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 Giosue Capitolo 8

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teofilo
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Giosue Capitolo 8
Henri Rossier
8.1 Mezzi e processo di restaurazione

Il malvagio era stato tolto di mezzo all’assemblea d’Israele, ma nel fare scoprire il male che stava in mezzo a loro, Dio aveva anche fatto loro scoprire la fiducia che avevano in se stessi. Sovente si presenta un caso simile quando un’assemblea è soddisfatta del suo stato. Si vanta della sua spiritualità, dei doni, del numero crescente!... Israele fece lo stesso; il popolo confidava non già in Dio ma nella sua vittoria e tale fiducia lo condusse alla sconfitta. Israele dovette essere giudicato, poi dovette purificarsi dal male. Ma il giudizio sopra se stesso e la santificazione pratica non costituiscono ancora il ristoramento dell’anima. Bisogna che la comunione con Dio, interrotta dal peccato, sia ristabilita.

Qui desidero fare un’osservazione che credo importante. Nel cap. 6 Dio manifesta la sua potenza sul nemico per mezzo d’Israele. Questa stessa potenza si manifesta anche per mezzo d’Israele. Questa stessa potenza si manifesta anche nella vita del cristiano. È possible che questi goda di quella forza divina, delle vittorie che ottiene, e forse non conosca ancora di fatto né Dio, né se stesso. Giosué avrebbe dovuto conoscerlo, lui che aveva personalmente incontrato l’angelo del Signore. Il capo dell’armata del Signore gli si era rivelato colla spada nuda in mano, come pronto per il combattimento, e come essendo il Santo. Poi, in compagnia d’Israele, Giosué aveva visto quella potenza all’opera a Gerico. Ma, nonostante tutto ciò, fu necessario che la sua coscienza entrasse in rapporto colla santità di Dio; egli non aveva ancora l’idea di ciò che quella santità esigeva dal popolo nel suo cammino. L’ira del Signore (7:1) deve rivelarsi a Israele e al suo conduttore, affinché imparino che la santità di Dio non può tollerare l’interdetto. Conoscere Dio in potenza lascia ancora molte cose da imparare prima di possedere la vera e piena conoscenza di Dio.

D’altra parte, potrebbe sembrare che, quando si è passati da Ghilgal, si debba averne finito con se stesso. In realtà si è finito con se stesso solo quando si rimane a Ghilgal. Come il popolo si conosceva poco dopo la vittoria di Gerico! Dopo che Dio aveva fatto tanto per provar loro che tutto era da Lui in quella vittoria, quale presunzione, quale dimenticanza andare senza Dio incontro al nemico!

La conseguenza fu che retrocedettero e che incontrarono ogni sorta di pene e di intralci quando ripresero l’offensiva. Bisogna che il popolo rifaccia un cammino seminato di ostacoli e di complicazioni, un cammino che metta in luce ai loro propri occhi la loro debolezza, che era già stata manifestata ai loro nemici dalla loro sconfitta. Bisogna che ritornino indietro per ricominciare l’esperienza di se stessi; ma quell’esperienza l’avranno, per la grazia, con Cristo, e non più con Satana.

Notate nel cap. 8 come tutto si complica, quando non si è seguito il semplice cammino della fede. L’anima umiliata si ritrova con Dio, e Dio può camminare con lei; ma le conseguenze di un cammino secondo la carne si fanno sentire. Dio se ne servirà per la benedizione finale; ma, ripeto, il cammino non ha più la semplicità del cammino primitivo della fede; cammino semplicissimo, quando il credente segue l’ordine di Dio in un’umile dipendenza dalla sua Parola. La vittoria è sua. Così fu a Gerico. Davanti ad Ai, ora, la stessa potenza che aveva fatto cadere le mura della città maledetta, è ancora là per Israele, non ha cambiato; ma l’esercito deve fare delle manovre; si divide in due corpi: cinquemila uomini si mettono in agguato, il rimanente del popolo attira i difensori di Ai fuori della loro fortezza.

Nel cap. 7 le spie avevano detto nel loro rapporto: «Salgano un due o tremila uomini... perché quelli sono pochi». Ed ora bisognava che trentamila uomini forti e valenti salissero contro Ai. Che umiliazione! Come ciò abbassava Israele ai suoi propri occhi. Bisognava salirvi di notte; gli uni dovevano nascondersi, gli altri fingere di fuggire davanti al nemico. Come potevano vantarsi?

Ma, mi direte: Voi ci avete mostrato che a Gerico non era questione di mezzi umani, ed ecco ora ogni sorta di stratagemmi per vincere il nemico. Io rispondo: Se vi basta impiegare dei mezzi che mettono in luce la vostra incapacità, che imprimono sull’uomo il marchio della sua totale debolezza, che l’umiliano in modo che non abbia più altra risorsa che fuggire davanti il nemico, sta bene. Ma quand’anche lo voleste non potreste. In realtà, caro lettore, neanche ad Ai Dio non adopera dei mezzi umani; la differenza è che le disposizioni per Gerico erano state date da Dio perché Israele conoscesse la Sua potenza, mentre ad Ai erano state ordinate al popolo affinché imparasse a conoscere la propria debolezza.

Ma, ripeto, nell’un caso e nell’altro la potenza di Dio non è cambiata. È essa che ad Ai dà la vittoria a Israele; Giosuè era là colla lancia in mano. All’ordine del Signore, «Giosuè stese verso la città la lancia che aveva in mano» (v. 18). «E Giosuè non ritirò la mano che aveva stesa colla lancia, finché non ebbe sterminato tutti gli abitanti d’Ai» (v. 26). La mano di Giosuè era rimasta stesa durante tutto il combattimento!

Si ode sovente ripetere: Che importano le divisioni? Non abbiamo tutti lo stesso scopo? Non combattiamo noi tutti per il Signore, sebbene sotto bandiere differenti? Ma non è questo che il nostro capitolo c’insegna. No; una grande verità domina: il popolo è un solo; uno nella sua vittoria, uno nel suo peccato, uno nella sua disfatta, uno nel giudizio del suo male, uno nel suo ristoramento. I poveri figli di Dio sono dispersi e divisi, ed essi si accontentano di dire: Che importa? Fratelli, per quale scopo Cristo è morto? Non è forse «per raccogliere in uno i figli di Dio dispersi»? (Giovanni 11:52). È forse Dio che li disperde dopo averli riuniti? No, ma è il lupo che disperde le pecore (Giovanni 10:12)

La diversità non è la divisione; essa si mostra nell’unità. L’agguato prende Ai e vi mette il fuoco. I venticinquemila uomini fuggono davanti al nemico, poi ritornano avvertiti dal fumo della città. Al momento in cui combattono, l’agguato esce dalla città per unirsi alla battaglia; poi tutti insieme si volgono verso Ai e la colpiscono a fil di spada (v. 24). Vi è dunque diversità di servizio e di azione, ma è un’azione comune. Il corpo è uno; le diverse parti sono legate insieme e ciò che le lega è Giosuè colla sua lancia. Se non si tiene conto di quest’unità si è sopraffatti nella battaglia.

1 Corinzi 12 ci mostra la diversità collegata coll’unità nella Chiesa. «Or vi è diversità di doni; ma v’è un medesimo Spirito. E vi è diversità di ministeri; ma non v’è che un medesimo Signore. E vi è varietà d’operazioni, ma non v’è che un medesimo Dio, il quale opera tutte le cose in tutti» (1 Corinzi 12:4-6). «Poiché, siccome il corpo è uno, ed ha molte membra» (diversità nell’unità), «e tutte le membra del corpo, benché siano molte, formano un unico corpo» (l’unità nella diversità), «così ancora è di Cristo». Noi siamo uniti in un sol corpo — Cristo — e tuttavia ogni figlio di Dio ha la sua funzione e il suo compito, che nessuno può adempiere per lui. A ciascuno è affidato un servizio differente; io non posso fare il vostro, né voi il mio.

Ora Israele ha ritrovato la comunione con Dio. In tutta questa scena la presenza di Giosuè caratterizza l’attività del popolo. Se si tratta d’entrare in guerra, «Giosuè si leva con tutto il popolo» (v. 3). Se si tratta dei preparativi per il combattimento, «Giosuè rimase quella notte in mezzo al popolo» (v. 9). Se si tratta di mettersi in marcia, «Giosuè comminò quella notte in mezzo alla valle» (v. 13). Se occorre attirare il nemico, «Giosuè e tutto Israele facendo vista d’essere battuti da quelli si misero in fuga verso il deserto» (v. 15). Se bisogna sconfiggerlo, «Giosuè non ritirò la sua mano... finché non ebbe sterminato tutti gli abitanti d’Ai» (v. 26).
8.2 Confronto con il caso del peccato di Ghibea (Giudici 20 e 21)

La disfatta di Ai ebbe per effetto d’insegnare agli Israeliti a meglio conoscere sia i loro propri cuori sia il carattere di Dio che li conduceva. Prima di considerare i risultati pratici di questa lezione che Dio diede al suo popolo per disciplinarlo, desidero fare un confronto fra i cap. 7 e 8 di Giosuè e i cap. 20 e 21 dei Giudici. È un fatto conosciuto che la fine del libro dei Giudici, dal cap. 17, non segue l’ordine cronologico (cap. 20:28), ma ci offre un quadro di ciò che accadde prima che Dio suscitasse dei Giudici, un quadro della storia d’Israele immediatamente dopo la morte di Giosuè. La decadenza era stata rapida e completa; l’idolatria e la corruzione morale regnavano ovunque. Al principio e alla fine di quel capitolo troviamo questa espressione: «Ognuno faceva quel che gli pareva meglio» (17:6; 21:25). Non più dipendenza da Dio e dalla sua Parola; la misura del bene e del male era la coscienza dell’uomo. Ciascuno viveva secondo la sua coscienza; e questa era la regola del suo cammino.

Questo quadro differisce forse molto da quello della cristianità? Che cosa accadde dopo la morte degli apostoli? Il decadimento è stato meno rapido e meno completo? Senza parlare dei principi corrotti del papismo, la cristianità protestante colta non mette avanti la Parola, ma piuttosto la coscienza, come regola di condotta; non predica la sottomissione alla Parola di Dio; è la libertà di coscienza il suo motto d’ordine! E quale può essere il risultato quando si prende solo la propria coscienza per guida? La confusione più assoluta. Ognuno non tarda a condursi secondo il suo proprio giudizio.

Un peccato orribile avrà luogo a Ghibea. Non è più l’interdetto, il peccato nascosto, come in Giosuè; è un peccato commesso in faccia a Dio e agli uomini. Il miserabile Levita pubblica egli stesso la sua onta, la fa sapere a ciascuna delle tribù d’Israele (Giudici 19:29). Che cosa farà il popolo? Come per il peccato di Acan, Dio si servirà del peccato di Ghibea per mettere a nudo lo stato morale d’Israele, per umiliarlo e risvegliarlo alla coscienza di ciò che è dovuto a Dio. Solo che qui lo stato morale delle tribù è molto più basso e più grave che davanti ad Ai. Essi sono indignati, ma lo sono del torto che è stato loro fatto; il pensiero del torto fatto a Dio è assente dalla loro mente. Essi parlano della «scelleratezza e della villania commessa in Israele»; ma non una parola dell’onta fatta al nome del Signore. Ciò come prova il decadimento! Ma come è differente la parola di Fineas alle due tribù e mezza: «Che cos’è questa infedeltà che avete commesso contro il Dio d’Israele?» (Giosuè 22:16)!

A questo primo sintomo di decadimento se ne aggiunge un altro; essi avevano abbandonato ciò che potremmo chiamare il primo amore. Il Signore non era più davanti agli occhi loro, l’affezione per Lui era diminuita, e di conseguenza anche per ciò che era nato da Lui. Essi dimenticano che Beniamino è loro fratello. «Chi di noi salirà il primo a combattere contro i figli di Beniamino?» (Giudici 20:18). Questi ultimi dal canto loro «non vollero dare ascolto alla voce dei loro fratelli, i figli d’Israele» (v. 13).

Un terzo sintomo è il dimenticare l’unità del popolo. Notate che le undici tribù formavano in apparenza un’unità magnifica; essa era quasi bella come quando Israele si purificò d’Acan e fu ristorato davanti ad Ai. Eppure non era più l’unità di Dio! Il popolo aveva un bel radunarsi «come un sol uomo» (v. 1), oppure levarsi «come un sol uomo» (v. Cool, oppure unirsi contro Ghibea «come fossero un sol uomo» (v. 11); Beniamino mancava all’unità d’Israele, e Dio non ne riconosce che una. Diletti, questi anelli del decadimento si collegano uno all’altro: dimenticare la presenza di Dio, abbandonare il primo amore, sprezzare l’unità, malgrado le più belle apparenze.

Beniamino era colpevole, infinitamente colpevole. Si vede in lui, fin dal principio, il partito preso di non giudicare il male. Avvertito tanto quanto le altre tribù di un crimine orrendo, avendo conoscenza che le altre tribù si disponevano a giudicare il male, avvertito infine, sebbene con uno spirito carnale, che doveva purificarsene, esso si rifiuta ad ogni dovere. La tribù di Beniamino nega l’unità d’Israele stabilendo un principio d’indipendenza; e, lungi dal purificarsi dal crimine di Ghibea, si associa con l’inutile e miserabile sembianza di fare differenza fra le altre città e Ghibea nel computo degli uomini di guerra (v. 15). Beniamino doveva certamente essere giudicato, ma lo stato del popolo tutto intiero era così cattivo che rendeva il giudizio stesso secondo Dio impossibile, e che gli conveniva passare esso stesso per il vaglio, prima di potersi purificare dal crimine di Ghibea. Che avrebbe dovuto fare Israele, se avesse avuto un senso retto delle cose? Umiliarsi dapprima in presenza del Signore, consultare il Signore, e poi agire. Invece, che cosa fanno? Si consultano a vicenda, povera risorsa quando si dimentica la presenza di Dio; prendono delle disposizioni, decidono, molto scritturalmente, di togliere il male di mezzo ad Israele, ma dimenticano completamente che essi stessi sono colpiti dal male, poiché Beniamino fa parte di loro stessi.

Dopo aver prese tutte le loro disposizioni e annoverato la loro gente da guerra, «si mossero, salirono a Bethel e consultarono Dio» (v. 18). Questo è lo spirito di declino; è ciò che si trova dappertutto nella cristianità, e sovente anche presso a cari figli di Dio. Noi ci proponiamo qualche cosa che ci pare buono, poi, al momento dell’esecuzione dei nostri piani, e sovente dopo aver tutto disposto, domandiamo a Dio di benedirci.

Il risultato di quell’oblio completo dei principi divini fu che nella prima giornata ventiduemila uomini d’Israele caddero. Allora i figli d’Israele risalirono verso il Signore piangendo; qui è il dolore, e non più l’indignazione carnale che riempie i cuori. Essi chiamano Beniamino loro fratello. L’amore perduto, lo spirito di solidarietà si risvegliano. Poi si dispongono di nuovo in battaglia, e perdono ancora diciottomila uomini. Perché questa seconda sconfitta? Dio, nella sua bontà, voleva produrre un risultato completo. Il dolore non era tutto, né la proclamazione dei legami che li univano; era necessario un giudizio completo di se stesso, il pentimento davanti a Dio; bisognava risalire il cammino del declino fino a ritrovare la presenza del Signore e la sua comunione perduta. Allora è detto: «Allora tutti i figli d’Israele e tutto il popolo salirono a Bethel, e piansero, e rimasero quivi davanti all’Eterno, e digiunarono quel dì fino alla sera; e offrirono olocausti e sacrifizi di azione di grazie davanti all’Eterno» (v. 26).

A partire da questo momento vediamo prodursi una scena che offre una grande analogia con quella di Ai. Bisogna che Israele si metta in agguato (v. 29), che fugga davanti a Beniamino (v. 32), che trenta uomini ancora, dopo tutte le perdite, siano feriti a morte, e che il fuoco sia messo alla città per servire di segnale. È solo ora che Israele, essendo interamente giudicato e rientrato in comunione con Dio, può compiere il penoso dovere di giudicare il profano Beniamino; ma allora, quanti pianti e lacrime dopo la vittoria! (21:2) Come è differente questa scena da quella di Gerico, dove, avendo il popolo gettato un grido di gioia, le mura caddero davanti a loro (Giosuè 6:20). È che qui si tratta dei loro fratelli, della tribù quasi distrutta per mezzo del giudizio. Dopo ciò, nella sua grazia, e in mezzo a molte difficoltà prodotte dalla premura carnale nelle decisioni prese a priori da Israele, Dio permette di racimolare Beniamino.

Ma vi è un partito nell’assemblea d’Israele che è trattato più severamente dal popolo ristorato che non Beniamino stesso. Jabes di Galaad non era venuta al campo, alla radunanza d’Israele (Giudici 21:Cool. Era un’indifferenza altamente proclamata, una neutralità che non teneva alcun conto del male, molto peggiore ancora che la collera carnale colla quale Beniamino s’era rivoltato, sprezzando la decisione dell’assemblea, e che gli aveva fatto prendere le armi contro i suoi fratelli; ciò facendo, quei di Jabes si erano associati al male. La città dovette essere distrutta al modo dell’interdetto!
8.3 Risultati della disciplina

Ritorniamo a Giosuè e al popolo. Israele aveva imparato, nell’umiliazione, che non poteva avere alcuna fiducia in se stesso. Questa esperienza reca immediatamente i suoi frutti. Ora la Parola deve guidare; il popolo, per evitare delle nuove cadute, non ha che da attenersi a quella guida perfetta. I versetti 27-35 ci mostrano Giosuè ed il popolo obbedienti ai comandamenti del Signore e a ciò che era scritto nel libro della legge. L’umiliazione ha per effetto di ricordare al cuore dei figli d’Israele e del loro condottiero le prescrizioni del cap. 27 del Deuteronomio. Anche il supplizio del re di Ai mostra che la condotta di Giosuè è basata sulla Parola: «Ma al tramonto del sole Giosuè ordinò che il cadavere fosse calato dall’albero» (confr. Deuteronomio 21:22-23). Per l’uomo, questo particolare sarebbe di poca importanza, ma un cuore nutrito dalla Parola non poteva dimenticarlo. Se Giosuè avesse trascurato quest’osservanza sarebbe caduto nello stesso sbaglio che aveva attirato il castigo sopra il popolo; non avrebbe tenuto calcolo della santità del Signore. «Il suo cadavere non dovrà rimanere tutta la notte sull’albero... perché l’appiccato è maledetto da Dio» (Deuteronomio 21:23). E ancora in Numeri 35:34: «Non contaminerete dunque il paese, che andate ad abitare in mezzo al quale io dimorerò; poiché io sono l’Eterno che dimoro in mezzo ai figli d’Israele». Il Dio santo non poteva dimorare con ciò che contamina; Giosuè ha dovuto imparare quella lezione davanti a Gerico, fra le lacrime della valle di Acor, e allora, al giorno della vittoria, ha potuto realizzarla con una coscienza esercitata alla scuola di Dio.

I giudizio del re di Ai ci presenta ancora un’altra lezione. Non è senza motivo che in Deuteronomio 21:18-23, vediamo riuniti i due fatti contenuti nei capitoli 7 e 8 di Giosuè: il malvagio messo fuori e il nemico giudicato. In pratica deve essere così. Bisogna che la chiesa tolga il male di mezzo a sé prima di poter combattere e ridurre al silenzio il male del di fuori. Se il male è tollerato nella chiesa, non si troverà mai decisione né fermezza per trattare il nemico senza transigenza, come nemico, per metterlo subito al solo posto che Dio gli assegna, siccome è detto: «L’appiccato è maledetto da Dio».

Infine, si è colpiti da un’altra coincidenza nei versetti che studiamo. La forca del re di Ai era il luogo del giudizio e delle maledizione del nemico d’Israele. Ma ecco che il popolo è costretto a stare, egli stesso, su quella montagna di Ebal, sulla quale la maledizione di Dio è stata pronunciata. Questa era la conclusione terribile della legge, alla quale Israele non poteva sfuggire; ma è stata ridotta al nulla per mezzo della croce di Cristo (*) (vedi Deuteronomio 11:29). La maledizione pronunciata sull’Ebal era quella sull’uomo responsabile; Cristo l’ha portata sulla croce per riscattarcene. Sulla forca del re di Ai, Israele poteva vedere, in tipo, il nemico per eccellenza, cioè Satana, disfatto e annientato, ed è ciò che noi abbiamo alla croce di Cristo; ma noi possiamo vedervi pure tutta la maledizione che pesava sopra noi in Ebal — quella pronunziata dalla legge — passata per sempre nella realtà del giudizio di Colui che ha preso quel posto per noi. In Galati 3:10-13, troviamo la stessa benedetta relazione fra Ebal e la croce. È scritto: (Deuteronomio 27:26) «Maledetto chiunque non persevera in tutte le cose scritte nel libro della legge per metterle in pratica». Quelle parole concludevano la maledizione di Ebal, ma l’apostolo aggiunge: «Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, essendo divenuto maledizione, per noi (poiché sta scritto: Maledetto chiunque è appeso al legno)».

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(*) Notiamo che l’altare, ordinato per quella circostanza, fu stabilito sulla montagna di Ebal, non su quella di Gherizim. L’altare sull’Ebal faceva, per così dire, contrappeso in grazia alla maledizione che era stata pronunciata sopra quel monte.
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Ancora un altro risultato della disciplina. Israele, umiliato, è in grado di rendere culto: «Allora Giosuè edificò un altare all’Eterno, al Dio d’Israele, sul monte Ebal..., e i figli d’Israele offriron su di esso degli olocausti all’Eterno, e fecero dei sacrifici di azioni di grazie». Lo stesso è per noi; senza il giudizio di noi stessi, non c’è comunione; senza comunione non c’è culto. L’altare in Ebal era la provvigione di grazia per la maledizione che la legge pronunziava sopra i trasgressori. All’altare, noi troviamo la propiziazione, base di ogni vero culto, ma qui abbiamo l’altare in presenza di un popolo minacciato di maledizione, se non obbedisce. Il nostro culto ha la croce per punto di partenza e per centro, la croce che ha messo fine alla nostra maledizione e irradia sopra noi la piena luce della grazia divina.

Ma quella grazia non indebolisce la responsabilità dei cari figli di Dio. Si prende possesso del paese sotto certe condizioni. Un duplicato della legge di Mosè doveva essere scritto sopra grandi pietre rizzate e intonacate di calce (Deuteronomio 27:2-3; Giosuè 8:32). Questa stessa legge fu letta ad alta voce davanti a tutta la radunanza d’Israele. Non dimentichiamo che Gesù Cristo è, per noi, Salvatore e Signore. Colui che ci ha fatto grazia, è Colui che ha pure acquistato ogni diritto sopra di noi. La conoscenza della sua grazia riempie le nostre bocche di lodi; il sentimento della nostra responsabilità ci spinge a proseguire nella santità e nella verità, a combattere il buon combattimento e a prendere possesso del paese della promessa!
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