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 1a Epistola ai Tessalonicesi cap 1

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teofilo
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190415
Messaggio1a Epistola ai Tessalonicesi cap 1

1a Epistola ai Tessalonicesi cap 1
John Nelson Darby

Il Dispensatore, 1889-1890
["Studi sulla Parola", "Etudes sur la Parole", "Synopsis of the Bible"]

Non vi sono che le due lettere ai Tessalonicesi che parlano d’una Chiesa come essendo in Dio Padre, cioè costituita in una relazione con Dio in questo carattere, avendo la sua esistenza morale, la sua ragion d’essere in tale relazione. La vita della Chiesa si sviluppava nella comunione derivante da questa relazione, e lo spirito d’adozione la caratterizzava; i Tessalonicesi conoscevano il Padre coll’affetto di piccoli fanciulli. Similmente quando Giovanni parla dei fanciulli in Cristo, dice: «vi scrivo perché avete conosciuto il Padre» (1 Giovanni 2:13). Conoscere Dio in questo modo è la prima introduzione nella posizione di libertà dove Cristo ci ha posti, di libertà davanti a Dio e nella sua comunione. Quale preziosa posizione d’essere come figli con Colui che sa amare come Padre, e di godere di tutta la libertà e del tenero affetto di questa relazione, secondo la perfezione divina! Non abbiamo qui l’adattamento dell’esperienza umana di Cristo agli stessi bisogni di coloro in mezzo dei quali Egli ha fatto quest’esperienza: per quanto sia preziosa questa grazia, la dottrina dell’epistola è fondata sulla nostra introduzione nel godimento schietto della luce e delle divine affezioni, spiegate nel carattere di Padre. Questa dottrina ha il suo sviluppo in una tenera e fiduciosa comunione, ma pura, con Colui il cui amore è la sorgente d’ogni benedizione. Non dubito che per i Tessalonicesi usciti recentemente dal paganesimo, l’apostolo parlava della loro conoscenza del solo vero Dio, il Padre, in contrasto con gli idoli.

L’apostolo, dichiarando ai cristiani di Tessalonica (come abitualmente faceva con le persone alle quali indirizzava le sue lettere) ciò che sentiva a loro riguardo, sotto quale aspetto si presentavano alle sue affezioni ed al suo pensiero, non parla né di doni, come nell’epistola ai Corinzi, né dei grandi tratti d’un’esaltazione che abbracciava il Signore e tutti i santi, come si vede nell’epistola agli Efesini ed anche in quella dei Colossesi, coll’aggiunta di ciò che lo stato di quei cristiani richiedeva; nemmeno parla dell’affezione fraterna e della comunione d’amore di cui i Filippesi avevano fatto prova nei loro rapporti con lui; né d’una fede che esisteva senza ch’egli vi avesse lavorato per produrla, e nella cui comunione sperava di ritemprarsi, aggiungendovi ciò che i suoi ricchi doni lo rendevano capace di comunicar loro, come lo fa nell’epistola indirizzata ai Romani ch’egli non aveva ancor veduto... — non parla di tutto ciò; ma parla loro della vita stessa del cristiano nel suo primo albore, nelle sue qualità intrinseche come si rivelano sulla terra per l’energia dello Spirito Santo, — la vita di Dio quaggiù nei santi, dei quali l’apostolo si ricordava con tanta soddisfazione e gioia nelle sue preghiere.

Tre grandi principi, dice egli ai Corinzi, formano la base di questa vita, e ne restano sempre il fondamento: la fede, la speranza e l’amore (carità) (1 Corinzi 13). Or queste tre cose formavano i potenti e divini moventi della vita dei Tessalonicesi. Questa vita non era solo un’abitudine; essa derivava, nella sua attività, dalla comunione immediata con la sua propria sorgente. Quest’attività era vivificata e mantenuta dalla vita divina e dallo sguardo continuo sull’oggetto della fede. Presso i Tessalonicesi Paolo trovava opera, fatica e costanza; queste cose si trovavano anche nella chiesa d’Efeso, come la vediamo descritta nell’Apocalisse; ma l’opera dei Tessalonicesi era un’opera di fede; la fatica che facevano era quella dell’amore; la loro costanza (o pazienza), una costanza nutrita dalla speranza. La fede, la speranza e l’amore sono, come abbiam visto, le molle del cristianesimo in questo mondo; l’opera, la fatica, la pazienza continuavano ad Efeso, ma non erano caratterizzate da questi grandi e potenti principi: l’opera, la fatica, la pazienza continuavano come abitudini prese, ma vi mancava la comunione; il primiero amore era stato abbandonato.

La prima epistola ai Tessalonicesi è l’espressione pratica della potenza vitale che si spiega nella Chiesa nascente; la chiesa d’Efeso (Apocalisse 2), quella del primo allontanamento dalla verità.

Dio voglia che la nostra opera sia un’opera di fede; ch’essa attinga la sua forza, la sua esistenza stessa dalla comunione con Dio nostro Padre; che quest’opera sia, ad ogni momento, il frutto della realizzazione di ciò che non si vede, della vita che vive nell’immutabile assicurazione della verità della Parola; ch’essa porti così l’impronta della grazia e della verità che sono venute per Gesù Cristo, e ne sia la testimonianza.

Dio voglia che la fatica che noi facciamo per servire, sia il frutto dell’amore; ch’essa non sia compiuta come dovere ed obbligo, quantunque di fatto tale compimento sia un dovere se sappiamo che questo servizio è posto davanti a noi da Dio stesso.

E che la pazienza che bisogna avere per attraversare questo deserto sia, non la necessità in cui ci troviamo di dover camminare, perché la strada ci è posta dinanzi, ma una pazienza nutrita dalla speranza che si lega alla nostra vista di Gesù per la fede, e che aspetta il Salvatore dal cielo.

Questi principi: fede, speranza e amore, formano il nostro carattere come cristiani (*); ma questo carattere non potrebbe, né dovrebbe formarsi in noi, senza che la fede, la speranza e l’amore abbiano degli oggetti ai quali si leghino: per conseguenza lo Spirito ci presenta questi oggetti. Questi hanno un duplico carattere:

Il cuore s’appoggia per la fede sopra Gesù, l’aspetta, conta su di lui, si unisce a lui nel suo cammino. Gesù ha camminato quaggiù; ora ci rappresenta nel cielo; prende cura di noi, come un buon pastore; ama i suoi e li nutrisce: la nostra fede e la nostra speranza l’hanno sempre in vista.
La coscienza si tiene davanti a Dio nostro Padre; non è uno spirito di timore; non v’è nessuna incertezza quanto alla nostra relazione con Lui; siamo figli d’un padre che ci ama personalmente; ma siamo davanti a Dio. La luce ha forza ed autorità sulla coscienza; camminiamo nella coscienza che gli occhi di Dio sono sopra di noi, in amore, ma sopra di noi, e la luce manifesta ogni cosa. Essa giudica tutto ciò che potrebbe indebolire la dolce e pacifica realizzazione della presenza di Dio, la nostra comunione con Gesù, la nostra fiducia in Lui, e l’intimità delle conversazioni delle nostre anime col Salvatore.
Questi due principi sono importantissimi per la pace durevole e per il progresso delle anime nostre. Se non è sostenuta da essi, la vita s’indebolisce; l’uno dei due sostiene la nostra confidenza in Gesù; l’altro ci tiene nella luce con una buona coscienza. Senza di questa, la fede, per non dir altro, perde la sua vivacità; senza la confidenza in Gesù, la coscienza diviene legale, e la forza, la chiarezza, lo slancio spirituale ci mancano.
L’apostolo ricorda anche il modo usato da Dio per produrre la fiducia ed il timor di Dio, cioè l’Evangelo, la Parola, annunziata in potenza ed in pieno accertamento all’anima per lo Spirito Santo. La Parola aveva della potenza nel cuore dei credenti di Tessalonica; essa vi giungeva come la Parola di Dio; lo Spirito stesso si rivelava all’anima producendovi la coscienza della sua presenza, e ne veniva per conseguenza la piena certezza della verità in tutta la sua forza, in tutta la sua realtà. La vita dell’apostolo, tutta la sua condotta, confermava la testimonianza che rendeva, e ne faceva parte; il frutto dell’opera di Paolo (ed è sempre così) rispondeva nel suo carattere a colui che aveva lavorato; il cristianesimo dei Tessalonicesi rassomigliava a quel di Paolo, al cammino del Salvatore stesso che l’apostolo seguiva così da vicino. C’erano «molte sofferenze», poiché il nemico non sopportava una testimonianza così chiara; e Dio ad una tale testimonianza accordava la grazia di soffrire con Cristo e d’avere in pari tempo «la gioia che dà lo Spirito Santo» (vers. 6).

Felice testimonianza alla potenza dello Spirito operante nel cuore! Or, quando lo Spirito Santo agisce così nelle anime, tutto è in testimonianza agli altri. Il mondo vede che nei cristiani c’è una potenza ch’esso non conosce, dei motivi che non sperimenta, una gioia di cui si burla, ma ch’esso non ha, una condotta che lo colpisce e che ammira, quantunque non la imiti, una pazienza che mette a nudo l’impotenza del Nemico per lottare contro una forza che sopporta tutto, e che è gioiosa malgrado tutto ciò ch’egli può fare. Che fare di coloro che si lasciano uccidere senza che siano per questo meno gioiosi, anzi che lo sono maggiormente; che sono al di sopra di tutti i vostri motivi quando li si lasciano tranquilli; e che quando li si opprimono, sanno comportarsi in perfetta gioia, malgrado tutti i vostri sforzi? Che fare di gente che non si lasciano vincere dai tormenti, ma che questi presentano loro soltanto occasione di rendere una più potente testimonianza, ch’essi sono all’infuori del vostro potere? Una vita passata nella pace è per sé stessa una testimonianza; e la morte di qualcuno che è felice nelle sofferenze, lo è ancor più. Tal’è il cristiano, dove il cristianesimo esiste nella sua forza, nel suo stato normale secondo Dio: cioè, la Parola (dell’Evangelo) e la presenza dello Spirito, riprodotte nella vita in un mondo alienato da Dio.

Tal’era di fatto il cristianesimo dei Tessalonicesi; ed il mondo diveniva, suo malgrado, un testimonio di più per annunziare la potenza dell’Evangelo. I fedeli di Tessalonica erano esempi per i credenti di altri luoghi, ed erano il soggetto delle conversazioni e dei racconti del mondo, che non si stancava di narrare questo fenomeno così nuovo, così strano, di gente che avevano abbandonato tutto ciò che padroneggiava il cuore dell’uomo, tutto ciò a cui questo cuore era sottoposto, e che adoravano un solo Dio vivente e vero. La coscienza naturale rendeva testimonianza al Dio unico dei cristiani. Gli dei dei pagani erano i dei delle passioni, non della coscienza. E ciò dava alla loro posizione ed alla loro religione un’attualità ed una vivente realtà. Essi aspettavano il Figlio di Dio dal cielo.

Certamente sono felici i cristiani che, per il loro cammino e per tutta la loro condotta, spingono il mondo a rendere testimonianza alla verità; che sono così chiari nella loro confessione, così conseguenti nella loro vita, che un apostolo non aveva bisogno di dire ciò che aveva predicato né ciò ch’egli era stato in mezzo di loro: il mondo lo diceva per lui e per loro.

Qualche parola sulla testimonianza non sarà superflua. Per quanto sia semplice, questa testimonianza riveste un’importanza speciale e racchiude dei principi d’una grande profondità morale. Essa forma la base di tutta la vita ed anche di tutte le affezioni cristiane che si spiegano nell’epistola. Oltre questo sviluppo, la nostra epistola non contiene che una rivelazione speciale delle circostanze della venuta di Gesù per chiamare i Suoi presso di Lui, e l’ordine di queste circostanze, come pure la differenza di questo avvenimento col giorno del Signore per giudicare il mondo, quantunque tale giorno faccia seguito alla Sua venuta per prenderci con Lui.

Ciò che l’apostolo segnala come testimonianza che il fedele cammino dei Tessalonicesi rendeva al mondo, racchiude tre soggetti principali:

i Tessalonicesi avevano lasciato i loro idoli, per servire il Dio vivente e vero;
per aspettare dal cielo il suo Figlio, che era risuscitato dai morti;
il Figlio liberava dall’ira che stava per essere rivelata.
Un semplice fatto, — ma d’un’immensa portata — caratterizza il cristianesimo. Il cristianesimo ci rivela un oggetto positivo e lo mette davanti alle anime nostre, e quest’oggetto è nientemeno che Dio stesso. La natura umana può scorgere la follia di ciò che è falso: si ride dei falsi dei delle immagini intagliate, ma l’uomo non sorpassa sé stesso, non si rivela nulla. Uno dei più famosi uomini dell’antichità si compiaceva di dirci che tutto andrebbe bene se gli uomini seguissero la natura: — è chiaro che non saprebbero sorpassarla; e, di fatto, questo filosofo avrebbe ragione se l’uomo non fosse in stato di caduta. Ma l’esigere che l’uomo segua la natura, è una prova che è in stato di caduta, e che è sceso più basso della condizione normale di questa natura. Esso non la segue in un cammino che sia convenevole al suo stato normale. Tutto è in disordine; la volontà trasporta l’uomo ed agisce nelle sue passioni. L’uomo ha abbandonato Dio ed ha perduto la forza ed il centro d’attrazione, che teneva a posto e lui e tutto ciò che c’è nella sua natura. Esso non può ricuperare il suo stato normale; non può dirigere sé stesso, poiché, lungi da Dio, l’uomo non è condotto che dalla propria volontà. Ci sono numerosi oggetti che promuovono l’azione delle passioni e della volontà, ma non c’è oggetto che, quale centro, dia all’uomo una posizione morale regolare, costante e duratura, in relazione con quest’oggetto, in modo che il suo carattere ne riceva l’impronta e sia formato moralmente secondo il valore di quest’oggetto. L’uomo deve, od avere un centro morale capace di formarlo quale essere morale, traendolo verso questo centro e riempiendo le sue affezioni, in modo che egli sia il riflesso di quest’oggetto; oppure, agire di sua volontà; in questo caso è in balia delle sue passioni; ovvero, ciò che è la conseguenza di quest’ultimo stato, bisogna che sia lo schiavo d’un oggetto che ha preso possesso di questa volontà. Una creatura che è un essere morale, non potrebbe sussistere senza un oggetto: essere sufficiente a sé stesso è proprio di Dio.

La pace che sussisteva nell’incoscienza del bene e del male è perduta: l’uomo non cammina più come un essere il quale nei suoi pensieri non ha nulla che sia estraneo al suo stato normale ed a ciò che possedeva in questo stato; che non ha una volontà propria, o, ciò che fa lo stesso, che ha una volontà la quale non vuole nulla all’infuori di ciò che essa possiede. L’uomo non è un essere che gode con riconoscenza di ciò che è già appropriato alla sua natura, ed in particolare modo d’un essere simile a lui, d’un aiuto che ha la stessa sua natura e che risponde al suo cuore, benedicendo Dio di tutto.

Ora l’uomo vuole; e mentre ha perduto ciò che formava la sfera del suo godimento, c’è in lui un’attività che cerca, che si è resa incapace di contentarsi senza slanciarsi più lungi, che già, per questa volontà, si è slanciata in una sfera che non riempie, dove le manca l’intelligenza per comprendere tutto, e dove le manca anche la forza per realizzare ciò che la volontà comprende. L’uomo, e tutto ciò che gli ha appartenuto, non basta più all’uomo come godimento: gli abbisogna ancora un oggetto. Quest’oggetto sarà al di sopra od al di sotto di lui. Se è al di sotto, l’uomo si avvilisce prendendo per oggetto ciò che è più basso di lui; ed è appunto ciò che è avvenuto. L’uomo non vive più neppure secondo la sua natura; ed il filosofo di cui ho parlato ne è testimonio: il suo stato è quello descritto dall’apostolo al principio dell’epistola ai Romani, con tutti gli orrori della semplice verità. Se l’oggetto verso cui l’uomo tende è al di sopra di lui, ma al di sotto di Dio, non c’è ancora nulla che possa dominare la sua natura, nulla che lo metta al suo posto; l’uomo non è ritornato a Dio, moralmente non è rialzato dalla sua caduta. Un essere buono non potrebbe permettere che l’uomo faccia di lui l’oggetto del suo omaggio, per escluderne Dio. Se un essere malvagio vi riesce, esso diviene per l’uomo un dio, che esclude il vero Dio, ed abbassa l’uomo nelle sue relazioni più elevate; ciò che diviene il peggiore degli avvilimenti. Ed è pur ciò che è avvenuto all’uomo. E poiché questi esseri, che son divenuti gli oggetti dell’omaggio dell’umanità sviata, non sono che creature, non potrebbero padroneggiare l’uomo se non col mezzo di quello che agisce su di lui: sono i dei delle sue passioni; abbassano l’idea della divinità; avviliscono la vita pratica dell’umanità; e questa vita degli uomini è una schiavitù di passioni mai soddisfatte e che inventano il male, quando l’eccesso in ciò che è naturale li ha nauseati e li ha lasciati senza risorsa.

Tal’era difatti lo stato dell’uomo nel paganesimo. L’uomo, e soprattuto l’uomo che ha la conoscenza del bene e del male, deve aver Dio per oggetto, e come un oggetto davanti al quale il suo cuore può stare in pace e del quale può occuparsi con gioia, oppure è perduto. L’Evangelo, il cristianesimo, ha dato all’uomo questo oggetto. Dio che riempie ogni cosa, che è la sorgente di tutto, nel quale si concentra ogni benedizione, tutto ciò che è buono; Dio che è tutto amore, che ha ogni potenza, che nella sua conoscenza abbraccia l’universo, perché tutto (eccetto l’abbandono avuto dalla sua creatura), non è che il frutto del suo pensiero e della Sua volontà; Dio si è rivelato all’uomo; si è rivelato in Cristo per l’uomo, affinché il costui cuore, occupato di Lui, con una perfetta confidenza nella sua bontà, lo conosca, goda della sua presenza, e rifletta il suo carattere.

Il peccato e la miseria dell’uomo, non hanno fatto che fornir l’opportunità ad una rivelazione molto più completa di ciò che Dio è, e delle perfezioni della sua natura, in amore, in sapienza, ed in potenza; ma qui non consideriamo che il fatto che egli s’è dato all’uomo come oggetto. Tuttavia, quantunque la miseria dell’uomo non abbia fatto che dar luogo ad una rivelazione più ammirabile di Dio, Dio stesso ha dovuto avere un oggetto degno di Lui, verso il quale potesse spiegare tutte le sue affezioni, e che fosse lo scopo dei suoi disegni: quest’oggetto è la gloria del suo Figlio, è il suo Figlio stesso. Un essere d’una natura inferiore non avrebbe potuto essere quest’oggetto, quantunque Dio possa glorificarsi nella sua grazia verso un tale essere. L’oggetto delle affezioni, e le affezioni che si esercitano di fronte a questo oggetto, sono necessariamente correlativi. Così Dio ha manifestato la sua grazia sovrana ed immensa riguardo a ciò che v’era di più misero, di più indegno, di più bisognoso: ha manifestato tutta la maestà del suo Essere, tutta l’eccellenza della sua natura, in rapporto con un oggetto nel quale poteva trovare tutte le sue delizie, e mostrare ciò che era nella gloria della sua natura. Ma è come uomo (stupenda verità degli eterni consigli di Dio!) che quest’oggetto delle delizie di Dio Padre, ha preso il suo posto in questa gloriosa rivelazione per la quale Dio si fa conoscere alle sue creature. Dio aveva ordinato e preparato l’uomo per questo. Così il cuore istruito dallo Spirito, conosce Dio rivelato nella grazia immensa, nell’amore che scende dal trono divino fino alla rovina ed alla miseria del peccatore; si trova in Cristo nella conoscenza e nel godimento dell’amore che Dio ha per l’oggetto delle sue eterne delizie, oggetto degno pure di fare le delizie di Dio; gode di questo amore, come pure delle comunicazioni con le quali Dio lo testimonia (Giovanni 17:7-Cool; ed infine, partecipa alla gloria che è la dimostrazione pubblica, davanti all’universo, dell’amore che Dio Padre ha per il Figlio (*). Quest’ultima parte della nostra ineffabile felicità è il soggetto delle comunicazioni di Gesù nell’ultima parte dell’Evangelo di Giovanni (capitoli 14, 16 e specialmente il capitolo 17).
Dal momento che il peccatore è convertito, è introdotto, quanto al principio della sua vita, nella posizione e nelle relazioni con Dio, di cui abbiamo appena parlato. Forse non è che un bambino; ma il Padre ch’egli conosce, l’amore nel quale è entrato, il Salvatore sul quale apre i suoi occhi, sono gli stessi di cui godrà, quando conoscerà come egli sia stato conosciuto. È cristiano; si è rivolto dagli idoli a Dio, e per aspettare il suo Figlio dal cielo.

Si noterà che qui non è questione della potenza che converte, né della sorgente della vita: altri passi ne parlano chiaramente; ciò che qui vien presentato, è il carattere della vita nella sua manifestazione. Or, questo carattere dipende dagli oggetti della nostra vita. La vita si esercita, si spiega, in rapporto con vari oggetti, ed acquista così il suo carattere. La sorgente da dove deriva la rende capace di godere degli oggetti che le sono presentati; ma una vita che non ha oggetto da cui dipenda, non è la vita d’una creatura. Vivere d’una vita assoluta e indipendente è la prerogativa di Dio. Ciò mostra la follia di coloro che vogliono una vita «soggettiva», come si dice, senza ch’essa abbia, nello stesso tempo un carattere positivamente «oggettivo», poiché il suo stato soggettivo dipende dall’oggetto di cui si occupa. È proprio di Dio d’essere la sorgente dei suoi propri pensieri, senza oggetto che li formi; è proprio di Dio d’essere e di dire: «Io sono» e d’essere sufficiente a Sé stesso, poiché è la perfezione, il centro e la sorgente d’ogni cosa; e crearsi altri oggetti, se vuol averne all’infuori di Lui stesso. In una parola, anche ricevendo da Dio una vita che sia capace di godere di Lui, il carattere morale dell’uomo non si forma in sé, senza un oggetto che gli comunichi il suo carattere.

Or, Dio s’è dato a noi come oggetto e si è rivelato in Cristo. Se ci occupiamo di Dio in Lui stesso, supponendo per un momento ch’egli abbia potuto rivelarsi in tal modo, il soggetto è troppo vasto per noi. Dio conosciuto in tal modo, se noi ne fossimo capaci, sarebbe una gioia infinita; ma per ciò bisognerebbe essere Dio, e la supposizione è assurda. In ciò che è puramente e assolutamente infinito, vi manca qualcosa per una creatura, quantunque il godere dell’infinito sia la sua prerogativa più elevata. Questo godimento dell’infinito è per l’uomo una necessità; da un lato, affinché l’uomo abbia il suo posto e che Dio abbia il Suo di fronte a lui; dall’altro pure, perché è ciò che lo eleva in un modo così ammirabile. Questo godimento ci è dato, ed è dato in una preziosa intimità, poiché noi siamo figli, dimoriamo in Dio, e Dio in noi. Ma nell’infinito assoluto c’è un certo peso per il cuore: questo sentimento di Dio solo ci opprime. La Scrittura parla di «un sempre più grande, smisurato peso (*) eterno di gloria». Se l’uomo pensa a Dio qual’è in Sé stesso, bisogna che sia necessariamente così: la maestà di Dio deve essere mantenuta quando pensiamo a Lui come Dio, e la Sua autorità, i suoi diritti sulla coscienza, devono farsi sentire. Il cuore, Dio l’ha fatto così, ha bisogno di qualcosa che non abbassi le sue affezioni, ma che nello stesso tempo abbia il carattere di compagno e d’amico, o per lo meno, di qualcuno a cui il cuore possa avvicinarsi, come avendo questo carattere.
E ciò lo possediamo in Cristo, nostro prezioso Salvatore. Egli è un oggetto per i nostri cuori, un oggetto che vediamo a noi vicino; non si vergogna di chiamarci fratelli; ci ha chiamati amici; tutto ciò che ha udito dal Padre Suo, ce lo ha comunicato. È possibile nello stesso tempo di distogliere i nostri sguardi da Dio? Anzi, è in Cristo che Dio è manifestato, che gli angeli stessi lo vedono; è Lui, che essendo nel seno del Padre, ci rivela il suo Dio e Padre, e ci mette in questa dolce relazione di figli con Dio; infatti ci rivela il Padre Suo come lo conosce lui stesso; e non solo questo, ma Egli è nel Padre ed il Padre in Lui, di modo che chi l’ha veduto, ha veduto il Padre. Invece di distoglierci da Dio, ce lo rivela. In grazia ce lo ha già rivelato; ora aspettiamo la rivelazione della gloria in Lui. Già sulla terra, dal momento che è nato, gli angeli hanno celebrato il compiacimento di Dio negli uomini, poiché l’oggetto delle suo eterne delizie era divenuto Uomo; ed ora ha compiuto l’opera che rende possibile l’introduzione di altri uomini — di poveri peccatori — nel godimento di questo favore di Dio del quale Egli ne gode come uomo, e ne fa godere i cristiani con Lui. È così che Dio ci ha riconciliati con Lui. Conoscendo in tal modo Dio per la fede, ci rivolgiamo dagli idoli per servire il Dio vivente e vero e per aspettare dal cielo il Suo Figlio. Il Dio vivente e vero è l’oggetto del nostro servizio. Il suo Figlio, che conosciamo, che ci conosce, che vuole che noi siamo dove egli è, che ci ha identificati con la Sua propria gloria, e la Sua gloria con noi, — Egli, uomo glorioso per sempre e primogenito fra molti fratelli, è l’oggetto della nostra aspettazione. Noi l’aspettiamo dal cielo, poiché là nel cielo ci sono le nostre speranze ed il seggio della nostra gioia.

Possediamo come oggetto dei nostri cuori, l’infinito d’un Dio d’amore, e l’intimità e la gloria di colui che ha preso parte a tutte le nostre infermità, e che, senza peccato, ha portato i nostri peccati. Quale parte meravigliosa abbiamo noi!

Ma c’è un altro lato della verità. Le creature sono responsabili, e Dio, qualunque siano il Suo amore e la Sua pazienza, non può permettere il male o il disprezzo della Sua autorità. Se li tollerasse, tutto cadrebbe in confusione e miseria; Dio stesso perderebbe il suo posto. C’è un giudizio, l’ira a venire. Noi eravamo responsabili, ed abbiamo mancato; come possiamo dunque godere di Dio e dell’Agnello nel modo di cui abbiamo parlato?

Qui si applica la terza verità di cui parla l’apostolo, quando dice: «che ci libera dall’ira imminente» (vers. 10). L’opera di Cristo ci ha messi perfettamente al sicuro da quest’ira. Egli ha preso il nostro posto di responsabilità sulla croce, ed ha abolito per noi il peccato col sacrificio di Sé stesso.

Ecco dunque i tre grandi elementi della vita cristiana: serviamo il Dio vivente e vero, avendo abbandonato i nostri idoli interni ed esterni; aspettiamo Gesù per entrare nella gloria, poiché la vita di Dio ci ha fatto sentire che cos’è questo mondo, e Gesù è a noi conosciuto; quanto ai nostri peccati ed alla nostra coscienza, siamo perfettamente purificati, non temiamo nulla. Tal’era la testimonianza che rendevano la vita ed il cammino dei Tessalonicesi.
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