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 Habacuc 1: 2-4

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teofilo
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051014
MessaggioHabacuc 1: 2-4

Habacuc 1: 2-4
Henri Rossier

«Fino a quando, o Eterno, griderò, senza che tu mi dia ascolto? Io grido a te: "Violenza!" e tu non salvi! Perché mi fai veder l'iniquità e tolleri lo spettacolo della perversità? E perché mi stanno dinanzi la rapina e la violenza? Vi son liti, e sorge la discordia. Perciò la legge è senza forza e il diritto non fa strada, perché l'empio aggira il giusto, e il diritto n'esce pervertito» Habacuc 1: 2-4

Notiamo, fin da questi primi versetti, un carattere speciale di Habacuc che lo distingue dagli altri profeti minori. Michea ci fa assistere ad un colloquio con domande e risposte fra l'Eterno, il suo profeta e diversi altri interlocutori, colloquio che termina come una arringa di difesa. In Nahum l'Eterno solo si rivolge, uno alla volta, ai diversi personaggi che sono in causa. Qui, assistiamo ad un colloquio prettamente intimo fra il profeta ed il suo Dio; Habacuc parla all'Eterno ed egli risponde. Vi è analogia, da questo punto di vista, con Geremia, ma tutto il dramma si svolge nel cuore e nella coscienza del profeta; e nessun incidente personale lo interrompe, come nel corso della profezia di Geremia. L'angoscia lo opprime davanti a ciò che accade, ma le circostanze stesse non sembrano riguardarlo personalmente. Esse fanno sorgere in lui delle domande così angosciose che egli sente il bisogno di abbandonarsi sull'Eterno per essere liberato dal turbamento profondo che esse provocano in lui. Habacuc è un uomo di fede, e la sua prima espressione «fino a quando?» lo prova; ma la sua fede ha bisogno di essere sostenuta ed illuminata. Essa si accompagna con la debolezza, ma trova una risposta misericordiosa perché Dio riprende l'incredulità ma non la debolezza della natura umana. La nostra debolezza incontra la simpatia di Colui che in ogni cosa è stato tentato come noi, però senza peccare (Ebrei 4: 15), mentre per noi il peccato è sempre più o meno presente. L'apostolo stesso poteva prendere piacere nelle proprie debolezze e glorificarsene (2 Corinzi 12: 9-10), poiché il Signore si serviva di esse per compiere la sua potenza nel suo apostolo diletto.

L'espressione «fino a quando?» è, come spesso vediamo nei Profeti e nei Salmi, il grido della fede. Questa fede esprime la certezza che Dio risponderà a tempo e luogo, ma, nell'attesa, essa accetta la tribolazione come una prova necessaria. Questo sarà il grido del residuo di Israele afflitto, mentre attraverserà la grande tribolazione degli ultimi tempi, con la certezza che essa sarà l'ultimo atto dei giudizi di Dio che prepara l'avvento glorioso del Messia, in un regno di libertà, di giustizia e di pace.

Qui tuttavia è un po' diverso. Il profeta è un testimone, separato dal popolo, ma non soffre personalmente della violenza come sarà per il residuo, ma vi assiste e la constata. L'idolatria di Israele non è in causa qui, ma si tratta piuttosto di ciò che ha caratterizzato, fin dall'inizio della sua storia, l'uomo corrotto dal peccato (Genesi 6:11), la violenza, col suo seguito di iniquità, oppressione, devastazione, discordia e contestazione fra il popolo (versetti 2-3). Ai nostri giorni, come al tempo del profeta, ogni cuore occupato degli interessi del Signore è in grado di constatare queste cose. Esse stanno dinanzi a noi come ad Habacuc. E ciò che fa aumentare l'angoscia è che esse si manifestano, oggi come allora, in mezzo a coloro che hanno ancora la pretesa di essere il popolo di Dio, in un tempo in cui l'Eterno l'ha già abbandonato.

Se la nostra anima, come quella del profeta, non ha ancora appreso perché Dio lascia sussistere tutto questo male senza mettervi fine, noi grideremo: «Perché mi fai vedere l'iniquità e tolleri lo spettacolo della perversità?» Parlando così dimentichiamo due cose, constatate dal profeta Nahum (1: 3-7): «L'Eterno è lento all'ira» e «l'Eterno è buono». Noi esclamiamo: «Io grido a te: Violenza! e tu non salvi». Vorremmo veder Dio intervenire, in presenza di uno stato morale che sappiamo essergli in abominazione. In fondo vi è sempre un certo egoismo in questo desiderio, benché sia l'espressione del nostro amore per i fedeli che attraversano questi tempi disastrosi.

«Tu non salvi»! Non si tratta qui di una salvezza spirituale, ma d'una liberazione temporale. L'anima angosciata vorrebbe veder la pace ristabilita e i violenti giudicati. La violenza è sotto i nostri occhi, e Dio non risponde! Non è mancanza di fede, ma è il grido d'angoscia d'un'anima poco salda, mentre si trova davanti ad un problema, fino a quel momento insolubile. Perché Dio permette il male? Com'è possibile che egli dimentichi i suoi, indifesi in mezzo a tutta la malvagità dell'uomo? Il profeta sta per ricevere la risposta, ma diversa da quella che avrebbe immaginato. Bisognerà passare per un tempo di apprendimento doloroso, ma ricco di benedizioni per la sua anima, prima di comprendere ciò che Dio vuol produrre nel cuore dei suoi che attraversano quei giorni di prova.

«La legge è senza forza»: la legge, data un tempo da Dio stesso, era destinata ad infrangere la volontà dell'uomo. «Il diritto», che l'uomo avrebbe dovuto imparare e praticare sotto l'egida della legge, «non fa strada», non viene mai alla luce. Al contrario, «l'empia aggira il giusto». Notate questo termine «il giusto». Lo ritroveremo al cap. 2. Il profeta è consapevole della propria integrità, come più tardi il residuo d'Israele quando attraverserà i giudizi della fine, ma non ha ancora ricevuto la risposta e non vede la vittoria del bene sul male. Indirizza a Dio i suoi «perché», e non se li sarebbe neppure posti, se non avesse avuto fiducia nella risposta di Dio. Come mai «il diritto non fa strada» e se un giudizio è fatto esso è il contrario di ciò che un'anima pia e integra potrebbe attendersi? «Il diritto ne esce pervertito» ed il fedele, ovunque si volga, incontra ingiustizia e iniquità.

L'Eterno risponderà a questa domanda, ma, nell'attesa, il giusto constata ciò che Dio ha constatato da ogni tempo, dal momento in cui il peccato è apparso, cioè che al di fuori di coloro che sono giustificati dalla fede, nel mondo non v'è «alcun giusto». Se si tratta del carattere nazionale d'Israele, la Parola ci insegna che sotto il regno di Roboamo vi erano ancora «in Giuda delle cose buone» (2 Cronache 12:12), come sotto il regno di Ezechia; ma non fu più così sotto i regni successivi. Sotto quello di Giosia apprendiamo dal profeta Sofonia ciò che Dio pensava della «nazione spudorata», della «città ribelle, contaminata, città d'oppressione», dei suoi principi, dei suoi giudici, dei profeti, dei sacerdoti (Sofonia 2: 1; 3: 1-4). Qui è lo stesso: lo stato morale d'Israele, alla fine della sua storia, non era migliore di quello dell'uomo all'inizio della sua storia. Questo stato non era mai cambiato, in effetti. I critici che sostengono che la descrizione data qui si debba riferire allo stato del popolo sotto un regno malvagio, come quello di Manasse, si sbagliano dunque.

Se c'erano i re, capi responsabili d'Israele, Dio faceva dipendere la benedizione del popolo dalla loro condotta. Per questo si vede, sotto certi regni dei re di Giuda, il male frenato, la giustizia ristabilita, la pietà verso Dio riconosciuta, il servizio del tempio restaurato, senza che il cuore della nazione fosse cambiato. D'altra parte, il governo di un re malvagio aggravava ancor più questo doloroso stato morale introducendo o favorendo un'idolatria sfrontata alla quale il cuore pervertito del popolo si dava immediatamente.

Il passo di cui parlavamo prima si può dunque riferire a qualunque regno, ma probabilmente si riferisce a quello di Giosia, non essendo qui neppure menzionata l'idolatria di Israele (*).

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(*) Vedere ancora per lo stato del popolo: Michea7: 2-3; Geremia 5: 15-29; 7: 5-6; 20: 8.
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«Vedete fra le nazioni, guardate, meravigliatevi e siate stupefatti! Poiché io sto per fare ai vostri giorni un'opera, che voi non credereste se ve la raccontassero» (v. 5).

Troviamo qui la risposta alla domanda del profeta, risposta che però non si indirizza a lui, ma ai malvagi di cui egli si è lamentato.

Questi malvagi sono invitati a «vedere fra le nazioni» e a considerare con stupore come l'Eterno retribuirà i loro misfatti. In questo momento l'Assiro non è ancora distrutto, ma l'Eterno sta per suscitare i Caldei. A questa potenza Egli asservirà molti popoli, ma prima di tutto il popolo di Dio. Questo avrebbe potuto credere che, liberato dal giogo dell'Assiro, non avrebbe più avuto a che fare con l'oppressore; invece stava per cadere sotto il giogo Caldeo, ben più pesante e crudele. E c'era un giudizio ancora più terribile: l'Eterno stava per togliere il potere ad Israele e conferirlo, per la prima volta, a Babilonia, la «testa d'oro» della monarchia dei Gentili!

Tale era la sorte che attendeva questo popolo malvagio, ma era allo stesso tempo la risposta al grido del profeta: «Io grido a te: Violenza! e tu non salvi». L'Eterno risponde mostrando al suo servitore che se Egli non salva il giusto dalla violenza dei malvagi, è perché il castigo sta per cadere su di loro. Israele soccomberà, lui e il suo paese, sotto i colpi di Babilonia; poi sarà ridotto in schiavitù.

Ma lo Spirito Santo dà a questa profezia una portata molto più estesa, come vediamo al capitolo 13 degli Atti. Arrivato con Barnaba ad Antiochia di Pisidia, Paolo fa un discorso nella sinagoga, ed il contenuto, se vi poniamo ben attenzione, ha per testo questa parola del nostro profeta. Là dove non c'era «salvezza» e dove il profeta diceva «Tu non salvi», Dio aveva suscitato a Israele come Salvatore un Gesù morto e risorto. La parola di questa salvezza era inviata a quegli stessi che avevano rigettato Cristo. Tutti udivano questa parola, e quelli fra di loro che temevano Dio erano chiamati a riceverla (Atti 13: 23-26).

Il popolo non aveva conosciuto Gesù, né la voce dei profeti che l'annunziavano; anzi, aveva condannato il suo Messia, compiendo così ciò che Habacuc aveva detto di loro: «Il diritto n'esce pervertito» (1: 4). Allora l'apostolo applica loro la parola «dei profeti», e particolarmente del nostro profeta: «Vedete, o sprezzatori, e meravigliatevi, e dileguatevi, perché io fo un'opera ai dì vostri, un'opera che voi non credereste, se qualcuno ve la narrasse» (Atti 13: 41). Essi non dovevano più «guardare fra le nazioni», perché da molto tempo i Caldei erano stati rimpiazzati da altre potenze, fra le quali, da ultima, Roma. Dai giorni di Habacuc, il giogo delle nazioni aveva pesato sul popolo; al tempo della predicazione di Paolo, Israele era asservito alla quarta monarchia dei Gentili, quella di Roma. Così l'apostolo non dice, come il nostro profeta, «Io sto per fare ai vostri giorni un'opera...» ma: «Io fo»; l'opera Dio la faceva già, e quest'opera non era il giudizio. La grande salvezza era annunziata prima ai Giudei; ma se essi la disprezzavano, se erano degli «sprezzatori», l'apostolo si volgeva verso le nazioni. Saranno allora queste ultime che guarderanno ai Giudei e vedranno il giudizio di questo popolo per aver rifiutato la grazia in Gesù. E ciò che avvenne in quella stessa città di Antiochia in cui i Giudei, avendo rigettato la salvezza di Dio in Cristo, giudicarono se stessi «indegni della vita eterna». Gli apostoli, «scossa la polvere dei loro piedi contro loro, se ne vennero ad Iconio» (Atti 13: 46-51).

Così, secondo Paolo, l'Evangelo era la risposta al lamento del profeta: «Tu non salvi». Era la salvezza per un popolo che aveva meritato il giudizio; ma, se ora disprezzava la grazia, gli era riservato un giudizio molto più terribile della cattività di Babilonia e del giogo romano, e cioè la distruzione di Gerusalemme e la dispersione definitiva dei Giudei fra le nazioni.

Abbiamo qui un esempio dell'uso che Dio fa della sua Parola e ne troveremo altri nel corso di questo studio. Dio trae da questo fondo inesauribile delle verità nascoste agli occhi degli uomini e le mette in luce, verità che proclamano la grazia quando il mondo non poteva attendere altro che il giudizio. Ma che cosa dovrà essere questo giudizio se l'uomo rigetta deliberatamente la grazia!

Qui è importante notare, come sempre del resto quando si tratta di interpretare tutta la profezia, che il giudizio imminente per mano dei Caldei prefigura un giudizio futuro di cui esso è come il preludio, e che la liberazione temporale di Israele è diventata, nell'insegnamento dell'apostolo Paolo, l'immagine della salvezza eterna.

«Perché, ecco, io sto per suscitare i Caldei, questa nazione aspra e impetuosa, che percorre la terra quant'è larga, per impadronirsi di dimore che non son sue. È terribile, formidabile; il suo diritto e la sua grandezza emanano da lui stesso» (v. 6-7).

L'Eterno ha cura di far comprendere al suo profeta che se suscita i Caldei non è perché ha scoperto in loro delle buone qualità morali. Al contrario, è una nazione crudele, e come potrebbe Dio approvarla? Essi sono impetuosi, attaccano per primi, percorrono la terra quant'è larga, invadono il mondo e prendono possesso di dimore che non sono loro. Questa sete di impadronirsi di territori altrui non la vediamo anche oggi? Ma i Caldei sono la verga di Dio, il suo castigo è su Israele così come sulle nazioni. «Vedete fra le nazioni» aveva detto l'Eterno; questo torrente dilagante avanza attraverso il mondo, questa onda dei giudizi di Dio deve raggiungere Israele, e, prima di inghiottirlo, formidabile e terribile, spazzerà tutto al suo passaggio. Vi è di che riempire il cuore di terrore.

«Il suo diritto e la sua grandezza emanano da lui stesso». La sua propria volontà costituisce ciò che il Caldeo chiama il suo diritto; e lo stesso è per la sua dignità. Egli non tiene conto di quella degli altri, ma pensa di avere, lui, una dignità che lo eleva al di sopra degli altri. Il suo orgoglio e ciò che gli piace sono la sua guida. Non abbiamo noi, sotto gli occhi, simili esempi? Il credente potrebbe anche desiderare che quest'orgoglio fosse abbattuto, ma Dio gli dice: Non vedi che questi giudizi provengono da me e che, pur cominciando dalle nazioni che ti circondano, sono destinati a te?

Viene in seguito la descrizione impressionante della potenza caldea: «I suoi cavalli sono più veloci dei leopardi, più agili dei lupi sulla sera; i suoi cavalieri procedono con fierezza; i suoi cavalieri vengono di lontano, volan come l'aquila che piomba sulla preda. Tutta quella gente viene per darsi alla violenza, le lor facce bramose sono tese in avanti, e ammassan prigionieri senza numero come la rena. Si fan beffe dei re, e i principi son per essi oggetti di scherno; si ridono di tutte le fortezze; ammontano un po' di terra, e le prendono» (v. 8-10).

Geremia usa delle immagini simili e sovente le medesime espressioni (vedere cap. 4: 13, cap. 5: 6, ecc.).

L'Assiro ed il Caldeo hanno delle caratteristiche comuni, ma nel primo troviamo, sembra, una organizzazione minore per l'invasione e la strage; la rapidità dei Caldei, la loro agilità, è come quella di una banda di lupi affamati, che avanzano a passo serrato, senza rumore; i loro occhi accesi brillano nelle tenebre; sono certi di raggiungere la loro preda. Al momento giusto ecco l'impeto dei cavalieri che vengono da lontano, rapidi come l'aquila; l'attacco è furibondo come ci è già descritto nel profeta Nahum (cap. 2 vers. 3-4, cap. 3 vers. 1-3).

«Tutta quella gente viene per darsi alla violenza». Il profeta, costernato per lo stato del popolo, gridava all'Eterno: «Violenza!». Dio gli mostra che questa violenza di Israele troverà la sua giusta retribuzione nella violenza dei Babilonesi. «Ammassano prigionieri senza numero come la rena». Non abbiamo assistito ai nostri giorni a spettacoli simili? La storia si ripete, dicono gli uomini per consolarsi. Senza dubbio, ma perché i caratteri dell'uomo peccatore, che si ripetono sempre, sfidano la santità di Dio.

«Allora egli cambierà pensiero, e passerà oltre (*); si rendono colpevoli; questa lor forza è il loro dio» (v. 11).

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(*) Traduzione letterale.
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Arriva il momento in cui il capo della nazione caldea, colui che e considerato dall'Eterno come responsabile della missione giudiziaria che Dio gli ha affidato, cambierà pensiero. Invece di considerarsi come uno strumento, egli andrà oltre la sua missione e si renderà colpevole. Ha peccato mille volte per la sua crudeltà, l'orgoglio e l'idolatria, ma ad un dato momento le sue proprie forze prendono per lui il posto di Dio. La potenza che l'Eterno ha messo nelle sue mani è diventata il suo dio. Ha il culto della forza, della sua forza. Si confida in essa, ad essa rende omaggio. Quel capo dell'antico Impero Caldeo non resta un caso isolato. Nella storia degli ultimi tempi, il successore diretto di Babilonia, la Bestia romana «guarita dalla ferita mortale», non avrà altra religione che quella.

Nella storia finale dell'umanità, non si tratterà tanto dell'idolatria grossolana, quanto piuttosto dell'adorazione dell'uomo che sarà l'idolo del mondo. Gli idolatri hanno sempre adorato, nei suoi attributi di potenza, d'amore, di giustizia, un Dio sconosciuto, al quale la loro immaginazione dava forma umana o animale; l'idolatria futura adorerà l'uomo nell'idolo. Questa tendenza si mostrò presto nella storia degli imperi (Daniele cap. 3; cap. 6 vers. 7-11) e raggiunse, nel passato, il suo punto culminante nella deificazione degli imperatori romani. Ma l'uomo deificato non può neppure lui fare a meno di un dio. L'Anticristo che si farà adorare come Dio sarà a sua volta l'adoratore delle forze che Satana gli avrà asservito (Daniele 11: 38).
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