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 1a epistola Paolo a Timoteo cap 1

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1a epistola Paolo a Timoteo cap 1
Henri Rossier

Introduzione

Prima di intraprendere uno studio particolareggiato di questa epistola, ci sembra utile soffermarci brevemente sul concetto di Chiesa come è presentata nell’epistola agli Efesini e in alcuni altri passi delle tre epistole chiamate «pastorali», cioè le due indirizzate a Timoteo e quella a Tito.

L’epistola agli Efesini ci presenta la Chiesa sotto tutti i suoi aspetti (Corpo di Cristo, Sposa, dimora di Dio) tranne uno (casa di Dio) che è presentato nelle altre tre.

La Chiesa è, innanzi tutto, il Corpo di Cristo sulla terra (Efesini 1:23), composto da tutti i credenti viventi, costituiti in unità. Questa unità abolisce ogni distinzione fra Giudei e Gentili e forma un tutto unico, indissolubilmente legato dallo Spirito Santo a Cristo, Capo glorificato del Suo corpo, nel cielo. È un «mistero» di cui solo l’apostolo Paolo fu «amministratore». Malgrado la decadenza attuale della Chiesa noi possiamo ancora, sia pure in due o tre, realizzare questa unità e manifestarla alla tavola del Signore, secondo 1 Corinzi 10:17. Che immenso privilegio per coloro che ne hanno compresa l’importanza!
La Chiesa è la Sposa di Cristo (Efesini 5:24-27). Il Signore si occupa di purificarla con la Parola, durante il suo cammino quaggiù, prima di accoglierla presso di se nella gloria. E qui ancora, malgrado la rovina della Chiesa, chiunque realizza come cosa attuale l’amore senza limiti col quale Cristo ha dato se stesso per la sua Sposa, capirà nel più profondo del cuore di farne parte, e ne godrà come di una profonda realtà che si rivela ai suoi sentimenti; e griderà con lei, nella potenza dello Spirito Santo che la anima: «Vieni, Signore Gesù!» (Apocalisse 22:20).
La Chiesa è un tempio santo che il Signore stesso edifica, prendendo come fondamento gli apostoli e i profeti del Nuovo Testamento secondo l’insegnamento dei quali Gesù Cristo stesso è la pietra angolare; un edificio che continua ad innalzarsi fino a che il suo divino architetto non vi avrà aggiunta l’ultima pietra. Costruita così da Dio, questa casa è un edificio perfetto (2:19-21). La stessa verità ci è presentata in Matteo 16:18.
È sulla confessione che ha dichiarato Cristo figlio del Dio vivente che il Signore edifica la propria Chiesa; Pietro stesso è una pietra di questo edificio contro il quale le porte dell’Ades nulla possono fare. Qui ancora l’opera dipende da Cristo soltanto, e Satana è impotente per distruggerla.
In 1 Pietro 2:5 troviamo qualcosa di analogo: Cristo è la pietra vivente rigettata dagli uomini ma prescelta e preziosa agli occhi di Dio. Noi ci avviciniamo a Lui come pietre viventi e siamo edificati su di Lui come un edificio spirituale.
Che ci siano degli strumenti che portano queste pietre non possiamo metterlo in dubbio, ma il passo di Pietro, facendo astrazione da qualsiasi strumento umano, ci mostra che l’edificio è unicamente composto di pietre viventi.
Noi siamo edificati tutti insieme nel Signore per servire da dimora a Dio per lo Spirito (Efesini 2:22). Vi è dunque nel mondo una cosa di immenso valore: il luogo in cui Dio stesso abita per lo Spirito. Ed anche qui nulla è lasciato alla responsabilità dell’uomo. Non è lui che edifica ma è Dio stesso che vuole avere una dimora quaggiù. Questo grande fatto è stato realizzato con l’effusione dello Spirito Santo alla Pentecoste ed è stato completato con l’introduzione dei Gentili nel cristianesimo.

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Questi sono i diversi aspetti sotto cui ci è presentata fin qui la Chiesa. È Dio stesso che fa il lavoro, sicché non esistono in pratica differenze fra ciò che costituisce il corpo, la sposa, l’edificio e la dimora. Tutti sono composti dagli stessi elementi. L’opera che li riunisce è perfetta perché è divina.

Ma è anche vero che Dio affida l’edificazione della sua dimora in questo mondo alla responsabilità di coloro che ne fanno parte. L’opera dell’uomo subentra allora parzialmente; ed è ciò che ci presenta in modo evidente il terzo capitolo della prima epistola ai Corinzi. Paolo, da saggio architetto, aveva posto il fondamento che è Cristo, e nessuno può porre altro fondamento. Ciascuno doveva badare a come edificava su questo fondamento. Dio ha, come per ogni cosa creata, fatto tutto bene, ma viene il momento in cui affida la sua opera all’uomo. Come adempirà questi il suo incarico? Nonostante tutto ciò che potrà capitare, Dio continua il suo lavoro e lo porterà a termine; affidato all’uomo, è dimostrato che se certi operai sono dei «buoni operai» che lavorano bene, altri, pur essendo dei buoni operai, lavorano male; infine, c’è una terza categoria composta di «cattivi operai» che corrompono e distruggono il tempio di Dio.

Il lavoro degli operai può consistere nell’introduzione di buone o cattive persone, di buone o cattive dottrine; però, pur considerato sotto questo aspetto, l’edificio, resta sempre il tempio di Dio, la dimora di Dio (*). Questa casa è, in sostanza, sempre opera di Cristo; nonostante gli elementi impuri che l’uomo vi ha introdotto, malgrado il cattivo materiale, le basi sono state poste da un «savio architetto»; l’apostolo Paolo non è venuto meno al suo incarico. Ed è per questo che, qualunque sia la sua corruzione, questa casa sussisterà fintanto che Dio vi abiterà col suo Spirito. Ma giungerà un momento in cui essa non conterrà più dei buoni materiali, quando lo Spirito Santo risalirà al cielo con la Sposa e il Signore vomiterà dalla sua bocca, come cosa ripugnante, ciò che aveva portato il Suo nome.

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(*) La stessa cosa era per il tempio di Gerusalemme quando il Signore diceva: «Sta scritto: "La mia casa sarà una casa di preghiera", ma voi ne avete fatto un covo di ladri». (Luca 19:46). Ma anche in quello stato non aveva cessato di essere chiamata la casa di Dio.
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Tuttavia non dobbiamo dimenticare che appartenere alla casa di Dio, anche se siamo responsabili, è un immenso privilegio; qualunque sia la condizione morale di questa casa, essa resta un luogo in cui Dio abita col suo Spirito. Questo luogo non si trova dappertutto nel mondo, poiché Dio non abita col suo Spirito nell’Islamismo e neppure nel Giudaesimo. È qui che si trova la vita unita alla professione cristiana, ma ahimè anche la professione cristiana senza la vita; e questo diventa per coloro che hanno solo la professione esteriore la causa stessa della loro condanna. È qui che si trovano, d’altra parte, lo Spirito e le sue diverse manifestazioni, la verità, la Parola ispirata, l’evangelo della salvezza, la testimonianza. Separando la professione dalla vita, Satana ha fatto un’opera di distruzione. Questa opera nefasta, basata sulla mondanità che si è introdotta nella Chiesa, accompagnata da false dottrine e da insegnamenti legali, è cominciata fin dal tempo degli apostoli, come troviamo nelle Epistole e negli Atti. Non è forse degno di nota il fatto che queste cose fossero preannunziate agli anziani di Efeso, in un’assemblea in cui le verità più elevate del cristianesimo erano state proclamate ed apprezzate (Atti 20:29-30), e che sia ancora ad Efeso che Timoteo debba reprimerle (1 Timoteo 1:3)? Ma il male ha progredito e la casa di Dio è diventata una grande casa che contiene dei vasi a disonore (2 Timoteo 2:20-21); bisogna che il cristiano si purifichi «da queste cose» (*) perché non può uscire lui dalla casa.

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(*) Cioè: da questi vasi a disonore (Nota BibbiaWeb).
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È dunque sul terreno della casa di Dio responsabile che ci introducono le epistole a Timoteo e a Tito. Nella prima epistola a Timoteo troviamo inoltre la casa di Dio come «chiesa del Dio vivente, colonna e sostegno della verità», i cristiani come responsabili del suo ordine e del suo funzionamento, il male che cerca di predominare nella Chiesa, e una diga frapposta dallo Spirito Santo contro lo straripare di questo male, l’attività del fedele Timoteo delegato dell’apostolo Paolo. Nella seconda epistola troviamo invece una «grande casa», con un insieme profondamente rattristante di vasi ad onore e di vasi a’ disonore; ma nello stesso tempo, cosa infinitamente consolante in mezzo a questa rovina, troviamo anche un cammino rivelato per il giorno attuale, giorno di rovina irrimediabile; un cammino nel quale il Signore può essere glorificato dai suoi fedeli come nei più bei giorni della edificazione della casa di Dio.

È evidente che le epistole a Timoteo non ci trasportano, come quella agli Efesini, nei luoghi celesti. Si tratta di una testimonianza resa al Signore sulla terra e caratterizzata dalla disciplina secondo Dio, ordine che gli angeli sono chiamati a contemplare per vedere il Dio invisibile nell’assemblea di coloro ch’Egli ha salvati.
1. Capitolo 1
1.1 L’indirizzo e i saluti

Vers. 1-2: — «Paolo, apostolo di Cristo Gesù per ordine di Dio, nostro Salvatore, e di Cristo Gesù, nostra speranza, a Timoteo, mio legittimo figlio nella fede: grazia, misericordia, pace, da Dio Padre e da Cristo Gesù nostro Signore».

Questi versetti incominciano con lo stabilire le sole basi secondo le quali l’uomo entra in relazione con Dio e che saranno sviluppate dettagliatamente in questo capitolo. Queste basi sono il soggetto del ministero dell’apostolo. Dio si manifesta qui con un titolo che troviamo soltanto nelle epistole pastorali; non che non sia chiamato anche altrove (per esempio in Luca 1:47) «Dio mio Salvatore» o «nostro Salvatore», ma qui lo troviamo con questo appellativo per così dire unico e primordiale. Ciò che caratterizza, in questo passo, la sua divinità di per se stessa è la salvezza. Questa salvezza è presentata nel suo valore universale. Avvicinandoci a Dio, lo troviamo soltanto con questo carattere. Senza dubbio è il Giudice, il Dio sovrano, il Creatore, il Santo, ma nel giorno attuale si rivela soltanto come Dio Salvatore. Che nome prezioso! Che grazia incomparabile! I peccatori lo dovranno incontrare un giorno come Giudice, ma attualmente Egli non riveste che un carattere: quello del Dio che fa grazia. Quando gli uomini di oggi dovranno comparire dinanzi a Lui, potranno forse scusarsi di non essere stati salvati quand’Egli non si era manifestato al mondo sotto altro titolo?

Paolo era apostolo secondo il suo comandamento. Come Dio eterno, gli aveva dato un comandamento, una missione in vista della rivelazione del mistero della Chiesa (Romani 16:25-26); ma qui il comandamento è di far conoscere al mondo che il Dio Salvatore si è rivelato in Gesù Cristo e che la salvezza non può essere ottenuta se non per mezzo di Lui. Questo comandamento esige l’obbedienza della fede ed è inseparabile dalla persona di Cristo Gesù, «nostra speranza», la sola nel quale un peccatore possa confidare, l’unica àncora di salvezza offerta all’uomo perduto.

Ma queste cose possono essere proclamate soltanto da un uomo che ha incominciato a riceverle per se stesso; ed è così che Paolo le aveva ricevute, direttamente dal Signore; e il suo «vero figlio» Timoteo le aveva ricevute a sua volta da Paolo. Troviamo dunque in questi due versetti gli elementi sui quali sono fondate le relazioni di ciascun individuo con Dio. Per Paolo, come per Timoteo, il «Dio Salvatore» è il «nostro Salvatore»; Gesù Cristo è «nostra speranza», Dio è «nostro Padre» in virtù della salvezza, avendo Cristo nostro Signore acquistato tutti i diritti su Paolo e su Timoteo. Queste benedizioni erano acquisite per loro per mezzo della fede, nella quale Timoteo era diventato il figlio dell’apostolo.

I saluti di Paolo a Timoteo portano a questi grazia e pace, e oltre a ciò «misericordia», termine che si trova soltanto nelle epistole indirizzate a un individuo. È infatti ciò di cui non possiamo fare a meno nella nostra vita quotidiana. L’apostolo stesso, chiamato da Dio per la sua missione, cosa sarebbe diventato senza la sua misericordia (v. 13)?
1.2 Le false dottrine e l’evangelo della grazia

Vers. 3-7: — «Ti ripeto l’esortazione che ti feci mentre andavo in Macedonia, di rimanere a Efeso per ordinare ad alcuni di non insegnare dottrine diverse e di non occuparsi di favole e di genealogie senza fine, le quali suscitano discussioni invece di promuovere l’opera di Dio, che è fondata sulla fede. Lo scopo di questo incarico è l’amore che viene da un cuore puro, da una buona coscienza e da una fede sincera. Alcuni hanno deviato da queste cose e si sono abbandonati a discorsi senza senso. Vogliono essere dottori della legge ma in realtà non sanno né quello che dicono né quello che affermano con certezza».

Il compito affidato a Timoteo è più elevato ed esteso di quello di Tito. Innanzitutto riguardo alla sfera in cui si sviluppa; l’attività di Timoteo si esercita infatti ad Efeso, dove le dottrine più elevate sulla posizione celeste della Chiesa erano state proclamate e ricevute nella forza del primo amore. Il luogo d’attività di Tito, invece, è l’isola di Creta, il cui stato morale abituale è sufficientemente stigmatizzato nell’epistola che gli è indirizzata.

Riguardo poi alla missione, quella di Tito è la nomina degli anziani, con particolare insistenza sulla sana dottrina che anziani e giovani dovevano ricordare e serbare.

La missione di Timoteo va oltre. L’incarico che gli è affidato ha per scopo, prima di tutto, il comportamento di ogni credente nella casa di Dio, non soltanto di quelli che esercitano delle cariche in questa casa. Del resto, non vediamo che sia ordinato a Timoteo di stabilire gli anziani, ma troviamo l’elenco delle qualità che devono contraddistinguere gli anziani e i diaconi.

Innanzi tutto è mantenere e difendere la buona e sana dottrina, la dottrina secondo la pietà, il compito del delegato dell’apostolo. Tutto l’ordine della casa di Dio è basato sulla dottrina; diciamo piuttosto sulla fede (v. 4), cioè l’insieme della dottrina cristiana ricevuta con la fede. S’impara così come bisogna comportarsi in questa casa affinché la testimonianza di Cristo, che le è affidata, abbia tutto il suo valore di fronte al mondo.

Ma ecco che, non appena affidata alla responsabilità dei santi, questa testimonianza correva il pericolo di scomparire per le astuzie o gli attacchi aperti del nemico. «Alcuni» opponevano alla sana dottrina dell’apostolo un insegnamento non basato su Cristo. È ciò che Paolo con una sola parola chiama «insegnare dottrine diverse» (*). Si trattava di resistere contro quelle persone con autorità e decisione. «L’incarico» (v. 3-5) era affidato a Timoteo a questo scopo; ogni diritto gli era conferito di «ordinare» a tali persone. Fino a quando esisteva l’autorità apostolica, questa missione era necessaria affinché la Chiesa potesse sussistere come testimonianza esteriore in questo mondo e le anime semplici, incapaci di discernere tra la vera e la falsa dottrina, fossero messe al riparo. Queste «dottrine diverse» non erano le «sane parole», quelle del nostro Signore Gesù Cristo; non avevano per base e per origine le parole di Cristo così come sono contenute nelle Scritture; non avevano per scopo la «pietà» (6:3). Dovevano essere dunque represse con autorità.

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(*) Il termine greco è «eterodidaskaleo», che si traduce anche con «insegnare in altro modo» (1 Timoteo 6:3).
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Insegnare in altro modo (v. 4) conduce inevitabilmente alle favole, chiamate in Tito 1:14 «favole giudaiche». Nel capitolo 4 v. 7 della nostra epistola esse sono qualificate «favole profane e da vecchie». Gli evangeli apocrifi e i libri talmudici ne sono pieni!

Queste dottrine non hanno assolutamente e non avranno mai come risultato né l’edificazione né l’ordine della casa di Dio. Invece di edificare questa casa esse la distruggono e l’abbandonano al disordine e alla rovina. Questo si svolge ogni giorno sotto i nostri occhi, e il fieno e la paglia introdotti in questa costruzione (1 Corinzi 3:12) saranno infine bruciati, con la casa che si ha la pretesa di edificare.

Il ministero (*) basato sulla rivelazione della grazia di Dio e sul mistero della Chiesa era stato affidato a Paolo (Efesini 3:2-9). Era allora necessario che fosse manifestato chi edificava su questo fondamento e chi su dottrine diverse, perché «l’opera (*) di Dio è fondata sulla fede», cioè per mezzo di una dottrina divina che si indirizza alla fede per essere ricevuta, e ciò in contrasto con la legge, come vedremo più avanti.

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(*) Oppure: amministrazione o dispensazione. È la stessa parola nel testo originale in Efesini 3:2 e 1 Timoteo 1:4.
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Ma l’apostolo si interrompe (v. 5) per mostrare il «fine», lo scopo finale, dell’incarico affidato a Timoteo (v. 3). Questo scopo è completamente morale. È l’amore, l’amore inseparabile da un buono stato d’animo davanti a Dio, e di cui non si potrebbe fare una descrizione più completa di quella che abbiamo qui; se si presenta così, non saremo mai ingannati da false apparenze, tanto frequenti in questo mondo e che dovrebbero essere estranee alla casa di Dio. Questi tre pilastri sono il cuore, la coscienza e la fede.

«Un cuore puro» non significa un cuore immacolato, puro quanto a se stesso, ma un cuore purificato dal lavacro della Parola (Giovanni 13:8-10; 15:3; 1 Pietro 1:22).

Una «buona coscienza» è una coscienza che dopo la purificazione dei nostri cuori non ha nulla da nascondere a Dio e di conseguenza nulla da rimproverarsi (1 Timoteo 1:19; Ebrei 10:22).

Una «fede sincera» è una fede senza ipocrisia. Questa parola «fede», che è ripetuta diciassette volte in questa epistola, ha due significati un po’ differenti, come abbiamo già potuto rilevare. Nel suo significato abituale, la fede è l’accettazione, per mezzo della grazia, di ciò che Dio ha detto riguardo al suo Figlio; significa ricevere il Salvatore. Ma è anche l’insieme della dottrina cristiana ricevuta per mezzo della fede. Così, al v. 19 del nostro capitolo si «conserva la fede»; al capitolo 3 v. 9 la fede è l’insieme delle cose fino allora nascoste, ma adesso rivelate e che la fede afferra; al capitolo 4 v. 1 «apostatare dalla fede» è abbandonare ciò che la dottrina cristiana rivela; al capitolo 5 v. 8 è rinnegarla.

La fede è sovente menzionata insieme ad una buona coscienza (1:5 e 19; 3:9). È molto pericoloso per il cristiano non avere, per una ragione qualsiasi, una buona coscienza di fronte a Dio. La mancanza di una buona coscienza ci fa allontanare dalla fede, e le nostre parole, da allora in poi, diventano delle «vane chiacchiere» senza alcun interesse per le anime.

L’amore, dunque, scopo di tutta l’attività di Timoteo, doveva avere per base il cuore, la coscienza e la fede. Se quest’amore è veramente attivo, non c’è più bisogno di fare degli sforzi per arrestare il male e non ci sarebbe più bisogno di lottare per mantenere o ristabilire l’ordine nella Chiesa. Ma ad Efeso l’ordine era turbato a causa di certe persone che erano estranee allo stato pratico del cuore e della coscienza di cui abbiamo parlato precedentemente. Queste persone, invece di cercare il bene delle anime, non pensavano che a loro stessi e a farsi ricevere come dottori della legge. Tali pretese, senza lo stato morale che può farle accettare, non fanno che mettere in evidenza l’estrema miseria spirituale e l’ignoranza di coloro che le accampano. Le loro parole non hanno alcun valore: sono «discorsi vani». A che cosa sono utili? Coloro che le pronunciano non comprendono nemmeno loro il senso di ciò su cui insistono. Questo quadro che ci parla della pretesa d’insegnare la Parola senza la fede, senza un cuore purificato, senza una buona coscienza, è di altrettanta attualità, al giorno d’oggi. L’azione di tali persone avrà del resto sempre un carattere legale; ma comprendono questi ciò che significa la legge?

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Vers. 8-11: — «Noi sappiamo che la legge è buona, se uno ne fa un uso legittimo; sappiamo anche che la legge è fatta non per il giusto ma per gl’iniqui e i ribelli, per gli empi e i peccatori, per i sacrileghi e gl’irreligiosi, per coloro che uccidono padre e madre, per gli omicidi, per i fornicatori, per i sodomiti, per i mercanti di schiavi, per i bugiardi, per gli spergiuri e per ogni altra cosa contraria alla sana dottrina, secondo il vangelo della gloria del beato Dio, che egli mi ha affidato».

L’apostolo stabilisce il contrasto più completo fra la legge, alla quale questi sedicenti dottori volevano condurre i cristiani, e l’Evangelo. Il primo punto sul quale egli insiste è che la legge è buona. Troviamo questa stessa affermazione in Romani 7:12. Il nocciolo della questione è che bisogna usarla legittimamente, cioè conoscere l’uso che se ne deve fare. Essa non s’indirizza ai giusti, perché come potrebbe condannare un giusto? Ma è data per condannare il male. Qui l’apostolo enumera le persone alle quali la legge s’indirizza e contro le quali infierisce legittimamente. Con poche parole egli descrive il loro stato morale: la propria volontà, la disobbedienza, l’empietà e lo spirito profano riguardo a Dio, la mancanza di rispetto verso i genitori e le sevizie contro di loro, la violenza, l’omicidio, la depravazione della carne, le passioni infami, le bugie, lo spergiuro, e altri vizi che cadono tutti sotto la condanna della legge.

Qui l’apostolo torna al soggetto principale della sua epistola: la legge infierisce contro tutto ciò che si oppone alla sana dottrina, all’insieme delle verità che costituiscono il cristianesimo, la dottrina che è secondo pietà (6:3). Ora l’Evangelo è conforme a questa dottrina; non contraddice affatto la legge, ma introduce una cosa del tutto nuova che non ha assolutamente alcun punto in comune con la legge. È l’Evangelo della gloria del beato Dio, affidato all’apostolo. Queste poche parole ci aprono una sfera di benedizioni nella quale lo spirito e il cuore si possono muovere liberamente, senza mai raggiungerne i confini. Giudicatelo voi stessi: l’Evangelo è il buon annunzio agli uomini della gloria di Dio che è stata pienamente manifestata in Cristo. La gloria di Dio, cioè l’insieme delle perfezioni divine, giustizia, santità, potenza, luce, verità e, al di sopra di tutto, amore e grazia, è stata pienamente rivelata e messa alla nostra portata nella persona di un Uomo, Cristo Gesù, nostro Salvatore. Essa è stata manifestata in nostro favore; è la meraviglia dell’Evangelo! Tutta questa gloria non si nasconde né si vela; noi la vediamo risplendere nel volto di un solo Uomo ma, più ancora, essa ci è riserbata e ci appartiene. L’opera di Dio ce la conferisce; la posizione che Cristo ha di fronte a Dio è la stessa, d’ora in avanti, che hanno coloro che credono in Lui. Sì, la gloria di Dio non troneggia più nella sua solitaria e inaccessibile perfezione ma è diventata, in un Uomo, la parte di tutti quelli che credono in Lui. Noi siamo, in virtù del suo sacrificio che abolisce il peccato, perfetti davanti a Dio come Lui stesso. Egli ci ha fatti, da parte di Dio, saggezza, giustizia, santità e redenzione. Noi siamo luce nel Signore. L’amore di Dio è stato versato nei nostri cuori dallo Spirito Santo che ci è stato dato. Tutto ciò è il libero dono della grazia a dei poveri peccatori giustificati per fede.

Ma notate che quest’Evangelo è l’Evangelo della gloria del Dio beato. Nel farcelo conoscere, Dio vuole renderci felici come è Lui; la felicità di cui Egli gode è diventata la nostra felicità! Vi è forse contrasto più evidente fra la legge che maledice il peccatore e la grazia che lo trasporta nel godimento della gloria e della felicità di Dio, in attesa di una gioia perfetta in un’eternità senza nubi e senza ombre?

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Vers. 12-14: — «Io ringrazio colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù, nostro Signore, per avermi stimato degno della sua fiducia, ponendo al suo servizio me, che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento; ma misericordia mi è stata usata, perché agivo per ignoranza nella mia incredulità; e la grazia del Signore nostro è sovrabbondata con la fede e con l’amore che è in Cristo Gesù».

Chi era dunque questo Paolo al quale un evangelo di tale valore era stato affidato? Cosa sorprendente! Era un uomo che aveva violato il primo comandamento: «Ama il Signore Dio tuo». Egli aveva odiato Dio credendo di servirlo, perché lo odiava nella persona del suo Figlio. Costringendo i santi a bestemmiarlo, egli stesso lo aveva bestemmiato (Atti 26:11) e lo aveva perseguitato nella sua Chiesa amata, coprendolo d’oltraggi in coloro che credevano in Lui e lo servivano fedelmente.

Una tale attitudine non avrebbe potuto essere perdonata se Paolo non avesse fatto tali cose «per ignoranza», nella sua incredulità. Per questo misericordia gli è stata fatta, se no sarebbe stato condannato senza remissione. Riguardo ai Giudei, questa misericordia non aveva potuto continuare; è vero che sulla croce Gesù, intercedendo per il popolo, aveva detto: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno», invocando la misericordia del Padre suo a causa della loro ignoranza. Ed è anche ciò che Pietro diceva loro in Atti 3:17. Ma in seguito, quando lapidavano Stefano sapevano ciò che facevano; rigettavano lo Spirito Santo che era stato loro inviato, da Gesù Cristo risuscitato (Atti 7:51). Questo peccato non poteva essere loro perdonato. Saulo da Tarso, che consentiva alla morte di Stefano (Atti 7:58; 8:1), non era forse allo stesso livello del suo popolo? Quale risorsa gli restava dunque? Una soltanto: la grazia sovrabbondante che poteva stimare fedele un tale uomo e stabilirlo nel servizio! Solo per mezzo della fede la sua precedente incredulità poteva essere annullata. Solo «l’amore che è in Cristo Gesù» poteva sostituire l’odio di cui il suo cuore era stato fino allora ripieno, e questo non poteva essere conosciuto che per mezzo della fede. Questo versetto 14 è dunque la prova di ciò che la grazia produce quando si occupa persino del «primo dei peccatori». Essa lo ritrae dai peccatori, gli dà la fede, e per mezzo d’essa gli fa conoscere l’amore che è in Dio solo.

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Vers. 15-17: — «Certa è quest’affermazione e degna di essere pienamente accettata: che Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, dei quali io sono il primo. Ma per questo mi è stata fatta misericordia, affinché Gesù Cristo dimostrasse in me, per primo, tutta la sua pazienza, e io servissi di esempio a quanti in seguito avrebbero creduto in lui per avere vita eterna. Al Re eterno, immortale (oppure incorruttibile), invisibile, all’unico Dio, siano onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen».

Non appena quest’opera dello Spirito di Dio ha avuto eco nel suo cuore, Paolo ha potuto annunciare Cristo e la salvezza. Ciò che noi troviamo qui è l’Evangelo nella sua più semplice espressione. «Certa è quest’affermazione e degna di essere pienamente accettata». Vi sono molte «affermazioni certe» nelle epistole a Timoteo e a Tito; ma qui l’apostolo aggiunge «e degna d’essere pienamente accettata», per mostrare il suo risultato meraviglioso per ogni anima che lo riceve. Ritorneremo su questo al capitolo 4 v. 9.

La semplice verità che è alla base di ogni relazione fra l’uomo peccatore e il Dio Salvatore è espressa qui nel modo più solenne: «Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori». Dio fatto uomo nella persona di Gesù, venuto quaggiù per salvare non dei peccatori ma i peccatori, per compiere cioè un’opera di portata universale, offerta a tutti e da cui nessun peccatore, neanche il più indegno, è escluso. Lo scopo di Dio nel venire nel mondo era di salvare i peccatori; al capitolo 2 v. 4, vediamo che è anche la sua volontà. Da parte di Dio non vi è dunque nessun ostacolo, ed Egli lavora instancabilmente per questo fine; ma l’uomo, cosa terribile, misconosce lo scopo di Dio e si oppone nel modo più esplicito alla Sua volontà. In mezzo a questa. rivolta contro di Lui, solo la grazia sovrabbondante può piegare l’uomo e fare di un Saulo da Tarso l’agente per presentare la salvezza ad altri.

Abbiamo visto, al versetto 2, il lato di Dio nell’Evangelo; qui, al versetto 15, vediamo il lato di Cristo, il suo abbassamento per compiere questa gloriosa opera: la salvezza. Ora, questa salvezza non solo è la liberazione dal peccato e dal giogo di Satana, ma è l’introduzione dell’uomo nelle relazioni eterne col Dio di gloria. Troviamo, in tutta la sua semplicità, la liberazione dal peccato, quando l’apostolo ci parla di una cosa certa e degna d’essere pienamente accettata; le nuove relazioni le troviamo nella proclamazione dell’Evangelo di gloria al versetto 11.

Paolo si definisce «il primo dei peccatori». Paolo, prima della conversione, si era messo a capo di un’armata di cui Satana era, senza ch’egli potesse immaginarlo, il capo occulto, con lo scopo di estirpare da questo mondo il popolo di Dio e il nome stesso del Signore, per il trionfo della religione ebraica. Con tutta la sua energia fisica, con tutta la sua coscienza religiosa, Saulo voleva annientare e togliere dal mondo il nome di Cristo, perché era completamente incredulo alla sua resurrezione. Si, questo triste posto di preminenza egli l’occupava alla testa dei nemici di Cristo, e ciò gli fa dire, parlando dei peccatori, «dei quali io sono il primo».

Molti oratori evangelisti hanno l’abitudine, quando raccontano la loro conversione, di esagerare il quadro della loro propria miseria (il che faceva dire a Spurgeon che queste confessioni pubbliche gli davano l’idea del campanello che annunciava il passaggio del carro delle spazzature!); essi proclamano: «Io sono il primo dei peccatori». Ma ben pochi di coloro che parlano così ne sono realmente convinti! Questa parola è troppo sovente per loro un mezzo di inorgoglirsi e un occasione di occupare i loro ascoltatori della propria umiltà. Infatti quest’affermazione nella bocca d’un altro dell’apostolo non è vera. Però ciò che l’apostolo diceva qui di se stesso, come nei tre discorsi di Atti, era una meravigliosa realtà ed aveva lo scopo di spiegare l’immensa portata della missione affidatagli. Se in questo stato di tremenda rivolta contro Cristo era stata fatta misericordia a Saulo da Tarso, era, come egli dice, «affinché Gesù Cristo dimostrasse in me, per primo, tutta la sua pazienza, e io servissi di esempio a quanti in seguito avrebbero creduto in lui per avere vita eterna».

Dio sceglieva Saulo da Tarso come un esempio delle Sue vie verso coloro che sarebbero venuti alla conoscenza per mezzo del suo ministero. Se poteva agire così nei riguardi di un bestemmiatore e di un persecutore, c’è forse un solo uomo che possa dire: Gesù Cristo non avrà pazienza verso di me? No, perché Gesù Cristo aveva dimostrato tutta la sua pazienza verso Paolo. Così, come la salvezza era per tutti i peccatori, la pazienza era per tutti; e questa pazienza aveva un immenso valore. Bisognava ora credere in Lui, per ottenere la vita eterna. Arrivati a questa parola finale che introduce l’anima nel possesso di una felicità senza fine, un inno di lode s’innalza dal cuore dell’apostolo e sale fino all’altezza del terzo cielo.

Quest’inno è indirizzato al Dio Sovrano dal quale discende il dono supremo della vita eterna per tutti coloro che credono. La loro anima è, per mezzo della vita eterna, messa in diretto rapporto con Lui. Egli è il Re dei secoli, il solo di fronte al quale il tempo e l’eternità non hanno limiti e sono da Lui dominati. Egli è l’incorruttibile, il solo che sia al disopra di tutto ciò che è destinato alla corruzione e che non può essere intaccato da essa, come lo sono stati invece la creazione, gli uomini e persino gli angeli. È l’invisibile, Colui che è al di sopra di tutte le cose visibili e che nessun occhio può vedere. Egli è il solo Dio!

È attorno ad un tale Dio che saliranno eternamente i nostri omaggi e la nostra lode! Non si tratta qui del Dio Salvatore, né di Cristo Gesù, venuto per salvare i peccatori. Mancherebbe qualcosa alla sua gloria se Egli non fosse esaltato anche in un altro modo. È il Dio che, dalla gloria inaccessibile, si è degnato di abbassare lo sguardo sulla sua creatura caduta, per darle la vita eterna, una vita capace di conoscerlo e di comprenderlo, una vita che corrisponde alla sua propria natura! A Lui sia onore e gloria nei secoli dei secoli! Amen.

È degno di nota che al capitolo 6 v. 15-16 di questa stessa epistola si ritrovi un passo che ha una portata analoga a questo; non se ne trovano altrove di simili. Però l’espressione della lode spontanea davanti al mistero della grazia ritorna più di una volta nelle epistole; così in Romani 11:33-36, Ebrei 13:21, Efesini 3:20-21.

***

Vers. 18-20: — «Ti affido questo incarico, Timoteo, figlio mio, in armonia con le profezie che sono state in precedenza fatte a tuo riguardo, perché tu combatta in virtù di esse la buona battaglia, conservando la fede e una buona coscienza; alla quale alcuni hanno rinunziato, e così, hanno fatto naufragio quanto alla fede. Tra questi sono Imeneo e Alessandro, che ho consegnati a Satana affinché imparino a non bestemmiare».

L’apostolo riprende adesso il soggetto dell’«incarico», della missione che era stata affidata a Timoteo e di cui è parlato nei versetti 3 e 5 di questo capitolo. Esso fa parte del soggetto stesso dell’epistola; dopo aver concluso, come abbiamo visto, con un canto di trionfo e un amen, il magnifico esposto che va dal versetto 5 al versetto 17, abbiamo i dettagli di questa missione nei capitoli che seguono.

Al capitolo 1 v. 3 e 4, l’apostolo aveva parlato del pericolo immediato che minacciava i santi di Efeso e contro il quale Timoteo doveva far fronte con l’autorità che gli era conferita. Questo pericolo consisteva soltanto nell’attività di «alcuni». Ma prima di tutto Paolo fa risaltare, al suo fedele discepolo e figlio nella fede, l’importanza che ha agli occhi di Dio l’incarico affidatogli (1 Timoteo 4:14; 2 Timoteo 1:6). Erano state fatte, precedentemente, delle profezie sul dono che doveva ricevere questo fedele collaboratore dell’apostolo. Egli l’aveva dunque ricevuto per profezia, ma gli era stato comunicato per l’imposizione delle mani di Paolo. Questo dono era stato accompagnato dall’imposizione delle mani degli anziani, che rappresenta la loro identificazione (vedere Numeri 8:10) con Timoteo nel suo servizio, e la loro approvazione; ma non gli avevano comunicato nulla. Apparteneva, evidentemente, all’autorità apostolica, e a nessun’altro, il potere di trasmettere occasionalmente un dono — dono di grazia (carisma) o dono dello Spirito per abitare nel credente — dono che, del resto, era il più spesso mandato direttamente dall’alto dal Signore. Ma non vediamo mai gli anziani comunicare un tal dono.

Le profezie, fatte precedentemente riguardo a Timoteo, annunciavano che questi era designato da Dio per «combattere la buona battaglia», una lotta necessaria, destinata a mantenere la sana dottrina nella casa di Dio e a sventare le astuzie del nemico. Questa vittoria poteva avere buon esito soltanto se Timoteo serbava la fede, cioè lo stato d’animo che è fermamente unito all’insieme dell’insegnamento di Dio nella sua Parola. La fede non è più sincera (v. 5) quando la coscienza non è più buona e cerca di sottrarsi, in un modo o in un altro, al controllo di Dio. Vi è dell’inganno nel cuore. Questo stato è il più pericoloso; l’anima si abitua ad evitare la luce della presenza del Signore e della sua Parola.

Soffocare una buona coscienza conduce presto o tardi l’anima ad abbandonare la fede. Tutte le eresie hanno la sorgente in un cattivo stato della coscienza che, fuggendo l’occasione d’incontrare Dio, è lasciata a se stessa ed abbandona così la verità come Dio l’ha insegnata nella sua Parola. Imeneo e Alessandro erano arrivati a quel punto. Non ci è detto che cosa insegnassero, ma la Parola si preoccupa di dirci che erano dei bestemmiatori; senz’altro bestemmiatori contro Cristo, forse in rapporto con la legge, dal momento che Paolo ci dice, descrivendo il suo stato d’inimicizia contro Cristo, che egli stesso era un «bestemmiatore» (v. 13). Al capitolo 4 v. 1 della nostra epistola, l’apostolo ci dice: «Alcuni apostateranno dalla fede», cioè rigetteranno completamente la dottrina cristiana. Qui, non essendo ancora il male arrivato al suo culmine, il fatto era che invece di usare la loro attività per mantenere la fede, avevano fatto personalmente naufragio e, non avendo più bussola per dirigersi, avevano perduto ogni sentimento del valore, della dignità, della santità del Signore.

È possibile che si tratti dello stesso Imeneo che si ritrova in 2 Timoteo 2:17, associato a Fileto nel sostenere una dottrina che chiudeva il cielo ai riscattati e li stabiliva definitivamente sulla terra. Potremmo anche supporre, ma senza altre prove, che Alessandro in 2 Timoteo 4:14 sia diventato il nemico accanito dell’apostolo. L’atto di darlo in mano a Satana aveva avuto luogo effettivamente nel nostro capitolo. In 1 Corinzi 5:5 era l’intenzione di Paolo il farlo, ma non ebbe bisogno di metterlo ad effetto. Quest’atto d’autorità apostolica non è da paragonare con quello dell’assemblea, il cui dovere era di togliere il malvagio di mezzo a se stessa.

I due uomini citati qui, essendo stati abbandonati nelle mani di Satana, erano ormai fuori dell’assemblea; privati del suo controllo e della sua influenza di cui avevano fino allora goduto, erano diventati a causa di questo preda del nemico che ormai non aveva altro scopo che di separarli per sempre da Cristo, senza speranza di ritorno. Eppure anche là, sotto questa terribile condanna, Dio aveva un’intenzione di grazia. La miseria, probabilmente morale e fisica nella quale erano sprofondati, poteva insegnare loro a «non bestemmiare» più, rendendo così possibile un ristabilimento.
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