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 1a Epistola ai Tessalonicesi cap 5

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teofilo
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190415
Messaggio1a Epistola ai Tessalonicesi cap 5

1a Epistola ai Tessalonicesi cap 5
John Nelson Darby

Il Dispensatore, 1889-1890
["Studi sulla Parola", "Etudes sur la Parole", "Synopsis of the Bible"]
Così la venuta di Gesù in questo mondo non è più un vago oggetto dell’aspettazione del fedele, un’epoca di gloria; essa riveste un tutt’altro carattere. Nel capitolo 5 l’apostolo parla di questo ritorno nel mondo, ma per distinguere la posizione dei cristiani da quella degli abitanti incuranti ed increduli della terra. Il cristiano vivente, istruito dal Signore, lo aspetta del continuo. Ci sono «dei tempi e dei momenti (o stagioni)», non è necessario di parlargliene; egli sa che il giorno del Signore verrà come un ladro nella notte; ma non per lui: egli è del giorno, e partecipa alla gloria che sarà manifestata per esercitare il giudizio sul mondo incredulo. I credenti sono figli della luce; e questa luce, che è il giudizio degli increduli, è l’espressione della gloria di Dio, gloria che non supporta il male, e che, quando apparirà, lo scaccerà dalla terra. Il cristiano è di quel giorno che giudicherà e distruggerà il malvagio e la malvagità sulla terra. Cristo è il Sole di Giustizia, ed i fedeli risplenderanno come il sole nel regno del Padre loro (Matteo 13:43).

Il mondo dirà «pace e sicurezza»; crederà con tutta certezza alla durata della sua prosperità ed alla riuscita dei suoi disegni, ed invece il giorno sarà là all’improvviso! (parag. 2 Pietro 3:3). È appunto ciò che il Signore stesso ha spesso ripetuto (vedi Matteo 24:35-44; Marco 13:33-36; Luca 12:40 e seg.; 17:26 e seg.; 21:35, ...).

È una cosa solenne di vedere (Apocalisse 3:3) come la Chiesa professante che si dice vivente e nella verità, che non ha il carattere di corruzione che porta Tiatiri, debba essere trattata come il mondo — se pero non si pente.

Forse v’è a stupirsi nel vedere che il Signore ha detto che in una simile epoca di sicurezza, i cuori degli uomini spasimeranno di paura e d’aspettazione delle cose che sopraggiungeranno al mondo (Luca 21:26). Ma noi vediamo che questi due principi di sicurezza e di paura sono già in azione. Da un lato, coloro che si beffano della venuta del Signore, non vedono che progresso nell’umanità ed intravvedono una lunga durata d’un suo nuovo sviluppo; ma d’altra parte quante paure hanno gli uomini per l’avvenire e come pesano sui loro cuori! Mi sono servito della parola «principi» parlando della sicurezza e dello spavento, poiché non credo che il momento di cui parla il passo in questione sia già venuto; ma l’ombra degli avvenimenti futuri si proietta sui cuori. Come si è felice appartenere ad un altro mondo!

Poi l’apostolo applica questa posizione distinta, che siamo del giorno quindi il giorno non può venire su di noi come un ladro, al carattere ed al cammino del cristiano. Il cristiano è «del giorno» così il giorno non potrebbe sorprenderlo come un ladro. Essendo figlio di luce, deve camminare come tale. Egli vive nel giorno, quantunque nel mondo ci sia ancora notte oscura, e che le tenebre regnino tutto intorno. Di giorno non si dorme: coloro che dormono, dormono di notte; coloro che s’inebriano, s’inebriano di notte; queste sono opere delle tenebre. Il cristiano, figlio del giorno, deve vegliare ed essere sobrio, e rivestirsi di tutto ciò che forma la perfezione e la ragion d’essere della sua posizione, — deve vestirsi della fede, dell’amore e della speranza (vers. Cool. Questi tre principi della vita cristiana gli danno del coraggio ed un’intera fiducia per andare avanti; ha la corazza della fede e dell’amore, e così va diritto contro il Nemico; ha per elmo la speranza di quella salvezza gloriosa dove sarà liberato di tutto, di modo ch’egli alza la sua testa fra i pericoli, senza timore. Si vede che qui l’apostolo ricorda i tre grandi principi del capitolo 13 della prima epistola ai Corinzi, per caratterizzare il coraggio e la fermezza del cristiano, come nel primo capitolo di quest’epistola ha mostrato che questi stessi principi erano per i Tessalonicesi la molla del loro cammino giornaliero.

La fede e l’amore ci mettono attualmente in rapporto con Dio, affinché ci appoggiamo su di Lui nella Sua comunione, e camminiamo con confidenza in Lui; la Sua presenza ci fortifica. Per la fede, Egli è l’oggetto glorioso dei nostri sguardi; — per l’amore, Egli dimora in noi, e noi realizziamo ciò che Egli è; — la speranza porta i nostri sguardi specialmente sopra Cristo che deve venire per farci godere della gloria con Lui.

È in questo spirito che parla l’apostolo dicendo: «Dio infatti non ci ha destinati a ira» (l’amore viene capita per la fede, si sa ciò che Dio vuole, si conoscono i Suoi pensieri a nostro riguardo), «ma ad ottenere salvezza» (versetto 9). — Ecco ciò che speriamo. L’apostolo parla qui della salvezza come la liberazione finale «per mezzo del nostro Signore Gesù Cristo». Ed aggiunge naturalmente: «il quale è morto per noi affinché, sia che vegliamo sia che dormiamo (che siamo viventi quando Egli verrà o morti prima della Sua venuta), viviamo insieme con lui» (vers. 10). La morte non ci priva di questa liberazione e di questa gloria, poiché, Gesù è morto; la morte è divenuta il mezzo d’ottenere per noi la liberazione ed anche la gloria; e se moriamo, viveremo ugualmente con Lui. «Egli è morto per noi», al nostro posto, affinché qualunque cosa avvenga, noi viviamo con Lui. Tutto quello che ci impediva di vivere con Lui, è fuori del nostro cammino, ha perduto la sua forza e più che perduto la sua forza, è una garanzia per noi del godimento senza intoppo della piena vita di Cristo in gloria. Di modo che noi possiamo consolarci, e molto di più, edificarci con queste gloriose verità, per le quali Dio provvede a tutti i nostri bisogni, a tutte le nostre necessità. Qui (vers. 10) termina quella rivelazione speciale su coloro che s’addormentano prima della venuta del Signore Gesù.

Richiamerò qui l’attenzione del mio lettore sul modo con cui l’apostolo parla della venuta di Gesù nei vari capitoli di cui ci siamo occupati. Si noterà che lo Spirito non presenta qui la Chiesa come un insieme. Quindi si tratta della vita di ogni cristiano in particolare; e questo punto certamente è importantissimo.

Nel primo capitolo l’aspettazione del Signore è presentata in generale come ciò che caratterizza il cristiano: i Tessalonicesi sono convertiti per servire il Dio vivente e vero, e per aspettare dal cielo il Suo Figlio. È l’oggetto stesso, la Persona del Signore che ci è presentata: il Figlio di Dio stesso verrà e soddisferà i bisogni del cuore. Ciò non è né il Suo regno, né il giudizio, neanche il riposo, ma il Figlio di Dio; e questo Figlio di Dio è Gesù risuscitato dai morti e che ci salva dall’ira imminente. Ognuno dunque aspetta per sé il Figlio di Dio, e l’aspetta dal cielo.

Nel secondo capitolo ci vengono presentate l’associazione con i santi, e la gioia che si prova vedendoli godere pienamente dei frutti della grazia alla venuta di Gesù.

Nel capitolo terzo si tratta piuttosto di responsabilità, di responsabilità nella libertà e nella gioia, ma d’una posizione davanti a Dio in rapporto col nostro cammino, con la nostra vita quaggiù. L’apparizione del Signore è la misura (*) e il momento del test della santità. La testimonianza resa da Dio alla nostra vita, in ciò che le lascia il suo posto naturale, trova il suo compimento nella gloria dei santi quando Gesù è manifestato con tutti i suoi santi. Non è mica la Sua venuta per cercarci, ma la Sua venuta con noi. Questa distinzione è stabilita costantemente. Per i cristiani e per la Chiesa ciò che ha attinenza con la responsabilità si trova in rapporto con l’apparizione del Signore; le nostre gioie invece sono in rapporto con la Sua venuta per prenderci con Lui.
I punti svolti in questi tre primi capitoli sono dunque:

l’aspettazione generale del Signore in persona, del «Figlio dai cieli»;
l’amore soddisfatto alla Sua venuta;
la santità che ha il Suo pieno valore ed il Suo pieno sviluppo al momento di questa venuta.
Nel quarto capitolo non è l’unione della vita col suo pieno sviluppo nel nostro adunamento con Gesù che ci vien presentato, ma la vittoria sulla morte che non mette ostacolo a questo adunamento, e nello stesso tempo la nostra speranza raffermata e stabilita nella nostra comune partenza da questo mondo, alla somiglianza di quella di Gesù, per essere sempre con Lui.



Le esortazioni che terminano la lettera sono brevi; la potente azione della vita di Dio in questi cari discepoli di Paolo rendeva queste esortazioni relativamente poco necessarie; però son sempre buone. Paolo non aveva a biasimare i Tessalonicesi: felice stato! Non erano forse abbastanza istruiti per avere un grande sviluppo di dottrina (per questo l’apostolo sperava vederli) ma c’era fra loro abbastanza di vita, avevano una relazione personale con Dio abbastanza vera e reale, sufficiente per edificarli su quel terreno. A chi ha, sarà dato ancor più. L’apostolo poteva rallegrarsi con i fratelli di Tessalonica, confermare la loro speranza, ed aggiungervi, come rivelazione divina, certi particolari di cui la Chiesa trarrà profitto in tutti i secoli.

Nella lettera ai Filippesi vediamo la vita nello Spirito dominare tutte le circostanze con dei pensieri che, nell’apostolo, erano i frutti d’una lunga esperienza della bontà e della fedeltà di Dio. Così Paolo mostra la notevole potenza di questa vita di fede quando l’appoggio dei santi gli mancava completamente (tutti cercavano il loro proprio interesse), quando era in distretta con la sua vita in pericolo, dopo quattro anni di prigionia, nelle mani d’un tiranno senza misericordia. È allora che può proclamare che bisogna sempre rallegrarsi nel Signore e che Cristo è tutto per lui; che in quanto a lui, vivere è Cristo e morire un guadagno. È allora che può ogni cosa in Cristo che lo fortifica. Ecco quello che ha imparato. Nella nostra lettera, è la freschezza della fontana alla sua sorgente, l’energia dei primi slanci della vita nell’anima dei santi, che si presenta ai nostri sguardi in tutta la sua bellezza, la purezza ed il vigore della sua primavera, sotto l’influenza del sole che si era levato sopra di loro e che faceva salire quella vigoria di vita le cui prime manifestazioni non erano ancora alterate dal contatto di queste anime fedeli con il mondo o dall’indebolimento della loro vista delle cose invisibili.

L’apostolo voleva che i discepoli riconoscessero coloro che lavoravano fra di loro, conducendoli nella grazia ed ammonendoli, e che li stimassero molto a cagione delle loro opere. L’operazione di Dio attira sempre l’anima mossa dallo Spirito, ed impone la sua attenzione ed il suo rispetto. E su questa base che l’apostolo fonda la sua esortazione. Non si tratta qui di una carica, ma dell’opera che attira ed attacca il cuore. Essi dovevano riconoscere coloro che faticavano (vers. 12). La spiritualità riconosce questo lavoro, operato da Dio. L’amore, la devozione, il rispondere ai bisogni delle anime, la pazienza per occuparsi delle anime dalla parte di Dio, tutto questo era considerato come legittimo dall’anima del fedele, ed egli benediceva Dio per le cure ch’Egli prodigava ai Suoi. Dio agiva nell’operaio e nel cuor del fedele; che il Suo nome sia benedetto — è un principio che dura tuttora e che non s’indebolisce mai!

Lo stesso Spirito produceva la pace fra loro. Questa grazia era preziosa; e se l’amore apprezza l’opera di Dio nell’operaio, terrà conto di tutti i fratelli secondo la presenza di Dio; la propria volontà non agisce.

Ora l’abnegazione della propria volontà e questa coscienza pratica dell’operazione e della presenza di Dio, dà la forza per ammonire i disordinati, per consolare i timorosi e per aiutare i deboli, per essere paziente verso tutti. L’apostolo esorta i Tessalonicesi ad agire in tal modo: la comunione di Dio ci rende capaci e la Sua Parola ci dirige in quest’opera. In nessun caso non dovevano rendere il male per il male, ma cercare il bene gli uni verso gli altri e verso tutti. Una tale condotta dipende essenzialmente dalla comunione con Dio, dalla Sua presenza con noi che ci eleva al disopra del male. Dio in amore è al disopra del male; ed è ciò che noi possiamo realizzare camminando con Lui.

Tali erano le esortazioni dell’apostolo destinate a dirigere la condotta dei Tessalonicesi verso i fratelli ed verso tutti gli uomini. Per quel che rifletteva il loro stato personale, dovevano essere caratterizzati dalla gioia, dalla preghiera e dai ringraziamenti per ogni cosa. Quanto all’azione pubblica dello Spirito in mezzo a questi cristiani semplici e felici, le ammonizioni dell’apostolo erano pure brevi: essi non dovevano impedire l’azione dello Spirito fra di loro (tale è la forza dell’espressione «spegnere lo Spirito»); né sprezzare ciò che Esso poteva dire, servendosi anche della bocca del più semplice, se lo Spirito desiderava impiegarlo; essi che erano spirituali, potevano giudicare di tutto. Così non dovevano già ricevere tutto ciò che si presentava sotto il nome di Spirito, ma dovevano provare ogni cosa. Dovevano ritenere ciò che era buono: quando per la fede si riceve la verità della Parola, non si vacilla, ma si tiene fermo. Non si ha bisogno d’imparare sempre la verità di ciò che è già stato imparato da Dio. Quanto al male, dovevano astenersene sotto tutte le sue forme. Tali erano le brevi esortazioni dell’apostolo a questi cristiani che in sostanza rallegravano il suo cuore. Infatti, ciò che ci viene presentato nelle comunicazioni dell’apostolo con dei tratti così vivi, non è altro che un magnifico quadro del cammino cristiano.

Termina la sua lettera raccomandando i Tessalonicesi al Dio della pace, affinché fossero conservati senza biasimo fino alla venuta del Signore Gesù.

Dopo una tale epistola, il cuore dell’apostolo parla facilmente del Dio della pace, poiché alla presenza di Dio si gode della pace, non solo nella coscienza, ma nel cuore.

Precedentemente abbiamo trovato che l’amore attivo nel cuore, cioè Dio presente ed operante in noi, considerati come partecipanti ad un tempo alla natura divina. Questa natura è il movente della santità che sarà manifestata in tutta la sua perfezione davanti a Dio alla venuta di Gesù con tutti i Suoi santi. Qui, invece, l’apostolo aspetta il compimento di quest’opera dal Dio della pace. Là, si trattava dell’attività d’un principio divino in noi, principio che si lega alla presenza di Dio ed alla comunione con Lui; qui, si tratta del perfetto riposo del cuore, nel quale la santità si sviluppa. L’assenza della pace nel cuore proviene dall’attività delle passioni e della volontà, aumentate dal sentimento dell’impotenza nella quale ci troviamo di contentarle interamente, oppure anche minimamente.

Ora, in Dio tutto è pace: Egli può essere attivo in amore; può gloriarsi creando ciò che vuole; può agire in giudizio per scacciare il male che è davanti agli occhi Suoi; ma si riposa sempre in Lui stesso, e sia che faccia il bene o che supporti il male, Egli conosce la fine del principio e non s’inquieta per nulla. Quando ci riempie il cuore, ci comunica questo riposo di cui gode Lui pure; ma noi non possiamo riposarci in noi stessi. Né nell’attività delle passioni, sotto l’influenza d’un oggetto che le eccita, né nel loro volontario movimento verso un oggetto che ricercano, né nell’energia della nostra volontà che vuol debellare e distruggere queste passioni, noi non sapremmo trovare il riposo del cuore. Troviamo invece il nostro riposo in Dio; non già un riposo che implica la stanchezza, bensì il riposo del cuore, dove abbiamo tutto quello che desideriamo non solo, ma ciò che forma i nostri desideri e li soddisfa pienamente. Troviamo questo riposo in un oggetto nel quale la coscienza non ha nulla da rimproverarci, e non ha che a tacere nella certezza che è il supremo bene di cui il cuore gioisce, l’autorità suprema ed unica alla quale si sottomette, seguendo la volontà di Chi possiede quest’autorità; e questa volontà è amore verso di noi. Dio dà il riposo, la pace. Non è mai chiamato il Dio della gioia, quantunque ci dia la gioia di cui dobbiamo rallegrarci; ma la gioia suppone qualcosa di sorprendente, d’inatteso, od almeno di eccezionale, qualcosa che fa contrasto, e che deriva dal male ([delle epoche favorevoli e delle epoche avverse, e provenienti dalla debolezza e dall’ineguaglianza]). La pace che abbiamo e che ci contenta non ha nulla che faccia contrasto, nulla che turbi: la pace è più profonda, più perfetta della gioia; essa è maggiormente la soddisfazione che prova una natura, ed una natura pura, in ciò che le conviene perfettamente ed in ciò che essa si spiega, senza che sia necessario alcun contrasto per rialzare la soddisfazione d’un cuore che non ha tutto quello che vorrebbe o di cui sia capace.

Dio, l’abbiamo detto, è questo riposo per Sé stesso ed in Sé stesso. Egli è per noi, e ci dà questa pace perfetta. La coscienza essendo perfetta per l’opera di Gesù che ha fatto la pace e che ci ha riconciliati con Dio, allora la nuova natura trova la sua perfetta soddisfazione in Dio, e la volontà tace non avendo più nulla a desiderare.

Non è soltanto che Dio soddisfi i desideri che noi abbiamo; Egli è la sorgente di questi desideri per il nuovo uomo, per la rivelazione di Sé stesso in amore (*). La parte che si è riservata, è d’essere così la sorgente del bene nell’uomo; e ciò che si fa così nell’uomo è più che creazione: è la riconciliazione che è di più della creazione, perché c’è in essa maggior sviluppo d’amore, cioè di Dio. Per quest’opera di riconciliazione noi conosciamo Dio; essa rivela ciò che Egli è essenzialmente in Cristo.
Negli angeli, Egli si glorifica in creazione; gli angeli ci sorpassano in forza. Nei cristiani, si glorifica nella riconciliazione, affinché siano le primizie della Sua nuova creazione, quando avrà riconciliato ogni cosa nei cieli e sulla terra per Cristo. Perciò sta scritto: «Beati quelli che si adoperano per la pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Matteo 5:9) essi hanno la natura del Dio di pace ed il Suo carattere.

È in queste relazioni con Dio che la santificazione pratica si sviluppa, o meglio, è Dio nelle Sue relazioni con noi, nella pace della Sua comunione, che sviluppa la santificazione, cioè l’interna nostra conformità d’affetto e d’intelligenza (e per conseguenza di condotta esteriore) con Dio e con la Sua volontà. «Il Dio della pace vi santifichi egli stesso completamente» (vers. 23)! Che vi sia nulla in noi che non ceda a questa benefica influenza della pace, di cui si gioisce nella comunione di Dio. Che nessuna potenza o forza in noi conosca altra cosa che Lui; che in ogni cosa Egli sia il nostro tutto, di modo che nient’altro che Lui abbia posto nel nostro cuore!

Egli ci ha posti perfettamente in questa pace ed in questa comunione, in Cristo, e per l’opera Sua; tra noi e Dio non vi ha che l’esercizio del Suo amore, il godimento della nostra felicità e l’adorazione dei nostri cuori. Noi siamo la prova al Suo cospetto, la testimonianza, il frutto del compimento di tutto ciò che Egli ha di più prezioso, di ciò che l’ha glorificato in modo perfetto, di ciò in cui trova il Suo compiacimento; e nello stesso tempo, la testimonianza e la prova della gloria della Persona che ha compiuto l’opera che glorifica in tal modo Dio, — cioè di Cristo e dell’opera Sua. Noi siamo il frutto della redenzione da Lui compiuta, e gli oggetti della soddisfazione che Dio deve provare nell’esercizio del Suo amore.

Dio in grazia è il Dio della pace per noi, poiché la giustizia divina trova la sua soddisfazione nella posizione che ci è stata fatta in Cristo, e l’amore vi trova il suo perfetto esercizio.

Ora l’apostolo domanda che, secondo questo carattere, Dio operi in noi di modo che tutto in noi risponda alla natura di Colui che ci è stato in tal modo rivelato. È soltanto in questo passo che troviamo la divisione della natura dell’uomo nelle tre parti che la costituiscono: l’uomo ha un corpo, un’anima ed uno spirito. Lo scopo dell’apostolo non è certamente quello di parlare di metafisica; ma vuol esprimere l’uomo in tutte le parti del suo essere:

il vaso (il corpo) per il quale esso esprime ciò che è,
le affezioni naturali dell’anima sua,
e la parte più elevata della sua natura, cioè il suo spirito per il quale è al disopra degli animali ed in relazione intelligente con Dio.
Che Dio si trovi in tutto come stimolo, sorgente e guida.
In generale, la Parola si serve dei termini: «anima» e «spirito», senza distinzione, poiché l’anima dell’uomo è stata formata diversamente da quella delle bestie, in ciò che Dio ha soffiato nelle narici dell’uomo lo spirito di vita, e che è così che l’uomo è divenuto anima vivente. Parlando dell’uomo, basta dunque il dire anima, la parte superiore del suo essere è sottintesa; e dicendo spirito, in questo stesso senso, si esprime il carattere elevato dell’anima sua. L’animale ha bensì le sue affezioni naturali, ha un’anima vivente, è capace di attaccarsi, riconosce quelli che gli fanno del bene, si dedica al suo padrone, l’ama, dà anche la sua vita per lui, ma non ha ciò che lo mette in rapporto con Dio (ahimè! ciò che in noi si metto anche in inimicizia contro di Lui); esso non si occupa delle cose all’infuori della sua natura, come padrone di altri.

Lo Spirito dunque vuole che l’uomo riconciliato con Dio sia consacrato in tutte le parti del suo essere, al Dio che l’ha messo in relazione con Lui stesso per la rivelazione del Suo amore e per l’opera della Sua grazia, e che nessuna parte della natura umana in lui non sia, in atti od in pensiero, sotto l’influenza di un oggetto al disotto della natura divina alla quale egli, cristiano, partecipa; e che così sia senza rimprovero fino alla venuta di Gesù.

Notiamo qui che non è affatto al disotto della nuova natura in noi, di compiere fedelmente il nostro dovere nelle diverse relazioni nelle quali Dio ci ha posti, anzi è il contrario; ciò che bisogna, è d’introdurre Dio nella nostra condotta in queste relazioni; bisogna la Sua volontà e l’intelligenza che la conoscenza della Sua volontà comunica. Perciò leggiamo in 1 Pietro 3:7: «mariti, vivete con le vostre mogli con la comprensione dovuta alla donna» (letteralmente: secondo l’intelligenza o la conoscenza), cioè, non solo con affezioni umane e naturali (che per esse sole non possono neanche bastare a conservarsi pure e buone nel posto che loro appartiene), ma come davanti a Dio e consci della Sua volontà. Può darsi che Dio, in rapporto con l’opera straordinaria della Sua grazia, ci chiami a consacrarci interamente a quest’opera; ma, se non è così, la volontà di Dio si compie nelle relazioni nelle quali ci ha posti, e l’intelligenza divina e l’obbedienza a Dio si spiegano in queste relazioni. Infine Dio ci ha chiamati a questa vita di santità con Lui; Egli è fedele, e la compierà. Che ci dia di tenerci vicino a Lui per realizzarla!

Notiamo ancora come la venuta di Gesù e l’aspettazione di questa venuta sono introdotte qui come facenti parte integrante della vita cristiana. «Or il Dio della pace vi santifichi egli stesso completamente; e l’intero essere vostro, lo spirito, l’anima e il corpo, sia conservato irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo» (vers. 23) La vita che si è sviluppata nell’obbedienza e nella santità incontra il Signore alla Sua venuta. La morte non è menzionata. La vita che abbiamo è così trovata irreprensibile quando Egli appare. L’uomo completo in tutte le parti del suo essere, mosso da questa nuova vita, si trova presente davanti a Gesù, senza biasimo, quando Egli arriva. La morte era vinta (non ancora distrutta); la nostra vita è una nuova vita. Questa vita, e l’uomo vivente di questa vita si ritroveranno nella gloria con il loro Capo e la loro sorgente. Allora la debolezza che si riferisce alla condizione attuale dell’uomo sparirà, ciò che è mortale sarà «assorbito dalla vita» (2 Corinzi 5:4). Noi siamo a Cristo; Egli è la nostra vita, noi l’aspettiamo per essere con Lui e perché Egli compia tutto il consiglio di Dio a nostro riguardo nella gloria.

Esaminiamo anche un poco ciò che questi passi ci insegnano sulla santificazione: questa si riferisce ad una natura, ma si riferisce pure ad un oggetto; ed in quanto alla sua realizzazione, dipende anche dall’operazione di qualcun altro [all’infuori di colui che è santificato], cioè da Dio stesso; ed è basata sopra una riconciliazione perfetta con Dio, già compiuta. Il cristiano, poiché la sua santificazione è basata su questa riconciliazione compiuta (nella quale entriamo per il ricevimento di una nuova natura), è considerato nelle Scritture come già perfettamente santificato in Cristo. La santificazione si effettua per l’operazione dello Spirito Santo che, comunicando questa natura, ci separa (come nati da Dio) interamente dal mondo [e ci mette a parte per Dio]. È importante di mantenere questa verità e di tenerci come già santificati, in quel senso, in modo ben chiaro e ben distinto; altrimenti la santificazione pratica si stacca ben presto nei nostri pensieri dalla verità essenziale che il cristiano ha ricevuto una nuova natura; la santificazione allora non è più che il miglioramento dell’uomo naturale, e diviene affatto legale; il cristiano entra, dopo la sua riconciliazione, nel dubbio e nell’incertezza perché, benché giustificato, non è considerato pronto per il cielo; la sua accettazione dipende dai suoi progressi, quindi la giustificazione non gli procura la pace con Dio. La Scrittura dice: «ringraziando con gioia il Padre che vi ha messi in grado (letteralmente: che ci ha resi capaci) di partecipare alla sorte dei santi nella luce» (Colossesi 1:12). Ci sono progressi da fare; ma nella Scrittura i progressi non sono legati con l’essere in grado descritto in questo versetto di Colossesi. Il ladrone era pronto per il paradiso, e ci è andato. Con tali vedute, l’opera della redenzione è indebolita per non dire distrutta, cioè l’apprezzamento di quest’opera per la fede nei nostri cuori.

Noi siamo dunque santificati (è così che la Scrittura parla il più spesso) da Dio Padre, per il sangue e per l’offerta di Cristo, e per lo Spirito, cioè, messi a parte personalmente e per sempre per Dio. Sotto questo punto di vista la giustificazione è presentata nella Parola come conseguenza della santificazione, come una cosa nella quale entriamo per questa. Presi come peccatori, nel mondo, noi siamo messi a parte per lo Spirito Santo per godere di tutta l’efficacia dell’opera di Cristo secondo i consigli del Padre, essendo messi a parte per la comunicazione di una nuova vita certamente, ma posti, per questa separazione nel godimento di tutto ciò che Cristo ci ha acquistato. Ripeto che è importantissimo di tener ben ferma questa verità per la gloria di Dio e per la nostra pace; ma lo Spirito nella nostra epistola non parla della santificazione sotto questo punto di vista, ma della realizzazione pratica dello sviluppo di questa vita di separazione dal mondo e dal male. Esso parla di questo sviluppo divino nell’uomo interno, che fa della santificazione uno stato reale ed intelligente dell’anima, uno stato di comunione pratica con Dio secondo la natura divina che ci è stata comunicata e la rivelazione di Dio con la quale questa natura è in relazione.

Sotto questo aspetto, troviamo bensì un principio di vita che opera in noi, ciò che si chiama uno stato soggettivo, ma è impossibile di separare questo stato soggettivo da un oggetto dal quale esso dipende: l’uomo se fosse indipendente da un oggetto, sarebbe Dio; non si può quindi neppure separare questo stato da un’opera continua di Dio in noi, opera da cui questo stato soggettivo dipende e che ci tiene in comunione con questo oggetto che è Dio stesso. Quindi la santificazione si compie in noi per la verità, per la Parola, sia al principio nella comunicazione della vita, sia, nei particolari, durante tutto il corso del nostro cammino. «Santificali nella verità: la tua parola è verità» (Giovanni 17:17).

L’uomo si è avvilito, senza dubbio. Si è sottoposto alle concupiscenze della sua parte animale; ma in che modo? — Allontanandosi da Dio! Dio non santifica l’uomo all’infuori della conoscenza di Lui stesso, lasciandolo sempre lontano da Lui; ma dandogli una natura che è capace di godere di Dio, dando a questa natura (che non saprebbe vivere senza di ciò) un oggetto — Lui stesso — Dio non fa mica l’uomo indipendente come questo ha voluto divenire. Il nuovo uomo è l’uomo dipendente; la dipendenza è la sua perfezione. Questo è ciò che ha mostrato Gesù Cristo nella Sua vita. Il nuovo uomo è l’uomo dipendente nelle Sue affezioni, l’uomo che desidera di essere dipendente, che vuol esserlo, che non saprebbe esser felice senza essere dipendente e dipendente dall’amore, essendo nello stesso tempo ubbidiente come un essere dipendente deve esserlo.

Così i santificati hanno una natura santa nei suoi desideri e nei suoi gusti; partecipano alla natura divina, alla vita di Cristo. Ma non cessano di essere uomini. Essi hanno Dio rivelato in Cristo per oggetto. La santificazione si sviluppa in comunione con Dio e nelle affezioni che si portano su Cristo e che l’aspettano. Ma la nuova natura non può rivelarsi un oggetto, ed ancor meno il solo oggetto che le sia proprio e le basti, disponendo di Dio al suo piacimento; essa è continuamente dipendente da Dio per la rivelazione di Lui stesso; l’amore di Dio e sparso nei nostri cuori per lo Spirito Santo che ci è stato dato, e questo stesso Spirito prende le cose di Cristo e ce le comunica. Noi cresciamo così nella conoscenza di Dio, essendo potentemente fortificati per il Suo Spirito nell’uomo interno per «abbracciare con tutti i santi quale sia la larghezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità dell’amore di Cristo» e per «conoscere questo amore che sorpassa ogni conoscenza», affinché siamo ricolmi di tutta la pienezza di Dio (Efesini 3:18). Così «noi tutti, a viso scoperto, contemplando come in uno specchio la gloria del Signore, siamo trasformati nella sua stessa immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione del Signore, che è lo Spirito» (2 Corinzi 3:18). «Per loro io santifico me stesso, affinché anch’essi siano santificati nella verità» (Giovanni 17:19).

Vediamo da questi passi, e si potrebbe moltiplicarli, che il cristiano è dipendente d’un oggetto, e che è dipendente dalla forza altrui. L’amore agisce per operare in noi secondo questa necessità [nella quale ci troviamo come creature].

La nostra separazione (il fatto che siamo messi a parte) per Dio è completa; si effettua per il dono d’una natura che è puramente di Dio, e mettendoci sotto una responsabilità assoluta, poiché noi non siamo più a noi stessi, ma comprati a caro prezzo, santificati per il sangue, secondo la volontà di Dio che vuol averci con Lui; essa ci pone nello stesso tempo in una relazione, il cui sviluppo, per la crescente conoscenza di Dio che è l’oggetto della nostra nuova natura, è la santificazione pratica che si opera in noi per la potenza dello Spirito Santo. Testimonio dentro di noi dell’amore di Dio, lo Spirito Santo attacca il cuore a Dio, rivelandolo sempre più. Egli sviluppa nello stesso tempo la gloria di Cristo e tutte le divine qualità che si spiegano in Lui nella natura umana, e forma così la nostra natura come nati da Dio.

Perciò abbiamo trovato in quest’epistola che l’amore operante in noi, è il mezzo della santificazione (capitolo 3 vers. 12 e 13). È l’attività della nuova natura, della natura divina in noi, e questa attività è legata alla presenza di Dio. Qui al capitolo 5, i santi sono raccomandati a Dio stesso, affinché Egli operi questa santificazione, mentre noi siamo sempre messi in vista degli oggetti gloriosi della nostra fede per compierla.

Possiamo qui, in modo particolare, chiamare l’attenzione del lettore sopra questi oggetti della nostra fede; sono Dio stesso e la venuta di Gesù, la comunione con Dio da una parte, e dall’altra, l’aspettazione di Cristo. E evidentissimo che la comunione con Dio è la posizione pratica della più alta santificazione; colui che sa che vedrà Gesù, come Egli è presentemente, e che sarà simile a Lui, si purifica come Egli è puro. Per la nostra comunione con il Dio di pace, noi siamo santificati tutti interi: se Dio è tutto per noi nella nostra vita pratica, noi siamo interamente santi (non parliamo qui della carne che non potrebbe essere sottomessa a Dio, né piacergli, né essere in comunione con Lui), ed il pensiero di Cristo e della Sua venuta ci conserva senza rimprovero, in pratica ed in dettaglio e intelligentemente. È Dio stesso che ci guarda in questa comunione ed opera in noi per occupare così le nostre anime e farci sempre crescere.

Ma questo punto merita qualche parola di più. La freschezza della vita cristiana presso i Tessalonicesi, rendeva questa vita — per così dire — più oggettiva, di modo che gli oggetti della fede sono in rilievo nell’epistola e sono molto distintamente riconosciuti dal cuore. Abbiamo già detto che questi oggetti sono Dio Padre e il Signore Gesù. Quanto alla comunione d’amore con i santi, che egli considera come sua corona e sua gloria, Paolo non parla che del Signore Gesù. Questa prospettiva che si presenta qui al suo spirito ha un carattere speciale di ricompensa, pur essendo una ricompensa dove l’amore domina. Gesù stesso aveva la gioia che gli era preparata come appoggio nelle Sue sofferenze, una gioia che in questo modo gli era personale; anche l’apostolo, per quello che riguardava l’opera sua ed il suo lavoro, aspettava con Cristo il frutto di questo lavoro. Eccettuato questo passo (capitolo 2), troviamo in questa lettera che Dio stesso e Gesù sono il nostro oggetto; troviamo anche la gioia della comunione di Dio (nella relazione di Padre) e di Cristo, del quale dividiamo la gloria e la posizione per grazia.

Così non ci sono che le due epistole ai Tessalonicesi dove troviamo l’espressione: «la chiesa... in Dio Padre» (1 e 2 Tessalonicesi 1:1) (*). La sfera della comunione vivente dei Tessalonicesi è in tal modo constatata e basata sulla relazione nella quale si trovavano con Dio stesso, sotto il carattere di Padre (capitolo 1:3 e 9-10; capitolo 3:13; capitolo 4:15-16; e qui capitolo 5:23). È importante di notare che il cristianesimo più è vivente e vigoroso, e più è oggettivo. Del resto, ciò non vuol dire altro che questa semplice verità: che quando il nostro cristianesimo è vivente, Dio ed il Signore Gesù hanno un più grande posto nei nostri pensieri e si riposa realmente di più in loro. Questa lettera ai Tessalonicesi è l’istruzione che la Parola ci dà su un tale punto; e la verità alla quale ci conduce, sotto questo rapporto, è un mezzo di giudicare bene delle falsità nei nostri cuori, e di dare una grande semplicità al nostro cristianesimo.
L’apostolo termina la sua epistola domandando le preghiere dei fratelli e salutandoli con la confidenza dell’affezione, e scongiurandolo di far leggere la sua epistola a tutti i santi fratelli (versetti 25 e seg.). Il suo cuore dimenticava nessuno e voleva essere in relazione con tutti, secondo quell’affezione spirituale ed il legame personale che le sue affezioni cristiane avevano formato. Egli, apostolo verso tutti, voleva che riconoscessero coloro che lavoravano fra di loro, ma nello stesso tempo voleva mantenere la sua propria relazione con tutti i fratelli. Il cuor di Paolo era un cuore che abbracciava tutti i consigli rivelati da Dio e che non perdeva di vista il più piccolo dei suoi santi.

Rimane una circostanza interessante a notare nel modo con cui l’apostolo istruisce i Tessalonicesi. Nei primi capitoli, egli prende le verità che erano preziose per il loro cuore, ma per le quali la loro intelligenza era rimasta un po’ nel vago, di modo che erano caduti in un errore [quanto a coloro che si erano addormentati in Gesù]: egli prende, dico, queste verità, e — prima di toccare l’errore, o per lo meno la svista che avevano fatto — le impiega, con la chiarezza con la quale le possedeva, nelle sue istruzioni pratiche, applicando queste verità a relazioni conosciute e sentite. Così, le anime dei Tessalonicesi si trovavano ben radicate e stabilite nella verità positiva, ben al chiaro riguardo all’impiego stesso di questa verità. Essi aspettavano il Figlio di Dio dal cielo: ecco ciò che possedevano già in modo chiaro nei loro cuori; ma l’apostolo fa loro vedere che sarebbero nella presenza di Dio quando Gesù verrebbe con tutti i Suoi santi: ecco un passo fatto nello schiarimento del soggetto, passo importantissimo, senza che l’apostolo abbia neanche toccato positivamente l’errore. Il cuore si orientava nella verità, nell’applicazione pratica della luce divina a ciò che esso possedeva già della verità. Capivano cosa voleva dire essere davanti al Dio Padre. Trovarsi là, era una sorgente di gioia, una felicità ben più intima e reale che una manifestazione di gloria terrestre e giudaica. Poi, si troverebbero davanti a Dio quando Gesù verrebbe con tutti i suoi santi: verità semplice che era dimostrata al cuore per il fatto stesso che Gesù non poteva avere presso di Lui soltanto qualcuno di coloro della Sua Chiesa. Il cuore abbracciava questa verità senza sforzo, ma facendolo, era stabilito, come pure l’intelligenza, in certe verità che mettevano al chiaro la verità intera riguardo alle relazioni dei Tessalonicesi stessi con Cristo e con i Suoi. La gioia medesima dell’incontro dell’apostolo con tutti loro (morti o viventi) alla venuta di Gesù, metteva l’anima, per l’arrivo di Gesù, sopra tutt’altro terreno che quello d’essere trovata quaggiù e benedetta sulla terra dove essi erano.

Così rischiarati, raffermati, stabiliti nella vera portata della verità che già possedevano per uno sviluppo che si riferiva alle loro migliori affezioni ed alle loro più intime conoscenze spirituali — affezioni e conoscenze basate sulla loro comunione con Dio — i Tessalonicesi erano preparati, con certe basi positive di verità, a trattare l’errore e a scartare così con facilità ciò che non andava d’accordo con quello che ora sapevano apprezzare al suo giusto valore, come facendo parte delle loro possessioni spirituali. La rivelazione speciale che l’apostolo aggiungeva, metteva tutto al chiaro per i dettagli. Questo modo di procedere è molto istruttivo.

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1a Epistola ai Tessalonicesi cap 5

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