta davanti ai nostri cuori. Se deploriamo la sterilità, la freddezza e la morte che ci circondano, se siamo abbattuti per i pochi frutti visibili dalla predicazione dell’Evangelo, per la mancanza di potenza nella predicazione e per la mancanza di risultati pratici; se siamo umiliati per la sterilità, la pesantezza e il tono poca elevato delle nostre riunioni, intorno alla tavola del Signore, o davanti al trono della grazia, o intorno alla sorgente rinfrescante delle Sacre Scritture, cosa dobbiamo fare? Incroceremo le braccia in una fredda e incredula indifferenza? Ci scoraggeremo e daremo corso alle lamentele, ai mormorii o all’irritazione? No, Dio non vuole! E allora riuniamoci «concordi — nello stesso luogo», inginocchiandoci davanti a Dio e spandendo i nostri cuori come il cuore di un sol uomo davanti a Lui, appoggiandoci sulla fedele parola del Signore in Matteo 18:19.

Questo è il grande rimedio, la risorsa infallibile. È vero, «Dio è sovrano»; ma questa è proprio la ragione principale perché si faccia affidamento su di Lui. È vero, «gli sforzi umani sono vani»; è anche vero che noi non possiamo operare un risveglio; ma è proprio per questo che dobbiamo ricercare la potenza divina, e chiedere a Dio di salvare delle anime. E come dobbiamo stare attenti per evitare l’eccitazione e la pura emotività, così dobbiamo temere la freddezza, la morte, l’indifferenza e l’egoismo!

Ricordiamoci che, finché Cristo è seduto alla destra di Dio, finché Dio, per mezzo dello Spirito Santo, è fra noi e nei nostri cuori, finché abbiamo la Parola di Dio e la dichiarazione del Signore di Matteo 18:19, non c’è e non ci sarà mai alcuna scusa valida per la sterilità, la freddezza e l’indifferenza, alcuna scusa per le riunioni pesanti e senza profitto, alcuna scusa per la mancanza di freschezza nelle nostre assemblee o di benedizione nel nostro servizio. Contiamo sul Signore in un santo accordo, ed Egli benedirà sicuramente.

3. Seconda condizione: la fede
Se leggiamo Matteo 21:22, troviamo un’altra condizione essenziale all’efficacia della preghiera: «Tutte le cose che domanderete in preghiera, se avete fede, le otterrete». Questa è una parola veramente meravigliosa. Essa apre alla fede i tesori del cielo, e non pone alcun limite. Il nostro divino Signore ci assicura che riceveremo qualunque cosa domandiamo con una fede semplice. L’apostolo Giacomo, sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, dà una sicurezza simile per la richiesta di colui che domanda la sapienza: «Se poi qualcuno di voi manca di saggezza, la chieda a Dio che dona a tutti generosamente senza rinfacciare, e gli sarà data. Ma» — ed è questa la condizione morale — «la chieda con fede, senza dubitare; perché chi dubita rassomiglia a un’onda del mare, agitata dal vento e spinta qua e là. Un tale uomo non pensi di ricevere qualcosa dal Signore» (Giacomo 1:5-7).

Da questi due passi impariamo che, se le nostre preghiere devono essere esaudite, bisogna che siano preghiere di fede. Una cosa è pronunciare una preghiera, altra cosa del tutto differente è pregare con una fede semplice, nella piena, pura e ferma certezza che noi avremo le cose che domandiamo. C’è da temere che molte della nostre preghiere non vadano mai al di là del soffitto della sala in cui ci troviamo. Per raggiungere il trono di Dio, le nostre preghiere devono essere portate sulle ali della fede; e quando preghiamo insieme, bisogna che esse provengano da cuori che abbiano un medesimo pensiero, che escano da una sola anima, in una santa attesa di fede circa le cose che domandiamo.

Le nostre preghiere e le nostre riunioni di preghiera non sono forse tristemente difettose da questo punto di vista? E questo difetto Dio lo rende manifesto nel fatto che così sovente vediamo pochi risultati delle nostre preghiere. Esaminiamo seriamente fino a che punto comprendiamo queste due condizioni della preghiera, cioè l’accordo e la fiducia della fede. Se è vero — e noi lo sappiamo, poiché Cristo l’ha detto — che due persone che si accordano per domandare con fede possono ricevere qualunque cosa esse domandino, perché non vediamo più risposte alle nostre preghiere? La colpa non sarà nostra? Non mancheremo noi di accordo e di fiducia?

Il Signore, in quelle preziose parole di Matteo 18:19, scende al più piccolo numero, alla più piccola riunione, fino a «due» soli, anche se, evidentemente, la promessa si applica per qualunque numero di persone. Il punto importante è che quelli che sono radunati, qualunque ne sia il numero, siano del tutto d’accordo, pienamente persuasi che riceveranno ciò che domandano. Questo darebbe un tono differente e un tutt’altro carattere alle nostre preghiere in comune e alle nostre riunioni di preghiera, ahimè così spesso povere, fredde, morte, senza soggetti precisi né legame, e che così spesso mostrano tutt’altro che l’accordo sincero e la fede senza incertezze!

Che differenza ci sarebbe se le nostre riunioni di preghiera si svolgessero in un vero accordo di cuore e di pensiero da parte di due o più anime credenti, che si affidano a Dio per una certa cosa, si riuniscono per domandarla, e perseverano fino a quando non abbiano ricevuto una risposta! Ma come ciò è raro! Noi assistiamo alle riunioni di preghiera, di settimana in settimana, ed è un’ottima cosa; ma dovremmo anche essere esercitati davanti a Dio per verificare se le nostre anime sono vicine a Lui, e per essere d’accordo tra noi circa il soggetto o i soggetti che devono essere presentati davanti al Suo trono! Ma questo è legato ad un’altra delle condizioni morali della preghiera.

4. Terza condizione: la precisione nella domanda
Leggiamo in Luca 11: «Poi disse loro: Se uno di voi ha un amico e va da lui a mezzanotte e gli dice: "Amico, prestami tre pani, perché un amico mi è arrivato in casa da un viaggio e non ho nulla da mettergli davanti"; e se quello dal di dentro gli risponde: "Non darmi fastidio; la porta è già chiusa, e i miei bambini sono con me a letto, io non posso alzarmi per darteli", io vi dico che se anche non si alzasse a darglieli perché gli è amico, tuttavia, per la sua importunità, si alzerà e gli darà tutti i pani che gli occorrono. Io altresì vi dico: Chiedete, e vi sarà dato; cercate, e troverete; bussate, e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve, chi cerca trova, e sarà aperto a chi bussa (Luca 11:5-10).

Queste parole sono della massima importanza, visto che contengono una parte della risposta del Signore alla domanda dei discepoli: «Signore, insegnaci a pregare». Nessuno immagini che vogliamo arrogarci il diritto di insegnare agli altri come pregare, Dio ce ne guardi! Cerchiamo semplicemente di mettere i nostri lettori in contatto diretto con la Parola di Dio — con le vere parole del nostro Signore e Maestro — affinché, alla luce di queste parole, possano giudicare essi stessi se le nostre preghiere e le nostre riunioni di preghiera sono quelle che dovrebbero essere.

Che cosa c’insegna Luca 11? Quali sono le condizioni morali che questo passo ci rivela? In primo luogo, c’insegna a essere precisi nelle nostre preghiere: «Amico, prestami tre pani». C’è un bisogno reale, sentito, ed espresso; c’è una cosa nel pensiero e sul cuore; e l’uomo che chiede si limita a questa sola cosa. Egli non fa un lungo esposto di ogni sorta di cose con parole scucite e senza un filo conduttore; la sua domanda è netta, diretta e precisa. Ho bisogno di tre pani; non posso farne a meno; devo averli. Il caso è urgente, e l’ora è avanzata; tutte le circostanze rendono l’appello più pressante. L’uomo non può rinunciare alla cosa che è venuto a domandare: «Amico, prestami tre pani».

Senza dubbio sembra che il momento scelto per la domanda, mezzanotte, sia il meno opportuno. Tutto sembra fatto per scoraggiare: l’amico si è coricato, la porta è stata chiusa, i suoi figli sono con lui a letto, egli non può alzarsi. Ma non importa, il bisogno c’è. L’amico ha bisogno di tre pani.

C’è una grossa lezione pratica in questi versetti. Troppo spesso le nostre riunioni di preghiera soffrono di preghiere lunghe, slegate e senza un soggetto preciso! Adoperiamo molte parole per delle cose di cui non sentiamo realmente il bisogno e che forse non ci aspettiamo realmente di ricevere. Pensiamo bene se non è vero che qualche volta saremmo presi alla sprovvista se il Signore ci apparisse alla fine di una riunione di preghiera e ci chiedesse: Cosa volete realmente che io faccia per voi?

Tutto ciò esige da parte nostra una seria considerazione. Le nostre preghiere e le nostre riunioni di preghiera guadagnerebbero molto in freschezza, in profondità, in realtà e in potenza, se vi apportassimo dei bisogni precisi per i quali poter chiedere la comunione dei nostri fratelli. Non è necessario fare lunghe preghiere che tocchino ogni sorta di argomenti, per quanto sinceri e ben intenzionati si sia; il pensiero e lo spirito si perdono nella molteplicità dei soggetti. È molto meglio e molto più proficuo, non portare davanti al trono della grazia nient’altro se non ciò che pesa realmente sul cuore, domandarlo ardentemente, poi fermarsi, di modo che lo Spirito Santo possa portarne altri a pregare per la stessa cosa, o perché altre cose ugualmente precise possano essere domandate.

Le preghiere lunghe nelle riunioni sono estremamente stancanti, e, in molti casi, sono una specie di calamità. Ci diranno, forse, che non si può mettere l’orologio allo Spirito Santo: lungi da noi un simile pensiero! Ma come mai non troviamo mai preghiere lunghe nella Scrittura? La più bella preghiera che fu mai pronunciata nel mondo può essere letta lentamente, con calma e potenza, in meno di cinque minuti (Giovanni 17). E, quanto alla preghiera che il Signore insegna ai discepoli, essa è molto più breve. Pensiamo anche a quell’energica preghiera del capitolo 4 degli Atti, versetti 24-30, e a quelle due meravigliose preghiere dell’apostolo Paolo nell’epistola agli Efesini, capitoli 1 e 3.

Qualcuno potrebbe immaginare che qui si vogliano dare direttive allo Spirito Santo, ma questo è ben lontano dai nostri pensieri. Noi confrontiamo soltanto quello che troviamo nelle scritture con quello che molto spesso, — non sempre, grazie a Dio — si verifica nelle nostre riunioni relativamente alla preghiera.

Non dimentichiamo quindi questo: il Signore non vuole che usiamo inutili ripetizioni, come se pensassimo di essere esauditi «per la moltitudine delle nostre parole». Egli parla di questo tipo di preghiere in termini di alta disapprovazione. Possiamo aggiungere che abbiamo sempre notato che le preghiere dei fratelli più pii, più spirituali e con maggiore esperienza erano caratterizzate dalla brevità, dalla semplicità e dalla precisione. Questo è buono, è utile, è secondo la Parola; contribuisce all’edificazione, alla consolazione e alla benedizione. Le preghiere brevi, ferventi, precise, portano freschezza e interesse alle riunioni di preghiera; dall’altra parte, come principio generale, le preghiere lunghe e scucite esercitano su tutti la più deprimente influenza.

Ma l’insegnamento del Signore in Luca 11 racchiude un altro importante carattere morale della preghiera: l’importunità. Gesù ci dice che l’uomo che è andato a trovare il suo amico riesce ad ottenere ciò che desidera solo per il suo zelo importuno. Egli non vuole sentir parlare di essere rimandato a un altro momento: ha bisogno dei tre pani. L’importunità ottiene un risultato là dove i soli diritti di amicizia non ne otterrebbero alcuno. Un bisogno si è presentato, l’uomo non aveva niente per farvi fronte: «Non ho nulla da mettergli davanti»; e non vuole incorrere in un rifiuto.

Fino a che punto siamo sicuri di aver compreso questa grande lezione? Grazie a Dio Egli non ci risponderà mai «dal di dentro», non ci dirà mai «Non darmi fastidio» e «Io non posso alzarmi per darteli». Egli è il nostro Amico, sempre fedele e sempre pronto; un Donatore che dona con gioia, liberalmente e senza rinfacciare. Tuttavia Egli incoraggia l’importunità, e noi abbiamo bisogno di ricordarcene nelle nostre preghiere. Là dove i bisogni sono veramente sentiti — «i tre pani» — là ci sarà anche generalmente l’importunità e la ferma intenzione di ottenere ciò che si chiede. Ma troppo spesso, nelle nostre preghiere e nelle nostre riunioni di preghiera, noi non somigliamo a persone che domandano ciò di cui hanno bisogno, e aspettano ciò che hanno domandato; sembriamo senza energia, senza scopo, senza potenza, e invece di presentare a Dio le nostre ferventi richieste, ricadiamo nell’insegnamento o negli intrattenimenti fraterni.

Siamo convinti che la Chiesa di Dio ha bisogno di essere svegliata a questo riguardo, ed è questa convinzione che ci ha spinti a scrivere queste riflessioni.

5. Ma se preferisco preghare da solo a casa?
Più meditiamo e riflettiamo su quanto abbiamo appena letto, e consideriamo la stato di tutta la Chiesa di Dio, e più siamo convinti del bisogno urgente di un vero risveglio, in ogni luogo, riguardo alla preghiera. Abbiamo provato a presentare ai nostri lettori qualche riflessione e qualche consiglio su questo punto così importante. Abbiamo cercato di esprimere in termini chiari, sperando che questo non abbia fatto dispiacere a nessuno; abbiamo segnalato la nostra mancanza di accordo, di fiducia e di perseveranza nelle nostre preghiere e nelle nostre riunioni di preghiera; abbiamo parlato di parecchie cose che sono sentite da tutti quelli che sono veramente spirituali tra noi. Abbiamo parlato delle preghiere lunghe, che stancano e non sono seguite, distruttive della vera potenza e della benedizione. In alcuni casi, dei cari figli di Dio si sono allontanati dalle riunioni di preghiera; invece di essere rinfrescati, incoraggiati e fortificati, si sono soltanto stancati, afflitti e depressi, e hanno creduto meglio per loro di allontanarsi, dicendo che un’ora di tranquillità era loro più utile nel segreto della loro camera, dove potevano spandere il loro cuore davanti a Dio in ardenti preghiere e supplicazioni.

Siamo assolutamente persuasi che quelli che hanno fatto così si sono sbagliati, e che questo non è affatto il modo per rimediare al male del quale ci lamentiamo. Se è una buona cosa riunirsi per la preghiera e la supplicazione — e chi potrebbe dubitarne? — allora non è sicuramente una buona cosa, per nessuno, allontanarsi da queste riunioni semplicemente a causa della debolezza e degli sbagli di qualcuno di quelli che vi agiscono. Se tutti i membri veramente spirituali si allontanassero per questi motivi, cosa diventerebbero le nostre preghiere e le nostre riunioni di preghiera? Ci rendiamo troppo poco conto quale importanza hanno gli elementi che compongono una riunione. Se coloro dei quali non si ode mai la voce vi prendessero parte in un buono spirito, confidandosi realmente in Dio, sosterrebbero meravigliosamente il tono della riunione vi manterrebbero la benedizione.

Ricordiamoci d’altra parte che, assistendo a una riunione, non dobbiamo pensare solo al nostro profitto e al nostro proprio incoraggiamento, ma anche alla gloria del Signore; dobbiamo cercare di essere condotti dal Suo pensiero e dalla Sua santa volontà, sforzandoci di non essere occupati solo di noi stessi, ma anche del bene degli altri; e il nostro allontanamento volontario dal luogo dove ci riuniamo abitualmente per la preghiera, non porterà a questo risultato e non sarà utile a nessuno. Noi parliamo — è il caso di ripeterlo — di un nostro allontanamento volontario e deliberato, sotto il pretesto che non troviamo un gran profitto in questa riunione. Non parliamo dei casi che possono impedirci di assistervi, come una cattiva salute, dei doveri di famiglia o di lavoro; è chiaro che bisogna tener conto di queste cose; ma, come regola generale, chi sa di poter venire a una riunione dei santi e non lo fa, è in un cattivo stato spirituale. L’anima che è in un buono stato spirituale, un’anima pia, fervente e che abbia a cuore le cose del Signore, non farà così.

6. Un’altra condizione: la perseveranza
Quello che precede ci conduce ad un’altra delle condizioni morali della preghiera. Leggiamo in Luca 18:1-8: «Propose loro ancora questa parabola per mostrare che dovevano pregare sempre e non stancarsi: In una certa città vi era un giudice, che non temeva Dio e non aveva rispetto per nessuno; e in quella città vi era una vedova, la quale andava da lui e diceva: "Rendimi giustizia sul mio avversario". Egli per qualche tempo non volle farlo; ma poi disse fra sé: "Benché io non tema Dio e non abbia rispetto per nessuno, pure, poiché questa vedova continua a importunarmi, le renderò giustizia, perché, venendo a insistere, non finisca per rompermi la testa". Il Signore disse: Ascoltate quel che dice il giudice ingiusto. Dio non renderà dunque giustizia ai suoi eletti che giorno e notte gridano a lui? Tarderà nei loro confronti? Io vi dico che renderà giustizia con prontezza».

Qui la nostra attenzione è attirata dalla perseveranza, importante condizione della preghiera. I discepoli dovevano «pregare sempre e non stancarsi». Abbiamo visto che le nostre domande devono essere l’espressione di un bisogno sentito, preciso, presentato a Dio di un comune accordo, con importunità, con fede e persistenza, fino a quando, nella sua grazia, Dio ci mandi una risposta, cosa che farà sicuramente se la base e le condizioni morali sono mantenute. Ma bisogna perseverare. Non dobbiamo stancarci né cessare di chiedere, anche se la risposta non ci arriva così prontamente come forse aspettavamo. Può piacere a Dio di esercitare le nostre anime tenendoci nell’attesa per dei giorni, dei mesi, forse degli anni. Questo esercizio è buono. È secondo le vie di Dio, ed è moralmente salutare. Contribuisce a rendere le cose più reali, e ci fa scendere fino alla loro radice. Vediamo, per esempio, Daniele: egli stette tre settimane intere nel lutto, nel digiuno, appoggiandosi su Dio in un profondo esercizio d’anima: «In quel tempo, io, Daniele, feci cordoglio per tre settimane intere. Non mangiai nessun cibo prelibato; né carne né vino entrarono nella mia bocca e non mi unsi affatto sino alla fine delle tre settimane».

Questo tempo di separazione e di attesa fu buono per Daniele; egli raccolse una grande benedizione dagli esercizi attraverso i quali fu chiamato a passare in quelle tre settimane. Ma quel che è maggiormente degno di attenzione è il fatto che la risposta alla sua preghiera era stata inviata dal trono della grazia fin dall’inizio del suo esercizio, come leggiamo in Daniele 10:12: «Egli mi disse: Non temere, Daniele, poiché dal primo giorno che ti mettesti in cuore di capire e d’umiliarti davanti al tuo Dio, le tue parole sono state udite e io sono venuto a motivo delle tue parole. Ma (e ciò è meraviglioso e misterioso!) il capo del regno di Persia m’ha resistito ventun giorni; però Michele, uno dei primi capi, è venuto in mio soccorso e io sono rimasto là presso i re di Persia. Ora sono venuto a farti conoscere ciò che avverrà al tuo popolo negli ultimi giorni». Qui sulla terra, il caro servitore di Dio faceva cordoglio e si affliggeva, confidando nel suo Dio; il messaggero celeste veniva con la risposta; fu permesso al nemico di fermarlo; ma Daniele continuò ad attenderla; pregò e non si stancò; e al momento opportuno la risposta venne.

C’è qui una meravigliosa lezione per noi: anche noi possiamo dover attendere molto, nella pazienza e nella santa fiducia della fede; ma scopriremo che questo tempo d’attesa è estremamente utile per le nostre anime. Spesso Dio, nella sua saggezza e fedeltà, agisce così verso di noi; egli giudica utile ritardare la risposta, semplicemente per provarci circa la realtà delle nostre preghiere. Il punto importante per noi è che abbiamo un soggetto posto sui nostri cuori dallo Spirito Santo e che lo presentiamo a Dio, confidando su Lui e sulla sua fedele parola, perseverando nella preghiera fino a quando non abbiamo ottenuto ciò che chiediamo. «Pregate in ogni tempo, per mezzo dello Spirito, con ogni preghiera e supplica; vegliate a questo scopo con ogni perseveranza. Pregate per tutti i santi» (Efesini 6:18).

Tutto ciò richiede da parte nostra la più seria attenzione. Noi manchiamo di perseveranza altrettanto tristemente che di precisione e d’importunità, nelle nostre preghiere. Di qui derivano quella debolezza e quella freddezza purtroppo frequenti nelle nostre riunioni di preghiera, che non sono talvolta altro che un’opprimente routine, una successione di inni e di preghiere senza l’unzione dello Spirito e senza la sua potenza.

7. E se queste condizioni morali non ci sono nelle nostre riunioni di preghiera?
Ci sia permesso di parlare senza riserve. Noi supplichiamo tutta la chiesa di Dio, in ogni luogo, di guardare questo problema in faccia, di guardare a Dio e di giudicarsi. Non sentiamo forse della mancanza di potenza nelle nostre riunioni? Perché ci sono delle stagioni di sterilità intorno alla tavola del Signore? Perché quella pesantezza, quella debolezza nella celebrazione di questa preziosa festa, che dovrebbe far vibrare fino in fondo il nostro essere interiore? Perché la mancanza di potenza, di edificazione nelle nostre predicazioni? Perché tante questioni vane, sollevate e risollevate tante volte per tanti anni? Perché tutte queste miserie di cui abbiamo parlato, sulle quali hanno fatto cordoglio in ogni luogo tutti coloro che sono veramente spirituali? Perché questa sterilità nel nostro servizio di evangelizzazione? Perché la poca azione della Parola sulle nostre anime? Perché la poca potenza nei radunamenti?

Cari fratelli nel Signore, svegliamoci, e consideriamo seriamente questo soggetto così importante. Non accontentiamoci dello stato attuale delle cose. Noi supplichiamo tutti coloro che riconoscono la verità di quel che hanno letto in queste pagine sulla preghiera e sulle riunioni di preghiera, di unirsi di cuore in ardenti preghiere e supplicazioni. Cerchiamo di riunirci secondo Dio, di avvicinarci a Lui come un sol uomo, prostrandoci davanti al trono della misericordia e aspettandoci a Dio con perseveranza per un risveglio della sua opera, per i progressi del suo Evangelo, del radunamento e dell’edificazione dei suoi santi. Che le nostre riunioni siano realmente delle riunioni di preghiera, e non il luogo e il momento di vane ripetizioni. La riunione di preghiera deve essere il luogo dove si esprimono i bisogni e dove si aspetta la benedizione; il luogo dove si espone la propria debolezza e dove si aspetta la forza; il luogo dove i figli di Dio si radunano di comune accordo per avvicinarsi al trono stesso di Dio, per penetrare nei tesori dei cieli e prelevarne tutto ciò di cui hanno bisogno per sé, per le loro case, per tutta la Chiesa di Cristo e per tutto il lavoro che il Signore ha posto loro davanti.

Tale dovrebbe essere una riunione di preghiera, se vogliamo essere ammaestrati dalla Scrittura. Che possiamo realizzarla di più, in ogni luogo. Possa lo Spirito santo spingerci tutti, e farci sentire il valore, l’importanza e la necessità urgente dell’unanimità, della piena fiducia, della realtà, dell’importunità e della perseveranza, in tutte le nostre preghiere e in tutte le nostre riunioni di preghiera.


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