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 Giosue Capitolo 10

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Giosue Capitolo 10
Henri Rossier
Capitolo 10: La vittoria di Gabaon

Prima di entrare in questo nuovo soggetto, desidero fare qualche osservazione. Quanto più scorro questi primi capitoli di Giosuè, tanto più sono sorpreso nel vedere la parte che Satana prende. Egli sa combinare le circostanze per ottenere il suo scopo; per esse guida gli uomini senza che se ne accorgano; suggerisce loro delle soluzioni che credono di aver prese di loro proprio arbitrio, e troppo sovente, ahimè!, accade che dei figli di Dio commettano la follia di ascoltarlo. In mezzo a tutta quella formidabile attività, egli si nasconde e nessun sintomo esteriore lascia supporre la sua presenza; talchè il mondo è condotto a negarne perfino l’esistenza.

Che ha da fare Satana, essi dicono, colle ambizioni, le dispute, le guerre fra due popoli? Poi, dopo tutto, chi ha ragione nella lotta? Da che parte è il diritto? Chi è l’aggressore? Da che parte lo spirito di conquista? Pesiamo i fatti, siamo imparziali, decidiamo... Dopo aver udite le parti, pesata ogni cosa, mi decido per i Cananei contro Israele, per Satana contro Dio! E ciò perché il nemico è riuscito, per mezzo delle circostanze, a nascondermi Dio. La Parola fa esattamente il contrario; essa mi rivela Dio, me lo fa conoscere nella sua pienezza, in Cristo il quale porta nella sua persona la bontà, la verità, la luce, la giustizia e la santità perfetta. Satana è subito scoperto; i suoi disegni, le sue astuzie sono poste alla luce del giorno. L’anima, conoscendo Dio, non ha più difficoltà a giudicare il bene e il male che è nel mondo; la luce manifesta ogni cosa.

Un’altra osservazione è questa. Satana ha due grandi mezzi per corrompere i figli di Dio. Il primo è l’interdetto, cioè il mondo introdotto nel cuore; ma se quel male è giudicato e il cuore umiliato, non si ritiene battuto. Il suo secondo mezzo è l’alleanza con Gabaon, il mondo introdotto nel cammino. In tutta la nostra vita cristiana, dobbiamo guardarci dagli agguati; spesso si presenta questa domanda: basta il Signore al mio cuore, oppure cercherò io le cose che il mondo mi offre? V’è per noi il mezzo di rimanere cristiani e niente altro che cristiani, nel nostro cammino, e di essere completamente separati dal mondo religioso, di non dargli la mano e di non entrare in alcuna associazione con esso?

Con questi due lacci Satana è riuscito a trascinare i riscattati e vi riesce ancora oggi. La Chiesa ha cominciato coll’interdetto; la storia di Anania e Saffira è quella della sua prima caduta; in seguito essa è entrara in alleanza col mondo, per non dire che i principi di quell’alleanza si mostravano già al tempo degli apostoli. L’apostolo Paolo li denuncia nella sua prima epistola ai Corinzi. Molti avrebbero desiderato attirare i sapienti per far trionfare il Cristianesimo; le loro motivazioni erano come quelle del mondo, erano carnali. Tali sono i principi di Gabaon in mezzo all’assemblea d’Israele.

Israele ha riconosciuto il suo errore nell’affare dei Gabaoniti, l’ha confessato, ne subisce l’umiliazione in permanenza; e, da ciò come abbiamo visto, è approvato da Dio. Ma Satana non ha esaurito i suoi sforzi. Una nuova confederazione di re si organizza, e questa volta diretta non contro Israele, ma contro Gabaon. I Gabaoniti mandano a dire a Giosué: «Non negare ai tuoi servitori il tuo aiuto» (v. 6). Israele salirà? In qualunque modo, è circondato da pericoli. Non salire e lasciare sterminare i Gabaoniti sarebbe stato un eccellente modo per liberarsi dalle conseguenze del proprio errore; ma che ne sarebbe stato della sua umiliazione? Dove sarebbe la dirittura verso Dio e verso gli uomini? Salire, era accettare definitivamente l’alleanza col mondo! È opera di Satana di presentare l’alleanza col mondo! È opera di Satana di presentare simili dilemmi. Quante volte lo ha fatto verso l’Uomo che è stato perfetto in ogni cosa! Ma noi, come uscire da tali difficoltà? Con la semplice dipendenza da Dio realizzata alla scuola di Ghilgal. La lezione del tranello di Gabaon è imparata. Satana è smascherato.

Tuttavia, l’abbiamo già osservato nei precedenti capitoli, il solo fatto di essere a Ghilgal non preserva Israele. Al cap. 9 i Gabaoniti avevano trovato Giosuè e gli uomini d’Israele a Ghilgal, quando erano venuti per tendere loro il laccio di cui vediamo qui le conseguenze. Ciò che manca sovente, è l’applicazione pratica della croce di Cristo a tutti i dettagli della nostra vita. «Mortificate dunque le vostre membra che sono sulla terra». Bisogna, non solo tenersi a Ghilgal, ma salirne (v. 6 e 7) e poi ritornarvi (v. 15). La circoncisione, cioè la «morte» della nostra carne, e Ghilgal sono due cose inseparabili. La prima non basta per garantirci dalle cadute; Ghilgal senza la circoncisione non serve che a fare dei monaci, giacché l’uomo naturale può compiacersi e glorificarsi (Col. 2:20,23).

Ma il giudizio di se stesso produce la dipendenza, che si manifesta in felici comunicazioni con Dio che l’anima non aveva mai prima conosciute. Il Signore parla a Giosuè (v. Cool; Giosuè parla col Signore (v. 12) e il Signore gli risponde (v. 14). L’incoraggiamento, la potenza e la vittoria sono i frutti benedetti di quella dipendenza che tiene l’anima nostra in un’abituale relazione con Lui. Ah! ora il Signore non è più costretto a prendere partito contro loro, come ad Ai; poteva combattere per loro (v. 11, 14). Li vediamo infatti riportare la più clamorosa vittoria che la Parola ricordi. «E mai, né prima, né poi, v’è stato un giorno simile a quello» (v. 14), un giorno in cui il sole splendette per quasi ventiquattro ore, affinché Israele avesse il tempo di raccogliere, fino all’ultimo, i frutti della vittoria. Il Dio della terra e del cielo, dichiara qui che Israele è l’oggetto del suo speciale favore; quel popolo, battuto davanti ad Ai, ingannato da Gabaon, e la cui condotta avrebbe potuto stancare la pazienza di Dio, è un popolo giudicato, umiliato e col cuore rotto, che Dio non sprezza. E quel Dio esaudisce la voce di un uomo.

Cari lettori, noi siamo tutti in quella stessa condizione. Per quanto deboli possiamo sempre rivolgerci a Lui per lo Spirito di Cristo e salire fino alle più alte richieste. Niente era troppo elevato per Giosuè; egli conosceva il cuore del Signore, e sapeva quale posto vi occupava il suo popolo; egli poteva chiedergli di mettere i cieli, il sole e la luna al servizio dei suoi diletti!

Da quel giorno Israele camminò di vittoria in vittoria (v. 19); bisogna sconfiggere i nemici fino all’ultimo. I cinque re sono presi e impiccati alle forche; l’esperienza fatta prima aiuta Giosuè a discernere il suo cammino, perché è stata fatta con Dio. Giosuè conosce ciò che si addice alla santità di Dio (v. 26-27). Ripieno di coraggio per la parola di Dio (v. Cool incoraggia, egli stesso, il popolo (v. 25). Makkeda, Libna, Lakis, Ghezer, Eglon, Hebron, Debir, sono le loro tappe vittoriose; così prendono possesso della loro eredità e poi «Giosuè, con tutto Israele, tornò al campo di Ghilgal» (v. 15).
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